passeggiate romane

di Monica Sgandurra

 

pista ciclabile mappa

 

Quando si ha fame, ma molta fame, e non si ha nulla, ma proprio nulla, anche un pezzo di pane raffermo, e magari con la muffa, può sfamare.

E’ un pensiero semplice ma sintetico che si è palesato a un certo punto durante una passeggiata esplorativa fatta dentro una delle ultime realizzazioni di spazio pubblico a Roma: il progetto per la riqualificazione della copertura del tratto dismesso della ferroviaria FR3 Roma-Viterbo e la realizzazione di una pista ciclabile e di una passeggiata attrezzata lunga oltre cinque chilometri.

Il tracciato interessato è quello dell’antica ferrovia dei Papi, la Viterbo-Roma che fu dismessa nel 1998 e sostituita con un nuovo tracciato, la linea FR3, che corre in modo sotterraneo o parallelo a quello vecchio.

Anche qui ci troviamo davanti ad una storia infinita, lunga quasi quindici anni tra iter burocratici, approvazioni, progetti, cantieri e tanti stop.

Il quadrante Nord di Roma è quello che per motivi soprattutto morfologici è il più difficile da percorrere in bicicletta. La possibilità di un tracciato che possa collegare la “città bassa” al punto più alto di Roma, con nodi di interscambio tra mobilità diverse era un’opportunità da non perdere, una possibilità di riutilizzo di una infrastruttura dismessa di una facilità estrema proprio per la facilità del funzionamento del tracciato facilitato dalle diverse modalità di intersezioni con i quartieri attraversati.

Insomma, minimo sforzo e massimo rendimento perché in definitiva c’era solo da rendere questo nuovo percorso il più interessante possibile. Bisognare redigere un bel progetto.

I capitali stanziati per la riqualificazione furono di due tipi ed erogati in due tappe; all’inizio dell’operazione le Ferrovie dello Stato, tramite l’Italfer, stanziarono nel 2003, per il tratto iniziale, i primi 5 milioni di euro ai quali seguirono altri finanziamenti dalla giunta Veltroni per terminare il tracciato.

I lavori a questo punto iniziarono ma si fermano inspiegabilmente nel 2006.

Arriviamo al 2009 con una nuova giunta, questa volta di destra, quella di Alemanno, e nuove promesse per l’ultimazione dei lavori entro due anni, nel 2011.

Il 14 giugno di quest’anno è finalmente il giorno dell’inaugurazione.

Un successo.

La pista ciclabile e la passeggiata sono ad oggi, molto frequentate, soprattutto nelle belle domeniche soleggiate. Ciclisti, persone che fanno jogging, ma anche cittadini di ogni età che semplicemente fanno una passeggiata li troviamo un po’ sparsi lungo tutto il percorso, grazie proprio alla grande permeabilità che questa struttura ha con i quartieri e con il tessuto fisico e sociale. Le due testate del percorso fin qui realizzato sono poi in realtà due strutture verdi di quartiere molto vissute. Mi riferisco al complesso di Santa Maria della Pietà e al suo parco, a nord, e al parco di Monte Ciocci, verso Valle Aurelia. Questo è in realtà un altro valore aggiunto a questo sistema lineare che ha nei due punti finali, altre due notevoli potenzialità per il funzionamento e il senso dell’operazione.

Funzionalità e senso, ecco, queste sono due parole importanti.

E’ indubbio che questa realizzazione ha fatto “goal” per quanto riguarda la funzionalità.

C’era bisogno di un nuovo tratto ciclabile nel settore Nord Ovest di Roma e questo è lapalissiano, come è normale che questo organismo funziona perfettamente per lo scopo.

Quindi, in sintesi, ci troviamo davanti ad una realizzazione “funzionale”.

Ma non ditemi che è una bella realizzazione. Non merita di essere chiamato “Parco Lineare”, e appellarla “Opera meravigliosa”, come ho letto, mi sembra decisamente una esclamazione eccessiva e offensiva per quelle opere che sono davvero meravigliose, come per esempio la pista ciclabile di Rio Madrid di West8.

