GIARDINI, PAESAGGIO UNICO – di Fabio Di Carlo

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Orto Botanico di Torino – foto Irene Cuzzaniti

testo di Fabio Di Carlo – Professore associato di Architettura del paesaggio nella Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”.

E’ possibile scaricare la versione in PDF di GIARDINI, PAESAGGIO UNICO che include note e riferimenti originali dell’autore.


Fabio Di Carlo – 10 ottobre 2013

GIARDINI, PAESAGGIO UNICO

PREMESSA
Vorrei con questo scritto sostenere le ragioni del giardino rispetto al paesaggio. Vorrei cioè, quasi come in una dissertazione, sostanziare l’idea di progetto, pratica e riflessione sul giardino come preminente rispetto a quelle sul paesaggio, anche al fine di una più ampia diffusione di sensibilità e conoscenza del paesaggio stesso. Avrei potuto intitolare in molti modi. Ad esempio “giardino versus paesaggio”, usando una formula molto di moda; oppure “ritorniamo al giardino”, usando un po’ di revanscismo. Con questo titolo propongo una provocazione, che non concerne un’ipotetica unicità di ambito di interesse, quanto l’ineluttabilità di un riferimento al progetto, alle dinamiche e alla pratica del giardino, come passaggio obbligato verso qualsiasi azione in direzione del paesaggio.
Un intento secondario è evidenziare un processo di crescente banalizzazione di alcuni aspetti della corrente cultura del paesaggio, connessi a una progressiva tendenza verso forme sempre più di distanti ed astratte, generiche. Quindi contrastare l’uso sempre più approssimativo che si fa del termine “paesaggio”, che è tale anche a causa della poliedricità del termine, che lo rende spesso tanto ambiguo da esser buono quasi in ogni occasione. “Giardino” è invece un termine assai più preciso e parlarne presuppone un grado di conoscenza che costringe chiunque una minore genericità.

SOVRAESPOSIZIONE
Questo è il primo dato: la genericità. Oggi quasi tutti parlano di paesaggio. Se ne parla come interesse scientifico o progettuale e in molti altri ambiti, come espressione di un’accentuata e diffusa sensibilità verso le tematiche ecologiche ed ambientali: il paesaggio è al centro di molti discorsi di tutti i livelli, dai quelli dei magazine ai riferimenti del nostro Presidente di un paio di anni fa. Perfino alcuni personaggi dei comici, come il celebre Cettola Qualunque di Antonio Albanese, che ironizzano chiaramente e drammaticamente sulle attenzioni incerte della società verso il paesaggio, a cui tutti si richiamano, ma che in realtà può essere facilmente sacrificato da mille comportamenti e interessi opposti.
C’è un riferimento reiterato a questi temi, vuoi perché è di moda, vuoi perché in molti vedono ovviamente una possibilità di ampliamento dei propri interessi e tutti usano questo termine in accezioni del tutto diverse, spesso strumentali; molti di questi ne sanno nulla o quasi, altri si appoggiano all’ambiguità del termine con grande facilità, per farne un uso appunto generico. Soprattutto spesso evitando ogni riferimento al progetto, come se invece il paesaggio non fosse uno dei principali risultati delle espressioni del fare umano. Credo proprio che se il paesaggio fosse una persona, un uomo politico ad esempio, potremmo dire che in questa fase stia rischiando una sovraesposizione mediatica da presenza eccessiva in troppi salotti e tavoli di discussione. Soprattutto ci preoccupiamo perché, come sappiamo bene, quando si è molto sovraesposti, è facile sparire con grande rapidità.
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Goteborg (SV), 2007. Immagini del Festival per la celebrazione dei trecento anni della nascita di Linneo.

