Questa non è l’High Line

di Monica Sgandurra

L’High Line la conosco bene.
Ma molto bene.
Da prima che nascesse, da quando c’erano ancora le erbacce e i suoi “amici” cercavano le modalità di valorizzazione di quello che all’epoca era un piccolo mondo spontaneo, nato sopra ad una infrastruttura abbandonata all’interno del tessuto urbano della città icona della supermodernità, nella quale tutto è possibile.
La conosco bene perché l’ho studiata fin dal principio, è dentro la mia tesi di dottorato di ricerca discussa nel 2001.
Ho partecipato al primo concorso di progettazione che i Friends of the High Line avevano indetto nel 2002 per raccogliere spunti, idee, suggestioni, racconti, intorno a quella che consideravano non solo un potenziale di biodiversità all’interno della città, ma anche un’occasione di riscatto di un luogo abbandonato che poteva trasformare e trascinare con la sua forza un intero quartiere, allora depresso.
Ho seguito tutte le fasi del ragionamento sulla sua ideazione, costruzione, sviluppo con l’attenzione dello studioso che vuole capire e conoscere come è possibile che da un giardino si arrivi alla rigenerazione urbana.
Perché stiamo parlando di un giardino, non di orti urbani, né di vigneti o meleti.
Ho letto tutte le pubblicazioni possibili, ascoltato conferenze, come architetto ho seguito la sua costruzione, studiato i brevetti che sono stati realizzati appositamente per il “pacchetto tecnologico” della sua sovrastruttura, come paesaggista ho studiato le composizioni di perenni, graminacee, biennali e così via.
Ho studiato la capacità sociale ed imprenditoriale di questa operazione, capito i processi e le tappe.
E infine l’ho visitata.
Ho centinaia di fotografie, i miei appunti, che mi servono tutt’ora per continuare a studiare questa meraviglia.
Posso asserire, con una giusta e sacrosanta presunzione, che ho la capacità di tenere lezioni (cosa che ho fatto) e conferenze su tale argomento.
Detto ciò posso asserire che l’High Line è un GIARDINO.
Se a qualcuno è sfuggito, se qualcuno ha un po’ di confusione al riguardo, se qualcuno non sa qual è la differenza tra un orto ed un giardino, allora è il momento di allontanare le incertezze di chiarirvi le idee e dirvi che l’High Line è un meraviglioso, costoso, superbo GIARDINO contemporaneo.
Questa introduzione per arrivare al cuore di questo post, all’argomento che tratterò.
Parleremo finalmente del progetto per la riqualificazione del primo tratto, oggi parzialmente in disuso, della Tangenziale Est di Roma.
Questo inverno, quasi dal nulla, è apparso un progetto, una ipotesi di struttura verde ideata dallo studio romano Sartogo & Grenon associati.
Il progetto, presentato in fase embrionale, o così ci sembrava, si mostrava come un sistema di coltivazioni agricole poste sopra la copertura del primo tratto della infrastruttura viaria, quello che da ponte Lanciani arriva alla Stazione Tiburtina.
Il progetto non mi convinceva da molti punti di vista. Come paesaggista leggevo delle forzature lessicali e di senso fin troppo evidenti tanto da persuadermi che non era importante parlarne qui, su Paesaggiocritico.
Ma le domande che questa operazione porta in se fin dal principio si sono nel frattempo moltiplicate, come anche le perplessità sia sull’oggetto (il progetto), sia sulle modalità di conduzione dell’operazione.
La mia disamina sarà quindi articolata in tre parti.

Prima parte.
Come è nato questo progetto? Qual è la sua genesi?
Tutto nasce dall’Associazione RES Ricerca Educazione Scienza, una “Associazione […] apartitica, non ha fini di lucro ed è costituita per operare nella società con il proprio apporto manuale e intellettuale, per una crescita armonica della vita sociale, culturale, comunitaria ed economica, per una educazione innovativa e per la diffusione di una cultura scientifica e tecnologica, nel rispetto e nella tutela dell’uomo e dell’ambiente”.
L’architetto Nathalie Grenon Sartogo è il Segretario generale di questa associazione.
Leggendo i vari articoli sulla stampa nazionale pubblicati al riguardo si fa fatica a capire la genesi di questa operazione e quindi, onde evitare equivoci al riguardo, riportiamo la descrizione della nascita di questa operazione descritta sul sito dell’associazione dal suo presidente Raffaella Morichetti:
“Dal 2005 RES sostiene varie iniziative sul tema della città sostenibile, in particolare il Progetto Pilota “Coltiviamo la città”, che prende forma nel quadro dell’Agenda 21 dopo gli Stati Generali di Roma Capitale.
A una prima conferenza urbanistica sul futuro della nostra città, tenuta l’8-9 aprile 2010, fa seguito l’invio di un progetto RES a Roma Capitale per la partecipazione della società civile alla città sostenibile.
Non ricevendo risposta, nel quadro dell’Agenda 21 l’iniziativa viene sviluppata con l’arch. Nathalie Grenon, Segretario Generale dell’Associazione, nel Progetto “Coltiviamo la città” per intervenire in punti critici del territorio nell’ottica della riqualificazione ambientale e con il beneficio della massima sinergia in ogni Municipio. Nel 2011, in riferimento all’adesione del Comune di Roma all’Agenda 21, il III Municipio (ora II) condivide all’unanimità in una seduta di Giunta il Progetto Coltiviamo la città elaborato avvalendosi della consulenza a titolo gratuito dello studio Sartogo, in quanto finalizzato al recupero di aree degradate e/o in stato di abbandono da trasformare in aree verdi a servizio della qualità della vita dei cittadini”. (tratto da http://www.associazioneres.org)
Ricapitoliamo.
Un progetto RES viene mandato a Roma Capitale nel 2010 che non ottiene nessuna risposta, nessun seguito.
In virtù di ciò viene sviluppata ulteriormente l’iniziativa (seguendo i dettami dell’Agenda 21) dall’architetto Grenon.
Nel 2011 a seguito dell’adesione da parte del Comune di Roma all’Agenda 21 il progetto “Coltiviamo la città” (realizzato con la consulenza a titolo gratuito dello studio Sartogo) viene presentato ad una seduta della Giunta del III Municipio, oggi II.
Nel febbraio 2014 inizia il battage pubblicitario di questo progetto che all’apparenza non esce come una consulenza, ma come un progetto redatto dallo Studio Sartogo & Grenon associati, perché quella è la firma unica in calce ai disegni che sono diffusi sulla stampa.
Si tratta quindi di un progetto o di una proposta fatta a titolo gratuito per l’Associazione RES che sta cercando dei finanziamenti e la possibilità di essere recepito (questa volta come incarico professionale) dal Comune di Roma?
E cosa farà il Comune di Roma e la sua Giunta?
Continuerà la meravigliosa attività del suo predecessore nel dare incarichi (consulenze, progettazioni?) per realizzare opere pubbliche a professionisti a titolo gratuito?
Il progetto, nel frattempo è uscito dallo studio di architettura Sartogo-Grenon e da fonti giornalistiche, sembra debba costare la bellezza di 21 milioni di euro di cui 4,5 milioni a carico di Roma Capitale.
E qui iniziano le domande, tante.
C’è stata effettivamente una vera partecipazione cittadina alla costruzione di questo progetto o invece la partecipazione è stata solo quella della presentazione del lavoro in alcuni incontri post progetto?
Insomma, mi piacerebbe almeno vedere e leggere i documenti relativi al processo partecipativo della cittadinanza e di come è stato portato avanti il progetto di ascolto (così come è stato, ad esempio, per il progetto della piazza di Testaccio) in modo da arrivare al perché di questa scelta.
E l’incarico a chi andrebbe, all’Associazione Res (associazione senza fini di lucro) o ai due professionisti? Oppure ad un certo punto il Comune con il suo ufficio tecnico farà un progettino con la consulenza (a titolo gratuito, ben inteso) dei due progettisti romani?
Questa è la prima domanda sul senso e le modalità dell’operazione che ci viene spontaneamente di formulare.
In tutto questo c’è un’altra questione che si intreccia, e a volte sfuma nell’altra, in modo poco chiaro: quella dell’abbattimento del tratto sopraelevato davanti alla Stazione Tiburtina: 450 metri di infrastruttura con relative rampe.
Il progetto della Stazione prevedeva la realizzazione di una piazza antistante e lo spostamento dei capolinea dei pullman sull’altro lato della stazione. Questo significa che la Stazione deve essere liberata, prima o poi, dal passaggio aereo del tratto antistante, una volta completato il passante sotterraneo della nuova Tangenziale.
Il Comune di Roma, sul suo sito istituzionale annuncia a febbraio 2014 l’avvio del processo partecipativo per l’abbattimento (denominato primo lotto) da iniziare nel prossimo gennaio 2015.
Dal sito si annuncia anche un’altra cosa, ossia che il progetto che dovrà uscire da questa operazione di partecipazione cittadina, dovrà anche prevedere: “il restyling complessivo della zona: il tratto della tangenziale tra Batteria Nomentana e la Stazione diventerà una strada di quartiere con due corsie (più una complanare), tre rotatorie, parcheggi a raso, un parco lineare attrezzato per i bambini e lo sport e una pista ciclopedonale fino a ponte Lanciani. Per la sistemazione definitiva del piazzale saranno coinvolti i privati”.
(tratto da: http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?contentId=NEW593754&jp_pagecode=newsview.wp&ahew=contentId:jp_pagecode).

