FAI Giovani Roma – Sul lavoro del paesaggista: il confine tra natura e paesaggio progettato – di Clara Bartocci e Silvia Sarli

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Immagini di Luca Brunetti, fotografo e volontario FAI

Siamo già stati ospiti di un precedente incontro organizzato dal FAI giovani Roma (FB) presso la Casa delle Letterature di Roma per il ciclo “Paesaggio Prossimo, ovvero il paesaggio che verrà”. L’incontro fu quello del 6 marzo 2013, in cui grazie all’interessamento di Marina Fresa, siamo stati invitati dalla presidentessa del FAI Lazio, Valeria Grilli, per presentare Paesaggiocritico e per parlare del paesaggio in “rete”.
Questa volta, invece, siamo stati chiamati per confrontarci in dibattito sulla figura del Paesaggista e su quello che dovrebbe essere il suo ruolo nella conservazione, tutela e valorizzazione del paesaggio nel rispetto dei luoghi e della natura che li “abita”. Abbiamo dunque espresso le nostre opinioni assieme al prof. Luigi Boitani, docente di Zoologia per La Sapienza, e a Costanza Pratesi, architetto responsabile dell’ufficio ambiente e paesaggio del FAI.
Il resoconto del dibattito, riportato in maniera precisa ed oggettiva dalla fresca laureata in Storia dell’Arte Clara Bartocci, e da Silvia Sarli, laureanda in Storia dell’Arte, è appena più sotto nella pagina. Queste due ragazze, volontarie del FAI giovani Roma, dimostrano come sia viva la volontà della nuova generazione di confrontarsi con il patrimonio culturale italiano, comprendente anche il paesaggio, al fine della sua protezione da azioni insensate provocate dall’ignoranza e dall’inosservanza del semplice buonsenso.
Non la faccio lunga perché il report delle due giovani è sintetico e dettagliato allo stesso tempo e non ha bisogno di aggiunte. Voglio però far precedere solo una breve citazione, pertinente e parallela a quella che è stata la mia posizione sul tema il giorno dell’incontro, da un saggio di Paolo D’Angelo del 2012 “Proposte per un’estetica del paesaggio”:

“Il paesaggio è diverso dal territorio dei geografi e dall’ambiente degli ecologi. I termini, naturalmente, non sono importanti, una volta che sia stata chiarita la sostanza delle cose. La geografia ha pieno diritto di parlare di ‘paesaggio’ intendendo la conformazione fisica dei luoghi, ivi incluse le trasformazioni introdottevi dall’uomo; ma deve essere chiaro che si tratta di altra cosa dal paesaggio in senso estetico: il primo può essere descritto come un geosistema, il secondo no. (…)
il paesaggio non è e non può essere un museo, già solo per il fatto che un paesaggio, per essere veramente tale, deve essere un paesaggio vivo, che evolve con la storia. (…)
Il paesaggio in senso estetico non è mai soltanto natura, è sempre anche storia.”

Francesco Tonini


Testo di Clara Bartocci e Silvia Sarli.
Paesaggio Prossimo, ovvero il paesaggio che verrà.
Settimo incontro
Sul lavoro del paesaggista: il confine tra natura e paesaggio progettato

Mercoledì 22 maggio si è tenuto presso la Casa delle Letterature il settimo incontro del ciclo di conferenze organizzate dal FAI Giovani Roma “Paesaggio prossimo, ovvero il paesaggio che verrà”.
Ci si è interrogati su “Sul lavoro del paesaggista: il confine tra natura e paesaggio progettato” grazie alle valenti provocazioni critiche di discussione e riflessione proposte nel corso del dibattito dai relatori Luigi Boitani, Costanza Pratesi e Francesco Tonini.
Moderata dalla Presidente del FAI Lazio, Valeria Grilli, la prima parte dell’incontro è stata un’introduzione alle problematiche di riflessione sul tema del paesaggio, in quanto termine esteso, non precisamente definito, ma ‘multicomprensivo’.
Come un’opera d’arte, il paesaggio va percepito e valutato per se stesso, riconosciuto nelle sue caratteristiche distintive per le quali gli viene attribuito un valore specifico, che influenza le successive azioni di tutela e salvaguardia.