ARTE DEI GIARDINI
Da sempre a chi mi chiede di cosa mi occupo, sono tentato di rispondere che insegno Arte dei Giardini, anziché Architettura del Paesaggio. E non solo perché sia nostalgicamente legato ai primi corsi che ho tenuto; neanche per una forma di snobismo verso i parvenu del paesaggio – talmente tanti in realtà da poter giustificare le dovute distanze – o per l’origine Beaux Arts del termine, che è non priva di un certo fascino. Ho sempre amato questa definizione perché lega in forma chiara, arte, tecnica e giardino; perché il termine “arte” richiama “artefatto”, cioè “fatto ad arte”. E ovviamente richiama anche “artificio” e tutto ciò che ha sempre significato il rapporto natura-artificio in Arte, nell’Estetica, così come nel rapporto uomo-natura-ambiente, un mondo di riflessioni assai ampio, ben rappresentato da molti autori, uno per tutti Gillo Dorfles. John Dixon Hunt fa risalire questo termine alla cultura italiana rinascimentale: «l’arte del giardino è l’apice d’una serie di coinvolgimenti umani nel loro ambiente, un’arte raffinata della sfera ambientale» .
Quindi una delle origini del giardino coincide con un’espressione artistica proiettata in un contesto biofisico, costretta a confrontarsi con qualcosa che va oltre il supporto inerte della tela o del marmo: la materia dell’Arte diviene la Natura stessa, l’opera è soggetta alle continue trasformazioni, lineari e cicliche, che le sono imposte dai processi naturali, a meno che l’intervento di artificio sia talmente assoluto da immobilizzare un assetto. Potremmo cioè distinguere le opere in cui sono le dinamiche naturali a modificare e rendere vivente ed evidente l’opera, che si pone quindi in forma adattiva, da quelle in cui l’azione di trasformazione è permanente, o tende a questa condizione. Per intenderci possiamo distinguere l’azione artistica nel giardino tra quelle che tendono maggiormente all’artificializzazione di un’immagine il più possibile stabile e permanente e le altre in cui è invece la componente naturale tende ad evidenziare alcuni passaggi creativi in forma più dinamica. Nei primi rientra certamente tutto il filone classico e neoclassico del giardino, ma anche le forme attuali di molti spazi pubblici urbani e molte delle espressioni della Land art, in particolare quando si tende ad una sublimazione per contrapposizione del rapporto tra oggetto e supporto. Nel secondo gruppo rientra ovviamente tutta la tradizione del giardino paesistico, nella sua accezione occidentale, con una serie di declinazioni che partono dal lavoro sul supporto orografico, fino alle sofisticatissime espressioni di alcune tendenze, come il New perennial, di cui il massimo esponente è Piet Oudolf , che a partire da un livello di avanzata conoscenza scientifica e tecnica delle piante, si esprimono con esse in forma artistica. In una posizione intermedia, raffinatamente ambigua, si collocano le esperienze dei giardini storici cinesi e giapponesi: artifici estremi di espressione di un’estetica complessa che tende ad una forma naturalistica, attraverso materiali naturali, che si cerca di rendere immobile, tale da poter essere osservata da prospettive diverse come una scultura, curata e conservata nel tempo. Tranne che, come nella villa imperiale di Katsura, non siano introdotti dei dispositivi estetici che spostano l’attenzione del fruitore per privilegiare alcune parti nel corso dell’anno.
Un ragionamento omologo può essere fatto sul piano filosofico e simbolico. Se, come ha affermato Pierre Grimal (L’arte dei giardini. Una breve storia), il giardino rappresenta il “filtro simbolico attraverso il quale gli uomini hanno sempre cercato di configurare il loro stesso rapporto con la natura”, il giardino permette forme del tutto particolari sul piano dell’espressione filosofica. E come Nabucodonosor a Babele e i Borromeo di Isola Bella manifestavano tutta la loro potenza, o il Vignola a Villa Lante a Bagnaia e l’Arcadia con il Bosco Parrasio raccontavano di alcuni passaggi culturali e filosofici, analogamente oggi si sperimentano nuove forme ed evoluzioni del pensiero, spesso del tutto opposte, che non ha caso parlano sempre del nostro modo di confrontarci con la natura ed abitare la Terra.
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Londra, 2011, Serpentine Pavillion, Peter Zumthor e Piet Oudolf

