Infrastrutture: più comunichiamo noi, meno comunicano “loro” – di Beti Piotto

Infrastrutture e Reti Ecologiche (8)

di
Beti Piotto
ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Dipartimento Difesa della Natura
Via Vitaliano Brancati 60 00144 Roma


Infrastrutture: più comunichiamo noi, meno comunicano “loro”
Un ostacolo invalicabile per la migrazione del Paesaggio

Chi ha vissuto per decenni nella vastità della pampa argentina inevitabilmente patisce la sindrome del troppo pieno quando arriva in un Paese bellissimo ma densamente popolato e, soprattutto, intensamente trafficato ed edificato come l’Italia.

Una ricerca del WWF (2009), oggi sicuramente superata in negativo, affermava che in Italia solo il 14% del territorio dista più di 5 Km da un centro abitato. Siamo perciò in (troppo!) stretta compagnia. La nostra è poi la terra di paesi sdoppiati: malaria e pirateria hanno spinto in alto insediamenti posti vicino al mare mentre frane, terremoti e turismo hanno portato le popolazioni montane e collinari verso il basso. Conseguenza di ciò sono, con infinite varianti, i tanti Castelfranco di sopra e di sotto oppure i numerosi Borgo alto e Borgo basso.
Una certa idea di progresso vuole che le vie di comunicazione, le reti di trasporto, le infrastrutture in generale (strade, ferrovie, gasdotti, oleodotti, reti telefoniche, reti elettriche, ecc.) migliorino la qualità della nostra vita e questo, fino a un certo punto, è vero. E’ indispensabile però pensare alla vita degli altri, quelli che non decidono e non votano ma che sono alla base stessa della nostra vita. Più comunichiamo noi, meno comunicano loro, e loro sono le forme di vita non umane (per semplificare: piante ed animali) che subiscono le conseguenze negative della frammentazione del territorio. Un pizzico di sano egoismo ci dovrebbe portare a proteggere tutto ciò che ci serve per sopravvivere.
Un recente studio (Marcantonio et al., 2013) condotto in Toscana e Marche, in due aree boscate protette poste tra 700 e 1100 m slm, suggerisce che l’effetto dovuto alla presenza di strade sulla diversità vegetale si manifesta intensamente nelle aree poste fino a 50 m ai lati delle vie ma che influisce, seppur in misura minore, oltre i 200 m. Un effetto negativo si riscontra anche sulla presenza e abbondanza di specie forestali di forte valore ecologico come faggio e abete bianco.

Nel 2007 l’autorevole Intergovernmental Panel on Climate Change ha presentato un rapporto (cui attesissimo aggiornamento sarà fatto pervenire a settembre 2013) che dichiara che negli ultimi 100 anni la temperatura media è aumentata di mezzo grado e che questo trend sembra mantenersi e/o aumentare. Tale cambiamento climatico è la causa fondamentale di una grande migrazione biologica verso Nord che, però, è fortemente ostacolata dalla frammentazione del territorio. Per fare qualche esempio di spostamento si consideri che negli ultimi 20-100 anni, l’areale di distribuzione di 1700 specie di farfalle europee e nordamericane si è mosso verso Nord con un ritmo medio di 6 Km per decade. Inoltre, una serie di attività tipicamente primaverili come l’accoppiamento degli anfibi, la costruzione di nidi o l’apertura delle gemme nelle specie arboree ed arbustive ha subito un anticipo di 2-5 giorni ogni 10 anni. Alcune previsioni indicano che nei prossimi 100 anni la terra si riscalderà di 2°C, in tal caso l’ambiente ideale per molte delle nostre foreste sarà spostato di 300 Km a Nord. Piante ed animali tipici di questi ecosistemi dovrebbero, quindi, trasferirsi con una velocità media annuale adeguata all’entità del cambiamento. Sappiamo con certezza che tale ritmo, seppure alla portata di molti animali, non è possibile per i vegetali, nemmeno per quelli meglio dotati a viaggiare, ovvero le piante con semi leggerissimi dispersi dal vento. L’impresa di viaggiare per raggiungere l’habitat più idoneo è infinitamente più difficile per le specie caratterizzate da semi grandi e pesanti (querce, castagni) per le quali la conquista di nuovi territori è molto lenta proprio in ragione delle caratteristiche dei loro organi di riproduzione e per la mancanza di una fauna (piccoli roditori e uccelli) che opera la disseminazione (e di questa carenza si ringraziano vivamente i cacciatori).

