Condividere l’Arte, convivere il Paesaggio

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Saggio sui percorsi d’arte nel Paesaggio con particolare riferimento al Percorso d’Arte di Castiglione a Palombara Sabina, tenuto al convegno “Paesaggio e Territorio” presso il Castello Savelli di Palombara Sabina il 28 settembre 2013.
Ringraziamo gli architetti Barbara Di Cintio, Alessandro Panci e Fabiola Santivetti e la prof. Oriana Impei del corso di Scultura Ambientale per averci coinvolto in questa interessante iniziativa rappresentata dal convegno


Condividere l’Arte, convivere il Paesaggio
di Francesco Tonini

Parto con una frase di Renato Nicolini. Proprio pochi giorni fa al Macro di Roma è stato proiettato un documentario su Renato Nicolini, ex Assessore alla Cultura di Roma, che ha speso la vita nel tentativo di dare un patrimonio culturale contemporaneo diffuso alla capitale.

“Penso che Guy Debord abbia ragione: in un’epoca in cui i progetti sono deboli, bisogna progettare le situazioni.”

Questa frase è particolarmente pertinente quando si parla di Paesaggio. Ed è ancora più adatta a descrivere quello che sta avvenendo nel territorio di Palombara Sabina grazie alla collaborazione tra il corso di Scultura Ambientale dell’Accademia di Belle Arti di Roma e l’amministrazione comunale.
Credo che Nicolini abbia citato questa frase riferendosi al fatto che per coinvolgere le persone nella nostra epoca, per farle partecipare alla vita sociale, non è sufficiente mettere su dei progetti, ma è necessario coinvolgere i cittadini ispirandoli e toccando le corde giuste, perché si sentano parte di ciò che accade grazie alla loro partecipazione unica.
E sono i cittadini gli importanti attori della trasformazione del territorio. Sono state infatti le comunità locali, unite verso lo stesso fine per decine di generazioni, che in Italia hanno prodotto i paesaggi che oggi, ancora per poco, il resto del mondo ci ammira. Il valore dei paesaggi italiani è nell’essere soprattutto paesaggi generati dalle culture locali, uniche, peculiari, legate ad economie specifiche.

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E’ buffo, la difesa del paesaggio per molti è databile solo a tempi recenti, da quando cioè la sensibilità nei confronti dei problemi ambientali si è diffusa nella cultura della nostra epoca a partire da metà del secolo xx. Questo effetto ha prodotto il fraintendimento e la sovrapposizione tra il concetto di ambiente e quello di paesaggio. Benché siano effettivamente strettamente collegati, ambiente e paesaggio descrivono due corrispondenze molto distanti tra loro: l’ambiente, nel senso comune del termine, corrisponde a qualcosa di reale. E’ ciò che ci circonda.
La parola paesaggio corrisponde ad un concetto che varia da individuo ad individuo, perché si riferisce non tanto a qualcosa di reale, ma piuttosto alla proiezione dei nostri desideri su ciò che scorgiamo oggettivamente con lo sguardo. Di fatto quello che intendiamo come paesaggio varia da una persona all’altra, ma anche molto da una cultura all’altra: come non citare l’influenza della nostra arte e della nostra letteratura sul senso comune di paesaggio? Petrarca, Montale, Calvino, Pavese, ma anche pittori come De Chirico, Guttuso, quelli del Grand Tour e decine di altri, hanno influenzato la nostra idea di paesaggio, tramandandoci quello che riteniamo l’autentico paesaggio italiano.
Il paesaggio è in realtà sempre addomesticato. E’ il risultato dell’agire di una cultura. Non si può progettare nella sua completezza, ma si possono adottare azioni che generino l’energia per una sua evoluzione corretta.

E’ dunque necessario introdurre l’uomo nel discorso se si vuole parlare di Paesaggio, come è necessario farlo se si parla di percezione o di prospettiva o di arte. Bisogna fare attenzione a non dimenticare che gran parte delle peculiarità del paesaggio italiano, quello che ci viene invidiato, sono da ricercare li dove l’uomo ha operato dei cambiamenti.