INFINITI PAESAGGI E UN SOLO GIARDINO
Il termine “paesaggio” è in se talmente carico di significati e declinazioni, da risultare poco utilizzabile ai fini di una comprensione univoca. Questa di certo è una ricchezza, ma rappresenta spesso anche un limite operativo. “Paesaggio” necessita sempre di aggettivazioni che rimandano a specifici disciplinari e di interesse a volte molto distanti, tanto distanti da non entrare quasi mai in contatto. Dobbiamo riferirci di volta in volta al paesaggio antropico rispetto a quello naturale, a quello urbano contrapposto a quello dell’agricoltura, a quello rappresentato o percepito rispetto a quello scientifico. Ad ogni aggettivazione poi si perde un po’ di genericità, ma si alleggerisce molto il suo peso, se ne limita il campo.
Nel rincorrere tentativi di definizione del paesaggio, molti si sono soffermati anche sulle differenze del termine nelle diverse lingue, per identificare anche degli atteggiamenti diversi proprio in derivazione da tali differenze. “Landscape – landschaft – landschap”, in quest’ottica determinerebbero un approccio diverso alle componenti proprie del paesaggio e al grado di artificializzazione umana, rispetto a “paesaggio – paysage – paisaje”, sottolineando più un approccio percettivo – e quindi più naturalistico – dei primi, rispetto a quello più connesso alle trasformazioni e all’artificio del gruppo neolatino. In un recente saggio di Pierluigi Nicolin, Urban Landscape, tali differenze giungerebbero anche a definire ambiti scalari e spaziali privilegiati differenti. In realtà, pur nel grande fascino della dissertazione sull’origine delle parole rispetto alla loro applicazione corrente, dietro la diffusione ormai globale di molte delle pratiche di paesaggio, rimangono delle differenze talmente sottili da essere poco significative.
In sostanza la definizione univoca è pressoché impossibile. Ciò forse è un bene ma resta quindi il compito difficile di trasformare tale complessità in un fattore di forza. In tempi recenti Zagari ha rappresentato questo panorama di posizioni, rifiutando il tentativo di una definizione univoca, e si è quasi prestato al ruolo di attento raccoglitore di questa pluralità, raccogliendole in un prezioso piccolo volume, Questo è paesaggio. 48 definizioni, che rappresenta altrettanti punti di vista, che forse oggi potremmo anche moltiplicare per dieci senza raggiungere un quadro definitivo.

“Giardino” invece è un termine unico, pur se sempre diverse sono le sue espressioni. A volte si utilizza il termine in una direzione amplificata verso lo spazio pubblico urbano, ma alcuni suoi caratteri rimangono fissi. Nelle sottili differenze di chi sottolinea di più il carattere simbolico, rispetto a quello estetico, il ruolo a volte terapeutico o quello meramente contemplativo, la natura prevalentemente botanica rispetto a quella architettonica, il giardino è un luogo inconfondibile.

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Porto, Museo e parco di Serralves

SCAMBI DI PAROLE
È interessante anche registrare come in determinati momenti della storia recente, in alcuni ambiti scientifici, si siano effettuate delle sostituzioni di termini per ridurre lo spazio di equivoci.
Jonh Dixon Hunt in un celebre articolo su Casabella nel 1993 , introdusse il “concetto delle tre nature” in sostituzione di tre forme, o livelli, del paesaggio: la prima natura come Natura propriamente detta, “il wilderness” o paesaggio naturale, la Natura antropizzata dell’agricoltura e delle infrastrutture, di derivazione ciceroniana, come paesaggio culturale o antropizzato, e infine la Terza natura, che è in realtà l’Arte dei Giardini: «Jacopo Bonfadio, nelle Lettere volgari, per esempio, spiega come la natura (elementi del mondo fisico) e l’arte si combinino nei giardini in modo che “la natura incorporata nell’arte si fa creatrice e connaturale dell’arte e le due insieme fanno una terza natura, che non saprei come denominare” […] La visione rinascimentale dell’arte del giardino come una terza natura è una prospettiva significante e un concetto di grande utilità».

