La libertà del Terzo paesaggio – di Andrea Facciolongo

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Testo di Andrea Facciolongo
Foto di Francesco Tonini

Dovremmo essere tutti d’accordo nel constatare che il Manifesto del Terzo paesaggio sia un libro ben riuscito; non sono poi molti i testi così brevi quanto intensi capaci di far discutere animatamente sostenitori e detrattori. A ciascuno la sua idea, come è giusto che sia.
Occorre comprendere, però, che il senso della discussione non può essere univoco, soprattutto quando c’è di mezzo un autore come Gilles Clément.
Generalmente il Terzo paesaggio è oggetto di discussione in relazione alla sua spendibilità progettuale e alla sua praticabilità effettiva. In questo senso dobbiamo riconoscere che la proposta di Clément non è certo priva di contraddizioni. Può davvero lo spazio indeciso costituire una base per una diversa progettazione del paesaggio? É davvero possibile elevare a modello l’incolto e l’abbandonato che trovano il loro senso ultimo proprio nella marginalità? Si può pensare ad un progetto che faccia luce su ciò che è oscurato? Sembrerebbe di no. D’altra parte è lo stesso Clément ad ammettere il fatto che istituzionalizzare il Terzo paesaggio significa negarne il suo potenziale critico. E nei luoghi in cui l’abbandono è autentico resta ben poco da progettare. Ciò che emerge non è più nascosto e ciò che non è nascosto non è marginale. Insomma, il Terzo paesaggio che si fa progetto rischia di annullarsi in se stesso. E questo è un bel problema… .
Fortunatamente il discorso non finisce qui. L’aspetto progettuale non è l’unico spazio di discussione e, forse, non è nemmeno quello decisivo. Troppe cose restano fuori da questo orizzonte.
Occorre chiedersi, infatti, se le domande sulla sua agibilità pratica rispondano pienamente alla complessità della proposta di Clément. Il paesaggio non è soltanto un universo di progettazione. Proviamo invece a considerarne la natura in base alle nostre disponibilità emotive. Vediamo, cioè, le cose da una prospettiva diversa. Ribaltiamo la questione e non domandiamoci cosa possiamo fare del Terzo paesaggio ma che cosa questo possa fare per noi.
A differenza dell’ambito progettuale, se osseriviamo le cose dal punto di vista dell’etica, il Terzo paesaggio riesce ad esprimere tutto il suo potenziale critico. Anzi, si potrebbe affermare che è proprio nell’etica che esso sprigiona la sua ricchezza concettuale. Basta ripercorrere alcune tappe del Manifesto per rendersene conto: in primo luogo le friches, le erbacce, o tutto ciò che sotituisce rifugio per la diversità (sia animale che vegetale) scacciata. Commette un errore chi sostiene che esse non siano dotate di alcun valore specifico; le erbacce sono la dimora di specie e di corpi viventi; in esse si manifestano e si propagano delle vite. Ed è proprio in virtù del riconoscimento della vita altrui che le erbacce devono essere oggetto di valorizzazione etica da parte nostra; sono specie viventi che accologono i viventi.
Una simile constatazione vale anche per un’altra nozione di estrema importanza, quella dello spazio indeciso. Tradizionalmente siamo abituati a pensare e a progettare in termini specifici e determinati. Qui dobbiamo fare questo, qua dobbiamo fare quest’altro. Lo spazio indeciso, non rispondendo alle logiche della progettazione, favorisce una situazione caotica, mette in difficoltà; ma ciò non implica in alcun modo l’impossibilità di dotarlo di valore. Gli spazi indecisi sono, infatti, gli spazi di tutti e rispondono a qualunque tipo di esigenza. Non si tratta di aree (più o meno vaste) da riempire ma semplicemente da considerare. Esse accolgono ogni genere di diversità, anche la diversità umana, coloro che sono scacciati dalle piazze dei centri storici perchè ritenuti incompatibili; con i caffè e le vetrine. Eppure si tratta di esseri viventi. Non ci risulta,invece, che ristoranti e negozi abbiano una collocazione biologica.
