Il “terzo paesaggio” di Gilles Clément – pratone effimero senza futuro?

terzo paesaggio (3)

Questo articolo non contiene una critica pura al concetto espresso nel libro Manifesto del Terzo paesaggio dal famoso paesaggista ed entomologo Gilles Clément, ma raccoglie una serie di pensieri che tentano di chiarire l’applicazione, a mio avviso utopica, dell’idea del terzo paesaggio al territorio italiano ed in particolare di Roma.
La definizione “terzo paesaggio”, per quanto possa suonare come nuova od originale, ha una serie di significati paralleli con il termine “rete ecologica”, diffusosi durante gli anni ’90 grazie alle politiche lungimiranti in materia di ambiente e paesaggio dell’illuminata neonata Comunità Europea. Per chi non ha idea di cosa si stia parlando o per coloro che non hanno ancora avuto tra le mani il libricino di Clement (piccolo e denso di concetti), l’autore raggruppa nel terzo paesaggio tutte le aree abbandonate dall’uomo, che come specificato nel libro, sono dei residui (dèlaissè), spazi incolti (friche) che rappresentano rifugi per la diversità. Clement ne parla anche come di “spazi indecisi”, dove le amministrazioni o l’uomo non ha intenzione di intervenire e che diventano “terrain vague” dove non è più evidente un ordine, ma solo una evoluzione naturale della flora e della fauna che sfruttano l’inappetenza umana alla conquista. Nel libro si parla di “frammentazione degli insiemi primari”, di riserve, di endemismo, di comunicazioni e di corridoi biologici, tutti concetti creati nel campo di studio dell’ecologia. Il passaggio fondamentale per arrivare al fine ultimo del libro, la formulazione del Manifesto del Terzo Paesaggio, è stato quello di ricercare i rapporti del terzo paesaggio nei confronti del tempo, della società e della cultura. Ed è qui che Clement crea il capolavoro: legittimare un qualcosa che non esiste (il terzo paesaggio) attraverso una sorta di licenza poetica, quasi profetica, che stabilisce un dogma, quello del “non fare” o lasciar fare.
Il libro di Clement è sicuramente da leggere e da comprendere, ma non dice niente di nuovo ed anzi, porta un messaggio fuorviante se applicato in maniera errata ed estensiva al nostro territorio. Lo stesso paesaggista ha applicato il concetto di terzo paesaggio a porzioni di terreno limitate, contestualizzate solitamente in aree urbane, spesso all’interno di parchi pubblici.
Un po’ di storia che mi aiuterà a procedere con il discorso. La direttiva 92/43/CEE, del 21 maggio 1992, chiamata Direttiva Habitat, ha avuto come motore ispiratore la necessità di contribuire alla conservazione della biodiversità negli Stati membri, definendo un quadro comune per la conservazione degli habitat, delle piante e degli animali di interesse comunitario. Da quella direttiva è nata la rete Natura 2000, la più grande rete ecologica del mondo, costituita da zone speciali di conservazione designate dagli Stati membri, e che include i SIC (siti di interesse comunitario) e le ZPS (zone di protezione speciale). La Direttiva Habitat è stata recepita nel nostro paese nel 1997, ed ha spinto le amministrazioni regionali, provinciali e comunali a considerare le reti ecologiche come influenti nella preparazione dei piani regolatori e territoriali.
Purtroppo, le reti ecologiche hanno un valore biologico universale e vanno difese ed implementate, ma non sono determinanti nella percezione del paesaggio. Prendiamo come esempio la rete ecologica di Roma. Se guardiamo le mappe, la rete sembrerebbe un grandioso e perfetto sistema di comunicazione tra esseri viventi, che in realtà è composto principalmente di fossi del sistema idrico della capitale, canaletti in cui vengono riversate acque grigie e liquidi di tutti i tipi che poi convogliano nei fiumi, l’Aniene ed il Tevere. Nonostante tutto la rete ha una sua importanza ecologica, che a livello paesaggistico è però piuttosto modesta. Se andiamo a guardare bene nella memoria storica dei romani, i fossi sono sempre stati considerati luoghi malsani, mai bonificati o recuperati per attività ludico-ricreative, in cui riversare inquinanti vari. Cloache insomma. Fuori dalla capitale, la rete ecologica del Lazio diviene parte integrante del paesaggio agrario e forestale. Piccole aree di confine tra proprietà agricole, forre, aree in forte pendenza, siepi, piccoli boschi, canali di irrigazione, canneti, sono tutti elementi che costituiscono la rete ecologica in aree extra urbane. I punti, le linee e le piccole superfici costituite da questi elementi contribuiscono in maniera più rilevante a definire le Unità Paesaggistiche del territorio della regione, ma sempre in modo scarsamente percepito dalla popolazione, anche perché luoghi di difficile accessibilità.
