Notizie sullo stato dell’architettura del paesaggio in Italia – di Fabio Di Carlo – Giugno 2013

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Notizie sullo stato dell’architettura del paesaggio in Italia
testo di Fabio Di Carlo – Professore associato di Architettura del paesaggio nella Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”.

E’ possibile scaricare la versione in PDF di “Notizie sullo stato dell’architettura del paesaggio in Italia” che include note e riferimenti originali dell’autore.


L’attuale stato di crisi dell’università italiana, di cui tutti parlano diffusamente, rischia di travolgere anche uno spezzone della formazione, quale quello dell’architettura del paesaggio, di grande importanza, ma ancora con alcune debolezze strutturali. Siamo in una fase interlocutoria e credo quindi possa essere utile rappresentare la situazione, anche se, per chi come me si è da sempre interessato di Architettura del Paesaggio – o meglio di Arte dei Giardini, come ho sempre amato definirla – tracciare un quadro della situazione rispetto all’insegnamento di queste materie, richiede una distanza critica non semplice rispetto agli avvenimenti recenti. Il coinvolgimento diretto e quindi i toni a tratti passionali potranno testimoniare tale difficoltà in questo senso.
Ma con l’ottimismo che è proprio di chi fa paesaggio – cosa c’è di più ottimistico di piantare un albero o di seminar qualcosa – voglio iniziare con una buona notizia. Quest’anno al XXII Festival International des Jardins di Chaumont-sur-Loire sono presenti tre giardini di giovani progettisti di paesaggio italiani. Ogni anno il festival, che è l’appuntamento più significativo rispetto all’innovazione sul giardino e sul paesaggio , realizza circa 25\28 giardini sperimentali, di cui alcuni da grandi firme del paesaggismo ed altri attraverso un concorso internazionale aperto a progettisti di giardini, creativi ed artisti, gruppi multidisciplinari, nonché a studenti di scuole di progettazione del paesaggio. I tre giardini sono di Daniela Borroni, Susanna Rossellini e Simona Venturelli con Courir pour voir la couleur du vent, provenienti tutte dal Politecnico di Milano; Matteo Veronese e Martina Mangolini, che hanno studiato a Genova e Venezia, con Le sentiment bleu; Fabio Ferrario, architetto formatosi poi al paesaggio a Roma, con Elisabetta Pallone, graphic designer, che hanno realizzato Le parfum du blanc, un giardino con una pergola pensata come “corno dell’abbondanza…Sotto l’ombra della pergola, ci si ritrova in un’atmosfera isolata dal mondo … riscoprire la bellezza della semplicità e la purezza dei colori che simboleggiano il trionfo dei fiori bianchi e dei loro profumi ancestrali” (dalla relazione di progetto).

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Non sono di certo i primi e gli unici ad avere raggiunto questi risultati. Sin dagli anni iniziali di apertura dei corsi di paesaggio, si capiva chiaramente che la creatività italiana riusciva ad esprimersi bene anche nello specifico del progetto di giardino. Solo per ricordarne altri usciti dalla scuola di Roma, nel 2003 nella manifestazione “Hortus Artis” presso la Certosa di Padula, condotta da Achille Bonito Oliva, un gruppo di studenti realizzò COMPOST, affianco ad opere di WEST8, di Atelier Le Baltò, di Topotec1 ed altre grandi figure di prestigio internazionale. Di nuovo a Chaumont-sur-Loire, nell’edizione 2007 studenti di paesaggio di Roma realizzarono UNDERGARDEN, una riflessione tra street art e giardino. E poi, last but not least, un gruppo che includeva i promotori stessi di questa rivista, nel 2008 realizzavano REPOS ÉTERNEL , pubblicato su riviste del settore in Italia e in diversi altri paesi.
Potrei andare avanti a lungo con i risultati recenti e passati, della scuola di Roma e di tutte le altre italiane, con altri concorsi, contesti ed eventi; oppure potrei raccontare delle evoluzioni professionali di molti giovani paesaggisti. Tutto testimonia di un possibile futuro potenzialmente promettente e che gli studenti che in questo decennio trascorso hanno frequentato i corsi di studi in paesaggio in Italia, erano e sono rappresentazione di un livello di formazione che permette in termini qualitativi un confronto diretto con il panorama internazionale.

Il quadro attuale vede invece questi corsi, paradossalmente, sempre più spesso marginalizzati. Ci si trova spesso a dover discutere sulla progressiva conclusione proprio di quei corsi di studi che hanno prodotto questi risultati: un personale ridotto a circa 30 unità su tutto il territorio a causa del suo mancato rinnovo, corsi che chiudono o che si fondono con altri sino a perdere di visibilità e continue discussioni sul “diritto” di esistenza di questa formazione. L’obiettivo principale di questo breve saggio sarà quindi fare una riflessione sull’insegnamento dell’architettura del paesaggio nel nostro paese a circa dodici anni dall’introduzione di questi esperimenti nelle nostre università e sulle motivazioni di questo stato di crisi.

Il titolo, non a caso, è in realtà la parafrasi di quello di un libro che Pierluigi Nicolin pubblicò nel 1994, “Notizie sullo stato dell’architettura in Italia” , dove in sintesi l’autore si chiedeva perche mentre in tutta Europa si assisteva ad una esplosione dell’interesse verso la cultura architettonica, connessa ad un’innovazione generale della produzione progettuale e realizzativa, in Italia regnasse una pluridecennale stagnazione. Erano i tempi di Tangentopoli, molti progetti si fermavano per la crisi che ne derivò, altri semplicemente perché erano figli distorti di quella stagione. L’Italia non era in sostanza, dal dopoguerra, un paese, se non sul piano delle riflessioni teoriche e di poche realizzazioni, a cui guardare per lo sviluppo della cultura architettonica. Molta produzione edilizia ordinaria, le città senza autore che continuavano a crescere, in particolare le periferie, senza identità ed interesse né per i fruitori, ne per gli addetti ai lavori.
Dopo circa vent’anni siamo di nuovo in crisi profonda, ma nel frattempo non si fa altro che parlare di architettura, su tutti i magazine, in televisione e su altri media. Anche alcune nostre città hanno i loro edifici firmati da archistar che, come nuovi landmark e fuochi di attrazione, fanno parte dei circuiti di turismo, specializzato e non. Forse non è tutto cambiato, soprattutto rispetto alla produzione e alle trasformazioni ordinarie delle città e rispetto al lavoro di tutti quei professionisti non classificabili come star, ma qualcosa di certo si è modificato rispetto alla consapevolezza che l’architettura esiste.
Il parallelo, vent’anni dopo, spostato sull’architettura del paesaggio, in particolare sul suo insegnamento, con crisi istituzionale ed economica evidenti, mi sembra abbastanza semplice ed evidente.
Anche di paesaggio oggi si parla moltissimo, spesso anche in sedi non proprie e con grandi approssimazioni. Ma di nuovi paesaggi e in particolare di interventi significativi, ne realizziamo molto pochi nel nostro paese, soprattutto di esempi innovativi, tali da rientrare nel novero degli interessi degli architetti del paesaggio. E quindi ai nostri colleghi, professionisti e\o docenti, che conoscono molto bene il nostro paesaggio agrario e i lustri di paesaggi, parchi e giardini storici, se ci chiedono quali nuovi interventi di paesaggio sono stati realizzati o in corso di studio o realizzazione, preferiamo continuare a dire, come diceva P. Nicolin nel ’94, “… per paura di fare brutte figure, diciamo sempre più spesso che non succede niente”.
La domanda sostanziale è quindi quale prospettiva culturale, didattica, accademica stiamo costruendo in questa fase nel nostro paese a fronte di un’aspettativa diffusa, della società, nei nostri partner europei, perfino del Presidente Napolitano che ci ha richiamati in uno dei suoi discorsi di fine d’anno in questo senso?