Un’altra sostituzione significativa di termini si è avuta negli anni Ottanta in Italia, quando nasceva la Progettazione ambientale e le scuole che facevano capo a Tomàs Maldonado, a Giuseppe Ciribini e a Salvatore Dierna, sostituirono l’ambiente alla natura, introducendo la “nozione sistemica di ambiente”, che di fatto gettava le basi, assieme agli studi ecologici, per la misurabilità su un piano tecnologico e scientifico dei dati ambientali e delle azioni possibili. Natura e paesaggio perdevano così gli aspetti di incommensurabilità e soggettività, per diventare più oggettivi e riproponibili, anche sul piano economico. Con declinazioni diverse ciò accadde anche a livello internazionale e la grande invenzione del progetto per l’ambiente, della sostenibilità o di altre locuzioni omologhe, hanno avuto una grandissima diffusione e debbono la sua fortuna sia ad un’oggettiva necessità di contrastare i fenomeni di degrado e deterioramento del pianeta, che all’accessibilità e misurabilità di processi ed effetti.

Tornando al giardino, alla fine degli anni Ottanta, Charles W. Moore e Franco Zagari proponevano non uno scambio di parole, ma un’estensione di senso del termine “giardino”. Moore, in La poetica dei giardini, ci proponeva un mondo di luoghi che spaziavano dai giardini più celebri ai grandi monumenti naturali o ad alcuni luoghi della storia e della contemporaneità, fino ad arrivare a Disneyland. Esempi selezionati secondo un’idea di identità con i luoghi, connaturata con il giardino su piani diversi: di bellezza o di fede religiosa, di mistero come di piacere, di poesia come di sopravvivenza. I casi selezionati sono assolutamente diversi e raccolti attraverso le categorie della riconoscibilità nell’immaginario collettivo, settings; della passione per la raccolta e connessione di tracce, elementi, spazi e piante, collections; della scoperta dinamica dello spazio narrativo, pilgrimages; delle strutture geometriche ricorrenti nel giardino, patterns. Zagari in L’architettura del giardino contemporaneo, con il termine “giardino” in realtà voleva rappresentare un mondo assai complesso di realizzazioni che riguardavano un aggiornamento alla contemporaneità di molti temi della tradizione del paesaggio, assieme a uno spettro di nuovi modi di costruire lo spazio della città, lo spazio pubblico urbano, e ad una serie di architetture che nella relazione con il paesaggio trovavano il loro proprio significato. In realtà erano tutte esperienze giovani e uniche, che in due decenni sono diventate categorie ricorrenti nel progetto di paesaggio e delle città, riunite in una definizione di giardino molto amplificata nella direzione della sperimentalità: «Difficilmente le istituzioni e i poteri di una società si riflettono e prendono reale consistenza in architettura come nel giardino. […] Il giardino è una dimensione che sperimenta in ogni momento storico con forte anticipazione tecniche, conoscenze, rappresentazioni sociali» . Un concetto omologo lo ha accompagnato fino ad oggi, quando nel suo ultimo libro chiama i giardini “paesaggi in vitro”, o li definisce condensatori “di informazioni del paesaggio che lo contiene”. In realtà tutto il suo testo proietta un’idea collettiva di paesaggio molto positiva, pur se i paesaggi di cui parla – e spesso quelli che progetta – sono in realtà giardini.

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San Francisco, Golden Gate Park, Giardino di copertura della California Academy of Sciences, Renzo Piano.