L’ultimo punto da considerare riguarda più specificatamente la sfera del nostro agire, o meglio l’agire del giardiniere che Clément sembra sostenere con forza; il lasciar fare costituisce il proposito di liberare le erbacce dall’influenza, spesso eccessiva, della nostra attività progettuale. Ma non si tratta di un escamotage dialettico. Il non-agire di Clément è il frutto di una volontà consapevole, quella del giardiniere planetario, che mira ad elevare a patrimonio universale la biodiversità presente negli spazi marginali per poterne riconoscere il valore di vitalità che essa possiede; si tratta allora di mettere in campo un’intenzionalità dichiarata, una scelta. Il non-fare, perciò, rientra pienamente nella sfera dell’agire morale proprio perché si propone come modello di azione.
Tutte queste ragioni, inducono a riflettere sul fatto che, se vogliamo rendere giustizia al pensiero/progetto paesaggistico di Clément, occorre considerare la provocazione morale della sua proposta ben prima di valutarne l’ immediata spendibilità. Il vero Clèment non è da ricercarsi nelle sue realizzazioni ma nel suo modello teorico. In questo senso Alain Roger l’ha giustamente definito il Deleuze del pensiero paesaggistico. É necessario, infatti, assumere un rinnovato attegiamento nei confronti di tutto ciò che ci circonda e restituire dignità all’intero contesto del mondo vivente. Nessuno escluso. Accogliere e non scacciare è l’imperativo di Gilles Clément.
Se stanno così le cose il Manifesto del Terzo paesaggio non può essere accolto come un tentativo fallimentare capace soltanto di produrre inutili pratoni, proprio perchè è in questi spazi che si produce un contesto biologico interessante. Occorre cambiare il nostro modo di agire nel paesaggio per valorizzare pienamente la biodiversità che esso ospita e per valutare in maniera diversa la qualità espressiva del paesaggio stesso. Si tratta di abituare la vista e tutti gli altri sensi a forme nuove e indipendenti dalle considerazioni storiche e tecniche del paesaggio.
Certamente si potrà obiettare che il risultato estetico ottenuto dalla promozione del Terzo paesaggio sia carente; ed è vero che di pratoni nel contesto paesaggistico italiano ne esistono in abbondanza ma è anche doveroso riordare che un rinnovato atteggiamento morale comporta sempre una nuova rivitalizzazione estetica delle cose. Così è stato per il paesaggio stesso che è uscito fuori dallo schema che lo ha voluto ridurre per secoli all’unico ruolo di componente di una rappresentazione artistica, proprio grazie a nuove considerazioni etico-estetiche. Chi nega questo e concepisce il Terzo paesaggio in termini di bruttezza e di sgradevolezza non coglie l’occasione di comprendere pienamente il lavoro di Clément e di uscir fuori dall’impostazione storicizzata della nozione di bellezza. Seppur con un linguaggio diverso, Gilles Deleuze aveva proposto di concepire l’estetica in termini di geografia dell’esistente, nella quale ad essere decisivo, ad avere valore, è il continuo flusso di scambio di esperienze con tutto ciò che ci circonda e non i modelli secolarizzati fondati sulla misura e sulla proporzione. Come nel caso di Clément ci troviamo dinanzi ad una proposta di liberazione dell’immaginario. Il Terzo paesaggio deve, prima di ogni altra cosa, essere pensato come sforzo di libertà estetica e di pacificazione etica con l’esistente.
Non confondiamo la bellezza con la gradevolezza visiva. Il bello non ha legami con alcun principio di utilità. Il bello, come già affermava Kant nella sua Critica del giudizio, è un pretesa soggettiva di universalità che mal si presta alla misurazione in forme e dimensioni.
Vale la pena di credergli, non c’è niente da perdere e molto da guadagnare.

le foto sono state scattate in Roma nell’area tra Pietralata e Monti Tiburtini

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