comune di roma piano di assetto riqualificazione stazione tiburtina
Comune di Roma – Piano di assetto per la riqualificazione dell’area della Stazione Tiburtina, 1999.

Non si fa riferimento allo stanziamento, ma gli articoli usciti in quell’epoca parlavano di cifre intorno ai 6-9 milioni di euro già stanziati per questa prima demolizione.
Oggi si apprende, inoltre, sempre dai giornali, che “ha aggiunto Grenon – a maggio abbiamo incontrato l’esecutivo del sindaco, e gli assessori Masini e Caudo ci hanno detto che sono riusciti a bloccare gli appalti per la demolizione delle rampe a Ponte Lanciani e Tiburtina. Ora facciamo l’ultimo passo”. (tratto da IL TEMPO, 29 luglio 2014).
L’ultimo passo per cosa? Per questo progetto?
E questo progetto dove troverà i finanziamenti e come?
E chi li chiederà?
E dove andranno a finire i soldi già stanziati per la demolizione? E quei soldi già stanziati sono delle casse del Comune o fanno parte del progetto FS della Stazione Tiburtina?
E gli appalti bloccati per la demolizione sono stati già aggiudicati? Perché se così fosse forse il Comune dovrà iniziare a pagare delle penali e questi si che sarebbero soldi pubblici persi per annullare una decisione presa (bene, male, non è importante in questo passaggio), dopo anni di riflessioni e che viene buttata all’aria per non si sa bene cosa.
Insomma, l’operazione è confusamente complessa, ha bisogno di chiarimenti, di prese di posizioni chiare, di risposte limpide e precise, soprattutto da parte del Comune e del II Municipio.

Seconda parte.
Il progetto.
Partiamo dalla sua descrizione.
Il “tema” affrontato è quello di “Coltiviamo la città”, ossia la moda imperante in Italia di coltivare, nei luoghi più inquinati del nostro territorio, ossia al centro delle nostre città, orti e frutteti.
E qui inizio a fare delle riflessioni generali sull’argomento.
Con lo slogan che “coltivare è bello” perché è utile, si fa passare l’idea che gli spazi verdi possibili oggi per le nostre città possano essere solo quelli di carattere produttivo. Quindi il destino delle nostre città è quello di fornire insalate e pomodori coltivati ad altezza tubo di scappamento, o giù di lì, come se fossimo assediati dal nemico e ridotti ad una condizione di assedio e quindi di autoproduzione per sopravvivere. Assedio da cosa? Dalla campagna esterna che è al di fuori della città?
Ormai la risposta è univoca, se non si fanno orti non si può più pensare il verde urbano.
E noi italiani che siamo scappati dalle campagne perché la condizione di contadini non volevamo più sostenerla, ci ritroviamo come cittadini a zappare qualche centimetro di terra su una soletta di cemento armato.
Perché?
Le città sono per loro costituzione luoghi artificiali, non sono luoghi naturali, né luoghi da rinaturalizzare (è un controsenso) perché ciò significherebbe radere al suolo tutto, togliere le macerie e piantare le foreste.
Le città sono luoghi artificiali che hanno bisogno di altri luoghi artificiali che si chiamano GIARDINI.
La città ha bisogno di giardini, di luoghi dell’ozio, di bellezza, non di standard urbanistici o di operazioni che possono benissimo essere fatte in situazioni più consone. E qui mi riferisco alle frange urbane, a quei luoghi di nessuno dove la campagna arriva o si arresta e dove potrebbe avere un senso coltivare il cavolfiore.
La città ha altresì bisogno di strutture verdi che in qualche modo abbiano anche una rilevanza sul comfort ambientale. Un vigneto messo sul bordo di una ferrovia, per esempio, non ha nessuno impatto circa la possibilità di attenuare l’inquinamento che il passaggio di centinaia di treni al giorno provoca nell’ecosistema locale. Forse un filare di Tigli (alberi resistenti allo smog) con le loro chiome compatte e le foglie larghe si, può avere una piccola rilevanza nel protezione dell’immediato fronte urbano.
L’ultima considerazione generale è quella che mi porta a dire che vorrei che chi ha l’impellente bisogno di coltivare qualche cosa, andasse a coltivare le campagne, quelle vere, quelle che hanno reso famosi i nostri paesaggi, nella considerazione che forse un’operazione del genere sarebbe più rivoluzionaria, più potente perché andrebbe ad operare e mantenere e rigenerare e riproporre e trasformare e controllare il nostro territorio e soprattutto il nostro Paesaggio, famoso in tutto il mondo. Sarebbe una vera e propria rivoluzione paesaggistica.
Questo per esplicitare la mia posizione circa il progetto che prevede la realizzazione di orti, vigneti, frutteti, un mercato a chilometro zero ed altre attrezzature.
In effetti nel leggere le didascalie dei disegni pubblicati questo progetto sembra, oltre ad un catalogo di soluzioni molto diffuse, un decalogo del perfetto coltivatore urbano. Una sorta di spazio agronomico dove coltivare meli, ortaggi, viti ed altro.
Insomma una passeggiata in mezzo ad una “spiga di grano” (questa era l’immagine-suggestione del progetto) dove far passeggiare i nonni con i nipoti. Ma li avete visti i nonni di oggi? Agili e scattanti se ne vanno in palestra o in viaggio di piacere con le loro badanti del momento, dei nipoti non ne vogliono proprio sapere nulla ……