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Alcune precisazioni: distanze e miopie
Preciso che intendo parlare dell’architettura del paesaggio e del suo insegnamento, non dello stato del paesaggio in Italia in generale. Ovvero voglio evitare alcuni possibili equivoci e prendere alcune necessarie distanze funzionali alla comprensione di queste parole.
Voglio anzitutto evitare di parlare del problema del paesaggio e della gestione del territorio in tutta la sua ampiezza problematica, strada che per le sue implicazioni ci distrarrebbe dal nostro oggetto principale.
Preferisco poi esplicitare chiaramente una posizione ideologica e prendere una chiara distanza verso chi sovente parla di una sorta di “grande malato”, il paesaggio appunto, che nell’immagine troppo spesso veicolata dai principali mezzi di comunicazione, appare come grande problema, anziché come opportunità.
Un paesaggio sul quale sembra quasi che le uniche azioni trasformative da intraprendere possano essere esclusivamente cautelative: curare, preservare, tutelare, e ancora tutti i verbi con prefisso ri- o re-: ristrutturare, recuperare, riqualificare, ripristinare, ed altro.
Posizioni di grande rispetto e a volte di interesse, ma che mal celano spesso un’idea conservativa e di mantenimento del patrimonio come problema prevalente o spesso unico. Quasi che il paesaggio fosse un bene statico, invece di quel sistema evolutivo, espressione costantemente aggiornata delle società che lo producono, come invece da più parti è invocato. Penso invece al paesaggio come occasione di progetto e come viatico quindi per questa sorta di miopia che genera solo posizioni di protezione e tutela del patrimonio e dell’ambiente, come strumenti unici per la loro conservazione e trasmissione futura.
Sono inoltre distante dall’identificazione unica del paesaggio con quello dei luoghi naturali o antropici di alta qualità universalmente riconosciuta, secondo un ragionamento che non appare neanche sfiorato da quanto ormai invece consolidato almeno a livello europeo: il paesaggio è tutto e ovunque e le qualità del paesaggio debbono far parte della quotidianità di tutti . O da altri paradigmi semplificativi e ricorrenti, per i quali la tutela e trasmissione del patrimonio possa esser garantita solo attraverso il grado minimo di trasformazione dell’esistente, quasi un “non fare”. Oppure un fare teso solo a minimizzare e mimetizzare le trasformazioni o a mitigare il loro impatto, coprendo spesso con l’autorevolezza di posizioni intellettuali e di potere, l’ipocrisia dell’incapacità di un pensiero positivo complessivo dell’azione trasformativa.
Il paesaggio, per fortuna non sono io a dirlo, è dato di per se evolutivo, frutto del cambiamento storicamente determinato delle società, delle proprie culture, delle produzioni e delle modalità di insediarsi in un territorio. E quindi appare evidente che in realtà il problema reale sia la nostra incapacità di gestire in maniera sapiente, bella e di qualità, le trasformazioni e\o di definire, necessariamente e obbligatoriamente, il nostro paesaggio, in termini funzionali, simbolici e culturali, affianco e\o sovrapposto e\o integrato a quelli preesistenti, per aggiornare e ulteriormente sedimentare il nostro patrimonio. Patrimonio che invece si vorrebbe cristallizzato e musealizzato. Giovanni Klaus Koenig giustamente sottolineava già all’inizio degli anni Novanta, i limiti della Valutazione di Impatto, presentando un paradosso: “Penso a cosa sarebbe successo se Filippo Brunelleschi avesse dovuto presentare il modello della sua Cupola a una ipotetica Commissione per la V.I.A.” . Aggiungo facilmente che lo stesso potremmo dire di infinite altre opere di tutta la storia dell’umanità. Ma quindi resta il problema: cosa si è rotto rispetto a questa capacità di poter guardare all’innovazione come un dato realmente positivo, nel senso del miglioramento e della gratificazione delle società?
Vorrei infine evitare di rappresentare l’approccio opposto, che coincide con la convinzione che la progettualità e le sue qualità estetiche intrinseche possano rappresentare risposta in se esaustiva delle questioni legate alle difficoltà del fare paesaggio nel nostro paese, ovvero che il gesto ideativo e la sua forza possano costruire una risposta efficace a questo stato di difficoltà. È quasi una posizione opposta alla precedente, una sorta di ottimismo del “fare dimostrativo” che aspira a proiettarsi, attraverso una dimensione quasi utopica, oltre la contingenza. Forse un’altra forma di miopia, anche se positiva

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Riforme e controriforme
Ad uso dei non avvezzi al linguaggio ministeriale o per chi era allora molto giovane, tra il 1999 e il 2000 accadde una serie di cose importantissime per questo nostro racconto e per l’università tutta. Nel 1999 venne sottoscritta la Dichiarazione di Bologna e si avviò il processo di un sistema che ampliava, anche sul piano terminologico e valutativo, le possibilità di confronto e di riconoscimento delle esperienze formative a livello europeo, permettendo anche un’ampia mobilità di studenti, ricercatori e quindi anche di professionisti. Nello stesso anno si varava anche la legge 509, detta riforma Berlinguer, che attraverso lo strumento dell’autonomia delle sedi universitarie, permetteva un’ampia possibilità di tracciare percorsi formativi nuovi, di maggior specializzazione, anche per dare finalmente riconoscimento ad alcune nuove figure professionali che, di fatto, la società aveva prodotto o richiedeva e che fino ad allora si erano costruite esclusivamente sul campo, al di fuori o a lato dell’università. Rispetto alla formazione sul paesaggio, il Consiglio d’Europa emana nel 2000 la già citata Convenzione Europea del Paesaggio. Non un dispositivo comunitario, ma uno strumento di indirizzo, che impegnava i paesi sottoscrittori alla trasformazione in leggi nazionali e alla diffusione di alcuni dettami, tra i quali appunto la diffusione della conoscenza, della sensibilizzazione e degli studi sul paesaggio .

