Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #28/1 – PIZZETTI e ROBINSON

Ippolito-Pizzetti

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Alcuni soci dell’A.Di.P.A di Salerno mi hanno invitata a raccontare quello che so di Ippolito Pizzetti alla luce dell’amicizia che ci ha legati. Ippolito è morto da sei anni e molti lo ricordano affettuosamente riconoscendogli quella scintilla che ha fatto divampare in Italia qualche fuocherello di passione per i giardini e un nuovo modo di vedere e vivere il verde. E’ stato certamente un grande divulgatore, il vero promotore delle centinaia di manifestazioni che ancor oggi nascono come funghi in tutta la penisola, arricchendo i nostri giardini piante nuove o semplicemente dimenticate.
Ha portato aria nuova, ci ha fatto conoscere il grande pensiero che sta dietro ai giardini inglesi e tedeschi: oggi si direbbe che ci ha traghettato in Europa. Per primo, assieme a Rosario Assunto, ha parlato di paesaggio, quando per gli italiani il paesaggio era ancora il quadretto di un pittore della domenica… dalle pagine dell’Espresso ha denunciato i guasti terribili che da un decennio (erano gli anni 70) stavano perpetuandosi sul nostro territorio.
Insomma, per poter ricordare meglio Ippolito, ho riletto i suoi scritti e ho dato un’occhiata a qualche progetto del suo studio (Pizzetti, Vettori, Trinca, Von Normann) i pochi che sono riuscita a trovare su qualche rivista di architettura di tanti anni fa, per esempio il monumentale studio che fece per la sistemazione delle rive del Tevere, il progetto del parco di Tormarancia, quello dei Sassi di Matera e il Parco dell’Università di Ravenna. Messi da parte, criticati, scordati, quasi celati, mi sono sembrati di una freschezza incredibile. Bellissimi, verdissimi, colti, pieni di riferimenti storici e letterari. L’uomo è fatto della sua storia e dalla sua cultura, perciò l’analisi del territorio che lui faceva era soprattutto in quella direzione. Ho avuto tra le mani proprio in questi giorni la lettera che lui mandò a una sua committente di Fasano, nella quale, per spiegarle il progetto che aveva in mente per il suo giardino, faceva un’analisi del territorio partendo da Thomas Mann e “La montagna incantata”, la nascita dei sanatori in luoghi salubri, la rivoluzione borghese dell’800, l’igienismo, le prime colonie per i bambini e la conseguente sostituzione delle essenze arboree spontanee, con altre ritenute balsamiche, come i pini per esempio. Era ciò che era avvenuto su quelle colline pugliesi. Non fece disegni (non sapeva disegnare essendo un mancino rieducato), ma, una volta accettato l’incarico, si recò sul luogo, trovò il genius loci in una piccola orchidea spontanea e in un grande noce e attorno a loro sviluppò il suo progetto. Niente disegno, ma racconto e scorribande nei vivai pugliesi alla ricerca di piante di macchia, alberi da frutta e rose. E’ancora un giardino molto bello e gelosamente custodito dalla proprietaria nello spirito con cui “Il Professore” l’aveva concepito.
Riprendere in mano Pizzetti è stata una ri/rivelazione: nel 1974 scriveva cose che abbiamo trovato 20 o 30 anni dopo nelle teorie di Gilles Clément, tanto di moda anche lui, ma spesso non capito. Figuriamoci le sue! Rileggendo i suoi scritti ho capito l’origine del mio entusiasmo, di quel nuovo fantasticare intorno ai giardini, intorno alla natura. Mi è ritornato l’incanto, ma anche la rabbia nel constatare che qui in Italia, dopo esserci riempiti la bocca di: ”Pizzetti! Oh Pizzetti!”, lo abbiamo neutralizzato e siamo approdati su altri lidi e, a parte qualche caso isolato, abbiamo tranquillamente continuato la distruzione del nostro territorio iniziata negli anni 60. Ippolito è morto poverissimo, quasi derelitto, e noi andiamo con il vento in poppa verso la natura plastificata, i non-luoghi, il consumo e portiamo avanti idee falsamente utilitaristiche, come se Le Curbusier avesse detto proprio solo questo.

