Dal “tetto” ai guerriglieri verdi: dall’esigenza della casa alla necessità di verde pubblico – di Roberto Capecci

In occasione della Seconda Giornata Nazionale del Guerrilla Gardening avvenuta l’altro ieri 4 novembre 2012, abbiamo piacere di pubblicare un articolo inviatoci qualche tempo fa dall’architetto Roberto Capecci, dello studio romano Land I Archicolture, dedicato all’uomo ed al suo rapporto con la città. La scrittura di questo articolo risale al 2009, ma siamo sicuri che non abbia perso minimamente di attualità. E’ anche vero che la realtà del Guerrilla Gardening si è evoluta ampiamente, in questi ultimi tre anni, portando alla creazione di numerose realtà locali collegate in una rete molto interessante. Tra i gruppi locali ne citiamo uno attivo nella Capitale, quello dei Giardinieri Sovversivi Romani, nato nella primavera del 2010 e che conta attualmente più di 1200 iscritti nel gruppo FB.
A questo link trovate l’articolo relativo alla prima giornata nazionale del Guerrilla Gardening svoltasi nel 2011.

Francesco Tonini


Il Tetto” è un film poco conosciuto di Vittorio De Sica con la sceneggiatura di Cesare Zavattini; girato a Roma nel 1956 è ambientato in un tempo in cui bastava costruire di notte per esercitare il diritto alla casa.
Luisa fa la cameriera e Natale è muratore. Si amano e si sposano, ma vivere nella sovraffollata casa dei parenti di lui non permette di trovare un momento d’intimità.
Questo film racconta le circostanze che determinano i processi di auto organizzazione del territorio, rintracciabili in questo caso nella povertà e nel bisogno di costruire, isolandosi, un nuovo nucleo familiare.
Un anno dopo il film di Luigi Zampa “Ladro lui, ladra lei”, sempre ambientato a Roma, ci consegna l’immagine della vita che si svolgeva in una borgata auto costruita. Nel degrado e nel sovraffollamento delle casette si svolge una vita fatta di relazioni, solidarietà, condivisione.
Il film è ambientato alla Certosa, e più precisamente al borghetto degli Angeli nel quartiere di Tor Pignattara.

Nato alla fine degli anni ’20 su un piccolo colle di tufo, il borghetto degli Angeli nasce da una lottizzazione privata fuori piano regolatore e viene occupato da immigrati che qui costruiscono le loro casette “senza fondamenta”.
La sua posizione isolata “… permette agli abitanti, nonostante le diverse provenienze, di formare e saldare rapporti sociali molto stretti.”
Ce ne parla l’appassionante libro di Stefania Ficacci Tor Pignattara. Fascismo e resistenza di un quartiere romano che, attraverso la ricerca d’archivio, la raccolta di memorie, di diari privati, di cronache locali e il dialogo con i suoi abitanti, ricostruisce il percorso che va dai primi anni del fascismo alla lotta di Resistenza, narrando di una comunità che si identifica con lo spazio costruito.
“Questo era il quartiere, umile, di lavoratori, di gente brava che soccorreva l’uno con l’altro, una famiglia, aveva la sensazione di un piccolo paese.” “Erano tutti cementisti, carpentieri, muratori e hanno cominciato piano piano a costruì queste casette … Erano case fatte di buoni rapporti di amicizia, dove io aiuto te , tu aiuti me, una spaghettata, un fiasco di vino. Questa era la familiarità della Certosa di allora.”
Nella Certosa di allora non c’era il bisogno di spazio collettivo, la necessità era il tetto e attorno a questo si instauravano stretti rapporti di vicinato.
Apparentemente la Certosa non è cambiata, ma andrebbero investigati i mutamenti e analizzato cosa resta del borghetto degli Angeli di allora.