Tutto ciò produsse un grande fermento. Il convergere di strumenti diversi, con una grande coincidenza di tempi, permetteva, non solo nel nostro specifico, di ridisegnare l’università tutta e di aggiornarla ad una realtà trasformata. Credo di poter affermare che sia stato l’ultimo grande progetto di università che possiamo ricordare. Tutto ciò che è seguito sino ad oggi in termini di riforme, oltre a portarci nelle difficoltà di cui tutti parliamo, non ha avuto neanche lontanamente la portata progettuale di quella legge che, al di là di alcuni limiti oggettivi, cercava di prefigurare con i suoi strumenti una nuova università per un società e un contesto mondiale che intraprendeva un percorso di modificazione profondo, di cui forse solo oggi riusciamo a valutare i primi effetti.

Le facoltà di Roma, Genova, Reggio Calabria, Firenze, che già in forme diverse avevano cercato di costruire dei percorsi sperimentali o di perfezionamento, attraverso le scuole di specializzazione o attraverso la formazione di nuclei forti di docenti di paesaggio, subito si indirizzavano alla costruzione di percorsi di studi completi di paesaggio, piani di studi 3+2, che spesso in forma anche pionieristica, si mettevano sul mercato con risultati numerici che peraltro non tardarono ad arrivare, anche se in maniera differenziata. Gli anni successivi sono stati per molti un rincorrersi di numeri crescenti, ai quali si riusciva a tener testa con difficoltà, data l’esiguità dei docenti. Dal 2001 sino al 2010, le menti più vivaci ed esperte del paese, prese dalla professione o da dottorati di ricerca e altro, furono coinvolte in insegnamenti a contratto, spesso non retribuiti o comunque sottopagati, sotto un’unica grande tensione: costruire, come negli altri paesi europei dove questi studi erano consolidati, una prospettiva forte per questi studi.

Con il senno del poi, sulla Riforma e le sue ricadute generali, potremmo dire molte cose. Ad esempio che, come spesso accade, si trattava di una riforma che, non avendo corrispettivi in termini di stanziamenti di risorse, soffriva un po’ di afasia: il moltiplicarsi dei corsi di studio e della domanda non corrispondeva alla programmazione di nuovi ruoli di docenza o ad un diverso indirizzamento delle risorse esistenti. Poi di certo si ingenerò un meccanismo di proliferazione dell’offerta in tutte le direzioni, dove le novità reali fiorivano affianco ad altre, figlie di vecchie dinamiche di funzionamento accademico.

Ma per quello che riguarda il Paesaggio eravamo certi di alcune cose: stavamo costruendo una cosa nuova e i nuovi architetti del paesaggio che stavamo formando sarebbero stati degli absolute beginners, delle figure che, pur in un quadro normativo non ancora del tutto determinato e di mercato ancora in via di formazione, si presentavano come i primi, quasi assoluti , di una nuova categoria professionale.
Gli ordini professionali, anche se con difficoltà, definirono delle nuove sezioni indirizzate a questa, come ad altre nuove professioni derivate da quella originaria, pur nella contraddizione del mantenimento della figura dell’architetto come figura che deteneva comunque un primato, nella possibilità di azione indiscussa in tutti questi campi. Anche sul piano del mercato si muoveva qualcosa. Vivaisti, imprese del verde, costruttori mostravano un certo interesse per queste nuove figure.

Il progetto era semplice: una laurea triennale capace di fornire un primo gradino, di base ma solido, per una prima professionalizzazione direttamente spendibile. Un laureato triennale, il “piccolo giardiniere”, come lo definiva scherzosamente Salvatore Dierna , capace di collaborare con le sue specificità in uno studio di progettazione, ma anche di lavorare presso aziende del verde o in autonomia progettuale per interventi di piccola e media complessità. Seguiva poi la formazione dell’architetto del paesaggio, che approfondiva sia sul piano tecnico che su quello teorico quanto già appreso e si prestava alla possibilità di progettare anche su dimensioni e responsabilità più ampie, peraltro tabellate per decreto. I corsi nascevano in seno alle lauree triennali in architettura, con un forte imprinting progettuale e vicinanza a quelli di architettura. C’erano, e persistono, in vero alcune limitazioni forti, quali l’impossibilità di lavorare su qualsiasi forma di struttura architettonica. Si faceva la battuta che il laureato poteva progettare un parco o un giardino, ma non una cuccia per il cane o un capanno per attrezzi. Ma di queste cose i nostri studenti si preoccupavano fino ad un certo punto, consci di compiti ben più interessanti erano alla loro portata. Peraltro questo profilo di studi ottenne agevolmente anche il riconoscimento dell’EFLA (oggi IFLA Europe), ovvero dell’organismo europeo preposto al riconoscimento dei percorsi di studi in paesaggio.

Di fatto, nonostante le difficoltà attuali e il ritardo del paese rispetto alla costruzione di un background complessivo, giovani paesaggisti si sono diffusi sul territorio, nelle pubbliche amministrazioni, come nel lavoro di imprese e studi professionali. Tutte le amministrazioni cominciano con difficoltà, anche per effetto della trascrizione della Convenzione Europea del Paesaggio da parte del cosiddetto Codice Urbani, a confrontarsi con questi temi. Allo stesso modo negli studi di architettura e nelle imprese i giovani paesaggisti cominciano a trovare spazi, mostrando che, almeno in termini commerciali, il plus valore destinato all’attenzione ad alcuni aspetti paesaggistici e\o ambientali al progetto rappresenta una maggior spendibilità, sul mercato come nel rapporto con amministrazioni e comunità.

