Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #28/2 – Filippi e Clément

Alternatives-au-gazon

La prima parte di questo articolo
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Olivier Filippi Alternatives au gazon Francia 2011 Actes Sud

Questo importante libro non è stato ancora tradotto, ma è in un francese così facile che l’ho letto dimenticando che non fosse scritto nella mia lingua. Olivier Filippi, famoso vivaista e ricercatore botanico, è uno di quelli che la natura preferiscono assecondarla invece di contrastarla. Vive a Sète, nel Sud della Francia, dove si occupa principalmente di giardino sostenibile in zone in cui l’estate è calda e secca e la vegetazione naturale è quella di macchia, dato per noi interessante perché è quella che ricopre una buona parte dell’Italia, ma ormai in tutta la penisola ci stiamo abituando a estati siccitose e molti Comuni del Nord hanno posto seri limiti all’innaffiamento dei giardini.
Forse, a questo, punto dovrei spiegare che cosa vuol dire “gazon”: per i francesi vuol dire moquette di prato, mentre “pelouse”, è il prato naturale.
L’autore, dopo aver fatto questa distinzione comincia a fare i conti: un praticello all’inglese (gazon), di quelli belli tosti. consuma 1000 litri al metro quadrato all’anno nel sud della Francia e 2000 in Sicilia. Troppo.
Monsieur Filippi ha anche altri motivi per contrastare il “gazon”: non solo consuma troppa acqua, ma ha anche bisogno di moltissimo azoto per essere bello “moquettoso”, allora giù fertilizzanti chimici a lunga e a corta cessione, per essere perfetto deve essere di un solo tipo d’erba e allora giù diserbanti selettivi, poi la tosatrice una volta la settimana… insomma una faticaccia e un disastro ecologico!
Nel libro ci sono delle foto di parchi americani o australiani con prati stupendi, curatissimi e su quei prati felici giovani sdraiati ad amoreggiare, a studiare, a far merenda… ma ci andreste voi, dopo aver saputo su quale massa di veleni siete seduti e i vapori che state respirando?
Molto divertente è la storia del prato all’inglese. Ovviamente nasce in Inghilterra nel 1700 al tempo della crisi dell’agricoltura, dove grandi estensioni di terreno, prima destinate alle coltivazioni, sono tramutate proficuamente in pascolo per l’allevamento del bestiame e inglobate nei grandi parchi paesaggistici dei ricchi Lord possidenti. Loro hanno il clima giusto, piove sempre e mucche e pecore tosano e concimano quotidianamente l’erba. Il risultato è stupefacente. Gli inglesi emigrati in America portano nel cuore e nella mente queste perfette e verdissime distese di prato, ma in America il clima e il terreno è diverso. Niente ferma l’uomo di buona volontà: se desidera una cosa, se la procura a tutti i costi. Il primo che se lo fa fare è Gorge Washington nella sua proprietà di Mont Vernon, spendendoci un pacco di soldi, per un risultato assolutamente disprezzabile, ma lancia la moda. Le mode in Oltre Oceano si espandono a macchia d’olio e questa in breve diventa l’emblema distintivo di un giardinaggio asettico, fino ad arrivare alle strisciette di terreno in dotazione alle case piccolo borghesi, quelle tutte in fila lungo le vie delle periferie delle città americane. Attorno a questi praticelli ben rasati nasce una fiorente industria di prodotti chimici per i diserbanti e i concimi e meccanica per i tosaerba e ammennicoli annessi. Negli anni 50 il cinema americano sbarca prepotentemente in Europa, e insieme alle pellicole arrivano e invadono il mercato anche usi, costumi, jeans, popcorn, cornflakes e…i pratini all’inglese! Da lì “Il prato del vicino è sempre più verde!” e “Signora mia, senza prato all’inglese, che giardino è?” e comincia la moda delle casine a schiera con giardinetto verde pugno in un occhio, petunie e trittico d’alberi. A proposito rileggetevi “Tristissimi giardini” di Vitaliano Trevisan, che descrive magistralmente la trasformazione degli spazi esterni nelle periferie urbane italiane. Dagli anni 50 ad oggi sono passati 60 anni e questa moda si è ben radicata soprattutto dove il clima e (importante) il colore del paesaggio non lo permetterebbero. Basta pensare al Lungomare di Palermo, a via Caracciolo a Napoli e a tutti i nuovi parchetti romani. A Roma poi viene usato quello a rotoloni che non finiscono mai anche in tutte le aiuole spartitraffico, magari con in mezzo due belle strisciate di ciclamini giganti, una bianca e una rossa, che fa così patriottico.
Ma come facevano una volta senza prato all’inglese? Ne facevano a meno. I prati c’erano, eccome, ma erano naturali, come quello della mia casa d’infanzia che non ho mai visto innaffiare, in primavera fioriva tutto, a giugno era falciato e in estate ingialliva un po’. Noi bambine lo usavamo per sdraiarci, per far capriole, merendine, giocare con le bambole o a palla, correre e giocare a nascondino. Sotto l’ombra fitta degli alberi l’erba era sostituita dalla convallaria scura e nelle ore calde ci sedevamo sopra a leggere. Ho avuto un’infanzia fortunata.
Olivier Filippi in questo libro insegna a ricreare tutto ciò, ma va molto oltre alla descrizione delle graminacee per la stagione calda e secca, dei tappezzanti calpestabili, dei prati fioriti e dell’arte di coltivare le erbacce. Insegna a fare il giardino tra la ghiaia (una volta era consuetudine e ho visto che in Veneto qualcuno ha ripreso a farlo). Insegna come far fiorire i terreni pietrosi, le scale o i sentieri lastricati, come mettere piante perenni e arbusti tappezzanti in grandi aiuole, in rotonde, in aiuole spartitraffico (queste vedrei adornare Roma e tutte le città del Sud Italia) e altro. Nell’ultima parte del libro ci sono generose spiegazioni su come ottenere e avere risultati soddisfacenti con una minima manutenzione e la scheda di 200 piante coprisuolo per clima secco. Queste piante sono quasi tutte provenienti della nostra terra, con colori che ben armonizzano con le nostre pietre, la sabbia, l’intonaco delle nostre case e lo splendore del nostro cielo e il blu del nostro mare. Il verde smeraldo del prato all’inglese è veramente un pugno nell’occhio! Lasciamolo ai britannici e ai loro cieli bigi.