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Cosa si può fare per limitare la tendenza alla scomparsa dei paesaggi storici, che rappresentano la cultura del nostro paese? Di leggi ne sono state già fatte molte, sono stati posti vincoli, avviate azioni di conservazione e tutela, create riserve e parchi.
Non si possono mettere solo toppe, agire qua e la al fine di compensare gli orrori perpetrati sull’ambiente e sul paesaggio dal progresso economico e dal profitto. E’ necessario avere una visione di insieme del problema, essere consapevoli di quelle che sono le ripercussioni dell’agire umano sotto tutti i punti di vista, quello ecologico, quello ambientale, quello sociale, quello estetico, per poi discutere ed adottare programmi di intervento e non solo vincoli….(come ha pensato di fare l’urbanistica….)

Vi sono solo due opposte soluzioni alla gestione del paesaggio: dare nuovo valore al territorio od abbandonarlo. Nel primo caso vi sarà una modificazione più o meno marcata della forma del paesaggio al fine di adattarla al nuovo valore o funzione a cui è destinato, nel secondo caso la modificazione del paesaggio sarà adoperata dalla natura che cancellerà in breve tempo qualsiasi segno e forma tracciata dall’uomo. Quest’ultima soluzione sarà auspicabile da parte di qualche naturalista radicale, ma non è realmente praticabile, almeno non sul territorio italiano.

In ogni epoca, ogni popolo ha prodotto culturalmente il proprio paesaggio. Questa è una certezza. Il paesaggio non è stato creato “ab initio”. Si è sempre trasformato di pari passo con l’uomo.

Purtroppo mantenere i paesaggi generati principalmente dall’attività umana sul territorio, è impossibile quando vengono a mancare le stesse condizioni che hanno generato quel paesaggio.
Se il valore produttivo di un territorio si esaurisce è auspicabile la sperimentazione di nuove forme estetiche che rilancino il territorio come paesaggio sentito, magari votato al turismo o ad altre attività come quelle sociali ed ambientali. Insomma se acquisisce un nuovo valore per la collettività, verrà tutelato e protetto.

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Come si trasferisce valore in un paesaggio che non viene più percepito come risorsa, che non rappresenta più un bene per la popolazione? La risposta è semplice: progettando le situazioni (come ricordava Nicolini) ma soprattutto le relazioni così come suggerisce la struttura del paesaggio, cercando il minor spreco di risorse e di energia possibili, lasciando pochi segni li solo dove è necessario evidenziare le relazioni.

Qui entra in gioco il percorso d’arte a Castiglione di Palombara Sabina. Questa iniziativa cerca di attuare il collegamento con il paesaggio, attraverso l’inserimento puntuale di opere d’arte, che stabiliscono una relazione culturale con la popolazione locale.
L’arte stabilisce un ordine, crea valore quantificato in cultura, stimola la riconoscibilità dei luoghi, anche se questi hanno perso la capacità di essere percepiti dalla chi li abita. L’arte vera, che non ambisce a nulla di più che mettere in comunicazione, può divenire manifestazione della cultura locale presente, e quindi polo di aggregazione per una comunità.

L’arte, se posizionata nel luogo giusto, permette la percezione del confine tra città e natura, in altre parole acquista lo stato di Topos, diviene luogo insomma. Come una cintura verde è utilizzata per fermare la dispersione fisica della città, una cintura d’arte può fermare la dispersione identitaria della città, generando memoria collettiva.
E’ dalla memoria collettiva che si origina l’identità culturale di una comunità. E la memoria collettiva si forma per definizione nel paesaggio. Se quindi si utilizza l’arte per far tornare i cittadini ad un rapporto stretto con il paesaggio, si mette in moto un circolo inarrestabile di rigenerazione contemporanea di comunità e paesaggio.
Del resto, opera d’arte e paesaggio sono uniti dalla stessa caratteristica di “indefinibilità” interpretativa. L’ambiguità semantica che accompagna la presa estetica dell’opera d’arte può costituirsi segno strutturale aperto del paesaggio, chiave di lettura che ne amplifica il senso costituendo memoria collettiva ed individuale.
Ma quale è il fine di questa iniziativa artistica nel paesaggio? Generare benefici estetici, sociali, umani, risorse, che creano benessere diffuso. Il paesaggio culturale costituito con l’arte è uno dei metodi più sicuri di azione per la valorizzazione stabile di un territorio.