Risolto il bisogno primario della casa, nella città contemporanea, dove probabilmente le relazioni e la condivisione progressivamente si sono perse, si è affermata, negli anni, una pratica di appropriazione dei luoghi in disuso tra l’edificato che la comunità locale occupa e trasforma in giardini.
E’ il caso di Loisaida, un piccolo quartiere di Manhattan, nato alla fine dell’Ottocento per accogliere le grandi ondate di immigrati.
Intorno alla metà degli anni ’70, nelle aree abbandonate, si sviluppa una curiosa attività di auto organizzazione dello spazio pubblico: “giardini grandi come isolati o piccoli come un’aiuola, nascono grazie all’iniziativa di gruppi o di singoli cittadini, spinti dal desiderio e dal bisogno di ridare vita a zone degradate della metropoli, trascurate dal corso degli interessi del momento e lasciate in stato di abbandono.”
Questi cummunity gardens nascono quindi dall’azione della comunità locale, che sente l’esigenza di migliorare e caratterizzare la zona in cui vive e in quanto luoghi di incontro da gestire in comune, diventano fondamentali alla vita del quartiere.
Il libro di Michela Pasquali “I giardini di Manhattan. Storie di guerrilla gardens” racconta e documenta in maniera molto esaustiva questo fenomeno.
Oggi “green guerrillas” è un’associazione che sostiene la realizzazione e il mantenimento dei community gardens e vede nella crisi in atto una nuova sfida/possibilità. In quanto movimento collettivo ritiene che i giardini comuni rispondano più che mai all’esigenza di avere un luogo dove incontrarsi, esprimere culture diverse, un posto sicuro dove portare i propri figli o semplicemente un luogo dove coltivare il cibo.

Una situazione più esasperata è quella del Sudafrica a metà degli anni ’80, dove tra tensioni e disordini si sviluppò un’arte popolare spontanea che si esprimeva in piccoli “parchi” o giardini.
Un articolo di Steven Sack ritrovato in uno “Spazio e Società” del 1997 (Spazio e Società n.77 gennaio/marzo1997 Gangemi editore) documenta questa interessante esperienza che nasce comunque da una situazione particolarmente difficile.
In un momento di vuoto di potere, questi parchi erano iniziative locali, attività di gruppo che esprimevano esigenze e punti di vista locali.
Era uno sforzo di riqualificare e trasformare l’ambiente con graffiti, monumenti e sculture: un’arte di strada che rappresentava un “processo di mobilitazione di massa e di democratizzazione della cultura”.
I parchi popolari erano qualcosa di più di semplici giardini, oltre ad essere luoghi dove la gente poteva riunirsi per svolgere attività culturali e politiche, rappresentavano “un evento popolare partecipativo in cui i giovani sperimentavano la loro fantasia trasformando i detriti in monumenti.”

Da qualche anno anche in Italia si sono diffusi gruppi di “guerriglieri verdi”; a Milano numerosi sono gli attacchi dei Guerrilla Gardening, un gruppo aperto di appassionati del verde che si oppone attivamente al degrado urbano agendo contro l’incuria delle aree verdi.
Con questo obiettivo i Guerrilla Gardening preparano e compiono attacchi notturni di riqualificazione di aree dimenticate della città, magari soltanto confezionano e lanciano “bombe di semi”: avvolgi in carta di giornale terriccio, fertilizzante, e semi di fiori che vorresti veder nascere. Il tutto imbevuto d’acqua. Ora avvicinati ad un cantiere in disuso o ad una zona abbandonata e lancia le flower-bomb. Dopo qualche settimana potrai apprezzare splendide fioriture in luoghi dimenticati.
Queste azioni notturne sono soprattutto atti dimostrativi che esprimono la volontà dei cittadini di riappropriarsi dello spazio pubblico trascurato dalle istituzioni.
Si agisce di notte perché la modifica del suolo pubblico ad opera di privati cittadini è vietata, ma nei casi più belli i gardeners escono allo scoperto e collaborano con il quartiere e la comunità locale.
In questo modo si può recuperare quel sistema di coesione sociale e di identificazione tra la comunità e il suo habitat che aveva caratterizzato le esperienze di auto-costruzione degli anni Cinquanta, ma che oggi si presenta con caratteristiche del tutto nuove.
Questo è quello che consigliano i Guerrilla Gardening per i giorni successivi l’attacco:
Ricorda di annaffiare per almeno 2-3 giorni dopo l’attacco. L’ideale è passare di giorno e farsi notare da qualche anziano del quartiere, a cui affidare l’onorevole compito di innaffiare l’aiuola, sarà felicissimo di farlo… forse…
In bocca al lupo!

Foto della giornata del Guerrilla Gardening di Alessandro Silvi su FB.

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