FVP di Roma 2013 – Report finale: critica della ragion “Follie” tra cose molto promettenti

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Perdonatemi perché non so quel che dico…..
Atto finale di un riassunto in tre parti sul Festival del Verde e del Paesaggio di Roma 2013.
Sarò uno stolto, uno che parla a caso, uno sciocco arrogante, ma prima di farvi vedere il video in fondo alla pagina, voglio approfondire i pensieri su ciò che non mi è piaciuto di questo Festival, le “Follie d’autore” di cui abbiamo già accennato brevi frasi nel primo report.
Ammetto la possibilità che potrei sbagliare e spero di non offendere nessuno, ma credo che le Follie stiano prendendo una brutta piega (il riferimento alle pieghe è puramente casuale anche se due installazioni realizzate presentavano pieghe piuttosto vistose). E’ possibile che sia tempo di cambiare? Non intendo cambiare il Festival, che nella proposta generale è stato eccellente, ben organizzato e sempre piacevole da visitare. Intendo cambiare generazione di architetti del paesaggio che dovrebbero indicare, almeno dal punto di vista progettuale, i processi evolutivi del territorio italiano.
Le Follie di questa edizione hanno inserito un tarlo nella mia mente. Un tarlo che scava e fa male. Che il Festival sia come la rosa, la prima specie che, in associazione con altre piante, solitamente mostra i sintomi di malattia? Ma quale malattia?
La malattia del nostro sistema culturale in primo luogo!
Riassumiamo quello che abbiamo già scritto in altri articoli…..la scuola di architettura del paesaggio, mai decollata in Italia, negli ultimi cinque anni è stata fatta a brandelli; il paesaggista in Italia è una figura marginale per la quale competono varie categorie: agronomi, forestali, geografi, biologi, botanici, architetti, architetti del paesaggio, fra poco anche dottori, casalinghe, vari ed eventuali. Nulla in contrario, ma quello che più ferisce è la generazione di “grandi maestri” che rimane in vetta alle decisioni riguardanti l’educazione e l’inserimento nel lavoro di giovani, prima ottimisti e poi profondamente delusi da un sistema che li stritola e li costringe a desistere (quel sistema che incita molti idioti a dire che i giovani non hanno voglia di fare nulla e che dovrebbero rimboccarsi le maniche ed andare a lavare i piatti…..). Ma allora, che le teniamo aperte a fare le Università? Solo per sottrarre quei pochi spiccioli rimasti a genitori preoccupati del destino dei figli?
Credo sia proprio così. Vediamo il caso di Roma. Orfano della triennale, il corso di specialistica biennale serve a poco per acquisire la competenza e la sensibilità dell’architetto del paesaggio. Se la faranno nel mondo del lavoro, potrebbe rispondere qualcuno…..quale mondo del lavoro? Quello delle commesse che non ci sono e degli studi di grandi architetti che prendono qualsiasi lavoro, anche quelli che non sanno fare, e lo fanno svolgere a tirocinanti comandati come marionette?
No, l’Università serve a formare ed inserire, nel senso completo dei termini utilizzati. Ed invece, la Sapienza si è trovata per anni con dottorati in paesaggio fotocopia (anzi brutte copie del primo…..il particolare sui corsi lo trovate qui) che servono a cosa? A dare un lavoro ad una classe decrepita di architetti che hanno dimorato nell’ombra della carriera quarantennale di coloro che li hanno preceduti sulle cattedre di mezza Italia, e che ora non mollano l’osso?
Sembra brutto da dire, ma ci sarebbe bisogno di un salto generazionale e forse, terrorizzante da pensare, anche di due generazioni, verso un ignoto che non credo potrà essere peggiore del presente.
Torniamo alle Follie.
Gli invitati sono stati personaggi abbastanza noti, fondatori di studi di successo ed anche docenti universitari. Quindi la delusione nel vedere quello che hanno prodotto è stata ancora più grande. Ripeto, forse non capisco nulla, e sono un idiota, ma il fatto che non vi sia stato un concorso e si sia proceduto ad invito di “personalità” della progettazione, ha prodotto l’effetto contrario dei divertenti balconi e delle brillanti avventure creative.
Ho massimo rispetto per Franco Zagari, il curatore della mostra delle Follie. Ho studiato sui suoi libri, alcuni miei docenti sono stati suoi allievi. In più è una persona deliziosa, sempre disponibile e gentile, ma soprattutto un intellettuale di grande cultura. E’ possibile che questa volta abbia sbagliato?
Sicuramente non ho ne la sensibilità ne la cultura per vedere ciò che Zagari è riuscito a leggere nell’installazione che ha incoronato come vincitrice di questo anno, “Giardino del vento” di Daniela Colafranceschi, ma non riesco a spiegarmi perché abbia vinto nonostante mi stia sforzando.
Le altre installazioni non mi facevano impazzire, ma personalmente avrei fatto vincere proposte più giocose, come “Tappeto “GOOD DESIGN” di MADE associati, Michela De Poli ed Adriano Marangon, oppure “La sedia che scotta” di Claudio Bertorelli / Asprostudio . Il tema di questo anno era sicuramente particolare “(…)Trarre dalla depressione della crisi elementi di forza che la trasformino in una condizione di vantaggio, ecco la proposta, cercare di smontare e rimontare vizi, abitudini, norme che hanno messo in stallo il progetto, con un’attitudine che non solo non è negativa, ma è anche creativa, (…)”, ma non credo che giustifichi il vincitore.
Che Zagari abbia preso un abbaglio? Che si sia fatto trasportare troppo dalla poetica del titolo? Che non abbia visto l’anti-estetico attacco a terra dell’installazione? Che non abbia raccolto la retorica delle Tillandsie, piante che con la loro capacità di trarre beneficio dall’umidità dell’aria simboleggiano la risposta alla crisi, ma che piazzate in quel modo sembravano schiave indottrinate da una struttura pseudo-naturale?
Chiudo il discorso con altre domande….E’ possibile che lo stallo paesaggistico di questa nazione sia stato prodotto dalla generazione di docenti universitari ora settanta/ottantenni e da quelle immediatamente successive, che hanno perorato la causa di un paesaggio migliore senza mettere in campo capacità e passione? E’ possibile che sia tempo di cambiare?
Chiedo ancora scusa, forse sbaglio tutto, ma sono domande che mi sono posto e che volevo condividere.
Nel video potete vedere una raccolta di riprese del Festival e l’intervista alla Paesaggista marocchina Soumaya Samadi, che il prossimo 31 maggio 2013 alle ore 18:00 presenterà il suo libro “Les poetiques du paysage” alla Casa dell’Architettura di Roma.