METAFORE DEL GIARDINO
C’è un dato che mi ha molto incuriosito, ovvero il fatto che persone dalla cultura spesso assai lontana dal mondo del giardino, vi facciano riferimento al giardino per costruire delle metafore su altri discorsi.
Mi colpì Tristissimi giardini, di Vitaliano Trevisan, che – con un occhio che ricorda quello di Gianni Celati in Verso la foce o quello di Calvino nella narrazione della città di Pentesilea – ci descrive la vita e il paesaggio antropizzato del Nord-Est italiano, continuo, dis-identitario e triste. In una regione dove la comunicazione rimanda continuamente alla grandezza del Palladio, delle sue ville e delle sue opere, nel quotidiano come nelle attività culturali, nella toponomastica o nei nomi delle attività più ordinarie, il “tristissimo giardino” borghese e la relativa casa, insignificanti al limite del volgare, sono in realtà il pattern di base del paesaggio ordinario. Che è come dire che mentre si osanna un mito, si compiono i peggiori misfatti in suo nome.
Mi colpì molti anni fa Claus Emmache, uno studioso di intelligenza artificiale, che scrisse Il giardino nella macchina. La nuova scienza della vita artificiale, in cui si costruiva un parallelismo tra mondo dell’intelligenza artificiale e le dinamiche riproduttive e rigenerative del mondo biologico. Più recente il saggio Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, un filosofo che fa un ampissimo ragionamento sul ruolo del giardino in rapporto alla società e all’ambiente alla luce della diffusione del paradigma ecologico, sulla necessità di cura, la stewardship, come concetto da applicare al paesaggio e all’ambiente come all’economia e alle relazioni sociali. E ne parla appunto rispetto ad un’ipotesi di giardino globale, che coincide con il mondo.
La domanda è ovviamente perché tutto questo ricorso al termine giardino? Una risposta istantanea è quella dell’immediatezza dell’immagine. Possiamo confonderci nel parlare di ambienti, di paesaggi reali o rappresentati, o panorami naturali e antropici di tutte le aree geografiche, ma il giardino, in tutto il mondo rimanda a un’immagine unica, di un luogo di bellezza, identità ed equilibrio, di uno spazio la cui dimensione è nota e familiare, definita; un insieme di cui possiamo apprezzare i singoli elementi, regolato da un rapporto tra componenti biologiche e di artificio che può essere molto variabile ma che è sempre riconducibile ad un atto di appropriazione dello spazio e di proiezione di significati oltre il contingente.

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Kyoto, Giardino della Villa Imperiale di Katsura,.

GIARDINI, GIARDINIERI E PAESAGGISTI
Gilles Clément sostiene in una forte provocazione che « il giardino contiene il paesaggio. E oggi, a partire della mia visione della Terra come Giardino Planetario, mi è ancora più chiaro che il Paesaggio è un dettaglio del Giardino […] Il giardino […] incarna una visione utopica. Il giardino è un ideale, è l’eden, è quindi qualche cosa che si protegge, che si disegna e si organizza in funzione del modo in cui si vede il mondo […] Il paesaggio non appartiene a tutto questo, il paesaggio è passivo, il paesaggio è solo qualcosa che si guarda.» Su queste differenze si fondano anche quelle tra i diversi operatori sul paesaggio. Giardiniere, architetto paesaggista e architetto, ben identificate nel suo ultimo libro, Giardini, paesaggio e genio naturale: «Il giardino sfugge alle divisioni culturali. Giardino si riferisce all’ambiente unicamente per stabilirvi le buone regole del giardinaggio, e al paesaggio soltanto perché non smette mai di crearlo.»
Lucilla Zanazzi ha invece scritto un libro che trovo di grande interesse, Uomini e piante, che parla di vere passioni per le piante, spesso per una sola specie; passioni tali da modificare le esistenze di molti dei trenta collezionisti intervistati . A volte sono storie di collezioni derivanti da voglia di possesso. Molte invece sono nate dal desiderio di sperimentare e produrre, di incrementare una diversità con ibridazioni ed esperimenti, in una dimensione tutta artificiale ai limiti; oppure storie di rapporti quasi magici con la terra. In realtà Zanazzi come Clément, come anche Libereso Guglielmi ed Ippolito Pizzetti, ci parlano di giardini come luogo in potenza salvifico per il mondo. Ci parlano di un’attività di profondo valore etico, per l’individuo ma ancor più per la collettività: il giardiniere che produce bellezza e sostentamento, affetto insieme al coraggio; ci parlano di ottimismo, quello di quanti piantando un albero, disegnando un labirinto o realizzando un giardino, prefigurano luoghi futuri, sperando che possano raggiungere il climax e essere amati dai futuri possessori e fruitori, ognuno dei quali reinterpreterà e integrerà quel luogo, avendone cura.
Tralasciandone molti, voglio aggiungerne alcuni protagonisti di un pensiero continuamente innovativo sul giardino. Patrick Blanc sul piano del virtuosismo di una sperimentazione di tecniche tesa verso l’arte; Stig L. Andersson, i cui giardini partono dall’approccio botanico per estendersi verso lo spazio pubblico includendo i processi partecipativi; Kathryn Gustafson sul piano del design raffinato del giardino. Questi e molti altri autori, che ci stupiscono, ma che soprattutto stimolano uno spostamento progressivo di traguardi da valicare.