Un “terzo paesaggio” costituito da spazi interstiziali tra i palazzi, dai fianchi delle strade, dalle sponde dei fossi, da aree agricole abbandonate, che vengono raggruppati sotto una unica definizione, ma che sono enormemente diversi tra loro e senza alcun valore culturale e sociale, che valore potrebbe assumere dunque a livello paesaggistico?. Potrebbe forse acquisire valore culturale che andrebbe ad aggiungersi all’indubbio valore di diversità, ma sono sicuro che non acquisirebbe mai ne valore sociale, ne estetico. Dovremmo dunque “non agire” per ottenere cosa? Pratoni selvaggi, tanto aberrati nel passato della nostra cultura, ricchi di cardi, piante spinose, insetti, zecche e qualche dente di leone, che farebbero sicuramente la felicità di entomologi (come appunto Clement), fitogeografi, biologi, ecologi e qualche appassionato di flora, ma che passerebbero inosservati ai più? Forse è un problema di ignoranza, sicuramente i francesi sono molto più sensibili e vicini di noi alla natura, ma in Italia, e ripenso a Roma, i pratoni sino a 100 anni fa erano solo un cuscinetto tra la città, contenuta dalle mura, e la natura selvaggia del bosco, dove venivano celebrate le feste di autunno legate ad antichi riti pagani.
La locuzione “paesaggio” viene da “paese”, ad indicare l’importanza dell’azione umana nella costituzione e percezione del paesaggio. Il paesaggio si fa. Il paesaggio è il principale documento della storia. E come la storia è il prodotto di fatti, azioni, luoghi e date. Se così non fosse non avremmo alcuni paesaggi così come li intendiamo: buona parte delle alpi, molte valli tipiche toscane, il tavoliere delle puglie, la costiera amalfitana ecc… A Roma non avremmo gran parte dei grandi parchi pubblici e non avremmo l’agro romano. A proposito di agro-romano o campagna romana o come lo volete chiamare. Il paesaggio di queste aree, spoglio, con pochi arbusti ed isolati alberi, immortalato dai pittori stranieri del XVIII e XIX secolo che ritraevano pastori che conducevano le greggi sotto le rovine del grande impero, fu mantenuto in questo stato per secoli con l’aiuto delle operose capre. Il destino dei dintorni di Roma è stato segnato non dalla semplice speculazione edilizia, ma anche e soprattutto perché le aree dell’agro non avevano nessun valore per i romani, ma solo per qualche povero pastore. Ogni volta che un imprenditore edile si trova di fronte ad un pratone inizia subito a sfregarsi le mani. I pratoni non hanno nessun valore nella nostra cultura, quindi lasciarli crescere non fa altro che legittimare azioni improprie di consumo di suolo. E’ inutile annunciare lo scempio ambientale che rovina “pezzi della nostra campagna con alto valore biologico”, non gliene frega niente a nessuno. Non riusciamo a difendere i siti archeologici, figuriamoci un campo pieno di zecche!
I principi della pianificazione territoriale sono di fatto tre: conservazione, tutela e valorizzazione. Sono ordinati in senso crescente di necessità di intervento. La conservazione prevede che nessuno possa mettere le mani su di un luogo per modificarne la destinazione d’uso, il valore od il significato. E’ quello che prevede in maniera ecologicamente dinamica Clement nel suo manifesto del terzo paesaggio, ma spesso la conservazione è più dannosa che utile. Le cinque terre e la costiera amalfitana ne stanno facendo le spese per eccesso di “vincoli” ambientali, paesaggistici e di tutti i tipi che impediscono di attuare azioni di “tutela”. Con la tutela si intendono tutte quelle azioni che devono essere attivate al fine di mantenere un luogo nello stato migliore e più fedele possibile allo stato originale che gli ha permesso di acquisire un valore per noi, in risposta ai cambiamenti che avvengono nel tempo, nella natura e nella società. Ma anche la tutela non basta per “fare il paesaggio”. Tutto cambia, il clima, i popoli, la tecnologia, le necessità. Quindi è necessario idealizzare e creare il paesaggio più rispondente al periodo storico che si vive. Nell’antica grecia vi era bisogno dell’agorà e dell’acropoli, nell’impero romano vi era bisogno della villa, del foro e delle terme, nel medioevo vi era il bisogno dell’hortus conclusus, la rivoluzione industriale ha generato il bisogno dei parchi pubblici. La società attuale ha grande bisogno di piazze, parchi, giardini, di paesaggi calmi in cui rilassarsi dallo stress della vita urbana, ma anche e soprattutto dell’estetica, perché possa allontanare da noi la bruttezza che lo sviluppo economico produce intorno a noi. Valorizzazione del paesaggio non vuol dire altro che agire per accrescere esteticamente ed ambientalmente le potenzialità dei luoghi.
L’inesistente categoria del terzo paesaggio non può fare nulla per valorizzare il paesaggio. Il paesaggio, come la vita umana, ha senso se diviene esperienza vissuta, percepita, condivisa. Il valore biologico del terzo paesaggio può essere quantificato in dati analitici, ma non porta che una modesta esperienza estetica e sentimentale.