Purtroppo di quella fase e di quanto si costruì non resta che una tenue luce. Il suo respiro progettuale è stato progressivamente smontato da una serie di riforme, che forse potremmo meglio definire controriforme proprio per il loro carattere, che non esito a definire oscurantista.
Una serie di non-progetti, volti solo alla cosiddetta razionalizzazione e alla sostenibilità dell’offerta formativa, sulle quali potremmo spendere fiumi di parole . E purtroppo da destra come da sinistra. La sequenza delle riforme Moratti-Mussi e Gelmini e l’adeguamento ai loro regolamenti hanno prodotto e continuano a produrre quella contrazione delle università pubbliche di cui tutti parliamo, con atteggiamenti da parte di alcuni atenei che vanno anche oltre lo stretto dettato normativo. Il processo è stato disastroso e, inutile quasi dirlo, i corsi di studi di paesaggio hanno pagato un duro scotto e stanno progressivamente scomparendo, sia nei contenuti, che nel quadro generale dell’offerta formativa.

Senza voler entrare eccessivamente in tecnicismi, è necessario evidenziare che l’azione congiunta delle riforme recenti e dei relativi strumenti, di fatto costituì un passaggio di estrema difficoltà: l’impossibilità effettiva di costruire una triennale di architettura del paesaggio, ma solo all’interno dei percorsi di studi urbanistici o adesso come percorsi curriculari di lauree in architettura; la riscrittura di una laurea magistrale (ex specialistica) del tutto priva di alcuni contenuti e attribuzioni professionali assimilabili a quelli europei; l’azione progressiva di imbrigliamento dell’offerta in numeri sempre più contenuti attraverso l’imposizione di parametri sempre più restrittivi e l’impossibilità di completare la propria offerta formativa con docenti a contratto. Un innalzamento continuo di soglie che sta producendo effetti devastanti che assieme altri dispositivi di natura economica sempre nella direzione del restringimento (blocchi del turn over e quindi la progressiva diminuzione dei docenti competenti), stanno facendo il resto. Reggio Calabria ha chiuso i sui corsi in paesaggio, Venezia la sua laurea magistrale, Genova e Roma hanno visto la scomparsa delle lauree triennali originarie per conservare solo dei percorsi curriculari all’interno delle lauree brevi in architettura; pur mantenendo le lauree magistrali che rischiano in vero un processo di svuotamento dal basso.

Vanno aggiunte ancora un dato ed una riflessione. Il dato riguarda la fioritura di diversi corsi triennali, diversamente intitolati al paesaggio sorti attorno al 2005, una seconda ondata di corsi di studi, in particolare di lauree triennali all’interno dei profili di studi ad indirizzo urbanistico o di scienze agrarie (le cosiddette classi di laurea 21 e 25). In modello trovò molto spazio, sia nelle scuole di agraria, che in quelle di architettura. Una ricognizione di due anni fa vedeva otto sedi impegnate in questo senso.
La riflessione invece riguarda il livello di capacità progettuali che questi corsi riuscivano ad esprimere: speso poco spazio destinato al progetto e pochissimi docenti a disposizione. Lacune lamentate dagli stessi colleghi delle scuole di Agraria, dove sovente si registra uno sbilanciamento verso la fase conoscitiva e tecnica, a scapito di altre porzioni irrinunciabili della progettualità, ovvero le capacità di lettura coniugate a forti sensibilità estetiche e compositive, simboliche, con capacità di condurre processi progettuali significativi.

Di fatto oggi continuano ad esistere tre lauree magistrali in architettura del paesaggio rispetto alle otto di due anni fa: a Roma, nel nord-ovest grazie ad una convenzione tra Genova, Milano e Torino, più Firenze con una laurea condivisa tra architettura e agraria. Le triennali di fatto quasi non esistono quasi più. Restano a Genova e Roma degli indirizzi nelle lauree triennali di architettura, che con difficoltà riusciranno a dare la formazione di base per le magistrali. Negli altri paesi europei, al contrario, negli ultimi due decenni i corsi di paesaggio si sono moltiplicati. Un paese come la Turchia negli ultimi dieci anni ha integrato la propria offerta formativa sul paesaggio, fondato nuove scuole, sino ad arrivare ad averne 12, mentre qui assistiamo ad esperimenti che a fatica riescono a chiudere un ciclo di studi. Quando parliamo quindi di incentivare l’innovazione, in termini di ricerca e di formazione, di cosa parliamo?

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Nuove proposte
Se usciamo dall’università, nonostante il periodo di crisi, la realtà per fortuna è un po’ diversa. Pur nella crisi diffusa di questa fase storica, le opportunità di confronto e discussione sui temi del paesaggio e del giardino in Italia sono sempre più diffuse e di successo. Quasi non si riesce a seguire tutto quello che succede a livello nazionale: numerosissime manifestazioni, culturali e\o commerciali, si susseguono tra aprile e fine settembre lasciando vuoti solo alcuni fine settimana. Alcuni appuntamenti peraltro sono anche di un certo interesse, con un buon bilanciamento tra aspetti commerciali degli eventi e contenuti culturali, tra interesse di massa, di base e disseminazione di contenuti più alti: seminari, conferenze, premi e concorsi per garantirsi un livello più alto di partecipazione da parte di progettisti, per attrarre più ampie fasce di pubblico e contemporaneamente per veicolare contenuti.
Possiamo anche dire che si è diffusa a livello sociale un livello di consapevolezza piuttosto diffusa, anche se spesso veicolata dai media attraverso visioni un po’ distorte, indirizzate e orientate più verso i problemi ecologici e ambientali. Potremmo aprire lunghissimi capitoli sul tema “orti urbani” e su altre mode.
Di certo si registra una situazione quasi paradossale: un paese che vuole paesaggio e l’università che non riesce a fornire una risposta adeguata.