Luigi Boitani, infatti, ha inizialmente spiegato come l’immagine di un paesaggio sia il frutto dell’incontro tra un contesto ambientale naturale e l’uomo, che lo ha plasmato secondo le proprie necessità. Il paesaggio è dunque il risultato di una funzione caratteristica che esso ha svolto per l’uomo nel corso del tempo. Ma non è possibile prevedere oggi quale ruolo potrebbe assumere domani: è, quindi, lecito bloccare l’immagine del paesaggio scegliendo una funzione che magari oggi non è più attuale, compiendo nei suoi confronti un qualcosa di simile a un’operazione museale? Come le opere d’arte musealizzate vengono conservate, ma al tempo stesso decontestualizzate dal loro luogo di destinazione originaria, così il paesaggio a cui viene applicata una destinazione artificiale, non rischia di essere denaturalizzato?

Anche il modo di riflettere sul paesaggio si è trasformato nel corso del tempo, si è passati dal concetto di natura a quello di ambiente, entrambi poi compresi nel termine generale di paesaggio.
La nozione di ambiente odierno, secondo Costanza Pratesi, deve infatti comprendere tra le sue componenti anche l’uomo, che in questo senso deve essere responsabile delle proprie azioni e delle reazioni che ne possono derivare. Lasciare un paesaggio in mano alla Natura comporta delle conseguenze, non è una semplice delega di responsabilità: è necessaria una finalità precisa, che sia l’obiettivo cui si mira, nel gestire le trasformazioni di un ambiente. Su cosa si fonda, quindi, un opportuno intervento sul paesaggio? Gestendo le sue trasformazioni in divenire, esso va conservato sia nella sua specifica biodiversità naturale sia come testimonianza di un’identità, come traccia di un vissuto. L’esempio migliore, in questo caso, è costituito dai terrazzamenti liguri abbandonati: ripristinare gli originari muretti a secco contribuisce ad una duplice finalità culturale e ambientale, poiché, oltre a restituire alle colline il loro aspetto storico, favorisce il sostegno del suolo limitandone le frane.

Nel momento in cui la funzionalità primaria di un paesaggio decade, le due scelte cui ci si può trovare di fronte sono il suo abbandono o la sua musealizzazione. Dunque riconoscerne il valore storico e culturale, secondo Francesco Tonini, è centrale per un valido intervento paesaggistico, che diventa necessario per non subire la potenza vitale della Natura: “il Paesaggio si fa, non si subisce”. Rinunciare ad operare su di esso, di fatto, è una ‘non scelta’ che tradisce un atteggiamento inconsapevole e l’abbandono diventa così sinonimo di ignoranza. Il paesaggio, interpretato diversamente secondo la propria cultura di riferimento, è comunque percepito dalla collettività come portatore di un valore unico da salvaguardare. Ma è possibile tutelare tutto? Ogni ‘valore’ infatti comporta un costo di manutenzione. Bisogna pensare ad un coordinamento, afferma Tonini, “il Paesaggio si fa con l’economia, con i processi economici”. Tuttavia, come scegliere dei paesaggi particolarmente significativi rispetto ad altri da salvaguardare?

Il pericolo è quello di incappare in una scelta troppo arbitraria, risponde il consigliere regionale FAI Marina Fresa, tuttavia ricorda anche che il mancato intervento provoca catastrofi come quella delle Cinque Terre, che costano alla comunità in termini di inestimabili vite umane e di ingenti danni fisici: in Italia molti dei fondi della Protezione Civile vengono usati per risarcire le aree colpite dalle emergenze idrogeologiche.

Dunque, identificare la soglia per un piano di intervento responsabile è fondamentale e, per consentire ciò, la considerazione del contesto in cui si interviene è centrale: ispirazione e aspirazione si devono fondere per rispettare “il confine tra Natura e Paesaggio progettato”.

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