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Prendendo in prestito termini concepiti da Eugenio Turri, le sculture del percorso d’arte si strutturano come nuovi iconemi del paesaggio, riferimenti visivi con forte carica semantica. Sorgenti che rendono l’esperienza del paesaggio più emozionante, che fanno fruttare il Genius Loci, in altre parole danno un’anima allo spazio in cui sono posizionate, imprimendo significati nella memoria, unica base su cui poggia la cultura (somma dei significati che sappiamo attribuire al mondo). L’arte feconda il paesaggio, proponendone una evoluzione aperta.

Il valore d’arte compreso nelle sculture avvia nuovi itinerari, invita ad entrare nel paesaggio. Se le opere d’arte sono inserite poi in un Parco Naturale Regionale di qualità, come quello dei Monti Lucretili, possono essere in perfetta sintonia con lo scopo di esistenza del Parco stesso: salvaguardia del paesaggio, tutela degli ecosistemi naturali e degli habitat e usufruizione sostenibile del territorio. Il tutto assume un valore assoluto affianco a esperimenti di ospitalità diffusa, alla istituzione di parchi agricoli multifunzionali, alla creazione, come avvenuto oggi (durante la mattinata), di ecovillaggi.

I paesaggi più salvaguardati sono quelli dove si verifica una forte coesione della società, dove cioè cittadini, autorità locali, stato ed attività economiche del territorio comunicano e collaborano. Il Parco Naturale Regionale dei monti Lucretili può trarre giovamento dall’iniziativa del percorso d’arte per implementare l’offerta turistica locale con una forma di turismo selezionato, a basso impatto ambientale, come quello culturale generato dall’arte. L’arte può essere non solo efficace strumento di salvaguardia del paesaggio, ma anche motore di sviluppo economico locale, strumento di ulteriore coesione della popolazione. Cito l’esempio di Calcata, dove il recupero del borgo è avvenuto grazie alla costituzione di una nuova comunità stretta attorno al nucleo di nuove attività artistiche e culturali.

Partecipare alla genesi del paesaggio, trasforma l’abitante da semplice percettore a protagonista. Il paesaggio diventa spazio di vita per il cittadino che non rinuncia ad entrare in relazione con esso; impara a leggerlo, ad esserne parte ad identificarsi con esso. Il paesaggio si governa allo stesso modo di come si vive: localmente e nel proprio tempo. Sta alla comunità locale appropriarsi del suo significato per imparare a comprenderlo, a modellarlo con rispetto, per modificarlo in base alle necessità della collettività.

Il paesaggio è un bene comune, non spazio vuoto da occupare, ma ha senso solo se è abitato. Abitare vuol dire dare senso al posto in cui si vive, espanderlo di significati e di memorie. Ed il Percorso d’Arte di Castiglione a Palombara Sabina è un modo appropriato di abitare il Paesaggio.

Chiudo con una frase a cui sono molto legato.

“il paesaggio si lascia vivere, lo spazio si lascia progettare”
Eugenio Turri da Antropologia del paesaggio

Bibliografia:
Turri E. (1998) Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia.
Socco C. (1999) Paesaggio, memoria collettiva e identità culturale, intervento al Forum “Paesaggi italiani, per il governo delle trasformazioni, Castelfranco Veneto.
Cazzola A. (2007) PAESAGGIO ED ECONOMIA. PRIME RIFLESSIONI SULL’“AUTO-SOSTENTAMENTO” DEL PAESAGGIO: COLLOQUIO CON PAOLO LEON, Firenze University Press.

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