L’opera funziona, è funzionale, serve, ha riempito un vuoto, ha creato un collegamento che mancava, ma poteva essere decisamente altro, poteva essere davvero una bella passeggiata, un bel parco lineare, poteva davvero essere un progetto ed una realizzazione all’avanguardia dal punto di vista dello spazio pubblico e del lavoro sul paesaggio per la nostra città, poteva davvero essere una risposta al tema tanto dibattuto delle riqualificazione delle infrastrutture dismesse, tema quanto mai attuale in tutto il mondo. Questo perché l’organismo aveva tutte le componenti per poter essere trasformato in una cosa sbalorditiva, mentre invece gli sforzi progettuali messi in atto sono stati davvero pochi, con esiti che lasciano un certo sbigottimento.

Altro che pista ciclabile, potevamo avere una pista ciclabile sul più bel parco lineare realizzato all’interno di una capitale europea.

Le potenzialità c’erano, ma forse è mancato quasi tutto il resto, tranne ovviamente la funzionalità.

Vogliamo parlare della realizzazione?

A cinque mesi dall’inaugurazione ci sono già i primi segnali di sgretolamento, non solo vandalico, che comunque è fisiologico, ma proprio quelli dovuti al decadimento fisico della struttura, per materiali inadeguati e/o modalità di realizzazione che lasciano un po’ sconcertati.

Percorrendo a piedi, e quindi con un andamento diverso rispetto allo sfrecciare dei ciclisti, la passeggiata non ha lo stesso impatto. La sensazione che si ha è quella di un progetto che non c’è, di un elenco di attrezzature come panchine, fontanelle, orrendi gettacarte, che sono stati conteggiati in una lista, in un computo e poi arrivati in cantiere sparsi qua e là in tristi piazzole di prati sofferenti. Emblematica la soluzione del muretto (quello si fatto a regola d’arte con tanto di copertina sempre in mattoncini) che avvolge la panchina solitaria, proteggendola da un dislivello di pochi centimetri. Perché? Me lo domando ancora.

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All’ingresso di via di Torrevecchia poi, siamo accolti da una sequenza di dissuasori in cemento che spero siano stati dei fondi di magazzino perché l’ultima volta che li ho visti erano in un catalogo di arredo urbano della fine degli anni Ottanta, e anche lì, a dire il vero, non mi erano piaciuti. Ma mi direte sono gusti, no? Funzionano per essere dei dissuasori, ma non è importante che siano anche belli, no?

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Sempre all’ingresso incontriamo come un tappo, una rotonda alta circa 50 centimetri che forse all’interno dovrà contenere qualche cosa perché anche qui devo ancora darmi una spiegazione del perché è rivestita da una pavimentazione stradale in betonella e non poteva semplicemente essere una enorme fioriera che accoglieva i cittadini all’ingresso del percorso. Possibile poi che il lampione posto sopra questo manufatto, non è posizionato al centro, l’impresa e la direzione lavori non è riuscita a fare uno “sforzo geometrico” su una situazione così elementare come il centro di un cerchio? O forse questo decentramento era voluto? Fatto sta che questo elemento, che doveva segnare un asse di uno spazio non lo fa.

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Andando poco oltre una sequenza di panchine (quelle tradizionali in doghe di legno) messe in fila e accoppiate a due a due e rivolte verso il passaggio dei pedoni e dei ciclisti arredano lo spazio che termina con una stretta aiola ricoperta da un prato sul quale spunta una solitaria Yucca. Credo, e devo dire a questo punto, spero, che questa prima apparizione vegetale sia il risultato di un lascito di qualche condominio limitrofo che si è liberato di questo esemplare trasportandolo fin qui nottetempo. Con questa idea sogno allora che dopo il 6 gennaio questa aiola si trasformi in una piccola abetaia aumentando il senso dell’operazione.

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Se così non fosse, beh è evidente, qui non ha lavorato un progettista del verde bensì qui c’è stato solo un appalto con un elenco di piante da dover mettere.

Questo si vede anche nell’iniziale aiola fiorita, che corre lungo la recinzione di questo primo tratto: una sequenza di scelte botaniche rustiche, ricche di fioriture ma delle quali, in alcuni casi, non si è tenuto conto delle distanze di impianto rispetto al loro sviluppo.

