Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #27 – la Conca d’oro, Bagheria e l’estetica del paesaggio

Quando scrivo per paesaggiocritico in estate mi sembra di assegnare i compiti per le vacanze e sotto Natale di dare i consigli per gli acquisti. Sta di fatto che, sentendomi molto responsabile delle letture che vi consiglio, anche perché i libri costano, in questi due periodi mi trovo sempre sommersa da una quantità di testi da valutare. Per mia fortuna (ma non è un vantaggio per l’umanità) non ne escono tanti sul paesaggio e sui giardini e alcuni di quelli usciti non valgono proprio la spesa, ma anche quei pochi editi prima di essere consigliati andrebbero per lo meno letti, capiti e digeriti e certi, vi assicuro, sono dei mattoncini… altri scontati e noiosi.
Non sono mattoncini questi che vi consiglio qui sotto, anzi. Sono tre libri importanti, due legati alla storia della distruzione di paesaggi sublimi, il terzo invece è un’indagine affrontata attraverso un approccio filosofico sul problema del paesaggio in generale.

Giuseppe Barbera CONCA D’ORO Palermo 2012 Sellerio Editore
E’ un piccolo libro, ma la storia raccontata è forte, addirittura violenta. Ha il ritmo di un noir alla Simenon: inizia con la fase iniziale di un efferato delitto, quindi prosegue a ridosso raccontando la felice vita della vittima inconsapevole di un destino tanto crudele e chiude in un mare di sangue o meglio di mattoni e ruspe. La vittima non è una persona, ma un luogo bellissimo e fertilissimo, il giardino di Palermo, il paesaggio più amato e descritto dai poeti di tutti i tempi. Un paesaggio unico al mondo. L’autore indaga con il fine trovare un movente valido a questo delitto avvenuto a cavallo negli anni ’60 e ’70. Il denaro, certo, ma più che motivazioni a carattere economico a favore di una palese associazione tra mafia e politica, quello che sconvolge è la sadica e inutile violenza contro la bellezza. La mattanza. Qualcuno, non ricordo più chi, ha scritto che la terra è carne.
In quella valle meravigliosa, attorniata da giardini di agrumi, c’era, e c’è ancora, la casa che nonno Barbera, intraprendente agricoltore trasformatosi in industriale del latte, acquistò all’inizio del 1900, per la villeggiatura della sua famiglia. Ora è la casa in cui abita Giuseppe e fa un po’ impressione vederla, elegante dimora settecentesca, attorniata da un brandello di quello che fu un bellissimo giardino, soffocato da anonimi palazzoni di dieci piani. Non l’hanno potuta distruggere come tutto il resto, perché è vincolata dalla Sovrintendenza alle Belle Arti.
Non solo il ricordo della valle felice della sua infanzia, ma soprattutto la bellezza violata della sua città e della sua terra e la condizione drammatica di vita in cui sono relegati molti suoi abitanti, perché vivere nel degrado fa male e uccide come il cancro, lo hanno spinto ad accettare l’ostica carica di Assessore alla Vivibilità del Comune di Palermo, lui, gentiluomo mite, professore universitario di arboricoltura, senza alcuna velleità politica, amante del verde e della poesia, scrittore di successo. Certo che quel che è rotto (mai piangere sul latte versato e Barbera lo sa bene) non si potrà ricostruire e niente può tornare indietro, ma a Palermo è rimasta ancora tanta bellezza e tanta cultura e la fiducia che se uomini di buona volontà come lui si impegneranno, se si riusciranno ad estirpare almeno in parte certi suoi mali, questa città potrà ritornare la capitale europea che è sempre stata.
Bellissimo libro e bibliografia di rilievo.

D. Maraini BAGHERIA Roma 2011 Edizioni KK srl
Mentre finivo di leggere il libro di Barbera, mi è capitato tra le mani questo volumetto che avevo letto anni fa e rileggendolo ho trovato molte analogie con “Concad’oro”. Stessa tematica, stessa sofferenza per la perdita di un paesaggio conosciuto e tanto amato durante l’infanzia. Stessi profumi… La storia che racconta Dacia è quella di se stessa bambina che, lasciati i campi di concentramento giapponesi, viene a vivere in questa contrada non lontana da Palermo, nella stupenda villa del nonno Enrico Alliata di Salaparuta, padre della bellissima Topazia, sua madre, appunto. La famigliola Maraini però, date le sue strane e sovversive idee tranquillamente manifestate, non è accolta nella nobiliare magione, bensì nella stalla riadattata, ma alla piccola e alle sue sorelle non importa molto, anzi, loro hanno il fascinoso padre Fosco che le porta quaotidianamente al mare e vivono intensamente il giardino incantato, aspirando profondamente i profumi dei gelsomini e delle zagare e, soprattutto, dopo le atroci sofferenze e le privazioni patite al campo di Nagoya, c’è cibo e libertà. Bagheria è (era) bellissima, “nata come villeggiatura di campagna dei signori palermitani del settecento, ha conservato quell’aria di “giardino d’estate”, circondata di limoni e ulivi, sospesa in alto sopra le colline, rinfrescata dai venti salsi che vengono dalle parti di Capo Zafferano”e Villa Valguarnera, la dimora che la ospita, Villa Butèra, Villa Cutò e la famosissima Villa Pelagonia, quella del salone degli specchi e sul fastigio del recinto le famose figure grottesche scolpite nel tufo, sono tra le più preziose ricchezze della Sicilia. Ma anche a Bagheria, come a Palermo, la bellezza è condannata a morte, forse perché considerata retaggio di antiche situazioni di privilegio, oppure perché inutile e non immediatamente produttiva. Per il popolo, si dice, ma in effetti il popolo è tirato in ballo solo per soddisfare la cupidigia di qualche palazzinaro borghese. Così un giorno, verso la metà degli anni ’50, nonostante il veto della Sovrintendenza delle Belle Arti, le ruspe entrano nel giardino di Villa Valguarnera, tutti gli alberi vengono abbattuti e scavate le fondamenta per una nuova scuola elementare. Chi mai oserà rifiutare una scuola ai bambini poveri? Quella scuola è ancora là a esibire la sua bruttezza. Nello stesso modo, in successione, anche tutte le altre ville vengono private del loro contorni, rimanendo lì, in mezzo a case frettolosamente costruite senza alcun progetto urbanistico, come “testimoni intirizziti” e malmenati di un passato che si ha fretta di distruggere.

