FVP di Roma 2013 – “in difesa di sei meravigliose follie”, lettera di Franco Zagari

giardinodelvento

Pubblichiamo con piacere la lettera garbata inviataci dal prof. Franco Zagari, in risposta al nostro articolo critico sull’edizione delle Follie d’Autore 2013 del Festival del Verde e del Paesaggio di Roma.
Nonostante siamo convinti che il professore sia assolutamente in buona fede, continuiamo ad essere perplessi nei confronti delle realizzazioni proposte durante il Festival. Nella lettera si parla di “poetiche che non arrivano al cuore”. Secondo noi non è un problema di poetica, variabile soggettiva per eccellenza, ma di lacune di passaggio, non professionali ma legate alla sensibilità paesaggistica, tra concetti e forme presentate. Nulla da dire se alcune installazioni fossero state presentate in altra tipologia di Festival, sono belle, interessanti e fanno riflettere allo stesso modo di una opera d’arte. Su quella terrazza, a parere mio, erano invece fuori luogo, decontestualizzate, e di fatto il professore accenna a Duchamp. Il problema è che il paesaggio non potrà mai essere arte astratta, sarà sempre legata ad una realtà in modo inscindibile. Realtà di cui bisogna conoscere le regole, i meccanismi, le necessità, ma anche le poetiche presenti. Ecco, nelle installazioni delle Follie ho percepito il tentativo di sostituzione di quelle poetiche già insite naturalmente nel paesaggio in un processo pericoloso ed artificioso, di arte astratta appunto. La sperimentazione è necessaria e questa edizione delle Follie è stata forse quella più sperimentale sino ad adesso, ma è anche vero che lo sperimentare non deve trasformarsi in un volo alla cieca che non tiene conto del medium in cui avviene, l’aria, il paesaggio.
Forse questo anno è divenuta più evidente una contraddizione nelle tre offerte sulla “progettazione del paesaggio” del Festival: da un lato i Balconi e dell’altro due mostre simili, quella delle Avventure Creative, che non ha perso del tutto quel legame con la realtà di cui abbiamo appena parlato, e l’offerta delle Follie, che pressata dalla caratteristica già sperimentale delle Avventure Creative, si trova a sconfinare in mondi che non hanno più a che fare ne con il verde, ne con il paesaggio, accennati nel titolo del Festival. Ma queste sono scelte organizzative di competenza degli organizzatori del Festival.
Teniamo a precisare che le nostre domande non contenevano in nessun modo alcuna insinuazione riguardante lobby accademiche associate ne al Festival e benché meno al professore.
Ringraziamo il professore per averci preso sul serio e per aver risposto con una sua versione sull’edizione delle Follie. Terminiamo dicendo che andremo a vedere molto volentieri la proiezione del film dedicato alle Follie.

Francesco Tonini


La lettera

CARO FRANCESCO TONINI,
Peccato, le follie non ti sono proprio piaciute. Grazie comunque, delle tue parole gentili nei miei confronti, e di una critica senza guanti, che non è troppo in uso.
Premetto, nei limiti di un estempore corsaro di tre giorni, di amare i miei sei autori, di essere grato della loro risposta, di essere anche stato sorpreso e spiazzato, di avere provato non desiderio di conferme, ma piuttosto vertigine di curiosità. E ora che devo montare un film ti confesso anche di essere preoccupato di non perdere scaglie di bellezza, di non sapere ancora come li esporrò a un pubblico di cui tu oggi sei un esploratore in avanscoperta.
Come quando si esce dalla visione di un film capita di trovarsi in assoluta opposizione col parere di un carissimo amico, con il quale si è stati accanto per due ore di apnea, così sempre più spesso mi trovo di fronte a dichiarazioni passionali che mi spiazzano, sembra che tutti siano pressati dall’essere pro o contro qualcosa, nella terra di mezzo niente.
Ora io mi sono andato a cercare le tue critiche, a cominciare dal fatto che ho voluto – che arroganza!- essere commissario unico delle follie d’autore per non scendere a nessun compromesso, rispondere di persona del mio racconto, la cui chiave era di presentare sei realtà molto diverse, autori, città, immaginari, età, il cui tratto comune era in principio la mia fiducia nella loro coerenza, nella loro attitudine di ricercatori originali, nella loro competenza. Ho parlato di Pirandello e di Rashomon proprio per spiegare che il gioco era aperto a molteplici interpretazioni, alcune anche conflittuali. Niente gioco accademico, niente lobby, niente selezione generazionale, alcune vecchie amicizie, alcuni conosciuti solo per fama. Essere solo mi ha permesso un approccio del tutto intuitivo nella scelta. Ora gli autori, che sono più meno giovani, si sono andati anche loro a cercare le tue critiche, assumendo sei posizioni radicali, e allora? Non c’è posto per Magritte o per Duchamp nel mio coro? Sono più installazioni che giardini? E dove sta il confine? Chi sperimenta oggi, nell’ambito di un tempo contratto e faticoso, frasi alchemiche di anticipazione scientifica, tecnica, estetica, con la stessa generosità e maestria dei miei sei invitati? Tutti e sei hanno portato secondo me tanta autentica ricchezza di spunti, esponendosi senza timore. ma qui cado nella tua trappola, sto lodando me stesso.
Ma certamente se le poetiche non arrivano al cuore e alla mente, come capita al cinema, si uscirà insoddisfatti. Ma allora il pericolo è di avere perso un nodo del mio discorso, quella consapevolezza che attraverso questi giardini parla di paesaggio, in quanto prototipi (di paesaggi critici?).
Da ultimo il premio, io non ho avuto alcuna responsabilità né influenza sulla giuria, a proposito, che giuria! Li ho molto ammirati, i sei mi erano tutti vicini come fratelli o figli, non avrei potuto scegliere. Ho solo raccomandato di non rendere pubblica alcuna graduatoria e di non dare degli ex-aequo.
Ti inviterò a vedere il mio film, grazie di questa occasione di fare due chiacchiere,
con stima e simpatia
Franco Zagari

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