L’elenco continua con un meleto (meli a Roma? per esperienza personale ho provato a piantarli nel punto più freddo della città e vi assicuro che l’operazione è stata fallimentare – i meli hanno bisogno di freddo, non di isole di calore), un fruttaio con auditorium per conferenze, orti per le scuole, un parco per skate in mezzo all’area dove piantare gli alberi per i neonati, una operazione di rutelliana memoria (e qui l’immagine prodotta di questo ambito è abbastanza inquietante e scarna nei suoi risvolti espressivi).
Insomma tutto un elenco di interventi dal linguaggio orticolo-sostenibile.
Descritto in questo modo sembra quasi una meraviglia se vi piace l’approccio, ma in realtà l’esito formale è un po’ debole, ha molte incertezze che lascio al vostro giudizio.
Viene da domandarsi come sono stati risolti i problemi di viabilità di questo quartiere, come sono stati studiati i flussi del traffico e tutto ciò che riguarda proprio il funzionamento del tessuto urbano in relazione alla viabilità e sosta.
Mi permetto solo di fare un appunto, dei tanti possibili che mi saltano agli occhi: possibile che da un punto di vista espressivo si sia fatto riferimento, quasi da “copia ed incolla” ad una realizzazione che per noi paesaggisti è un pezzo di storia moderna, e non si sia fatto lo sforzo di ideare, realizzare un’idea formale diversa, personale?

orti copenaghen
Naerum Allotment Gardens di Carl Theodor Sørensen nei pressi di Copenaghen

Perché Roma dovrebbe avere una copia allungata, “strecciata”, di quello che è il Naerum Allotment Gardens di Carl Theodor Sørensen, nei pressi di Copenaghen, progettato nel lontano 1952?
E’ corretto, questo va detto, nella progettazione fare riferimento, studiare, proporre forme analoghe a esperienze passate che hanno avuto un certo successo, ma riproporre una struttura formale senza un passaggio critico di elaborazione è abbastanza discutibile. Forse bisognerebbe avere ben altre visioni che ti portano ad essere ricordato non come quello degli orti romani alla Sørensen.
Forse Roma meriterebbe progetti con capacità espressive originali, così come è successo dall’altra parte dell’Oceano con il lavoro di Piet Oudolf per quel meraviglioso giardino tanto evocato da tutti.

E qui veniamo alla terza ed ultima parte.

L’informazione.

A febbraio scorso, e poi a fine maggio, e adesso a fine luglio, i quotidiani nazionali hanno accolto nelle loro pagine di cronaca la notizia di questo progetto.

Se si leggono tutti di seguito gli articoli, anche quelli di testate on line, sembra che questo progetto sia stato ampiamente discusso, approvato, visto, digerito, finanziato, e soprattutto che la sua realizzazione è imminente, con il taglio del nastro prima dell’Expo’ di Milano 2015.

Un delirio.

Un delirio di parole, tanto che mi viene da pensare che ormai i progetti non si facciano più negli studi, ma che si sia prodotta un’altra possibilità del progetto, ossia quella che passa e viene costruita e realizzata quasi esclusivamente attraverso l’informazione.

Quindi la battuta che circola riguardo il fatto che ormai la politica non la fanno più i politici ma la fa l’informazione, la fanno i giornalisti, mi fa pensare che la stessa cosa può essere in qualche modo applicata al mondo della progettazione.

Un progetto potrebbe essere, per assurdo, svuotato di tutto: di iter, di discussioni e dibattiti pubblici, di approvazioni, di documenti, di passaggi tecnico-istituzionali ed essere catapultato direttamente nella realizzazione attraverso il passaggio nei media. Basta trovare delle parole ricorrenti, delle parole chiave tormentone e politicamente corrette, e qualche rendering, qualche immagine accattivante, fare l’elenco delle facilities, con appelli alla sostenibilità e al miglioramento della vita comune e il gioco è fatto: pubblichi il risultato, realizzi e costruisci.

Facile, no? Pensiamoci!

E poi perché, mi chiedo, generare confusione pubblicando a corollario degli articoli usciti non le immagini del progetto Sartogo-Grenon, ma le foto della High Line di New York, come se fosse la stessa cosa.

Non è la stessa cosa, l’operazione romana non è il giardino realizzato da Diller e Scofidio + Refro con Corner Field Operations e il paesaggista Oudolf per la famosa passeggiata verdeggiante.

E allora la cosa diventa forviante, l’informazione da’ una notizia raccontandola formalmente in un altro modo e chi non sa, chi non conosce, crede di ritrovarsi, un domani, a passeggiare a Roma su una cosa simile alla High Line. NO.

Al termine di questo lungo post voglio ricordare una cosa, ossia che una città come Roma non può fare progetti a singhiozzo, non può produrre risposte parziali che non tengono conto dell’organismo, che non tengono conto del funzionamento e del destino futuro di una infrastruttura urbana così importante. Il pensiero e la risposta non può essere il progetto di un piccolo tratto di un organismo che prima o poi sarà dismesso, ma c’è bisogno di un progetto articolato che per fasi restituisca alla città un altro luogo.

In tutte le più grandi città mondiali il tema della riconversione delle infrastrutture è molto sentito e studiato sempre nella sua complessità, non in una sezione così parziale (1700 metri su circa 7000), come nel caso della nostra Tangenziale.

Per anni, come ci ricorda un pezzo scritto sulla PresS/Tletter del 28 febbraio 2014 da Massimo Locci, sono stati fatti studi, progetti, tesi di laurea e convegni sul destino della Tangenziale, attraverso l’associazione “Amici del Mostro”. Un lavoro serio, a “cui hanno aderito numerosi architetti e intellettuali, per sollecitare un dibattito senza pregiudizi sul futuro della tangenziale. Proprio sulla scorta di positive esperienze internazionali, a Parigi e New York, di riuso di viadotti ferroviari e carrabili avevano proposto di realizzare un parco lineare e attivato un processo partecipativo con i residenti, con happening urbani, laboratori didattici nelle scuole, incontri all’In/Arch, esposizioni di progetti e tesi di laurea degli studenti di architettura, fino all’ottenimento nel 2007 di un parere positivo sull’ipotesi di un Parco Urbano da parte della Commissione Cultura del Comune di Roma”. (tratto da http://presstletter.com/2014/02/sopraelevata-di-san-lorenzo-di-massimo-locci/)

Locci si domanda alla fine dell’articolo, perché siamo il paese che deve azzerare le cose, perché dobbiamo sempre e comunque ripartire da zero e non fare tesoro delle esperienze effettuate e invece sprecare continuamente il lavoro intellettuale già in parte svolto?

E io domando, perché dobbiamo accettare un progetto simile che non è il risultato di un concorso, che non è emerso da una sana dialettica, che non è frutto di una giusta interrogazione sociale e culturale, ma è invece posto come unica possibilità di trasformazione di questo pezzo di città?

Perché il Comune non fa, come sarebbe normale che fosse, un concorso, magari internazionale, di progettazione?

Perché l’Ordine degli Architetti di Roma non dice nulla al riguardo?

Perché l’AIAPP (l’Associazione italiana degli architetti del paesaggio) tace, non si esprime, nel bene o nel male, al riguardo?

Sembra come se questo progetto sia la cosa migliore che Roma può avere e che tutti siano entusiasti e pronti a prendere la zappa in mano per realizzarlo.

Ma siamo proprio sicuri che sia così? Perché se così è, allora alzo le mani e mi congratulo con Sartogo e Grenon, pur rimanendo della mia opinione e con le mie perplessità.

Chiudo ritornando all’inizio di questo lungo articolo: questa non è l’High Line, purtroppo.