In tempi relativamente recenti è nato un progetto all’interno del CUN, il Consiglio Universitario Nazionale, promosso dal prof. Enzo Siviero, per la costruzione di una nuova classe di laurea dedicata al paesaggio. Un nuovo percorso che dovrebbe riuscire a raccogliere gli interessi al paesaggio provenienti dalle diverse aree: gli architetti, gli agronomi, i naturalisti, geografi e geologi, figure tutte che si interessano del paesaggio secondo prospettive diverse. L’idea è quella che più atenei e\o facoltà, assieme – grande novità – a quei ministeri maggiormente interessati alle trasformazioni del territorio (beni culturali, agricoltura, ambiente, infrastrutture) possano costituire alcuni poli a livello nazionale in cui questi interessi possano diventare convergenti attorno, finalmente, ad una figura di progettista del paesaggio a tutto tondo.
Purtroppo questo processo, per motivi e contrasti diversi, si sta rivelando più lungo di quanto previsto. Gli interessi corporativi spesso si risvegliano ed insieme i conflitti di attribuzione. Infatti, bisogna dirlo, alcuni segnali negativi arrivano proprio dagli organismi professionali degli architetti, che considerando l’architetto come figura capace di condurre qualsiasi tipo di processo progettuale, pensano le professioni derivate da quella originaria come un elemento di disturbo di una sovranità che si vorrebbe indiscussa, peraltro in pratiche professionali non tutelate, quali il paesaggio, il design ed altri, che sono di esercizio libero e che comunque continuano ad essere nel novero delle possibilità operative dell’architetto e dell’ingegnere.
Spero sinceramente che la trasversalità di questa proposta riesca a costruire le condizioni per uno spazio di colloquio reale e a farsi operativa in tempi stretti, superando ogni forma di chiusura delle posizioni.
Personalmente, per quanto conta, mi colloco tra due convinzioni solo apparentemente contrapposte.
Da un lato sono portato a dire che il paesaggio e le sue competenze possono essere di tutti. Ippolito Pizzetti era figura esemplificativa di come da una formazione filosofica, si potesse diventare l’esponente più significativo del paesaggio a livello nazionale. Allo stesso modo mi sono sempre battuto affinché, affianco alla formazione specialistica sul paesaggio, anche i corsi tradizionali di architettura conservassero qualche enzima di questa cultura. Ovvero da un lato credo che il nostro paese non possa che percorrere la strada degli altri paesi europei, per i quali tutto questo è scontato da molti decenni; dall’altro ritengo che l’architettura del paesaggio debba far parte di una cultura, multidisciplinare per definizione, come quella dell’architetto. A pieno titolo, affianco allo studio delle nuove tecnologie, dell’allestimento, del design o altro.

Credo che la formazione all’architettura del paesaggio in Italia debba muoversi in due direzioni: rafforzamento del proprio nucleo di identità e autonomia, assieme ad un arricchimento che venga dai margini, dalle altre discipline. Quasi come una cellula, il cui equilibrio risiede nell’autorganizzazione delle informazioni genetiche nel nucleo, assieme al contatto osmotico che avviene attraverso la sua membrana, di materiali, nutrimento e informazioni per una crescita completa. Ma c’è adesso un bisogno incredibile che questo centro si rafforzi, si definisca e si consolidi all’interno delle nostre scuole.

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11 pensieri riguardo “Notizie sullo stato dell’architettura del paesaggio in Italia – di Fabio Di Carlo – Giugno 2013

  1. Pur avendo già chiuso il mio intervento con il commento precedente, prendo ancora qualche frase di fprione come spunto, non me ne voglia, ma il discorso è davvero avvincente! farebbe piacere anche a me incontrarci per discuterne insieme.

    “perdendo una solida preparazione a 360 gradi, oltre ad una partenza ad handicap nel mondo del lavoro, va a perdere quella sensibilità tipica di chi sa leggere e affrontare un problema sotto tutti gli aspetti”.

    Opinione rispettabile ma che non condivido, penso di aver capito bene che è meglio essere architetti e poi specializzarsi uno o due anni in più per progettare ad esempio un parco urbano o una piazza..

    Facciamo così, a questo punto ho una proposta per gli architetti, dateci qualche competenza esclusiva nuova, tanto per farci contenti e permetterci di lavorare, ci facciamo qualche altro esame integrativo per averla non abbiamo problemi. Senza togliere niente agli architetti di ciò che hanno, gli lasciamo tutto invariato, e poi sulle competenze comuni, sui progetti di architettura del paesaggio ce la giochiamo, e vediamo come va a finire..

    “penso che la specializzazione possa e debba avvenire dopo la laurea quinquennale”,

    Ci lamentiamo tutti del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro,, la specializzazione per me non può avvenire dopo una laurea quinquennale, sarebbe bello per tutti avere tanto tempo e tante risorse a disposizione.. ma non ci siamo economicamente e con i tempi della vita. laurearsi in architettura diventerebbe roba da ricchi! ( e già lo è visto il costo delle stampe, dei computer e del resto..! ) Il tempo medio per laurearsi credo sia 6 -7 anni, ci sommiamo un ulteriore specializzazione di altri minimo 2 anni? e mettiamo che si riescono a fare in tempo senza altri ritardi.. una laurea che dura dai 7 ai 9-10 anni? “iniziamo” a farci le ossa a 30 anni in qualche studio.. ancora a casa con i genitori? quando faremo una famiglia e dei figli a 40 anni? sarebbe piuttosto dura per chi non ha i mezzi.. mi viene da pensare ai fuori sede che dovrebbero pagare 9 anni di affitto e spese oltre le tasse universitarie! arriviamo già ora tardi nel mondo del lavoro!

    saluti di nuovo a tutti,

    L.V.

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    1. Non la vedrei così tragica: la laurea in architettura è di 5 anni, e ci si può specializzare mentre si fa tirocinio, o si lavora presso uno studio. E tornando al suo ragionamento, vista la seria difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro da parte dei paesaggisti, definirei piuttosto quella una “roba da ricchi”. Mi passi il paragone: sono musicista, ma venendo da una famiglia non certo benestante e conoscendo le difficoltà di lavoro che moltissimi musicisti avevano non ho intrapreso quella professione. Chi poteva permettersi di studiare anni e anni uno strumento erano proprio i figli di famiglie benestanti che, avevano a disposizione il posto nella azienda di famiglia, se (e accadeva quasi sempre) con il diploma di violino non si trovava lavoro. Mi scuso per il paragone, ma mi sembra che le due situazioni (purtroppo) siano abbastanza simili. Per quanto riguarda la sottrazione di competenze vale quello che ho già scritto: paesaggisti, urbanisti, conservatori, designer… sarebbero tutti legittimati a togliere competenze all’architetto, che ritengo, in quanto tale resta una figura insostituibile per concorrere alla tutela dell’immenso patrimonio storico, culturale e ambientale del nostro vituperato paese.
      Cordiali saluti
      P.S.
      Disponibile a un incontro quando vuole: f.pirone@gmail.com