Il risultato che tra poco tempo si potrà ammirare è che, per esempio, nel caso della linea di rose con alle spalle una linea di oleandri, questi ultimi se non saranno continuamente tagliati, e anche drasticamente, soffocheranno con la loro esuberanza i piccoli cespugli di rose. E sappiamo tutti quanto sono “esuberanti” gli oleandri, non c’è bisogno di essere un agronomo.

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Questa aiola, nella sua composizione vegetale ha quindi una sequenza lineare, quasi da catalogo espositivo di arbusti fioriti che sono distribuiti con la logica della linea tipo 5 callistemon, 3 rose, 4 salvie, 6 eleagni, 3 allori, 7 tulbachie e così via. Elementare, fin troppo. Ma si sa, i fiori fanno sempre piacere, no?

Un po’ oltre incontriamo il primo spazio giochi, preceduto da un piccolo e angusto percorso vita che avrebbe meritato un’altro luogo se non altro per non mettere a contatto due spazi giochi per età molto diverse. Anche qui, dopo qualche mese il piano in terra battuta, che non è in piano ma ha una pendenza, ha ceduto, ci sono segni di ruscellamento, chi fa salti tra una stazione e l’altra del percorso vita deve fare un po’ di attenzione perché può rischiare una slogatura per i piccoli smottamenti della superficie.

 

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Nella stessa area, e quindi in promiscuità, c’è l’area attrezzata per i bambini. Altalene, scivoli, giochi tutti regolarmente fissati sui tappetini anti urto obbligatori in questi spazi. Peccato che il resto della pavimentazione è in ghiaia e quindi ad oggi, questa superficie antitrauma è completamente ricoperta dai sassolini. Risultato, come se non ci fosse.

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A completare l’opera una specie di serpente-labirinto (io l’ho letto così) realizzato con setti in cemento colorati a strisce. Discutibile, ma anche qui, se piace……

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Si continua la passeggiata tra aree attrezzate per la sosta, tra le quali quella che è piaciuta di più ha una a forma a esedra con un pavimento in betonella grigio chiaro e con alcuni disegni a rombo di color giallo pallido. Tre, e dico tre panchine messe in modo sfalsato arredano questo punto di incontro insieme ad un monumentale gettacarte posizionato da un lato e le basiche rastrelliere per biciclette, annegate anche loro in questo vuoto.

Sono rimasta davanti a questa scena per diversi minuti sperando che quanto ho visto non fosse frutto di un ragionamento ma di un problema di tempo.

 

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Vorrei parlarvi poi delle pavimentazioni di questa realizzazione, un sottofondo in cemento non livellato con sopra un manto sottile di resina colorata che in molti punto è già rotto, fratturato o crepato.

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Oppure potrei parlarvi di quelle belle mattonelle in graniglia che sono state montate a filo pavimentazione per cambiare la texture delle superfici dei due percorsi in modo da creare attenzione per chi corre, cammina o va in bicicletta.

Anche qui, la scelta del materiale è discutibile e molto, visto che l’esito finale lascia a desiderare.

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E poi, mattonelle di quel genere? Anche qui ho pensato (ironicamente) che forse l’operazione è stata quella di utilizzare un materiale tanto familiare ai possessori dei piccoli giardini auto costruiti che si affacciano lungo questo tracciato. Come dire “vedete, utilizziamo un lessico a voi famigliare per far si che anche questo luogo risulti a voi vicino, quasi personale”.

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A ogni passo mi chiedevo il perché impegnarsi tanto e spronare i  giovani che vogliono diventare paesaggisti a conoscere, a viaggiare, a lavorare sulla loro capacità di progettare bene, correttamente e con poesia e in modo coerente con capacità tecniche espressive che mirano a realizzare sempre e comunque luoghi di qualità e di senso.

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Perché tutto ciò quando le persone in quel momento e in questo spazio erano comunque contente, in modo inconsapevole, più della funzione, che non del luogo e appagati di ciò, stavano trascorrendo del tempo in un luogo brutto con problemi realizzativi e progettuali?

Altri due punti notevoli, e poi chiudo anche questo mio escursus sulla ciclabile.

Sicuramente lo sforzo maggiore dal punto di vista economico è stato quello del ricostruire o costruire chilometri di recinzioni.