Cari lettori, colleghi, “cultori della materia”, appassionati, io ho detto la mia, ora sta’ a voi dire la vostra, perché in Italia, vi ricordo, vige il “silenzio assenso” e quindi non vi meravigliate se domani davanti alla vostra finestra appare inspiegabilmente qualche cosa di strano.

Sarà troppo tardi per parlare, per chiedere spiegazioni.

La parola perciò passa a voi.

p.s. l’articolo, per scelta, non pubblicherà le immagini del progetto recensito, ma vi invitiamo caldamente a prenderne visione per una completa informazione sul sito del quotidiano La Repubblica, nell’articolo pubblicato il 28 luglio 2014. Il link è

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/07/28/news/ex_tangenziale_ecco_il_progetto_dell_orto_urbano-92597847/

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25 pensieri riguardo “Questa non è l’High Line

  1. rileggo questo articolo dopo mesi e lo apprezzo davvero molto, purtroppo ancora adesso al Comune di Roma il bando per la demolizione è fermo in Segretariato e l’ Associazione Res continua lancia in resta a fare proseliti tra coloro che hanno potere, amano fare demagogici discorsi travestiti da ambientalismo. Mi domando se parlano di luoghi che non conoscono, infatti descrivono quel tratto stradale come “chiuso al traffico… paesaggio abbandonato” , mi rispondo che sicuramente non solo non conoscono i luoghi, ma non si chiedono neanche il significato di stazione ferroviaria di una capitale.. mi fermo qui, la saluto
    Emanuela, architetto (attonita ma non arresa)

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  2. Sono d’accordissimo su tutto! Ho visto la High Line di NY e ancora prima la Promenade Plantee a Parigi….sarebbe troppo difficile semplicemente “copiare” adattandoli alla nostra città questi due esempi così ben riusciti?! L’ennesima occasione sprecata…

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  3. É arrivata per mail un lungo commento di Lucilla Zanazzi che pubblichiamo di seguito

    Cara Monica, vorrei commentare più dettagliatamente la storia del progetto Grenon, anch’io da residente nel quartiere in cui dovrebbe attuarsi (abito in via Lorenzo il Magnifico, praticamente in bocca alla Stazione Tiburtina e quasi davanti alla famigerata tangenziale). Dal Febbraio 2014 ho partecipato a cinque “assemblee” indette per illustrare (partecipare) a noi cittadini direttamente interessati i due progetti di trasformazione e riqualificazione della zona. Assemblee molto partecipate e, diciamo, “accalorate”. Nella prima Orlando Corsetti, consigliere comunale preposto, mi sembra, dal Comune al restyling del piazzale della Stazione, ha presentato il progetto redatto delle Ferrovie di Stato che prevede, tra l’altro, l’abbattimento del tratto della sopraelevata davanti alla stazione stessa, accolto con grande entusiasmo del pubblico, alcuni a dire il vero solo, e a ragione, per liberarsi dalla tribù di “irregolari” che vi bivaccano sotto, anche se non considerano che tolto quel riparo non risolveranno il problema, ma se li ritroveranno per strada e davanti ai portoni di casa…è sempre stato il destino delle stazioni di essere una sorta di refugium peccatorum. Quindi felicità e sollievo anche per la prevista soppressione della tangenziale da Ponte Lanciani alla Stazione, pur restando un po’ perplessi sulle questioni delle rampe e del traffico locale. Invece completamente indifferenti ai giardinetti, alla strisciata di prato e alle alberature. I parcheggi vogliono soprattutto, come dire: badiamo al sodo, poche palle! Corsetti annuncia che la spesa sarà di 9 milioni di euro e che i lavori incominceranno nel mese di Gennaio 2015; prima di concludere “butta lì” che è arrivato sui tavoli del Comune anche un nuovo progetto presentato da un’architetta canadese che si rifà alla High Line di New York. Gioisco e faccio un piccolo intervento a favore, il pubblico rimane indifferente. Dopo pochi giorni l’architetta Nathalie Grenon ( è lei l’architetta canadese, anche se da anni residente a Roma) presenta il suo piano in una libreria di San Lorenzo e lì rimango un po’ basita vedendo un progettino tutto impastato con orti urbani, proprio davanti alla ferrovia, una spiga di orticelli copiati da quelli di Soresen (ma quelli erano grandi e non sulla ferrovia) e tanti bei meleti, etc. Non mi dilungo. L’ho trovato molto brutto, vecchio (qui le mode arrivano sempre con molto ritardo), populistico e soprattutto non adeguato a una città importante come Roma. A questa riunione partecipano molte persone non di quartiere, associazioni come la RES, ma soprattutto quelle legate agli orti urbani e alla frutta in città. Introduce Fazuoli, quello della televisione, Tanti interventi favorevoli, nonostante abbia captato tra il pubblico perplessità e pareri negativi. Infastidita ho preso la parola per ultima esprimendo con una certa vivacità il mio dissenso, l’unico. La cosa che più mi stupisce è che tutti danno quasi per scontata la realizzazione, nonostante quelli del Comune ancora non ne sappiano niente. Nella terza assemblea, quella del Centro Scout di Via Sant’Ippolito, presente Gerace, presidente del II Municipio, e molto frequentata anche dalla “gente”, è finalmente, anche se marginalmente, presentato il progetto di cui si sta parlando ed è accolto con entusiastici Buuu buuu e credo che l’Architetta Grenon se lo ricordi bene, dato che era presente. Dunque non mi sembra che ci sia un gran consenso tra le persone che vivono nelle zone limitrofe, anche se questo dato non mi sembra proprio a loro favore… a Roma, purtroppo la gente non ha una grande consapevolezza della città che sta abitando e guarda solo il suo piccolo e immediato interesse, come se vivessimo in un paesello sperduto e non in una città tra le più importanti del mondo, sicuramente la più bella. Altra presentazione in successione nella sede del P.D, in via Catanzaro, sempre presente Gerace e anche l’assessore Estella Marino, tra il pubblico cittadini e molti rappresentanti di associazioni di quartiere. Neppure qui grande entusiasmo e molte perplessità. Poi nella Parrocchia di Santa Francesca Cabrini.. e infine Orto Botanico con tante autorità, ma soprattutto il sindaco Marino che entusiasta (ma lui com’è noto non si intende di giardini, ma di chirurgia e si è visto) dice che immediatamente bloccherà il progetto delle Ferrovie di Stato a favore di questo. Tutto ciò per spiegare che non c’è tutto questo consenso popolare e voglia di coltivar mini-orti di quartiere, come asserisce la signora Nathalie Grenon.

    Tralascio le questioni burocratiche e deontologiche perché non sono di mia competenza, invece mi vorrei permettere un commento sul progetto.
    Anch’io faccio parte della schiera contraria alla demolizione del mostro (a parte i 450 m. davanti alla stazione, che capisco), penso che sia troppo costosa e lo smaltimento quasi improponibile, è lì dal 1970 e ormai fa parte del paesaggio e comunque ormai in tutte le città del mondo si preferisce trasformare piuttosto che abbattere e ricostruire. Non so se i quartieri su cui la tangenziale incombe sarebbero più belli senza, non riesco ad immaginarli… certo sarebbero bellissimi attraversati da questo nastro volante trasformato in giardino e lavorando molto sotto come raccordo tra i quartieri, pista ciclabile (comoda), alberature, attività varie, etc.

