Paesaggi degli altri. Tra globalizzazione dei paesaggi e differenze di identità – di Fabio Di Carlo

testo di Fabio Di Carlo – Professore associato di Architettura del paesaggio nella Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”.

E’ possibile scaricare la versione in PDF di “Paesaggi degli altri. Tra globalizzazione dei paesaggi e differenze di identità” che include note e riferimenti originali dell’autore.


Fabio Di Carlo – settembre 2013

Paesaggi degli altri.
Tra globalizzazione dei paesaggi e differenze di identità

Dopo aver parlato delle vicende italiane legate all’insegnamento dell’architettura del paesaggio, voglio in questo secondo breve saggio uscire dai confini nazionali per fare una riflessione con un focus principale sulle differenze di approccio tra diversi paesi o aree geografiche, integrando riflessioni tra formazione e tendenze emergenti nell’attività di progettazione. Ovvero vorrei evidenziare differenze, affinità ed eventuali processi di omologazione che in termini di modalità e contenuti, vengono perseguiti in altri paesi europei ed extra europei. Differenze e affinità che non possono essere ovviamente delle generalizzazioni, vista la realtà sempre più internazionale della formazione e le peculiarità del lavoro di molti professionisti di rilievo. Direi quindi delle linee di tendenza geografiche prevalenti, dalle quali ovviamente alcune figure si staccano per diversità o per variabilità di approccio.

Nell’iniziare la ricerca di alcuni dati di base, ho tentato di incrociare informazioni diverse, provenienti dai database di ECLAS, da quello di IFLA Europe, altri attraverso ricerche più puntuali a partire dalla voce “List of schools of landscape architecture” in Wikipedia , che, pur se incompleta, si è rilevata molto utile per la possibilità di accesso diretto alle scuole e la verifica di alcuni programmi di studi.

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Imm.1: mappa dei paesi aderenti al progetto LE:NOTRE

Ho un’esperienza ormai più che decennale di relazioni internazionali, grazie alle quali si è chiarito in me alcune di queste differenze. Ho in particolare rapporti con l’ECLAS (European Council of Landscape Architecture Schools), di cui sono membro dello Steering Committee e con il quale ho organizzato il LLF 2013 – Rome, il Forum Le:Notre. Ho rapporti con la Biennale del Paesaggio di Barcellona e con alcune realtà specifiche spagnole, francesi, olandesi e belghe.

Volendo disegnare una bozza di geografia di forme di approccio, si può evidenziare come esista una condizione dei paesi appartenenti al Bacino del Mediterraneo che si presenta come piuttosto eterogenea e frammentaria, rispetto alla situazione nordeuropea, che appare molto più omogenea e consolidata, sia rispetto alla diffusione dell’insegnamento del paesaggio, sia rispetto ad una sorta di common ground, di territorio comune di riflessione. Ovviamente esistono delle grandi distanze sul piano delle realizzazioni di nuovi paesaggi, anche riferibili a disomogeneità di natura economica e finanziaria.
Le differenze tra Europa continentale ed Europa del Mediterraneo, che per qualche aspetto sembrano ripercorrere quelle, quasi da luogo comune, delle diversità tra aree diverse per cultura, religione, senso della collettività, ecc., in alcuni casi sembrano coincidere con quelle di approccio al progetto di paesaggio. È su queste differenze che ruota appunto il senso di questo scritto.