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Vorrei però proprio capire perché per un lungo tratto la recinzione realizzata in tufo e pannelli metallici ha delle riseghe intorno ad enormi tombini creando anfratti decisamente pericolosi per la sicurezza pubblica. Non si poteva adottare un’altra soluzione? E se no, forse non era il caso di mettere ancora qualche metro lineare in più e chiudere questi anfratti con una recinzione che permetteva comunque l’ispezione del tombino?

Ma forse anche qui sono io che mi sbaglio. L’intento era quello di creare un luogo raccolto.

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E arrivo all’ultima tappa, perché dopo questa visione non ce l’ho più fatta a proseguire. E non per una stanchezza fisica, ma per una stanchezza mentale, di senso.

Passata la stazione del Policlinico Gemelli e il sottopasso della Pineta Sacchetti e poi il parcheggio della Columbus, la pista entra nel tracciato della vecchia ferrovia che passa sul vecchio ponte ferroviario sospeso sopra la vallata del Parco Regionale Urbano del Pineto. Qui è facile dimenticare ciò che hai sotto i piedi perché l’apertura al paesaggio da questa posizione ti distrae immediatamente e ti trascina dentro un’altra dimensione, facendo dimenticare tutto ciò che hai lasciato alle spalle.

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Ma in lontananza vedo una cosa famigliare che mi trascina subito altrove. E dove? Sotto le pergole a “capannuccia” di colore verde della pista ciclabile lungo il Tevere all’altezza del depuratore Roma di saxa Rubra. Le avere presente?

Possibile che sono passati trent’anni e ancora non sono passate di moda tanto che in forma leggermente diversa, sono state riproposte anche qui?

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Possibile che nel 2014 per progettare delle pergole si abbia, anche inconsapevolmente, questo unico riferimento progettuale nella testa? Per inciso non hanno mai funzionato come punti di ombreggiatura perché la maggior parte dei rampicanti non sono riusciti ad “arrampicarsi”.

Credo che qui oggi si voglia ripercorrere dopo decenni lo stesso esperimento.

Passato il ponticello ho affrontato l’ennesima brutta piazzola di sosta composta da due panchine che incorniciano una fontanella e su un lato sempre il gettacarte oversize con un portabiciclette.

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Una immagine desolante sulla quale ho ceduto e sono ritornata indietro. E nel farlo ho visto un piccolo segnale, un piccolo oggetto “spontaneo” che mi ha fatto ritornare il sorriso: un barattolo di latta, tipo quello dei pomodori, ridipinto di un bel verde flou fissato con un laccio nero da elettricista alla sponda delle panchine poste sotto le pergolette.

Un adesivo con il logo “Comitato Balduina” mi fa pensare che qualche cittadino, con questa piccola introduzione abbia suggerito che forse chi si siede lì possa anche fumare una sigaretta, e quindi li ha forniti di posacenere.

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Un gesto non solo di civiltà, ma di piccola bellezza, perché portatrice di un senso compiuto.

Ritorno all’inizio del ragionamento.

Abbiamo perso l’ennesima occasione per realizzare un qualche cosa di diverso.

E lo dico con grande dispiacere, come cittadino, come paesaggista, come studioso.

Abbiamo perso dal punto di vista progettuale, perché è evidente che qui stiamo in assenza di un pensiero progettuale e il lessico utilizzato è quasi elementare.

Abbiamo perso rispetto ai cittadini perché malgrado le diverse amministrazioni, non si è riusciti a fare un intervento che restituisca un pensiero contemporaneo su che cosa è un parco lineare e una pista ciclabile oggi, portando il cittadino nel futuro e non negli errori del passato.

Abbiamo perso un’occasione perché ancora una volta, se questo luogo sarà vissuto, sarà suo malgrado non per la qualità, ma per la sola funzionalità.

E una società civile, che si evolve, ha bisogno dell’uno e dell’altro, ha bisogno di essere nutrita e non sfamata.

 

 

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5 pensieri riguardo “passeggiate romane

  1. Buongiorno, il progetto è del 2006, elaborato dalla società ITALFERR-U.O. STAZIONI, URBANISTICA E ARCHITETTURA facente parte del gruppo RFI.
    Il progettista era interno, Arch.Mori. Avevano anche una consulenza botanica ma non so quanto sia stata rispettata.Diciamo che il progetto è in stile ferrovie dello stato. La DL e di RFI – Ing.Patrizia Boi.