    L’ho sognato per anni come rudere moderno, tutto ricoperto di vegetazione, quasi una visione da Roma settecentesca e quando hanno incominciato a interrare le strade ho pensato che sarebbe (forse) stato possibile, poi l’High Line di New York a dar l’esempio.
    Mi aspettavo concorsoni, migliaia di progetti, una visione unitaria di tutto il tracciato… sapevo che da anni già ci stavano studiando all’Università… invece ecco l’unico progetto presentato, due chilometri e via. Certo, lo sapevo che non l’avrebbero sistemata tutta subito, ci vorranno anni e anni, ma pensavo che si partisse da un’idea unitaria. Neppure mi aspettavo frutteti e orticelli, proprio davanti alla ferrovia dove i treni alzano polveri sottili di una certa pericolosità e cubature in cemento, anche se ricoperte di “materiale organico”. Certo che a Roma in questo momento è molto di moda parlare di cibo, di verdure biologiche (in città?), di Km.O, etc., ma la ritengo una moda alla stregua di tante altre superate nel corso degli anni della mia non breve vita. Soprattutto non vorrei vedere cemento ancora… Se proprio gli orti debbono esserci che siano fuori, lontano dal traffico, nella campagna che contorna la città…Invece dei parcheggi (a pagamento con botte di 70.000 euro a loculo), vedrei una campagna di riduzione delle auto private, mezzi pubblici migliori e di conseguenza meno traffico e aria più pulita…la pista ciclabile (possibilmente non rosa) sotto la tangenziale, non sopra che mi sembra faticosissima e buona solo per chi deve allenarsi al Tuor di Francia.
    Sono sempre più convinta che il BELLO, inteso anche come armonico, sia più utile dell’utilitaristico, dell’immediatamente produttivo, che vivere sia meglio di consumare. Basta farsi un giro vicino ai cassonetti e ci si rende conto della quantità di roba che viene buttata vicino ai mercati rionali e ai supermercati , dove ogni giorno vengono accatastati quintali di verdure e alimenti scartati o scaduti… Stiamo sempre più avvicinandoci al modello di una Città Invisibile di Calvino.
    La città non dovrebbe rubare spazio alla campagna, sia come terreni da edificare sia come attività, dovrebbero collaborare e sostenersi a vicenda, dovrebbe diventare bello e sano vivere anche in città e produttivo lavorare in campagna. Tutte due dovrebbero diventare fonti di cultura e dato che la cultura non è solo il cibo, un agglomerato urbano dovrebbe dar più spazio all’arte e non diventare solo il grumo dove si annidano burocrazia e malessere. Potrebbe diventare un enorme giardino tra le case… non solo rose, ma anche rifugio di molte specie di piante e anche animaletti che non hanno più spazio tra le coltivazioni… povrebbe diventare un orto botanico, un luogo di conservazione, di studio e anche di divertimento. Così dovrebbe diventare la Tangenziale est del Comune di Roma e non sarebbe più costoso del buttarla giù tutta, dar lavoro a veri giardinieri, piacevole e istruttivo il passeggiarci… anche fonte di reddito per tutte le attività che potrebbero nascere sotto.

    Vorrei anche esprimere il mio pensiero sulla Stazione Ittiogenica a Gennaro, mio vicino di casa, presidente dell’ART e che purtroppo non conosco di persona. Ricordo com’era ancora 30 anni fa: un luogo magico. Ora è incolto, infestato, ricoperto di rifiuti, ma (vado spesso a vederlo) sotto sotto ancora vivo… ci sono ancora le lunghe vasche allineate, gli alberi, le opere in muratura purtroppo sono cadenti… Ebbene, la mia grande preoccupazione è sempre stata che ci mettesse le mani sopra il solito der comune de Roma e lo rendesse uno spazio impersonale, triste, igienizzato come è successo quasi sempre, come ora per esempio il giardinetto ottocentesco di fianco al Quirinale, che, oltre ad aver perso il suo fascino di square ombroso, ha già in se i segni del suo decadimento con i suoi pratini all’inglese a rotoloni già mezzi secchi…
    Potrebbe diventare il biglietto da visita della città per il viaggiatore che arriva a Roma. Un piccolo parco acquatico conservando intatte le sue strutture e la magia del giardino solo ripulito, ma con grande cautela. Le opere murarie ristrutturate potrebbero diventare servizi e avere il controllo delle frequentazioni, dunque niente bivacco. Sicuramente non ci vedrei un parco giochi per bambini… e chi porterebbe i propri pargoli a giocare davanti a una delle stazioni più importanti d’Europa? Ma se vorrai, caro Gennaro, potremmo riparlarne…

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    1. Lucilla, cercherò di mettermi in contatto con te al più presto. Insieme a tutti gli amici dell’associazione rinascita tiburtina ed agli altri comitati potremo organizzarci sempre meglio. Ciao e scusa per il ritardo nel riscontrare la tua lettera.

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  4. Intanto grazie alla Dott.ssa Sgandurra per questa lucida analisi tecnica. Finalmente al coro dei contrari alla voce dei comitati dei cittadini si aggiunge una voce esperta in materia. Come ha già ribadito Gennaro sono anni che i comitati Rinascita Tiburtina e Comitato cittadini stazione tiburtina oltre che i vari gruppi politici del quartiere di ambo le parti si sono spesi con tutte le forze per l’abbattimento. Dopo le promesse di abbattimento della sopraelevata fatte nel 2013 dagli esponenti dalla maggioranza che amministra Roma in vari incontri pubblici sarebbe davvero assurdo che tutto venisse messo in discussione in favore di un progetto che non è mai stato discusso con la cittadinanza.
    Credo che tutti i cittadini sarebbero favorevoli al verde (mele, pere, aranci, melanzane….) ma la sopraelevata deve venir giù.
    Nell’articolo non viene detta una cosa che per me è il vero punto debole del progetto Grenon… siamo sicuri che un punto verde affianco alla Stazione Tiburtina sarebbe un qualcosa in favore della cittadinanza? Quell’area ad oggi è il punto di incontro di varie comunità di disadattati dell’est Europa, dite che con qualche pianta se ne andranno o forse mettere alberi e piantine ne renderà più gradevole il bivacco?

    Sul costo dei progetti volevo far presente che realizzando box sotterranei sotto tutta la Tangenziale est la riqualificazione in superficie potrebbe essere tranquillamente finanziata

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  5. Buongiorno Monica,
    Ti scrivo anzitutto per ringraziarti per avermi fatto conoscere questo progetto di cui non ero al corrente e che, pur nonostate tutte i punti deboli (giustificati) che descrivi nel tuo articolo, mi mette piuttosto di buon umore.

    In effetti il tuo punto di vista critico, sia sulla nascita del progetto, sia sul progetto stesso, che sull’informazione intorno ad esso, é in larga parte condivisibile.
    Tuttavia mi piace sempre guardare al di là dei punti negativi, e non si puo’ negare che un’operazione del genere abbia un enorme potenziale da esplorare.

    Certo se ci si interroga e si resta a riflettere sul COME é nato questo progetto, si potranno trovare mille ragioni per alimentare una critica e una discussione che potrebbero restare sterili. A me piace semplicemente pensare che E’ NATO (e questo mi rende, nonostate tutto, allegra)!!! E nato in Italia uno sguardo aperto e in linea con l’attualità, in linea con quello che sta succedendo negli altri paesi d’Europa, E nato in italia una discussione sulle tematiche legate all’agricultura urbana.
    E tutto questo é bellissimo, é IMPORTANTISSIMO. Perché vuol dire che anche da noi, seppur con le formule, i modi e i metodi tipici del nostro Bel Paese (non mi soffermo su questo punto), seppur con la crisi, seppur con tutti i problemi che ci possono essere oggi in Italia, stiamo ‘facendo paesaggio’, ma soprattutto ‘siamo immersi e risentiamo del clima e delle tematiche che animano il progetto di paesaggio a livello europeo, ma anche ‘mondiale’ (come tu stessa hai fatto notare, questo progetto viene paragonato alla High Line, negli USA).