La mia prima impressione è che esista una linea di pensiero forte e diffusa, quasi una sorta di “asse culturale”, che parte da Gran Bretagna, Germania e Olanda, per ricomprendere quasi tutti i paesi Nord europei e dell’Est europeo, che appartenevano ai paesi oltre cortina, ma anche altri più meridionali, di area balcanica, inclusa la Turchia. Una linea di pensiero che risulta anche molto legata sul piano culturale al mondo del paesaggismo nordamericano, e che in realtà ha riverberazioni quasi globali.
Per l’insieme di questi paesi possiamo affermare che il progetto di paesaggio si è via via concretizzato attraverso un corpo di elaborazioni che lo orientano fortemente in una direzione ecologica e ambientale, verso quello che possiamo chiamare progetto di paesaggio per l’ambiente, coniugando le specificità del progetto di riqualificazione ambientale, con alcune componenti, materiali e di contenuto, della cultura del paesaggio.
È quella scuola di matrice anglosassone che ha origine negli anni Sessanta con il lavoro di Ian McHarg negli USA e di tutta la scuola di discepoli che lo ha seguito, quali Lourie Olin e Carl Steinitz. Olin è attualmente impegnato alla Penn University, dopo aver a lungo insegnato ad Harvard ed aver fondato il dipartimento di paesaggio della università Tsinghua di Pechino. Steinitz invece insegna attualmente ad Harward . È la stessa corrente di pensiero che diede origine al lavoro di Richard Haag a Seattle, il Gas Park, aperto al pubblico nel 1975, come primo esperimento di una lunghissima serie sulle aree industriali dismesse, fortemente inquinate e deteriorate dai residui delle attività che vi si svolgevano. È sullo stesso filone di pensiero che possiamo collocare l’operazione che James Corner sta conducendo nei giorni nostri per il Freshkills Park, il recupero della discarica storica di New York, uno dei più grandi progetti in corso al mondo. Il progetto di Haag avviò una stagione felice di studi sul recupero di queste aree proprio nelle forme nuove del parco pubblico urbano. Il progetto di paesaggio ampliava così il suo spettro di ambiti di applicazione e gli strumenti del progetto di paesaggio entravano di diritto a far parte di quel complesso di dispositivi di miglioramento ambientale.

Ci sono alcune pubblicazioni europee importanti, che sono quasi un manifesto in questo senso. La prima, forse, è quella di Robert Holden, del 2003, New Landscape Design, una sorta di antologia molto interessante delle principali evoluzioni del progetto di paesaggio negli anni Novanta. Pur mostrando un’ampia gamma di approcci, già qui è evidente una forte tensione nella direzione dell’ambiente. Un approccio omologo è visibile in Fieldwork, del 2006, a cura della LAE, Landscape Architecture Europe Foundation, seguito poi da On Site: Landscape Architecture Europe, del 2009, e che avrà a breve un seguito con la nuova Triennal of Contemporary European Landscape Architecture, il cui esito di certo sarà il “volume 3” di questa serie. La maggior parte degli esempi, molti dei quali di altissimo livello, fanno proprio riferimento al mondo del recupero ambientale e alla valorizzazione delle aree dismesse, urbane ed extraurbane. Possiamo affermare che la moltiplicazione di alcune applicazioni di paesaggio in direzione ambientale, da casi sperimentali e isolati nei decenni precedenti, sia divenuta una connotazione forte costante, in particolare nei progetti di maggiore impegno e riverberazione.

A queste pubblicazioni voglio aggiungere le ultime due uscite di una lunga serie olandese che hanno come oggetto centrale il rapporto tra paesaggio, ambiente ed ecologia e sviluppo dello spazio. Landscape Architecture and Town Planning in the Netherlands 2003-2007, del 2008, e Sustainable urban design – The next step, del 2010, esplicitano bene un percorso progettuale consolidato, dove il paesaggio viene incluso in un concetto di progetto integrato, che ha una tradizione ormai più che ventennale nei Paesi Bassi e in alcune realtà limitrofe; paese dove non a caso già dalla fine degli anni Ottanta, erano attivi gruppi di progettazione dalla composizione multidisciplinare permanente, uno tra tutti il celebre Bureau B+B Urbanism and Landscape Architecture. Tutti questi testi olandesi, e altri che li hanno preceduti, sono come una sequenza di “manuali di buone pratiche”, dove si percepisce come il paesaggio possa essere risposta forte ed è evidente alle problematiche ecologiche e ambientali. Si percepisce soprattutto che il paesaggio non riveste più un ruolo sovrastrutturale, ma che è invece assolutamente integrato ai processi di trasformazione delle città, sia in quelli di nuova espansione, sia negli interventi di trasformazione e ristrutturazione dell’esistente.