Gilles Clément Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo Roma 2012 DeriveAPPRODI

Alcuni giorni fa è uscita in libreria la seconda edizione di questo libro in una nuova veste: un formato più piccolo e una copertina piena del blu delle nigelle. Credo di intuire il significato di questo vestitino nuovo: le nigelle come piante infestanti sono molto più seduttive delle capsule secche di una crucifera e del fiorellino striminzito del crespigno, il povero Sonchus, che fornivano il soggetto alla foto di copertina della prima edizione. Roba che ai puritani igienisti amanti dell’ordine, suggerisce immediatamente l’uso del diserbante e questo non è certamente il messaggio che vuole trasmettere l’autore.
Ricordo che avevo segnalato la prima edizione nel 2010 all’inizio della vita di questa rubrica e mi servì da apripista per recensire tutti gli altri libri di Clément. Ora lo riprendo volentieri e lo ripropongo per riportare la discussione sulle tematiche che l’autore affronta, perché ho notato che tutti ne parlano, ma quasi nessuno l’ha letto e capito, anzi spesso frainteso. Qualcuno avrebbe anche detto che il suo discorso va bene forse in Francia, ma non in Italia, dove l’unico paesaggio che ha valore è quello costruito dall’uomo e basta. Sarebbe come dire che l’unico giardino possibile da noi è quello rinascimentale, dove la vegetazione è perfettamente controllata e ridotta in forme che non hanno nulla a che vedere con lei. Pensiamo prima da contadini e poi da architetti, siamo una stirpe di contadini e di architetti, la natura e il senso dell’ecologia non ci appartengono proprio. Siamo anche un popolo che ha una brutta tendenza al totalitarismo e ultimamente ci siamo scoperti anche una lieve propensione verso la chiusura. E poi quei residui della nostra cultura contadina, aborrita e allontanata soprattutto in quelli che erano i suoi lati migliori, tipo la parsimonia e il rispetto, ci fa vivere con orrore tutto ciò che non ci serve, quello che non controlliamo. L’incolto mette terror vacui, lo viviamo come un sacrilegio, spazio da predare subito, riempire e, nel migliore dei casi, riordinare e poi da valutare in denaro. Anche ai nostri super beni culturali abbiamo dato un prezzo, quello che se ne può ricavare attraverso un’eventuale vendita o svendita o quello che ne ricava adattandoli bene ai turisti.
La natura senza l’uomo è caos, dice l’uomo, lasciando intendere di non essere di origine naturale.
Capisco che è duro capire che non siamo padroni del mondo, ma che ne facciamo parte come tutte le altre creature che lo compongono, le quali, esattamente come facciamo noi, si spostano, colonizzano le terre dove trovano cibo migliore, si mescolano con quelle già sul territorio. Spesso fanno la guerra tra loro e le più forti conquistano le “case” delle più deboli, oppure migrando trovano il luogo adatto alla loro sopravvivenza, mentre erano quasi estinte in quello in cui la Pangea le aveva relegate. Certe poi sono scappate da terreni troppo concimati con nitrati per approdare su cumuli di macerie o lungo i bordi delle strade o rispuntano magicamente su un incolto da cui erano assenti da centinaia di anni. A volte, le cosiddette pioniere, si installano dove l’uomo ha smosso la terra, magari per rimuovere le altre infestanti ed è il caso dell’alianto, per citarne una, che difficilmente si attacca su un terreno fittamente colonizzato.
Come noi e noi, proprio noi, siamo il vettore preferito: l’uomo coscientemente o a sua insaputa è colui che porta a spasso gli animali e i vegetali.
Tornando al nostro Clément, ricordando che è un giardiniere non solo di luoghi “incolti” (ma quanta attenzione e solerzia, quale controllo nella sua proprietà ad Argenton-sur-Creuse), ma anche di spazi pubblici, come il Parco André Citroen, il giardino di Quai Branly e via via, fino al Parco Matisse di Lile- Ile Derborence, dove nel mezzo ha creato un terrapieno non raggiungibile dall’uomo, sul quale nuvole, vento, uccelli e semi preesistenti nella terra stanno creando un vero bosco naturale.
In questo libro Clément racconta la storia di 23 erbe viaggiatrici.

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