    Per questo non voglio qui portare giudizi formali sul PROGETTO in sé. Certo si vede un chiaro riferimento a Sorensen (ma chi nei sui progetti non é mai caduto in questa semplice tentazione? -difficilissima da reinterpretare e riproporre, tra il resto-) ma anche ai ben piu contemporanei West8 a Madrid. A parte la forma, a parte i riferimenti, si sta parlando di un qualcosa di cui non si parla ancora abbastanza: cosa fare dei nostri beni dismessi, come rivalorizzarli e reintrodurli in un nuovo dialogo con la città, al servizio dei suoi abitanti. In questo senso il paragone con la High Line non mi sembra poi cosi sbagliato, poiché in entrambe i casi si parla del recupero di una infrastruttura viaria dismessa rivisitata e reintegrata nelle dinamiche urbane come spazio pubblico. ( a prescindere che questo spazio pubblico sia un giardino piuttosto che un orto urbano piuttosto che un terreno di sport o altro).

    E per finire, credi che forse possiamo ancora sperare che questo non sia altro che un punto di inizio? Una prima riflessione progettuale (un meta-progetto appunto, come dice Locci) che si allinea con i bisogni della città contemporanea, che si inserisce in modo intelligente in un discorso strategico di livello nazionale (l’EXPO 2015), che potrebbe ricollocare Roma nel paesaggio delle città europee contemporanee che propongono progetti di qualità, anche dal punto di vista dell’architettura del paesaggio.

    Certo bisogna sperare e collaborare affinché questo progetto, come ben dici tu, non venga catapultato dai media al cantiere senza fasi intermedie. Per questo ti chiedo : come si potrebbe fare? hai mai pensato di diventarne parte attiva ? (che ne so di alzare il telefono e chiamare il Comune, o gli enti interessati, di provare a incontrarti con i Progettisti che hanno ideato questa prima ‘proposta formale’ per la tangenziale? ) Hai un bagaglio di conoscenze enormi, una cultura profonda , in piu’ sei del territorio, di Roma, perché non pensare di migliorare il progetto apportando il tuo punto di vista, le tue competenze e le tue conoscenze?

    I metodi italiani sono una porcata (questa é una delle ragioni che mi ha fatto lasciare l’Italia), come possiamo, nel nostro piccolo, contribuire a un cambiamento? Come dare voce alla denuncia del tuo articolo? Come poter avere un progetto evolutivo, integrato, meditato, e non ad un mostro catapultato nella città dall’oggi al domani?

    Un grazie ancora per il tuo intervento
    Annalisa

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  6. Perché meravigliarsi di questa vicenda? Quando mai a Roma (e non solo) si premia la professionalità tramite concorsi? Questo è un piccolo specchio del nostro paese. C’è tutto: disinteresse per la cosa pubblica, scarsa cultura all’interno della classe politica e amministrativa e anche all’interno degli ordini professionali. Le cose sono sempre andate così, e non cambieranno mai a mano che si ricominci da capo con un processo di educazione che parte dalle nuove generazioni, insegnando che uno spazio pubblico è uno spazio di tutti, non uno spazio di nessuno. Questi concetti non si possono spiegare a un amministratore della cosa pubblica. Se non glielo hanno insegnato a scuola, non lo capirà, o non farà in tempo a capirlo che …… passerà la mano a qualcun’altro. E si ricomincia da capo. La storia delle opere a verde a Roma è un tragico romanzo. Mi sono impegnato in AIAPP per quasi trent’anni, altri l’hanno fatto prima di me, ma nonostante gli sforzi il risultato è assolutamente deludente. D’altro canto l’AIAPP ha sempre scelto di non schierarsi apertamente quando ci sono situazioni come queste, ed è questa la ragione per cui me ne sono allontanato. Sarebbe un discorso molto lungo, ma il succo della questione è nella premessa del mio intervento.

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  7. condivido totalmente l’analisi di monica sgandurra e rabbrividisco di fronte alla superficialità e alla banalità con cui viene affrontato un progetto così importante per roma. sembra quasi che basti soltanto mettere una serie di parole chiave (partecipazione, condiviso, orti, km0, verde, sostenibile, fitodepurazione, pubblico, fruizione partecipata, ecc) per toccare i tasti giusti e solleticare l’inspiegabile interesse di importanti testate giornalistiche. Tutto ciò è molto pericoloso. Ha ragione monica quando dice che è necessario far sentire la propria voce e la ringrazio per aver aperto questa importante finestra. Spero che le importanti testate si accorgano anche di questo.

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  8. Articolo interessante. Premetto che io non sono un “esperto”, ma credo che per commentare non serva esserlo, sennò sarebbe solo un dialogo tra esperti con tutti gli altri tagliati fuori. Primo punto, l’autrice comincia tessendo le lodi delle sue conoscenze sul progetto newyorkese. Per carità, ben venga. Felici di saperlo, ma detto questo come si dice a Roma “sti cazzi”. Credo che questa precisazione dell’autrice nasca da un grande fastidio nel notare come questi due progetti siano accostati sui media, cosa peraltro davvero fastidiosa questa dei paragoni, che però non giustifica un inizio della serie “le so tutte”. Lo poteva scrivere in calce al suo discorso, piccolo piccolo, come a dire: vi ho scritto queste cose perchè un pochino è la mia materia. Sarebbe stato più carino. ma cmnq questo primo punto è un peccato veniale. Questione di sensibilità. Passi. Secondo punto: trasparenza e partecipazione: non conosco da vicino la vicenda quindi non so dire, posso dire per altre cose che conosco (credo il funzionamento sia sempre lo stesso). Queste due parole sono ancora sconosciute qui da noi. E se pure metti a disposizione la trasparenza non sempre hai partecipazione. Sono dell’idea che però da qualche parte uno debba cominciare. Va bene presentare idee e progetti, sviluppare criticità nella gente. Però il fatto è che attorno a queste cose girano montagne di soldi (pubblici) che poi non si sa bene che fine fanno, dove vanno. A pensar male si fa presto. Terzo punto, e qui entro nello specifico del progetto. A me sta cosa di mantenere in piedi un pezzo di sopraelevata mi fa cagare. Non so se costa di più smantellarlo o riconvertirlo, ma cmnq se siete mai passati in quella parte di tangenziale (e lo stesso dicasi per la parte che sega in due san lorenzo) e avete provato come me a immaginarlo per un secondo senza quella merda eretta a uso e consumo dell’automobilista che ha tanta fretta di raggiungere roma nord da roma sud, bene, se ci avete provato credo che avrete avuto come me una sensazione di “liberazione” non indifferente. E questo non vuol dire che i progetti di riconversione siano tutti da buttare, affatto. Riconvertire è una azione architettonica che molto spesso restituisce dignità ad elementi di grande valore storico, patrimonio indissolubile della città. Chi non ha memoria non ha futuro. Ma dico io, non è che ci dobbiamo ricordare per forza di tutto, di pezzi obrobriosi della nostra storia come la tangenziale est, E credo che pure i residenti che affacciano su di essa non lo desiderino proprio. Credo. Punto quarto: gli orti urbani. In italia nascono nell’immediato dopoguerra come reale alternativa al sistema produttivo industrializzato, spesso in forme di occupazione abusiva di suolo pubblico per ragioni di sussistenza. ricordo ancora un piccolo appezzamento tra i palazzi nel mio quartiere, un villino di campagna rimasto tra gli edifici nuovi dove abitavano due anziani che producevano gran parte di quello che consumavano. E vendevano pure fuori dall’uscio di casa. In molte zone della città, periferiche sopravvivono le cosiddette baracchette (esempio gli orti sotto il tronchetto roma-l’aquila) luoghi non luoghi dove c’è un mondo da scoprire, dove permangono sacche di resistenza contadina all’avanzare della città (si, anche le 2014). Ma questo è un fenomeno che delle ragioni storiche. Inutile dire che adesso “l’orto urbano va di moda”, e questa cosa di regolarizzare una forma di sostentamento (che non sarebbe più tale) che invece è per sua natura spontaneo e di piccole dimensioni mi pare davvero fuori luogo. L’idea è per tutti, se avete tempo voglia e necessità, ma soprattutto spazi adatti (un condominio spesso non ne ha o ne ha pochi) fatelo. Ma farne una idea “massiva” mi pare proprio sciocco. Gli orti urbani presenti sul territorio pubblico spesso sono gestiti da associazioni o cooperative, magari tentando riqualificazioni di aree verdi preesistenti di modesta metratura. A Roma mancano giardini curati , piazze decorose, luoghi piacevoli di socializzazione. Degli orti sinceramente non so che farmene. Poi un progetto così su larga scala….mah. Condivido l’obiezione di Lisa Francovich invece sui flussi di traffico, che dovrebbero essere la fine del ragionamento, di un ragionamento su un riassestamento del tessuto urbano e non la premessa. Su questo non ci piove. Detto questo, a me sto progetto non piace per niente.