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  2. Il primo a chiedere scusa per aver sbagliato il cognome del prof. Di Carlo sono io; per quanto riguarda la modifica del mio cognome, essere accostato al grande filosofo scettico mi fa sentire a mio agio, data l’ampia dose di scetticismo che accompagna i miei interventi. Non vorrei che la mia battuta sull’architetto senza lavoro perché in Italia non si costruisce metta in secondo piano la sostanza del problema: prima di smontare una formazione professionale come quella dell’architetto ante DPR 328, o architetto Unione Europea bisogna pensarci non una ma cento volte. Non certo perché penso che nel 2013 un architetto tuttologo possa trovare spazio (Le Corbusier parlava di un architetto che poteva disegnare dal cucchiaio alla città ma nel frattempo sono passati circa 100 anni……) ma perché penso che la specializzazione possa e debba avvenire dopo la laurea quinquennale, seguendo quanto previsto dalle facoltà di architettura negli anni 90 che prevedeva (se non sbaglio) dipartimenti che già davano un orientamento verso future specializzazioni (urbanistica, paesaggio, restauro etc.) pur conservando l’unicità della laurea quinquennale. Forse un paesaggista 3+2 ha una preparazione specialistica migliore in assoluto (per varie ragioni non ne sono così convinto) ma perdendo una solida preparazione a 360 gradi, oltre ad una partenza ad handicap nel mondo del lavoro, va a perdere quella sensibilità tipica di chi sa leggere e affrontare un problema sotto tutti gli aspetti. Un giardino urbano, magari in un centro storico, presenta delle complessità che comprendono l’architettura il restauro il paesaggismo, la psicologia, la sociología, la filosofía etc. Questa multidisciplinarietà non si risolve sommando le competenze di singoli esperti, se manca un substrato culturale comune che solo una laurea in architettura può dare. spero che avremo modo di incontrarci, magari in AIAPP, per discutere serenamente di questa delicatissima questione.

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  3. Ringrazio per questo ultimo intervento,

    Purtroppo non ho avuto il piacere di leggere i concetti e le idee espresse in altri precedenti articoli da F. Pirrone, lo farò senz’altro con piacere. Ero certo che qualcuno avrebbe risposto a seguito del mio intervento, perché sul finale mi sono lasciato trasportare dalle emozioni.. perdonate la mia irruenza.. La questione delle competenze, anche se è un po’ fuori tema perché parlavamo dello stato dell’università e delle facoltà di paesaggio, è piuttosto spinosa e parlarne anche ai margini di un discorso è sempre motivo di scambio di idee in ogni dove. Per questo replico soltanto una volta, lasciando spazio alla discussione sul tema posto dal Prof. Di Carlo.

    Mi permetto di riprendere una parte del discorso precedente davvero interessante.

    “Ognuno di questi settori lamenta l’ingerenza dell’architetto tuttologo; potemmo allora seguire il ragionamento di Valerio e sottrarre, ad una ad una, le relative competenze all’architetto UE (che brutto termine, mi sembra un’espressione partenopea…). Va da se che ciò equivarrebbe ad esautorare l’architetto del 90% delle sue competenze, o, per dirla in altre parole, a far morire la professione dell’architetto in Italia, visto che di nuove costruzioni se ne fanno poche o punte.”

    A parte la divertente parentesi sulla “espressione partenopea” che ho trovato davvero simpatica, ( ma è così che chiamiamo comunemente da studenti a volte gli architetti ) non posso che concordare sul fatto che è normale che una figura professionale completa, e che per secoli è bastata a fare tutto non voglia cedere le proprie competenze.. ma a mio avviso, il fatto che le abbia sempre avute tutte, non significa che debba ancora averle nel 2013 se sono stati formati da anni altri specialisti che hanno speso tempo ed energie per essere quello che sono. Non è colpa nostra se non c’è lavoro e se c’è crisi nel settore delle costruzioni e se per questo l’architetto ha tutte le sue rispettabili ragioni per barricarsi e non volersi far sottrarre delle competenze. Noi esistiamo, non è colpa nostra e dal momento che ci hanno creato con uno scopo e una ragione ben precisa, avrebbero dovuto , per me, darci un ruolo ben definito anche se questo avesse significato per qualcun altro dover cambiare e cedere competenze storicamente sue, senza rimpianti.
    ( Che poi non so se qualcuno volesse togliere competenze agli architetti di una certa età, piuttosto penso sarebbe stato più realistico farlo alle nuove matricole , non so.. forse con una riforma. ) Per usare parole di F.Pirrone sempre contenute nell’estratto di cui sopra, “di nuove costruzioni in Italia se ne fanno poche” , vorrei dire che è indubbiamente un problema ma non penso che sia la fine per gli architetti. Per me non è più il tempo di costruire, di costruzioni in Italia ce ne sono anche troppe, piuttosto dovremmo concentrarci ad esempio sul recupero e sulla riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, sul loro ammodernamento e sulla loro efficienza energetica per colmare il gap con altri paesi in termini di cosnumi e magari di emissioni di agenti inquinanti, puntare su qualcos’altro, poiché non credo ci sia più molto spazio per costruire a meno che non cancelliamo i “vincoli ricognitivi” e costruiamo magari sulle cime delle montagne,e su tutte le coste di mari laghi e fiumi..! poi c’è sempre modo di costruire con qualità e criterio nessuno lo nega. Di abbattere e ricostruire quando e dove necessario, non oso parlare e faccio finta di non averlo scritto nemmeno. Oppure potremmo costruire abusivamente ovunque.. tanto poi c’è il “condono” e il furbetto di turno si piazza la villa o l’ albergo proprio su un bene paesaggistico DI TUTTI a scapito dei suoi connazionali (e non) che ne avrebbero potuto godere.. Nel tempo di tanto in tanto succede qualcosa che si chiama “evoluzione”.. Prima non c’era l’Europa, adesso c’è, prima non c’era l’attenzione al paesaggio (purtroppo) che c’è oggi, prima non c’era una convenzione europea del paesaggio, adesso si. Abbiamo persino un codice! Non dobbiamo avere paura di cambiare. La vita è tutto un cambiamento. Noi siamo il nuovo, e non vogliamo fare la guerra all’architetto ne tanto meno l’architetto vuole farla a noi. Sarebbe bello come molti vorrebbero, collaborare per rendere il mondo e soprattutto l’Italia migliore di com’è, ognuno con la sua professionalità ma insieme. L’unione ha sempre fatto la forza, uno da solo a volte può bastare ma più spesso no.. Non bastiamo da soli nemmeno a noi stessi.
    “far morire la professione dell’architetto” ..nessuno se lo auspica e non credo che morirebbe se lo specialista del paesaggio ad esempio avesse la competenza esclusiva di redigere relazioni paesaggistiche o di occuparsi di progettazione di architettura del paesaggio.. si lavorerebbe forse maggiormente insieme, architetti , paesaggisti e altri, sono convinto. Certo se si ritiene che l’architetto del paesaggio sia una professione sostanzialmente inutile perché in fondo c’è l’architetto che può fare tutto ciò che è nelle competenze del paesaggista, benissimo, potevamo risparmiarci tutti un inutile spreco di energie, a partire dai giuristi a finire agli insegnati e agli studenti passando per quelli della segreteria. Purtroppo per chi lo pensa non è così, ci siamo, e non smetteremo di chiedere di esistere. Resterò sempre convinto che alcuni architetti sono, sono stati e saranno ottimi paesaggisti, anche se non hanno una formazione in tal senso, non hanno seguito corsi di botanica, non hanno seguito laboratori di progettazione del paesaggio ecc.. ecc.. ma sono ancora più convinto che se c’è un nuovo professionista che entra nel mercato del lavoro, dovrebbe essergli dato il suo ruolo specifico. nessuno dovrebbe sentirsi mai privato di nulla, sopratutto della dignità professionale.

