Lungotevere, mondo in attesa di essere vissuto come paesaggio

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Parliamo ancora una volta di una ingiustizia: il disinteresse dei romani per il Tevere, il fiume che ha originato la loro cultura.
Nel 2006, ho avuto la fortuna di frequentare un corso che è stato molto importante durante i miei studi universitari, il corso in Comunicazione e Percezione Visiva diretto dal professore Giorgio Stockel. Ho sostenuto l’esame finale del corso assieme a quelli che sarebbero poi diventati i miei compagni di avventura in Garage Paesaggio, ed ho constatato assieme a loro quanto un simile esame universitario è stato utile a farci capire meglio la nostra attività di architetti del paesaggio.
Ogni anno il prof. Stockel sceglieva un tema con cui confrontarsi (il corso è stato attivo sino all’anno scorso, forse riprenderà negli anni a venire) e per nostro diletto quell’anno fu scelto il tratto di Tevere cittadino di Roma, quello affiancato dai noti muraglioni realizzati a cavallo tra il secolo XIX e XX. Il corso prevedeva uno studio che portasse alla percezione dei luoghi e dei problemi del Tevere, la scelta del mezzo con cui decidere di comunicarli (la fotografia) ed infine l’esame.
Il corso è stato per noi fondamentale per due motivi: ci ha insegnato a fare delle scelte sul modo di comunicare le cose che notiamo e che sentiamo il bisogno di dire, ma soprattutto ci ha permesso di capire il biondo fiume, i suoi rapporti con la città e con i romani, e ci ha stimolato ad individuare le soluzioni possibili al debole rapporto tra la popolazione della capitale ed il fiume tanto decantato dai nostri predecessori nei secoli passati.
Il sostenimento dell’esame finale ha prodotto un libricino di sedici pagine che potete vedere in galleria in fondo all’articolo. Le immagini dovrebbero parlare da sole, ma tengo a spiegare la scelta della sequenza di fotografie. Ci siamo soffermati innanzitutto sulla mancanza di percezione del fiume. I romani non lo considerano affatto per tre motivi precisi: non riescono a vederlo se non affacciati sui muraglioni, non lo sentono perché distanti, non se ne curano perché le vie che ne darebbero l’accesso, i lungotevere, sono arterie ad alto scorrimento, rumorose, puzzolenti e pericolose. L’unico modo per “sentire” un minimo il fiume, quando nel periodo invernale le banchine sono inondate, è un esiguo marciapiede molto scomodo per via delle radici dei maestosi platani, che aggiungono anche un effetto galleria che impedisce ancora di più la vista delle acque bionde. Il passo successivo è stato quello di comunicare con le immagini la frenesia delle automobili sui lungotevere ed il fatto che per percepire una cosa non è necessario esserci vicino, ma è sufficiente averla ben presente in testa. Abbiamo poi cercato di far comprendere che il Tevere, come corso d’acqua, è stato e sarà per molto tempo ancora teatro della vita dei romani, il cuore della loro cultura e culla dei loro amori, che nascono ogni giorno alla presenza dello scorrere dell’acqua. Infine abbiamo cercato di fare una carrellata degli infiniti usi che si possono fare del fiume e vicino al fiume. Tutti i corsi d’acqua sono fenomeni naturali che dividono le sponde, ma che al tempo stesso uniscono popoli e genti diverse lungo il loro tragitto.
Negli ultimi decenni tutte le Facoltà di Architettura di Roma, ma anche di altre città, hanno presentato migliaia di progetti, tesi, piani urbanistici ed altro, relativi alla valorizzazione del Tevere come risorsa per la capitale da utilizzare e vivere. Naturalmente sono tutti concordi nel constatare che il problema più grande, causa dell’allontanamento del fiume dal cuore dei cittadini, siano i possenti argini, muraglioni veri e propri alti sino a diciassette metri, che escludono totalmente il fiume dalla vita della città.
Gli argini non possono essere abbattuti purtroppo, si ritornerebbe ai problemi che hanno spinto più di un secolo fa’ alla loro costruzione: le continue e dannose esondazioni. Si potrebbe fare qualcosa di altro però, un provvedimento che potrebbe sembrare utopico, ma che porterebbe, a mio avviso, modifiche della viabilità del centro ed una breve fase di adattamento: far divenire i lungotevere, almeno per buone parti, pedonali. Vi sono alcune foto meravigliose di tempi remoti, in cui sopra i muraglioni camminavano solo i tram. In quelle foto è possibile comprendere come il lungotevere fosse vissuto a piedi, per passeggiare e per essere respirato! Si parla tanto di potenziamento dei mezzi pubblici a discapito del dannoso ed alienante mezzo privato, l’automobile. Allora perché non iniziare dai lungotevere. Tram leggeri collegati alle stazioni metro sarebbero un ottimo modo per viaggiare veloci da nord a sud dentro la città. Immaginate il silenzio, la possibilità di passeggiare o di essere trasportati dolcemente guardando il fiume, senza smog. Ci faremmo anche una bella figura con i turisti. Certo sarebbe una svolta radicale dei trasporti di Roma, ma tutti i cambiamenti, specialmente quando portano vantaggi sociali ed estetici, vengono accettati prima o poi. Sarebbe il riconoscimento più grande che potremmo fare al Tevere ed ai paesaggi che crea in ambito urbano nella città eterna.
La soluzione al riavvicinamento tra i romani ed il loro fiume non sono quattro bancarelle poste sulle banchine nel pieno dell’estate. Ne sono certo.

Francesco Tonini

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