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  9. Grazie a Monica Sgandurra per questo articolo.
    Sottoscrivo ogni parola.
    Poco da aggiungere.
    Il progetto (ma lo è?) non mi sembra all’altezza, superficiale, ingenuo, sciatto e non sembra in alcun modo pensato per innestarsi nella realtà in cui dovrebbe sorgere.
    Constato con amarezza quanto sia difficile in Italia sviluppare seri dibattiti relativi alle trasformazioni urbane e quanto le nostre amministrazioni considerino i concorsi uno strumento inutile, a Roma come a Bologna.

    http://www.architetti.com/concorsi-di-architettura-uno-strumento-da-usare.html

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  10. E vorrei aggiungere che il progetto per la Tangenziale in oggetto è anche mal rappresentato!! Un giardino, perchè questo è quello che dovrebbe essere sebbene la sua estensione, non può essere rappresentato e costruito “con l’accetta”, manca totalmente di poesia e di integrazione con il luogo. Ovali, ma perchè? Almeno scopiazzare rielaborando…

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  11. Anch’io, da semplice lettrice e appassionata della materia, sono d’accordo con Monica. E’ strano che un progetto del genere, riguardante una capitale, non passi attraverso un concorso. E’ strano che rientri in un piano di sostenibilità l’insalata al monossido di carbonio. E’ strano che il punto di partenza per partorire tale progetto non sia Roma, ma un altro luogo (New York). E’ strano un meleto a Roma (se penso ad un frutteto, da associare a Roma non posso non ricordare il romantico giardino degli aranci). Ciò che non è strano è che tutto questo possa accadere in Italia.

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  12. Condivido tutte le perplessità e dubbi sull’ennesima operazione madiatica milionaria di cui Roma non ha certo bisogno! Abbiamo le sponde del biondo Tevere ridotte ad accampamenti e discariche per disperati di mezzo mondo…..tra l’altro il servizio dei battelli turistici è miseramente fallito (unico caso in Europa) anche per questo motivo! Abbiamo chilometri di splendide mura aureliane che potrebbero essere trasformati in un meraviglioso parco lineare (con tanto di ciclabile) e che invece sono solo (a parte piccoli brandelli) usate come spartitraffico! Potrei continuare a lungo sui sogni e progetti che questa città si meriterebbe….ma mi fermo soprattutto per dire una cosa su questo assurdo progetto: ma l’acqua dove la prendono per creare tutto ciò?? Vogliamo scherzare….in una città dove dei semplici impianti di irrigazione per spartitraffico durano pochi mesi adesso vogliono fare un acquedotto sulla tangenziale? Chiudo e chiedo che il mostro della tangenziale venga demolito e sostituita….. per rivedere al suo posto dei bellissimi viali alberati.

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    1. Massimo, in che modo chiedi che venga demolito il mostro? Hai già intrapreso delle iniziative (raccolta firme, esposti, …)??? Con altri residenti vicino al piazzale della Stazione Tiburtina ci stiamo attrezzando per … fare qualcosa. Il progetto della GRENON è in una fase molto avanzata e corriamo il rischio di essere esclusi dal “processo partecipativo” che sembrerebbe già avviato. Il modello Grenon è già esposta alla Casa della Città presso l’Ufficio del Patrimonio. Se vuoi ci confrontiamo.
      CIao

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      1. Gennaro……in che modo io voglia demolire la sopraelevata non conta molto l’importante è che si butti giù come era stato promesso qualche anno fa in vista dell’inaugurazione della nuova Stazione Tiburtina! Se c’è da dar battaglia noi di Respiro Verde Legalberi siamo in prima fila (lo abbiamo fatto per la pineta di Villa Massimo,contro gli abbattimenti della Metro C,per salvare i platani secolari di Villa Borghese…….). Certo che vogliamo confrontarci……fammi sapere dove,come e quando. Ciao

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  13. Gentile Monica,
    da profana (lavoro in un ente di ricerca ma non sono architetta/urbanista/ecc) trovo il suo articolo non condivisibile. Proverò a dire perchè, seguendo i punti messi in rilievo da lei:
    1- Partecipazione e ascolto. Anche a me non è chiaro quale è il percorso partecipativo del progetto, ma so, perchè ci sono andata, di varie occasioni pubbliche durante è il quale è stato presentato. Il loro sito web http://www.associazioneres.org/ mi sembra anche andare nella direzione di diffusione delle informazioni e non mi pare che di per sé il fatto che uno studio si costituisca anche associazione e proponga un lavoro sia una operazione dittatoriale. Insomma, chi inciucia non è così trasparente. Anzi mi sembra una azione di per sé partecipativa. Bisogna anche dire che i processi partecipati non si improvvisano, e una singola associazione difficilmente li può realizzare, perché costosi e lunghi. Dall’altro lato, non mi sembra che il progetto del comune proposto dal municipio per fare parcheggi nei dintorni della stazione Tiburtina abbia brillato per coinvolgimento cittadino, ad esempio. Oltre ad essere un progetto con pochissime aree verdi, e quindi ancora molto vecchio stile, direi portatore di un approccio che oramai è superato, basta aver viaggiato un minimo per capirlo.
    2- Chi realizzerà il progetto: lo studio Grenon? Non lo so. Ma guarderei un attimo alla sostanza: il progetto del comune per i dintorni della Tiburtina (https://paesaggiocritico.files.wordpress.com/2014/08/comune-di-roma-piano-di-assetto-riqualificazione-stazione-tiburtina.jpg) riguarda una area MOLTO più ristretta del progetto Tangenziale EST. Per questo ha costi più bassi. E darebbe lavoro a meno persone. Certo, bloccare un percorso (che realizza parcheggi) per far partire di gran carriera un altro progetto che prevede una enorme cintura verde non è lineare, bensì caotico e confusionario. Ma io preferisco il secondo obbiettivo al primo.
    3- Orti o giardini? Nel progetto Tangenziale Verde ci sono entrambi. Non è particolarmente gentile dire a chi ha voglia di coltivare la terra di andarsene in campagna. Non tutti possono farlo. Invece è utile osservare quello che avviene all’estero: ad esempio in Germania è pieno di orti urbani. Così si rigenerano le città.
    4- l’obiezione che bisogna ragionare sul traffico della zona, la condivido fino ad un certo punto. E’ una posizione molto conservatrice: prima il traffico, poi tutto il resto. Sarebbe l’ora di invertire le priorità: prima le persone, il verde e la mobilità leggera, e poi infrastrutture per il traffico (parcheggi, sopraelevate ecc…).
    4- Gli amici del Mostro fecero un ottimo lavoro, ma non riguarda il tratto della Tangenziale Verde (e lei non lo specifica), bensì quello che passa dentro il quartiere di san Lorenzo. Purtroppo fu ignorato. Saremmo stati felici (io personalmente abito a S. Lorenzo, si figuri) che avesse raccolto maggior successo presso gli amministratori locali e maggior finanziamenti. Proprio per questo mi auguro che invece per la Tangenziale Verde questa cosa accada.
    5- un albero per ogni neonato non c’entra niente con Rutelli, mi dispiace. Rutelli lo fece proprio ispirandosi a bellissime esperienze in Italia e all’estero. Ma di lui ci possiamo scordare senza rischiare niente.
    6- i MEDIA: certo anche io ho notate un profluvio di parole e la pubblicazioni di immagine errate e non legate al progetto Tangenziale Verde. Ma questa non è una colpa addossabile a chi ha steso il progetto, che sul proprio sito non ha messo nessuna foto dell’ High Line (e forse nemmeno lo citano).