Ippolito Pizzetti Pollice verde Milano 2008 BUR

Chi trovasse l’edizione del 1982, quella con la copertina verde, la preferisca, perché contiene un’introduzione strepitosa e qualche importante articolo in più e forse devo anche ricordare che si tratta di una raccolta di scritti selezionati dalla rubrica che Ippolito tenne sul settimanale L’Espresso dal 1976 al 1982.
Rileggendo questo libro vi renderete conto che gli argomenti delle discussioni non sono affatto cambiati, che niente o quasi è evoluto: si parlava tanto di erbacce anche allora (erbacce si, erbacce no), della sensazione di un pugno in un occhio davanti ai prati all’inglese, tanto sono finti, della bellezza e della praticità dei prati veri, del rapporto in un parco tra il pieno e il vuoto, di alberi, della giusta distanza tra gli alberi (quanto insisteva su questo), di potature inique, della differenza tra un albero destinato alla produzione e uno all’ombra, al riparo dal vento,alla captazione e all’assorbimento dello smog e infine all’estetica. Scriveva di biodiversità che allora era un termine nuovissimo e neanche si sapeva bene cosa volesse dire.
Poi tutto quel discorso in cui assimilava i parchi e i giardini a un teatro (TEATRUM NATURA), di come furono concepiti nel Rinascimento, cioè quinte di un palcoscenico a far da sfondo immutabile alla commedia umana e come invece li vedeva lui, sempre sfondo per l’uomo che in quei luoghi recita la parte del passeggiatore, del lettore comodamente seduto su una panchina, o del ginnasta impegnato in furibonde corse con annesso stretching o nel suo stato di cucciolo intento ai giochi, protagonista, ma che allo stesso tempo spettatore di una scenografia viva, che sia essa stessa attrice con lo sbocciare dei fiori, il mutare degli alberi e dei cespugli a seconda delle stagioni. Creature vive che cambiano continuamente nel tempo forma e colore. E’ qualche cosa di molto diverso dall’arido “verde attrezzato” proposto dagli amministratori delle città. L’idea di un giardino cristallizzato nel suo disegno, diceva, è in profonda contraddizione con la natura stessa; è una manifestazione della presunzione architettonica che assieme alla Certezza cerca il Monumento.

William Robinson Il giardino naturale Roma 2007 Franco Muzio Editore

Ho scelto questo tra i vari libri che Pizzetti ha fatto pubblicare perchè fu scritto nel 1881, esattamente cento anni prima del “Pollice Verde”. Il britannico Robinson è stato un grande innovatore, si potrebbe dire l”inventore” del giardino moderno e l’ispiratore di tutti coloro che, pur riconoscendo l’artificio del giardino, amano ispirarsi alla natura e all’ecologia. Dunque fu colui che liberò i fiori dalle costosissime, monumentali aiuole settecentesche, dove erano sistemati in file, ben ordinati per altezza e colore come i soldatini di latta in un esercito giocattolo, li liberò anche dalle faticosissime bordure miste, quel gran bailamme in cui erano costretti a fiorire all’unisono per due mesi e poi via. Patrocinò lo stile “cottage garden”, ancor oggi alla moda anche se stucchevole, permise alle rose e alle clematidi di salire sugli alberi, ispirandosi proprio alla vite maritata all’olmo, da lui ammirata in Italia. Per primo introdusse piante di paesi lontani nei boschetti e nei parchi pubblici inglesi e le naturalizzò in mezzo alle nostre erbacce più belle, certamente non come in certe foto che girano in internet, dove si vedono fitte distese di ibride primuline coloratissime o un bailamme di tulipani multicolori ai piedi di poveri alberi che hanno l’aria di sentirsi come uno che è piombato nell’incubo di un cartone disneyano. Morbidezza, naturalezza, naturalizzazione. Armonia. Le erbe, quando sono lasciate libere di andare dove ritengono più opportuno, hanno molto buon gusto, importante è saper scegliere le essenze giuste: clima, sole, ombra, terreno etc. e lui ne descrive in quantità raggruppandole a seconda il luogo in cui andrebbero destinate. Ma quello che mi ha colpita nel suo libro è l’interesse e l’impegno per il verde pubblico, il suo impianto e la sua gestione. Si lamenta, per esempio, dell’uso di potare i cespugli prima dell’inverno, lasciando agli sguardi stecchi tristi e rigidi al posto di sinuosi rami nudi, dell’abitudine di zappettare la terra alla loro base, disturbando così le radici in un momento critico, di pulire il terreno da tutte le foglie cadute dagli alberi, delle potature inique… chissà cosa direbbe se dovesse risuscitare oggi e facesse in giro per i parchi di Roma, per esempio, quelli storici e quelli creati ora, così rovinati, sterili, sporchi e allo stesso tempo igienizzati. Gilles Clément, in fondo, non era così lontano.

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4 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #28/1 – PIZZETTI e ROBINSON

  1. Grazie Lucilla,
    Quanti insegnamenti importanti da Pizzetti, io purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerlo, mi accontento del libro “il pollice verde” che ho sul comodino.
    Ciao
    Davide

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