IL MIO GIARDINO
Ovviamente amo il paesaggio e non riesco a sopportare di sentirne parlare in forma impropria. In realtà è mia convinzione che occorra trattare le questioni del paesaggio partendo proprio dai giardini, ripensare cioè al paesaggio in forma molto più ravvicinata e integrata con gli altri processi di trasformazione.

Potrebbe aiutarci pensare che mentre il giardino è spazio ad altissima definizione, il paesaggio spesso è a bassa definizione. Ciò non significa che il paesaggio sia necessariamente più semplice, ma che è quasi sempre costruito attraverso risposte molto semplificate, misurate sul piano quantitativo anziché su quello qualitativo. La genericità delle sue soluzioni nasce spesso dal suo carattere prevalentemente produttivo o funzionale, come nel paesaggio agrario o in quello delle infrastrutture, o in molti paesaggi pianificati. Oppure perché è pensato per essere percepito in posizione distante, dalla quale è possibile al massimo distinguerne alcune forme. In un giardino invece si entra e se ne apprezzano l’organizzazione spaziale, le infinite sfumature, i virtuosismi e il grado di comfort. Un giardino si tocca, si odora, si sente sotto i piedi. Potrei dire che il paesaggio è a “grana grossa”, il giardino a “grana fine”; il paesaggio può essere sfocato, il giardino non può che essere still life, con un’immagine di assoluta precisione.

Dobbiamo inoltre rivendicare la titolarità del giardino. Spesso chiamiamo paesaggi quelli che sono giardini, ma cosa sono la High Line di New York o il Rio Madrid, se non dei giardini che raccolgono elementi di paesaggi diversi? Sono luoghi in cui la complessità del giardino si estende dimensionalmente e genera paesaggi urbani nella forma più contemporanea che possiamo conoscere, i più vicini alla sensibilità attuale. Luoghi dove si sono riversate in forma sintetica conoscenze sedimentate e sperimentazione, in una misura da poter quasi apparire come sovrabbondante. Sono quasi dei manifesti, in realtà, come fu il Parc della Villette negli anni Ottanta.

Uno dei problemi reali del giardino è che in genere mette in movimento economie piuttosto piccole e che si muove in condizioni di nicchia. A meno di situazioni particolari o di giardinieri\paesaggisti realmente in grado di saper proporre il proprio lavoro come un’opera d’arte ben quotata, le economie che muove il giardino sono alquanto contenute, e quindi di scarso interesse. Per contro molti sono convinti che parlare di paesaggio significhi parlare di questioni importanti, dagli interessi forti.
In realtà le economie forti che potrebbe muovere il giardino sono di altro tipo. Sempre Clément, molto in sintonia con Di Paola, parla di un “nuovo economista” che assista il giardiniere e che sposti l’attenzione dalle leggi del mercato, verso « ciò che forma e valorizza il vivente senza assistenza, ispirandosi alle sue naturali capacità di autogestirsi. […] Così facendo, egli fissa due grandi principi economici, che le società umane sembrano aver dimenticato: il non indebitamento; la localizzazione degli scambi». Questa che può apparire una forma di ripiegamento rispetto a un’idea consolidata di sviluppo, è in realtà un’immagine molto potente, che esprime una tensione collettiva e globale di salvaguardia del mondo, attuata attraverso proprio il superamento della globalizzazione, grazie proprio all’azione locale: la produzione di beni, materiali ed energia; l’equità sociale e l’identità.

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