    Infine non ho apprezzato i primi 6-7 capoversi in cui lei ci vuole convincere di essere tra i maggiori esperti di High Line. Per poi non aiutarmi nel capire in cosa si distinguerebbero i due progetti, oppure cosa ha permesso all’High Line di avere successo e cosa no. Insomma, quello che lei sembra dire è “io si che sono una esperta, voi non potete capire”. Che sinceramente trovo un atteggiamento inutile, antidemocratico e profondamente conservatore. Mi sarei fata una buona opinione delle sue competenze, se lei fosse riuscita a far capire qualcosa di sostanziale a tutti noi circa questi due progetti.

    Lisa Francovich

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    1. Lisa, sono un dirimpettaio del “mostro”. Abito in Via Lorenzo il Magnifico e posso parlare con cognizione di causa. Da diversi anni con gli amici dell’ASSOCIAZIONE RINASCITA TIBURTINA stiamo cercando affannosamente di migliorare le condizioni di vita nella nostra zona.
      Nelle prossime settimane, nonostante il periodo vacanziero, ci batteremo ancora per attivare tutti gli strumenti legislativi (esposti, istanze, ….) per cercare di entrare a far parte del PROCESSO PARTECIPATIVO, che finora partecipativo non è stato (il modellino della GRENON è già esposta alla Casa della Città dell’Ufficio Patrimonio).
      Siamo ovviamente in contatto anche con i componenti della Giunta Municipale, forti di una RACCOLTA FIRMA, che al momento è ferma ad 800.

      MI piace molto l’idea di rinverdire il tratto che va da LARGO LANCIANI a VIA MICHELE DI LANDO e quello che va dallo SVINCOLO STRADA DEI PARCHI a SAN GIOVANNI e mi farebbe piacere che i residenti di queste zone sposassero tutti l’idea. Io personalmente appoggerei simili iniziative.
      Però, da residente del PIAZZALE EST della STAZIONE TIBURTINA, farò di tutto per veder abbattuti i 450 metri della sopraelevata del piazzale.

      Sarà difficilissimo e non sono ottimista, ma proviamoci.

      Sono pronto a fornirti tutti i miei recapiti e quelli dell’Associazione Rinascita Tiburtina, se vorrai darci una mano e mi farà piacere se mi metterai in contatto con altri soggetti interessati.

      Una domanda: “conosci lo spazio dell’EX ITTIOGENICO”?
      Un’Area dal passato importante (vedi cinematografia LUCE su YOU TUBE), che in tantissimi continuano ad ignorare. Ebbene, non si è riusciti a sistemarne i giardini ed ora si è convinti di arredare con il verde, orti o giardini che siano, iniziali 2 chilometri per poi addirittura arrivare a 6?
      Ci stiamo battendo da anni per recuperare l’EX ITTIOGENICO e per il momento siamo riusciti solo a farlo periodicamente sgomberare dai vari occupanti abusivi, che contribuiscono tra i tanti a degradare la zona.
      Se l’EX ITTIOGENICO non verrà recuperato, non si farà altro che decorare il degrado e credo che il degrado non possa essere decorato.

      Spero davvero di potere unire il mio impegno al tuo e grazie all’attività delle Associazioni e Comitati dei Cittadini giungere alla migliore delle soluzioni condivise.

      Ci teniamo in contatto?

      Ciao e grazie dell’attenzione

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      1. Grazie per la tua risposta, civile, saggia e aperta.
        Concordo che sia bene abbattere la parte sopraelevata e concordo sul fatto che il progetto della Grenon debba essere (non so se lo sia) pensato in moda da essere sicuro e che tutto non scivoli nel degrado peggiore. Non so come si debba fare. Spero solo che quel tratto di tangenziale non sia trasformato in parcheggi. E sono grata al progetto Tangenziale Verde per aver immaginato qualcosa di così bello per Roma. Se poi invece degli orti si fa una zona verde a bassa manutenzione va benissimo. Credo si DEBBA andare verso un compromesso tra il progetto Tangenziale Verde e le criticità di una gestione non facile di questo genere di spazi (costi, delinquenza, ecc…).
        Ma cominciamo per favore a pensare questa città DIVERSA da adesso, senza farsi la guerra tra cittadini!
        ciao!

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  14. Credo che la questione Tangenziale, si sia allontanata molto dal pubblico, inteso come comunità o forse non è mai partita, come tu puntualmente ricostruisci. Il punto di vista dell’italiano rispetto a temi “esotici” appare sempre più come lo specchio chiaro di ‘Alberto Sordi in “Un americano a Roma”. Questo nostro modo di rileggere e rimodellare la cultura americana a nostro piacimento,(scuola, concorsi,ecc) si mostra sempre come un boomerang penoso. Ma siamo sicuri che alla gente interessi davvero un progetto di qualità per Roma? …Perchè questi temi non arrivano alla gente? Ma soprattutto mi chiedo da sempre: perchè non si grida mai allo scandalo di fronte a brutti giardini, paesaggi e parchi progettati?..perchè comunque un giardino è sempre bello?? bleahhh!!

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  15. Ringrazio Monica per aver avuto la voglia di indagare a fondo su questa strana storia.
    Mi associo alle sue richieste di chiarimento non senza approfittare dell’occasione per richiamare il dubbio profilo di sostenibilità delle proposte: sia per la sconcertante scelta del meleto ma soprattutto per l’imponente presenza di spazi di servizio ipogei che, seppur con una mano di “vernice verde” in copertura, rimangono pur sempre propriamente edifici. Con il loro inevitabile “peso urbanistico” del tutto trascurato.

    Sarò un “gufo” ma il termine “Architettura” ho proprio difficoltà ad applicarlo per questa che chiamerei solo una pericolosa avventura.

    Carlo Valorani

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  16. Cara Monica, Hai fatto un lavoro fantastico, totalmente condivisibile,spero ci sia il modo di farlo. Grazie e spero di rincontrarti presto Valeria grilli , Inviato da iPad

    >

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