Francesco Tonini


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5 pensieri riguardo “FVP di Roma 2013 – Report finale: critica della ragion “Follie” tra cose molto promettenti

  1. Dovrei far leggere questo articolo a mia madre.
    Sicuramente potrei farle capire il perchè del mio senso di delusione, frustrazione e smarrimento, che non riesce proprio a capire. Perché dopo anni di studi, di sacrifici (anche suoi, economici), di migrazioni per l’Italia allo scopo di costruire quella formazione da paesaggista, che in Italia non c’è, lei proprio non riesce a spiegarsi la mia rabbia e quindi anche la mia ultima decisione di non sostenere neanche l’esame di stato. Lei non riesce a capire la mia perdita di entusiasmo per quel mestiere che per molto tempo non è riuscita neanche a spiegare a chi le chiedeva “che cosa fa tua figlia?”.
    Questo articolo credo proprio che potrebbe aiutarla, perché queste cose sono le stesse che penso io e che ho riconfermato, purtroppo, al Festival del verde del paesaggio di Roma.

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  2. Caro Francesco,
    Non ti devi scusare tremila volte per quello che pensi. Questa é casa tua e gli argomenti che tratti fanno parte della tua formazione e costruzione del tuo pensiero, per cui non DEVI SCUSARTI se le follie di quest’anno non ti sono piaciute. Non sono piaciute neanche a me e francamente non ho capito neanche gli esiti dei lavori di una giuria composta soprattutto da architetti. Temo che il premio sia stato dato a quella istallazione che ha usato piú “piante” ……. Passatemi la battuta ……
    Questo Festival a mio avviso dovrebbe occuparsi di giardino e non di paesaggio. E chiamare paesaggisti soprattutto, o giardinieri, o chi il giardino lo sa fare, non chi sporadicamente fa delle riflessioni sul “paesaggio”, blaterando sull’importanza del processo e usando parole ormai talmente consumate che ci si annoia al solo pensiero di sentirle.
    Intendiamoci, tutti i coinvolti sono in buona fede, Zagari incluso, ma forse é proprio sbagliato l’approccio. Io sulla mia pelle l’ho capito chiaramente nella scorsa edizione.
    No, non ti devi scusare per ció che hai scritto, si tratta di dire la propria e avere il coraggio di esprimere quello che uno pensa. Il silenzio non é mai condivisione e forse é il caso di iniziare a dire le cose per cambiare.
    Servono corsi di laurea, non servono? Servono ordini, firme, associazioni? Su questo sto iniziando fortemente a dubitare, visto che c’é piú confusione oggi sul nostro lavoro che non nel 1985 quando ho iniziato a sporcarmi le mani di terra.
    Il paesaggio é di tutti? Temo che oggi sia diventato di nessuno.

    monica sgandurra

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  3. Mi permetto un’analogia con la ricerca scientifica. Hai presente l’ignobel, il premio per l’invenzione più inutile? Ecco, questi premi sono frutto di una ricerca scientifica più o meno senza scopo, a sola discrezione del team che le porta avanti. Perchè continuano ad esistere? Perchè non si sa mai: dall’apriscatole con le ruote potrebbe nascere la tecnologia per un rover marziano, dal portacenere autopulente potrebbe nascere la tecnologia per il terraforming di nuovi pianeti, ecc.
    Non mi sento sufficientemente qualificata per prendere una posizione a riguardo, ma spero che queste follie possano condurre ad un paesaggismo e un’urbanistica più sensata, anche se -confesso- non mi sembra di intravederci un barlume di possibilità. Solo la sedia a muro mi ha dato un senso di conforto, perchè io sono una di quelle grassone che sono sempre alla disperata ricerca di un posto dove sedersi.

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