Fine dell’era dei giardini? – piccoli paradisi perduti di periferia

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Questo articolo è dedicato a Lucilla Zanazzi ed al suo splendido libro Uomini e piante edito recentemente da DeriveApprodi. Non me la sono sentita di proporre la fredda recensione al testo che contiene la filosofia, ed in certa parte la vita di una donna totalmente al di fuori del pensare comune, rivoluzionaria nella sua difesa conservativa di un mondo, quello degli appassionati della bellezza del “sistema spontaneo naturale”, che sembra in via di estinzione. Volutamente non sto utilizzando la parola dalle mille definizioni “natura”, destinata ad inevitabili errori interpretativi, perché quello di cui desidero parlare è, nel modo più possibile vicino alla vera essenza di Lucilla, qualcosa che va oltre i significati associati a “natura”. Voglio intendere invece il senso di una locuzione che possa definire la spinta spontanea che ha portato l’uomo a generare l’arte, la filosofia, lo studio delle cose e la contemplazione estetica della realtà. Il mondo delle cose è, per chi ha la capacità di scorgerlo nel presente e nello studio della nostra storia culturale, meraviglioso oltre ogni immaginazione, anzi in ogni immaginazione umana associata alla sua essenza.
Ringrazio Lucilla perché attraverso le nostre lunghe conversazioni è riuscita ad aprire uno spiraglio in me, tale da permettermi di sbirciare in quello che prima era un universo sconosciuto e che ora ho la possibilità di godere ogni volta che ne ho voglia, senza fretta, ma con la giusta curiosità che genera i pensieri ma soprattutto le emozioni.
Perché “fine dell’era dei giardini”? Lascio rispondere le parole contenute in alcune citazioni rubate dal libro di Lucilla. Considerazioni illuminanti, risultato del riflettere di una mente libera.

“Che piante metterci? (…) Mettiamoci le fragole e l’insalata che quelle vanno sempre bene e poi si mangiano. Ecco perché la moda dell’orto urbano ha preso così piede! (…) Nelle città, quasi tutti i giardini pubblici odierni sono spazi sterili di cemento, massi di pietre ricavate dalle nostre montagne distrutte dalle cave, qualche ulivo e a volte dei cipressi, roba che fa così italico (…) belle aiuole ricoperte di prato a rotoloni, con in mezzo qualche strisciata di ciclamini bianchi e rossi. (…)
Penso che saper leggere un quadro sia importante come fare un corso di composizione e che avere una cognizione su dove si stiano dirigendo l’arte contemporanea, la land art, la video arte e la fotografia sia fondamentale. (…) L’idea del giardino nasce nella testa dell’uomo come ricerca di perfezione, è l’idea del paradiso perduto (…)
Se mi chiedi come oggi un ragazzo possa avere l’illuminazione, non lo so. (…) Forse anche loro durante l’infanzia hanno oziato seduti sulla riva di uno stagno, si sono arrampicati sui rami di un albero sempre più in alto, (…) hanno notato che il sole tramonta, (…) hanno scoperto il posto dove fioriscono le viole (…)”

Mi sembra tutto talmente lucido e comprensibile: città in mano ad architetti che mettono orti urbani perché non conoscono le specie vegetali e tentano di governarne qualcuna a scopo pseudo-nutritivo; giardini pubblici sempre più asettici, senza poesia; necessità di comprendere che per poter creare, ma anche solo poter apprezzare un vero giardino bisogna conoscere la storia, la cultura, l’arte, la poesia ed un po’ di filosofia.
Quindi, cosa succederà quando questa ultima generazione di utilissimi nostalgici, cresciuti a fare esperienze in giardini e pratoni ed a smuovere la terra in città ancora non disumane, sarà rimpiazzata da una nuova generazione allevata in distese cittadine prive di colore, da percorrere alla svelta in mezzi sempre più veloci o peggio, da conoscere attraverso la rete virtuale? Vi sarà una rivoluzione? Un miracolo? Degli eletti sorgeranno e riscatteranno almeno la bellezza dei giardini?
Si parla da decenni di gentrificazione, cioè di allontanamento delle classi sociali deboli da parti di città, conquistate dal potere delle classi sociali ricche. Bisognerebbe anche parlare di emarginazione della bellezza dai luoghi in cui viviamo, quella generata dal conoscere il modo di agire della natura per noi e dentro noi. Come chiamare questo fenomeno? Brutificazione?

Le foto pubblicate in questo articolo si riferiscono ad un piccolo giardino di periferia, almeno di quel che ne resta. La storia, simile a tutti i luoghi in cui si stabiliscono dei barbari è semplice: una persona, che possedeva la grazia della natura, viveva in questa casa popolare assegnata alla periferia di Roma. Alla sua scomparsa, gli “stranieri”, gli “estranei alla natura” del luogo sono succeduti ed hanno fatto piazza pulita dello sporco! Si, le piante sporcavano sicuramente.
Io il giardino l’ho potuto osservare da fuori estasiato, per qualche primavera, catturato dal mistero che spingeva una anziana signora con pochi mezzi a continuare a darsi da fare per mantenere quel piccolo spazio di vita. Il giardino era modesto, disordinato, probabilmente prezioso solo per chi l’aveva creato. Ma regalava gioia. Uno spettacolo che per merito della semplice rete che separava l’interno dall’esterno, si donava in una intimità condivisa che non ha mai voluto escludere gli sguardi da tanta meraviglia. Ora non c’è più niente da osservare, ma il giardino come è oggi ci parla, urla di dolore, racconta di quanta insensibilità si sta spargendo nella civiltà urbana. Scommetto che fra poco i bruti alzeranno anche un muro, per escludere dalla vista degli altri la loro incapacità di sapersi rallegrare del mondo.
Come si fa a contrastare il fenomeno della “brutificazione”?.
Le persone intervistate da Lucilla lo sanno, ed è per questo che dovete comprare il libro Uomini e piante.

Chiudiamo con un ultimo estratto dal libro:

“Orti negli asili e nelle scuole, così i nostri bambini imparano che l’insalata non cresce nelle vaschette di plastica del supermercato (…) ma allora anche il pollaio, così capiranno che il petto di pollo non è una cosa rosa, molliccia (…) li accudirei (gli ortaggi) e una volta pronti per la raccolta, li lascerei li dove sono, manderei tutto in fiore: cavoli, cicorie, insalate, finocchi, barbabietole rosse, rape, carote, pomodori, fagioli, carciofi… in un gran bailamme colorato e poi frutti, bacche e semi e un tripudio di uccelli che verrebbero a servirsi nella loro mensa scolastica. Poco utile, ma molto istruttivo.”

La natura non è un orto da cui trarre frutti, è noi. Non dimentichiamolo.

Francesco Tonini

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