P. D’Angelo FILOSOFIA DEL PAESAGGIO Macerata 2010 Quodlibet
Non è un libro di filosofia sistematica del paesaggio, bensì un approccio al problema visto in chiave filosofica e precisamente estetica e vuole ricordare che trascurando questa dimensione (specificatamente estetica) e mettendola da parte, significa pregiudicarsi una comprensione autentica del fenomeno paesaggistico.
Per facilitare la comprensione ed enunciare via via quasi tutti i temi trattati nel libro, annuncerò qui una parte dei temi trattati nei capitoli.
– L’autore indaga sull’origine della parola “paesaggio”, nata tra il quattrocento e il cinquecento per indicare non il paesaggio reale, ma la sua rappresentazione: il dipinto di paesaggio e sulla differenza del concetto che sta dietro ai termini “paesaggio” e “paysage”delle lingue a origine latina, con quelli che hanno come radice “land”, dalla quali sono arrivati i moderni “landscate” e “landschaft”, che originariamente avevano il significato di “estensione reale del territorio abitato”. — Prende in esame come questa nozione di paesaggio venga “riproiettata” sulla natura, sul territorio reale e come cominci a significare anche l’aspetto di una parte del territorio, il modo in cui esso appare agli occhi di chi lo guarda.
– Paesaggio e storia. Il passaggio tra la visione storica come contemplazione di un’attività di progettazione e manipolazione della natura stessa, che non si lascia affatto sussistere liberamente, ma la asservisce e la trasforma. Il paradosso di Ritter, per il quale la sensibilità della natura nascerebbe solamente con la liberazione da essa, proprio lui che correla il paesaggio alla “totalità” della natura.
– Il rapporto tra cinema e paesaggio, nel quale il paesaggio racconta emozionalmente quello che non può essere detto con altri mezzi filmici e per questo è simile alla musica. E’una sorta di “musica plastica”che non si limita alla selezione degli elementi rappresentati, ma li compone e li trasforma in elementi espressivi di stati d’animo, esattamente come la rappresentazione dell’acqua nella pittura cinese di paesaggio o ai cieli nei quadri di El Greco. Diventa anche specchio di degrado come nel film di Amelio, “Il ladro di bambini”.
– L’immagine che ha soppiantato la percezione diretta della natura, e come la sua invasione sia cresciuta a pari passo con il distacco dalla natura di strati sempre più larghi della popolazione . Dipendente da questo tema è l’analisi della differenza tra paesaggio e panorama.
– Paesaggio e arte contemporanea, in particolare land art e video arte.
– L’ultima parte del libro è molto interessante perchè incentrata sul rapporto (cattivo) tra ambiente, ecologia ed estetica. Mi pare un gran bel argomento di discussione da affrontare con filosofia.
I rapporti non sono buoni, non tanto perché l’estetica abbia difficoltà ad armonizzare con l’ecologia, ma perchè l’ecologia pare non sappia che farsene della bellezza naturale, ritenuta un lusso, un superfluo o addirittura un inciampo o un ostacolo (a buon intenditore poche parole), anche se l’esperienza quotidiana ci mostra che per lo più un ambiente in cui possiamo provare una soddisfazione di tipo estetico è un ambiente sano e vivibile.
L’ultimo capitolo del libro è dedicato a un’analisi delle motivazioni che hanno portato ai principali interventi legislativi in materia di tutela del paesaggio, che si sono succeduti in Italia da un secolo circa a questa parte.
E’ un libro che si legge molto bene.
Paolo D’Angelo è professore ordinario di Estetica presso l’Università di Roma Tre.

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5 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #27 – la Conca d’oro, Bagheria e l’estetica del paesaggio

  1. Grazie per i consigli, graditissimi; del terzo libro bellissima e vera la definizione del ruolo del paesaggio nei film “E’una sorta di “musica plastica”che non si limita alla selezione degli elementi rappresentati, ma li compone e li trasforma in elementi espressivi di stati d’animo”, se poi unisci la musica al paesaggio si creano suggestioni mirabili.

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    1. Grazie Giovanna. La definizione “musica plastica” e tutto il periodo seguente, non è farina del mio sacco, ma l’ho copiata para para dal libro di D’Angelo. Sì, l’immagine è molto bella. Mi è venuto in mente il film di Angel Lee: “I segreti di Brokeback Mountain”, dove la purezza del paesaggio montano è lì a sottolineare la bellezza e la purezza dell’amore tra i due caw-boys.

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