AlfaBeto Paesaggio #6 – il rumore dello spazio


Illustrazione di Federica Fruhwirth per Paesaggiocritico

“il paesaggio si lascia vivere, lo spazio si lascia progettare”

Eugenio Turri da Antropologia del paesaggio

“Ove è rumore ivi è difetto, ciò che è pieno è in sé raccolto”

Gotamo Buddha da Suttanipato

Queste due citazioni, apparentemente lontane, sono invece connesse da profonde analogie.
Credo che la frase di Turri comprenda la più grande constatazione che si possa fare sul paesaggio: il territorio, quando è Paesaggio riconosciuto come tale, completo, non ha bisogno di azioni e modificazioni, si vive così come è. Ci accoglie con benevolenza e ci porge i doni della natura, e l’uomo di riflesso lo rispetta, lo venera, lo considera sacro. Lo spazio dunque non va confuso con il paesaggio. Lo spazio è il medium in cui ci muoviamo, viviamo ed agiamo, ma non si può vivere con piacere senza “personalizzazione”. Immaginiamo una stanza vuota. Quello che percepiamo è lo spazio contenuto dai limiti delle mura. Non è propriamente vivibile in se. Per vivere la stanza c’è bisogno di lavoro: pavimentare, pitturare, ammobiliare, caratterizzare, renderla unica. Una volta fatto, non percepiremo più lo spazio, ma l’ambiente e la cultura del suo creatore, ed ora la stanza si lascia vivere nel modo in cui è stato deciso.
Qui nasce il collegamento con la seconda citazione, quella del Buddha. Tutte quelle azioni necessarie a rendere vivibile lo spazio della stanza, producono rumore, caos, disturbo in senso generale. I muratori, del resto, non sono noti per essere silenziosi! Ciò che produce rumore è quindi in “difetto”, è incompleto, non in pace perché non in equilibrio. Noi uomini non saremo mai in pace, è la stessa caratteristica della vita a produrre il rumore che ci contraddistingue. Dobbiamo “conquistare” come punto di forza del nostro successo. E’ possibile però distinguere differenti livelli di “rumore” prodotto dall’uomo, in base alla dose di modificazione operata sul paesaggio. Il paesaggio agrario, quello sano non inquinato da colture intensive dipendenti da incentivi chimici, determinato comunque dalle azioni umane, presenta un livello di rumore piuttosto lieve, percepibile solo dalle persone più sensibili. Anche lo “spazio” agrario è poco percepibile, si armonizza abbastanza bene con la sua identità di luogo.
Ora pensiamo alla città, alle sue dinamiche veloci che producono rumori violenti. Di fatto in città, con l’aumentare della tecnologia e della frenesia della società, percepiamo sempre meno luoghi e sempre più spazi, vuoti, non accoglienti, su cui sarebbe necessario agire per compensare gli squilibri ed i “difetti”. C’è di più: il rumore della città è qualcosa che graffia l’anima. E’ qualcosa che inquina i pensieri e che diviene rumore di fondo. Per non sentirlo, per farlo scomparire utilizziamo le arti in un crescendo di distrazioni emotive, come la musica, l’unico mezzo che alza il livello minimo di percezione dell’udito. Ma negli ultimi decenni le nuove generazioni sono state costrette ad alzare il volume delle distrazioni e della musica a livelli assurdi, come nelle discoteche, al fine di riempire lo spazio con un differente tipo di arredamento, al fine di renderlo vivibile, pieno, e quindi di riflesso silenzioso. Ma non può essere questa la strada, perché il volume delle emozioni ha già raggiunto livelli talmente alti da danneggiarci. L’unica soluzione è quella di abbassare il rumore di fondo prodotto dalle città e tornare al paesaggio, all’ambiente che si lascia vivere così come è o così come lo abbiamo creato quando, nell’unico periodo prolifico della storia del paesaggio italiano, quello del rinascimento, abbiamo posto le basi di un paese unico. Il paradosso è che la cultura che ha prodotto il nostro paesaggio più amato potrebbe essere definita come materiale, attaccata ai beni terreni ed ai frutti della terra. Una cultura che modificava il territorio per governare l’agricoltura ed inconsapevolmente produceva il paesaggio rurale che oggi guardiamo con occhi incantati e tristi, perché sappiamo che sta scomparendo sotto l’aggressione del cemento sparso ovunque in nome del profitto di pochi meschini.
Quindi, se quegli uomini che hanno prodotto il nostro paesaggio agrario erano dei materialisti, come potrebbero essere definiti coloro che speculano ingannevolmente sul consumo di suolo? Assordanti miserabili?
Cito le parole di apertura di Il paesaggio e il silenzio di Turri:
“Il tempo del paesaggio non è il tempo dell’uomo. Il tempo del paesaggio è il tempo del silenzio, il tempo dell’uomo è quello del rumore.”

Quando si parla di paesaggio meglio essere chiari e partire da zero. La rubrica AlfaBeto Paesaggio tenterà di chiarire ogni dubbio e di rispondere al maggior numero di domande sul paesaggio con una frase, una citazione, ogni settimana.

Francesco Tonini

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