E’ chiaro che questo obbligato e silenzioso mutamento di sede è gravemente ostacolato dalla non-connettività del territorio che, attraverso barriere insormontabili per molte forme di vita, porta all’isolamento delle popolazioni di piante ed animali (con conseguenze deleterie dal punto di vista genetico) e condiziona la sopravvivenza di specie e popolazioni.

Un ulteriore conseguenza della frammentazione dovuta a interventi che stravolgono l’armonia del territorio è la facilitazione all’inserimento di alcune specie vegetali invasive. L’ailanto, albero di origine cinese che tutti conoscono, si trova assiduamente in ambienti disturbati, in terreni stravolti da lavori viari, al bordo delle strade; la specie non riesce invece a penetrare le formazioni vegetali consolidate e forti. L’aggressione del territorio favorisce perciò l’affrancamento di specie che non contraddistinguono un luogo; nel caso dell’ailanto si tratta di un albero spogliante che spesso sostituisce la vegetazione sempreverde mediterranea in zone antropizzate. Ciò significa che in un ambiente sconvolto e degradato una specie spiccatamente invasiva è in grado di cambiare i connotati caratterizzanti del paesaggio.

Se il riscaldamento globale non si invertirà, sarà fondamentale, tra tante altre misure di difesa della natura, la creazione e la buona gestione di un collegamento reale delle aree antropizzate e naturali (protette e non) al fine di assicurare veri e propri corridoi verdi transfrontalieri, ovvero reti ecologiche per assicurare una connettività che fornisca vie di uscita non traumatiche agli esseri-viventi-non-umani . In questo senso possiamo dire che in Italia la coscienza e la conoscenza sui benefici derivanti della connettività del territorio è ben salda e, in molti casi, i corridoi sono già stati costituiti. E’ necessario però intensificare queste vie di comunicazione per loro, perché di quelle per noi ne abbiamo già in abbondanza!

Bibliografia citata
Marcantonio, M., Rocchini, D., Geri, F., Bacaro, G., & Amici, V. (2013). Biodiversity, roads, & landscape fragmentation: two Mediterranean cases. Applied geography, 42(1), 63-72.

Un documento di riferimento sulla Rete Ecologica della Provincia di Roma

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3 pensieri riguardo “Infrastrutture: più comunichiamo noi, meno comunicano “loro” – di Beti Piotto

  1. Ottimo ed interessante articolo.
    Mi chiedo sempre perchè sia così difficile comprendere che rispettare e salvare l’Ambiente, oltre ad essere un dovere morale, è un’opportunità per tutti di vivere meglio.

    Arch. Riccardo Molajoli

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    1. Ciao Riccardo,
      da come hai esposto il tuo dilemma conosci già la risposta…..l’ambiente ed il paesaggio sono beni comuni e si scontrano con il più radicato interesse personale. In una società che va verso l’egoismo (Baumann) ed in una popolazione con poco diffuso senso civico di base come quella che abita la nostra penisola, sappiamo tutti che il paesaggio e l’ambiente naturale corrono brutti rischi.
      Ciao e grazie del commento.
      Francesco

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    2. Gentile Arch. Molajoli
      fino a poco tempo fa alcuni popoli (che chiamiamo “primitivi”) non mettevano in relazione l’atto sessuale con la procreazione, non se erano resi conto del nesso…. Oggi non si mette in relazione la vita umana con i servizi ecosistemici (acqua, aria pura, alimenti, medicine, controllo degli eventi estremi) che consentono la vita e che sono forniti dalla Natura SOLO se è in buona salute.
      Beti Piotto

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