Sono sicuro che in Italia non vi sia bisogno di pratoni trascurati, ma di riuscire finalmente a governare il nostro territorio in direzione di un interesse comune che non abbiamo mai perseguito. E’ necessario valorizzare o progettare l’identità dei luoghi e non lasciarli così come vengono in attesa che arrivi qualcuno che ci dica che li è meglio edificare per dare un senso all’esistenza di un terreno senza destinazione. Il terzo paesaggio svilupperebbe solo le opportunità di crescita del nostro egoismo.
Forse Clement avrebbe voluto intitolare il libro “la terza natura”, ma purtroppo questa definizione è stata già utilizzata da duemila anni e con un significato diverso, molto più chiaro. I nostri antenati romani avevano compreso che esisteva una “terza natura”, quella dell’arte. L’arte è creata dell’uomo per l’uomo, ne abbiamo bisogno. Il paesaggio cos’è secondo voi? Arte o natura?
Io la mia risposta l’ho già data qui.

Per letture affini potete anche leggere:
Micro spazi, macro paesaggio (Il paesaggio non si può progettare)
Viaggio in paesaggi oscuri
Quella stupefacente sensazione di immersione nei paesaggi brevi

Francesco Tonini

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5 pensieri riguardo “Il “terzo paesaggio” di Gilles Clément – pratone effimero senza futuro?

  1. Onestamente credo che il punto del “Manifesto” sia ben diverso da quello che l’articolo lascia intendere… banalizzando direi piuttosto che ci sia un invito “provocatorio” a lasciar fare la Natura, NON per l’uomo, ma per la Terra in quanto “giardino in movimento”, di tutti, ma di nessuno. Qui se ne fa un problema estetico, di “funzionalità” e “utilità sociale”, ma Clément (per quello che ho capito io) va contro la società dei consumi (nella quale trovi il costruttore che nel “pratone” vede solo un terreno edificabile)…secondo me l’invito è quello di prendere coscienza del fatto che l’interesse dell’Uomo non è quello giusto da perseguire (proprio perché egoistico) e di rispettare la “naturale” evoluzione ambientale con quello che tu chiami il “dogma” dello “stare a guardare cosa succede”. Insomma evitare di contaminare eccessivamente (ma limitarsi a coadiuvare) il naturale processo di “forestificazione” del Mondo per garantire la continua eterogeneità della specia, in fondo solo perché sei il più “forte”, non è detto che tu debba comandare e qui ritorna anche il concetto di “evoluzione” di Clement più vicino alle teorie di Lamarck che di Darwin (concettualmente parlando, è ovvio)

