La rivoluzione estetica dei flâneurs – di Andrea Facciolongo

Flaneurs (5)

Può capitare, nel corso di una bella passeggiata in montagna o in collina, di imbattersi in sgradevoli inconvenienti. Niente di serio, semplici fastidi e piccoli imprevisti; può accadere di dover attraversare un tratto di sentiero fangoso che attenta alla lucidità delle nostre scarpe oppure di sfregarsi su una pianta d’ortica; o ancora peggio, un ramo pendente che mette a repentaglio la buona riuscita di una fotografia comparendo dinanzi l’obiettivo.
“Fastidi” del genere succedono anche in città, dove una pietra lievemente sconnessa attenta alla perfezione architettonica di una piazza che stiamo percorrendo in lungo e in largo, magari accalappiati dalla nostra guida con tanto di bandierina alzata.
Che disgusto per gli occhi quelle quattro erbacce che spuntano dai marciapiedi.
In ogni caso il turismo del paesaggio si è ben organizzato contro tali disgrazie. Eliminare e nascondere ciò che ci è sgradito giustifica e rafforza il dominio della cartolina, supremo giudice di ciò che deve sembrar bello ad ogni costo. Tutto ciò che non rientra all’interno dei suoi angoli retti va oscurato. Si tratta di un dominio autoritario, che stabilisce percorsi sicuri in cui è decisivo essere in grado di prevedere le reazioni della comitiva prima che questa inizi il percorso. Altrimenti non si vendono i souvenirs.
Proviamo invece a fare un ragionamento un po’ diverso, giusto per sfuggire alle massificazioni delle attrattive paesaggistiche. Spostiamoci per un istante nel nord- est degli Stati Uniti della metà dell’800. Se decidessimo di compiere una passeggiata nei boschi del Massachusetts potremmo avere la fortuna di incontrare un grande camminatore dell’epoca, che si è da poco costruito una casa di legno nei pressi del lago Walden, intento a scrivere un saggio il cui protagonista prende il nome proprio dal lago. Incontriamo Henry David Thoreau, scrittore e filosofo, che ha effettivamente incarnato lo spirito dell’America post- coloniale. Thoreau ha da poco abbandonato la sua casa di Concord, con i sui giardini e le sue aiuole colorate e ben modellate. Ad esse preferisce la natura, quella autentica, cerca la palude. Ha bisogno del bosco per succhiare il “midollo della vita”. Ci invita a considerare tutti gli elementi che sfuggono al nostro sguardo sia per distrazione sia per la loro scarsa convenzionalità. La sua attrazione per la natura residuale apre lo sguardo e la mente ad un altro tipo di paesaggio: un paesaggio non più costituito da comodi sentieri, bensì da strade impervie, da grandi roveti, da pozzanghere e da ciò che si offre allo sguardo per come è. È il paesaggio della wilderness, del territorio selvaggio, del primordiale che ci riconduce ad un rapporto con la natura in cui torniamo ad essere interpreti di essa e non i plasmatori di un mondo in cui non c’è spazio per la libertà naturale. Questo paesaggio si distingue per la sua autenticità, ben diverso da quello che guarda ai boschi come riserva per scampagnate domenicali di cercatori di funghi improvvisati e alle montagne come piste da sci. Il dono di Thoreau è una riscoperta ma non nel senso di un regresso temporale del rapporto uomo- natura; egli tenta di ricollocare gli individui in una dimensione in cui la natura stessa e con essa il paesaggio, non è oggetto di libero consumo da parte nostra. Si tratta di restituire autenticità non soltanto al bosco ma anche e soprattutto a noi stessi.
copertina Flaneurs

Il bosco dunque, ma non sono poi tanti coloro che desiderano immergersi nella wilderness o almeno in quella extraurbana. Fortunatamente possiamo parlare di selvaggio anche nelle nostre città. Spostiamoci nella Parigi dei flâneurs, descritta da un altro grande pensatore, Walter Benjamin, una delle figure più complesse della nostra cultura. I flâneurs sono dei vagabondi, degli instancabili camminatori urbani che corrono qua e là ad osservare passanti, insegne, lampioni, finestre e tutti gli oggetti che comunemente incontriamo percorrendo una via.
Essi sono attratti fanaticamente da tutto e allenano lo sguardo alla ricerca delle cose “nascoste”; erbacce dei marciapiedi, un mucchio di foglie, un formicaio vicino ad un albero, tutto quello che rende imperfetto un progetto umano.
La strada è la dimora di questi vagabondi; la abitano e non vogliono proprio saperne di un giaciglio imbrigliato tra quattro mura. Creare paesaggi è il loro principale interesse nel senso di una ricerca costante di elementi che, per varie ragioni, colpiscono i loro sensi. Essi osservano, odorano e sentono il residuale urbano e danno vita ad un paesaggio che, seppur “cittadino” non è dissimile da quello di Thoreau. Il senso è lo stesso: la ricerca del non visibile e del non ordinario (del non pianificato) crea un paesaggio dalle rinnovate connotazioni estetiche e ci insegna ad osservare le cose con rinnovato sentire. Anche qui l’opposizione al modello autoritario del turismo in stile visita al monumento è centrale. Anche nel caso della città è il selvaggio a costituire un potere salvifico per i nostri sensi appiattiti dal cemento e dalle abitudini della comodità. Si tratta allora di una rivoluzione in quanto la ricerca del gusto estetico riscopre nuove forme ed è guidata da interessi diversi. Il selvaggio privilegia il disordine, lo spontaneo, il non- progettato. Qualcosa che supera lo spazio assegnato e che raccoglie in sé anche tutto ciò che non ha quello spazio. Il senso della wilderness risiede appunto in un paesaggio imprevisto ed imprevedibile con la massima libertà di mutare, offrendosi perciò in vesti sempre nuove.
Ne abbiamo di cose da imparare; e poiché è del tutto evidente che ogni problema di natura estetica è costituito da una connotazione etica, la scoperta di nuovi paesaggi ha molto a che vedere con i nostri comportamenti oltre che alle stimolazioni delle nostre sensibilità. La portata etico- politica di questo paesaggio è alta. In gioco entra la rivoluzione delle nostre sensibilità che oltre al gusto implicano un cambiamento radicale del nostro modo di essere. Nuovi paesaggi determinano nuovi uomini e viceversa.

Andrea Facciolongo, dottorando in filosofia, Università degli studi di Firenze.

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