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Imm. 2: Kathryn Gustafson, Parco del Westergasfabrieck, Amsterdam

Voglio aggiungere poche informazioni sulla Cina, che in tempi relativamente recenti ha affrontato il tema della formazione in architettura del paesaggio. Fino a circa 15 anni fa esisteva un numero altissimo di paesaggisti, ma tutti provenienti dalle scuole di agraria. Tutti agronomi, tranne quelli che andavano a formarsi direttamente negli Stati Uniti che, tornei di ping-pong o meno, hanno sempre mantenuto delle relazioni piuttosto forti rispetto alla formazione ai livelli più alti, quella dei quadri del paese. Non è un caso infatti che nel 2005, presso l’università Tsinghua di Pechino (la più prestigiosa del paese) fosse stato istituito da poco un dipartimento di paesaggio che, pur con pochi studenti, era diretto da due figure di primissimo livello, il direttore Laurie Olin, proveniente da Filadelfia, e da Yang Rui, formatosi a Filadelfia lui stesso, entrambi continuatori della scuola di McHarg e della sua linea di ricerca.

La realtà dei paesi europei che affacciano su bacino del Mediterraneo è assai diversa e più frammentaria. In particolare vorrei parlare della Spagna e della Francia, dove si sono prodotte esperienze tra le più interessanti.
In Spagna, dopo la caduta del franchismo, una delle espressioni più innovative fu proprio il progetto di paesaggio, o meglio quella che è stata definita l’invenzione dello spazio pubblico contemporaneo, in particolare nella città di Barcellona . Era un paesaggio fatto quasi esclusivamente da architetti, primi tra tutti Elias Torres e Martinez Lapena, Alberto Viaplana ed Elio Pinon, Bet Galì e molti altri tra cui Eric Miralles, che lavorò sul paesaggio con la stessa intensità del progetto di architettura.
Erano esperienze radicali nella creatività e nella reinterpretazione dei luoghi, condotte sempre con una tensione alta, con una grande enfasi verso il design degli elementi artificiali, spesso a scapito del progetto vegetale, che era spesso assente o ridotto al minimo, tanto da creare delle prese di distanza dalle culture dominanti del paesaggismo più consolidato e consolidato, che in quegli anni si collocava tra Francia, Germania e Regno unito. Ma era soprattutto un’idea su come vivere diversamente la città, sovrascrivere usando il paesaggio come strumento sull’esistente e come sulle nuove espansioni. Progetti anche ben condotti sul piano amministrativo, che legavano il paesaggio alle altre grandi trasformazioni urbane in forma indissolubile.

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Imm. 3: Giardino Botanico di Barcellona: Carlos Ferrater e Josep Lluís Canosa, Bet Figueras, con Artur Bossy, orticultore e Joan Pedrola biologo

In forma simmetrica ed opposta ai paesi nordeuropei si declinava un nuovo paesaggio urbano, dove gli elementi della mobilità e delle infrastrutture perdevano il ruolo di puro elemento funzionale per diventare spazi del progetto, supporto di forme di fruizione diffusa: un paesaggio urbano fortemente astratto ma comunicativo ed inclusivo, fatto di forme e materiali innovativi sul piano del disegno come su quello tecnologico. Poi una seconda generazione di progettisti, appena più giovani e con formazioni più internazionali si sono affiancati ai precedenti, ampliando l’approccio in direzione più propriamente paesaggistica. Penso a molte realizzazioni degli anni Novanta, dove si registrava un’apertura significativa verso la componente naturalistica e ambientale. Penso a Jordi Bellmunt e alla sua produzione ormai internazionale. Penso a Bet Figueras, purtroppo scomparsa, ma che ci ha lasciato opere e progetti, come il Giardino Botanico di Barcellona, un saggio di capacità che a mio parere non ha ancora trovato uguali.
In Spagna però, come in Italia, le opportunità di formazione sul paesaggio sono molto limitate, ma esistono delle realtà molto forti nei contenuti e di una tradizione recente ma consolidata e dal valore indiscusso.
Penso al lavoro celebre Master di Paesaggio dell’università di Barcellona e alla Biennale Europea del Paesaggio, giunta ormai alla sua settima edizione nel 2012, che è di fatto il premio più prestigioso del settore. Quasi in competizione da alcuni anni è attiva una seconda manifestazione, già alla terza edizione, la Biennale di architettura, arte e paesaggio delle Canarie. Penso che, sempre in Catalogna, si è formato il primo, e forse più importante, tra gli Osservatori del Paesaggio, in attuazione della Convenzione Europea del Paesaggio . Nel vicino Portogallo la situazione è leggermente diversa sul piano della formazione. C’è una buona diffusione di scuole – peraltro con programmi di studio molto interessanti ed efficaci, come nelle scuole di Porto e Lisbona – alcune figure di spicco internazionali, come quella di João Ferreira Nunes. In termini di approccio sembra che esista una sorta di ponte con le realtà nordeuropee, ma che si differenzia per un approccio tecnico e scientifico forte, molto teso alla professionalizzazione.