    Ringraziando F.Pirrone per l’attenzione dimostrata al mio intervento,

    auguro a tutti buone vacanze estive.

    V.L.

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  4. Mi ero ripromesso di non ritornare su questo argomento sulle pagine di questo blog (termine che considero riduttivo e che non rappresenta in alcun modo il grandissimo lavoro (in qualità e quantità) che Paesaggiocritico sta facendo. Francesco Tonini conosce bene le mie idee al riguardo e sarebbe inutile ribadirle, ma di fronte all’intervento del prof. Di Carlo, e alle relative repliche credo sia opportuno riaffermare alcuni concetti. Parto dalla fine: nell’ultimo intervento Valerio Lanciotti scrive “siamo già in concorrenza con altri laureati ad esempio architetti UE, ai quali non sono state tolte ( in maniera incomprensibile, ma siamo in Italia tutto è incredibile! ) competenze che dovevano essere date in esclusiva a noi specialisti del settore”. Valerio tocca un problema centrale: quello delle competenze, rispetto al quale invito ad una riflessione: quante sono le materie (stavo per definirle (im)prorpiamente specializzazioni) in qualche modo affini all’architettura, che molti esperti vorrebbero sottrarre alle competenze degli architetti? Oltre al paesaggio inteso alle varie scale, dal giardino alla pianificazione, potremmo citare l’urbanistica, il design, il restauro, la scenografia, persino l’arredamento di interni. Ognuno di questi settori lamenta l’ingerenza dell’architetto tuttologo; potemmo allora seguire il ragionamento di Valerio e sottrarre, ad una ad una, le relative competenze all’architetto UE (che brutto termine, mi sembra un’espressione partenopea…). Va da se che ciò equivarrebbe ad esautorare l’architetto del 90% delle sue competenze, o, per dirla in altre parole, a far morire la professione dell’architetto in Italia, visto che di nuove costruzioni se ne fanno poche o punte. Quindi il tema delle competenze è senz’altro più complesso e va affrontato tenendo conto di tutti gli aspetti che vanno ben oltre l’architettura del paesaggio. Francesco conosce la mia piccola storia ma è bene ripeterla per sgomberare ogni equivoco: sono laureato in architettura a Roma nel 1981, e avendo lavorato da studente presso uno studio di arte dei giardini, ho cominciato ad interessarmi al paesaggio a partire da terzo anno di facoltà. Appena laureato mi sono iscritto a Genova, dove nell’anno precedente era stato istituito, presso la Facoltà di Architettura, il corso biennale di perfezionamento in Architettura del Paesaggio. Terminato il corso, dal 1984 al 2003 mi sono occupato di progettazione del paesaggio, iscrivendomi all’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, fondata da Porcinai nel 1950 (per cui non definirei absolute beginners i laureandi in architettura del paesaggio, visto che da 60 anni ci sono dentro e fuori AIAPP ottimi professionisti che si sono battuti e si battono per la diffusione della cultura del paesaggio in Italia). Da qualche anno, data la scarsità di lavoro (e si, la situazione è peggiorata nettamente in questi ultimo dieci anni, e questo dovrebbe dar da pensare) mi occupo molto meno di paesaggio. Da quando il dpr 328 istituì l’esame di Stato per diventare paesaggista (e il relativo corso di studi) tutti noi soci dell’AIAPP salutammo con entusiasmo questo evento. Erano state istituite quattro figure “distinte”: architetto, pianificatore, paesaggista e conservatore,e se ci pensiamo bene, tre delle quattro figure afferivano più o meno direttamente, al paesaggio: nelle varie scale e nelle varie epoche. Col passare del tempo si sono invece evidenziate le carenze e i difetti di questa riforma, e Sirica, allora presidente del CNA aveva messo subito dei paletti dicendo (vado a memoria): a prescindere dalle specializzazioni rimane sempre valida la figura dell’Architetto che mantiene in se’ tutte le competenze (vedi il corso di laurea in architettura UE). E qui vengo a quello che considero il punto debole dell’intervento del prof. De Carlo. Riguarda la professione e le competenze del paesaggista, che sono attribuite e non riservate. Ciò significa che tutto ciò che può fare un paesaggista lo può fare un architetto. Purtroppo il legislatore, nella sua frenesia di moltiplicare i laureati ha creato delle figure professionali con scarsissime possibilità di inserimento nel mondo della professione. Mi riferisco ai laureati triennali in generale, e a coloro che conseguono la laurea in architettura del paesaggio, o in conservazione, pianificazione in particolare). Non ci voleva molto a capire che in un paese che in alcun modo si premia la professionalità, figure così specialistiche avrebbero avuto enormi difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro. Non sono d’accordo con il prof. De Carlo quando afferma “Purtroppo di quella fase (lauree specialistiche ex dpr 328. ndr) e di quanto si costruì non resta che una tenue luce. Il suo respiro progettuale è stato progressivamente smontato da una serie di riforme, che forse potremmo meglio definire controriforme proprio per il loro carattere, che non esito a definire oscurantista”. Il mio disaccordo deriva dalla convinzione che questa situazione sia provocata non da una asfittica offerta formativa, ma da una asfittica domanda da parte degli studenti più informati di prima riguardo agli sbocchi professionali delle lauree specialistiche. Un committente che vuole restaurare un giardino storico, se vuole rivolgersi agli specialisti ex dpr 328 deve chiamare un paesaggista, un conservatore e un architetto; come alternativa può rivolgersi a un professionista che ha tutte le competenze,e sic rebur stantibus, la scelta sappiamo qual’è. Ma vado oltre nel dire che in questi anni, ho maturato la convinzione che, in questo paese e un questo momento storico, la figura dell’architetto ante dpr 328 è tutt’altro che sorpassata. Se non sbaglio, negli anni 90 furono istituiti dei dipartimenti che servivano a orientare gli studi nelle varie discipline (restauro, paesaggio…..) in modo da avere laureati che possano già avere un indirizzo diverso dopo cinque anni, mantenendo però le piene competenze, con la possibilità di master di secondo livello per approfondire ulteriormente la materia. Mi rimetto al giudizio del prof. De Carlo, sicuramente più informato di me, ma pur essendo cosciente che questo, in assoluto non è il modo migliore per formare un paesaggista, dico che è il modo più concreto perché tiene conto (e DEVE tenere conto) dei futuri sbocchi professionali degli studenti. Mi scuso per il maiuscolo, ma credo che più di una volta, l’università parli troppo di formazione e troppo poco di professione. Come se fossero non fossero le due classiche facce della stessa medaglia.