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  2. I “pratoni” di Roma non sono pieni di zecche e di cardi. Ospitano circa 900 specie di piante e migliaia di specie di insetti. Spesso sullo sfondo hanno acquedotti romani, torri medievali, casali rinascimentali. Sono esteticamente bellissimo (Pasolini docet), però richiedono un’attitudine romantica o addirittura zen, in cui si ama quello che crea la natura o addirittura il caso. Capisco che siano difficili da digerire per la cultura italiana. L’agreste Lazio è l’esatto contrario del paesaggio toscano, in cui nulla è lasciato al caso, e che a me personalmente non piace, troppo artificializzato. Quanto alla botanica, io sono botanico e ricordo però che nei paes del nord le scienze naturali sono una passione che coinvolge decine di migliaia di persone.

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  3. Gentile Francesco,
    mi ritrovo con quello che dici, anche a mio parere un paesaggio ha senso se viene vissuto.
    Voglio comunque appoggiare Clément facendo una mia considerazione su quello che mi rimane dalla lettura del libricino “Manifesto del terzo paesaggio”.
    A mio avviso il terzo paesaggio non è da intendersi come un’estesa area dov’è d’obbligo l’assenza dell’uomo civilizzato.
    Il terzo paesaggio va invece ricercato nelle aree urbane, in quegli appezzamenti abbandonati, ma anche di risulta come possono essere gli spazi sotto le tangenziali piuttosto che nelle rotatorie stradali.
    Secondo me un buon esempio di terzo paesaggio può essere rappresentato dalla riqualificazione della vecchia high line di New York, un tracciato inutilizzato che rivive in maniera differente.
    Un esempio simile lo ritrovo sulla pista ciclabile che sale la val Brembana in provincia di Bergamo: un tracciato che si sviluppa sul percorso che in passato ospitò quella che oggi chiameremmo ferrovia urbana e che possiede un grande potenziale per strutturare la teoria del terzo paesaggio.
    Infine voglio concludere dicendo che dopo aver letto il testo di Clément guardo con maggior rispetto quei residui che solo all’apparenza risultano incolti, ma brulicano di vita.

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  4. Un articolo interessante, con qualche piccola aggiunta da fare.

    La prima, avendo conosciuto personalmente Gilles Clemant, è che lui, nel suo giardino planetario è tutt’altro che passivo, ed infatti il suo pensiero sulla progettazione paesaggistica è nel suo libro successivo, il giardino in movimento.

    Per farla breve, siamo capaci, nella nostra attività di progettazione, di considerare l’evoluzione di ciò che andiamo a creare?

    Non solo come cura/manutenzione, ma nella capacità di integrare il cambiamento, pur sempre guidandolo.

    Mi divertiva, in proposito, la frequente avversione degli architetti per gli alberi; il problema è che, se metti un albero in un progetto, quello poi cambia, non sta fermo, ma cresce, cambia e rovina le proporzioni della platonica, ideale, autocaddica perfezione che alberga nella mente del progettista.

    Senza parlare del fatto che perde le foglie, da cui il conseguente amore per le palme, che invece al massimo si sublimano verso i cieli, con meno interferenza con la pulizia delle linee [il punteruolo poi.. ma questa è un’altra storia]

    Diceva Cement che, quando nasce una nuova pianta nel suo giardino, lui la osserva, la fa crescere e poi si chiede se mantenerla o no; in un caso, ad esempio, ne nacque una in mezzo ad un percorso da lui progettato, ed alla fine decise che era di suo gusto e fece fare una curva in più al sentiero.

    Un altra cosa: proprio perché di estimatori del terzo paesaggio, in giro, non ce ne sono poi tanti [anzi], tutto questo pericolo di legittimazione all’abbandono mi sfugge, in particolar modo considerando le basi culturali dei nostri amministratori; da noi, anzi, riuscire a far considerare utile uno stagno nel mezzo di un ambiente ecologicamente integro è impresa a dir poco eroica.

    In questo contesto si inserisce lo sforzo di Clement; se fosse un tiratore con l’arco, si potrebbe dire che sta tenendo conto del vento dominante per far centro, anche se pare mirare fuori bersaglio.