    Aggiungo ce mi farebbe piacere, malgrado le tante modifiche e parziale attuazione del progetto esecutivo, che qualcuno commenti il Parco Urbano di Monte Ciocci che seguo a fasi alterne fin dalla tesi di laurea.
    Allego una history del progetto che ho anche postato sul sito web monteciocci.com dell’omonimo comitato.

    History
    Il primo progetto sull’area è stato elaborato dallo scrivente come tesi di laurea nel 1997 e successivamente, mediante progetto partecipato con una associazione e con la cittadinanza con contributo del Comune, nel 2000.

    Qui trovate una scheda: http://www.parcomonteciocci.org/Buone%20Pratiche%20Ag21_Ciocci.pdf

    Successivamente al tale progetto è stato elaborato uno nuovo dall’Ufficio Roma Capitale.(Arch.tti Caputo-Centioni-Nuti-De Angelis-Di Cosmo ed altri).
    Il progetto del Parco definitivo del parco è pubblicato su monte ciocci.org e http://monteciocci.com/il-progetto-del-parco/ e si riferisce alla fase definitiva del 2006.

    Ulteriori immagini del progetto definitivo e una prima ridefinizione del progetto preliminare sono disponibili al link dello Studio Insula che insieme allo Studio Liorni, agli Architetti Antonini e Quilici ed ad altri professionisti ha svolto su incarico Risorse per Roma-Roma Capitale questa fase progettuale
    http://www.insulainrete.it/node/515

    Il Progetto Esecutivo ha interessato una porzione più contenuta dell’intero perimetro di progetto del parco in relazione ai finanziamenti disponibili.
    E’ stato elaborato nel 2006-2008 dagli Architetti Antonini-Ferretti-Quilici che anno curato il progetto del parco e dell’impianto vegetazionale e dallo Studio Liorni (progetto parco giochi e arredi) in collaborazione con lo Staff di Risorse per Roma per gli aspetti idraulici, di sicurezza e dei computi metrici e documenti d’appalto per conto del Comune di Roma.
    In particolare il progetto del parco ha ricevuto alcune variazioni per aderire maggiormente alle condizioni orografiche del territorio con una ridefinizione dei percorsi, mentre in base alle risorse disponibili sono state fatte anche ulteriori variazioni sull’area giochi.
    Alcuni elaborati del progetto preliminare partecipato e quello esecutivo sono visibili sul sito web:
    http://www.ferrettiepescosolido.it/ selezionando PROGETTI/PARCHI PUBBLICI E PIANIFICAZIONE AMBIENTALE scorrendo l’elenco fino a MONTE CIOCCI

    In fase di direzione lavori (2009-2013) diretta da Ing.Maola con il supporto degli Arch. Ferretti e Antonini per gli aspetti vegetazionali, sono state apportate alcune ulteriori varianti.

    Nel 2011 inoltre è stato integrata la progettazione preliminare dell’intero perimetro del parco, dallo Studio Ferretti&Pescosolido a supporto del Comune di Roma non approdata alla fase di progettazione definitva in quanto i fondi disponibili per progettazione ed esecuzione delle opere della Legge Roma Capitale sono stati stornati su altre opere pubbliche.
    Alcuni elaborati del progetto preliminare dell’intero parco, non disponibili ancora sul ns. sito, sono però visibili al link di una ns.collaboratrice ora trasferitasi in francia al link:
    http://bit.ly/14tw5iN

    Saluti, Simone Ferretti

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    1. Grazie Simone Ferretti. Si il nome della DL lo avevamo individuato, come il fatto che é un progetto RFI, ma non il nome del progettista. Ci “applicheremo” prima o poi anche su Monte Ciocci e comunque grazie per il materiale condiviso. Un saluto Monica Sgandurra

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    1. Hai ragione, ma nella mia ricerca non sono riuscita a trovarli. E’ un progetto RFI. Farò un altro tentativo e se ci riesco aggiornerò l’articolo. Purtroppo come succede per le realizzazioni che durano anni e che passano per diverse amministrazioni la responsabilità si scioglie come neve al sole e nessuno è mai responsabile.

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