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  5. Bellissimo articolo.
    Per la prima volta mi trovo a scrivere su questo sito e concordo con voi.
    vorrei sfogare io il mio pensiero in qualche riga.

    “Lo stato in cui vivo è un posto incredibile, nel bene e nel male.”

    Abbiamo una grande tradizione di tutela tra vincoli dichiarativi e vincoli “ex lege” derivanti dalla legge Galasso dell’ 85 ( redatta molto probabilmente in risposta al condono edilizio di pochi mesi prima ) , fino ad arrivare alla convenzione europea del paesaggio , al codice dei beni culturali e del paesaggio ed ai piani paesaggistici con i vincoli di terza generazione. La tutela e la valorizzazione del “patrimonio culturale”, ( beni paesaggistici e beni culturali ) a noi appare quasi scontata, considerando la stupenda morfologia del nostro territorio che fa da base perfetta e variabile alla vita. Le forme ed i colori della vegetazione da noi sono così tanti da creare scenografie sempre nuove e mai monotone. Noi stessi, parte del nostro fantastico paesaggio, nel tempo, abbiamo contribuito alla ricchezza e alle specificità presenti, dall’architettura alle tradizioni culturali, dai beni culturali alle forme del territorio da noi vissuto. Sembra assurdo che a fronte di un tale patrimonio ed a fronte di tanti sforzi e sacrifici da parte di alcuni nostri predecessori per salvarlo, e darci una normativa sulla quale lavorare, oggi non si dia credito alla formazione di specialisti del paesaggio edotti per continuare a tutelare, valorizzare e speriamo anche creare” il paesaggio. Sembra assurdo che l’università italiana ma nello specifico la nostra, sia in questo stato pietoso e che i corsi di laurea triennale e specialistica italiani di architettura del paesaggio non siano invece incentivati! Eppure è così.. lo stato in cui vivo è un posto incredibile! Senza contare che studenti volenterosi e insegnanti di alto livello ci sono e sono tanti… il nostro paesaggio dovrebbe essere uno dei motori principali della nostra economia! Tutto ciò mentre paesi che al proprio paesaggio iniziano a pensare ora con anni di ritardo rispetto a noi e con meno della metà del nostro patrimonio ci salutano da lontano e probabilmente ci deridono! In un mondo normale, si terrebbe fede all’Art. 9 della Costituzione e alla convenzione europea.. invece no! siamo qui a tamponare le falle, a lottare contro la speculazione del territorio, contro gli abusi, contro la miopia di uomini che non vedono più in la del loro naso, contro un sistema che vuole distruggere anziché raccogliere e innovare. Non possiamo permettere questa regressione culturale, molti di noi laureati in Arch. del Paesaggio (e non) scappano all’estero stanchi e demoralizzati, altri restano e sono fortunati ed altri ancora restano a fare gli schiavi caddisti o renderisti piuttosto bravi per meno di cinque euro l’ora in nero, in studi dove forse gli viene detto: ( testuali parole ) “..ma In Italia che ti vuoi paesaggià?” molti non sanno nemmeno dell’esistenza della facoltà di paesaggio mentre altri ti scambiano per giardiniere chiedendoti metodi di potatura per la loro pianta esotica ( e forse invasiva ) da appartamento. Fortunatamente almeno il dibattito sul paesaggio sembra essere vivo e ammetto di essere molto infastidito nel vedere la parola paesaggio decontestualizzata e/o sfruttata da speculatori e improvvisati. Non devono chiudere le facoltà di paesaggio.. l’insegnamento non può sparire.. sarebbe un danno enorme anche per chi è laureato, perché il titolo a mio parere perderebbe di interesse da parte del mercato del lavoro. siamo gia in concorrenza con altri laureati ad esempio architetti ue, ai quali non sono state tolte ( in maniera incomprensibile, ma siamo in Italia tutto è incredibile! ) competenze che dovevano essere date in esclusiva a noi specialisti del settore.. un paesaggista si annienta la vita per 5-6 anni per studiare una materia che ama e della quale diventare specialista.. sarebbe corretto dargli il rispetto lavorativo che merita altro che chiudere le facoltà!

    Un caro saluto al Prof. Di Carlo dall’ ex studente delle ultime tavole

    Valerio Lanciotti

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  6. Una interessante riflessione ed analisi su una situazione che purtroppo continua ad essere davvero sempre così stagnante, per usare alcune sue parole. Ogni giorno mi devo battere per far capire, o meglio come preferisco definirlo io, ri-educare la sensibilità di chi mi è intorno alla cultura del paesaggio. E’ sempre così frustrante doversi trovare a lavorare in studi di architettura ed ingegneria, dove la professione del paesaggista, sembra essere solo il vezzo di qualche sfaccendata signora…almeno per quanto riguarda la mia esperienza. Poi ti trovi a dover lavorare in vivai all’interno dei quali gli “uffici tecnici” sfornano progetti discutibili, ma che le amministrazioni locali o privati approvano ed identificano, come “buon” progetto/intervento paesaggistico, quando all’interno dei quali è in realtà molto spesso sfacciatamente visibile, la mancanza di una minima base di sensibilità, etica ed estro. La situazione italiana che viviamo ora, coda di tante altre passate, favorisce inoltre una oggettiva difficoltà nell’aprirsi una propria via nel mondo del lavoro. Ma sempre per citare le sue parole: siamo degli ottimisti, cosa c’è in fondo di più ottimistico di piantare un albero o seminare qualcosa…
    Un caro saluto da un suo ex-studente.

    dr. Daniele Colla

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