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Imm. 4: Antonio Martinez Lapeña e Elias Torres, piazza fotovoltaica al Forum di Barcellona

La Francia è sempre stata un discorso a parte. Nelle quasi volontarie prese di distanza culturale sia dal mondo anglosassone e tedesco, sia da quello mediterraneo, ha mantenuto un approccio, sia nei contenuti propri sia nell’insegnamento, molto peculiare. La Scuola Superiore di Versailles, che negli anni Settanta si trasformò da scuola di Agraria in corso di paesaggio, restò unica nel paese e con un accesso molto limitato, per un lungo periodo. Oggi le si affiancano altre tre scuole, ma Versailles, per profondità delle riflessioni e per la produzione di vere star del paesaggismo e per la costruzione di una conoscenza diffusa sul paesaggio anche nel mondo produttivo e delle amministrazioni, resta un’esperienza che non ha pari e che ha prodotto un lunghissimo elenco di tre o quattro generazioni di paesaggisti, dagli anni Settanta in poi, e infinite realizzazioni in tutto l’ampio range di scale, temi e approcci diversi.

In realtà con questa sorta di panoramica sulle realtà europee ho tentato di evidenziare come il quadro di interessi, pur con alcune differenze a volte tanto sottili da sfuggire, si sia sostanzialmente uniformato su alcuni temi, quasi da rendere luoghi, progetti e scuole intercambiabili. Sono rimaste alcune differenze evidenti sul piano dei linguaggi espressivi, che però, in quanto tali, possono rischiare di sembrare un dato più superficiale. Ma che non mancano di suscitare momenti di confronto forti, quando una forma di avvicinamento al progetto di natura più scientifica e metodologica si scontra con un approccio più attento alla ricerca di forme e di maggiore creatività. Alcuni temi più legati alla piccola e piccolissima scala sembrano quasi passati in secondo piano, rispetto all’interesse più forte – certamente anche sul piano economico – delle esperienze del paesaggio-ambiente. Come hanno anche detto in diverse occasioni anche Maurizio Vogliazzo e Franco Zagari, assistiamo oggi ad un’omologazione e banalizzazione dei progetti per un’azione congiunta di diversi fattori, che vanno dagli strumenti del disegno, all’adozione di palette di opzioni, materiali ricorrenti e soluzioni quasi logorate dalla ripetizione eccessiva. Spesso soluzioni raffinatissime, pavimenti in legno, barriere in cor-ten e rendering foto realistici – che in quanto tali poco lasciano poco spazio all’immaginazione – nelle mostre come nelle riviste, sembrano far parte di una sorta di progetto unico, che è forse l’espressione di un pensiero unico. Forse sono anche la manifestazione di una crisi o di una difficoltà da sovraesposizione del progetto di paesaggio a livello internazionale, dove si vedono ormai progetti sempre più numerosi, sempre più grandi, costosi e complessi, che non hanno pari con nessuna fase storica precedente, ma dove le novità reali, sul piano delle idee come su quello delle realizzazioni, sono assai rare.

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Imm. 5: Lawrence Halprin, Charles W. Moore ed altri: Sea Ranch, Sonoma, California.

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