    Tornando a noi, c’è da aggiungere qualcosa, alle corrette affermazioni che fai, ovvero l’individuazione di quella che sociologicamente è detta “cornice”.

    Ad esempio l’affermazione “senza alcun valore culturale e sociale” è corretta solo fino a che consideriamo la temperie sociale e culturale in cui viviamo, con quell’idea di “valorizzazione” che ha portato non solo a creare questi frammenti dimenticati di territorio, ma anche le condizioni di abbandono dei luoghi dell’identità umana, come nel caso della Costiera Amalfitana [di cui, tra parentesi, mi sono anche occupato in passato http://www.youtube.com/watch?v=HurLcdsHu5k ].

    Dunque dicevamo, parchi, piazze e luoghi ameni in cui rilassarsi dallo stress, bello, per poi, una volta rilassati, tornare a fare quello che facevamo prima, ovvero creare marginalità, degrado, abbandono e, naturalmente altro stress.

    Mi suona come scegliere la musica migliore mentre si sta ballando sul ponte di coperta del Titanic, fuori fa freddo, restiamo tra di noi e rilassiamoci un po’, finché…

    E sì, l’abitante medio di questa città/società/cultura, in un luogo marginale, in cui la natura esprime la sua resilienza, non riesce davvero a trovare alcunché di esteticamente appagante; ma questo non perché non vi sia nulla di esteticamente appagante, ma perché, fin dall’infanzia, gli è stato insegnato ad ignorare le “intelligenze sensoriali” di cui dispone, spostando tutta l’attenzione verso la struttura razionale della sua mente, quella, tra l’altro, che ci sta portando al disastro.

    Prova ne è che, invece, i bambini, fino ad una certa età, si interessano eccome a questo apparente disordine, riuscendone a cogliere aspetti che agli adulti “civilizzati” [o “amputati”, nelle loro capacità percettive] sfuggono.

    Non sono discorsi campati in aria, né farina del mio sacco, ma frutto di quella che viene chiamata “ecopsicologia” nei paesi anglosassoni, e che sta acquisendo un valore riconosciuto a livello mondiale [quest’associazione, http://www.naturalattractionecology.com/ , ad esempio, è riconosciuta dall’United Nations Economic and Social Council come ente di riferimento per risolvere i conflitti tra popolazioni ed ambiente]

    Tutto cambia, vero, ma non necessariamente nel modo giusto; l’abbandono dei grandi paesaggi culturali è proprio un frutto di questi cambiamenti recenti; la direzione in cui andiamo è quella dell’eliminazione dell’improduttivo, di ciò che non ha valore: ciò che non si riesce a valorizzare deve scomparire, o materialmente, o dalle coscienze.

    In un contesto di questo genere, una persona come Gilles Clement, che, per chi lo conosce, è di un’umiltà incredibile [ricordiamo che è stato tra i progettisti di Parc André-Citroën], ha semplicemente messo un biglettino attaccato ad un palloncino, per quei pochi che avranno la ventura di leggerlo e farsi “spostare”, anche di poco, dalle proprie certezze assolute: pensare che il pericolo attuale sia questo, il suo messaggio, è un atto notevolmente creativo…

    A proposito di cornici, di certezze e di prigioni invisibili, un bello scritto da leggere è questo: http://www.slideshare.net/domdiegosilva/ishmael-daniel-quinn

    giusto per chi raccoglie i messaggi in bottiglia lungo le spiagge…

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    1. Salve Valentino,
      grazie del commento e dei links che guarderò con attenzione. Capisco il punto di vista che esprimi e so con certezza che gli innovativi pensieri di Clement sono poco seguiti in Italia. L’articolo è stato scritto per chiarirmi le idee e per proporre riflessioni sulla applicazione di idee apparentemente estranee alla nostra cultura.
      Ti ringrazio ancora per aver risposto con attenzione e con molti riferimenti dunque.

      Francesco

      Il video sulla limonicoltura è poco attraente perché molto analitico, ma molto, molto interessante e preciso. Veramente illuminante e chiaro. Grazie

      Mi piace

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