Chi è l’architetto del paesaggio? Perché è necessario? Quale è il suo ruolo? – parte 1


Illustrazione di Federica Fruhwirth per Paesaggiocritico
Il sito di Federica

I paesaggisti fanno solo spendere soldi“. Questa frase fu pronunciata davanti a me un paio di anni fa, quando una persona cercò di presentarmi al presidente del Municipio XIII nella convinzione che la mia Tesi di Laurea (elaborata assieme ai miei amici e colleghi di Garage Paesaggio), con tema la riqualificazione economica e paesaggistica del Parco Fluviale del Tevere Sud, fosse almeno degna di essere conosciuta. Ascoltata la risposta affrettata di questo individuo, dalle idee molto confuse direi, mi sono girato e me ne sono andato senza insistere.
Vorrei oggi provare a spiegare a questa persona, sempre che abbia voglia di capire, che l’architetto del paesaggio tutto vuole fuorché far spendere soldi inutili alle amministrazioni, affinché si accorga che ha a disposizione una nuova generazione pronta a dare il suo contributo per il miglioramento della vita di tutti.

Prima di approfondire l’articolo, che sarà terribilmente serio, alleggeriamoci con qualche risata.

Credo ci siano due modi per definire l’Architetto del Paesaggio. Un modo serio, anglosassone, che lo definisce come un professionista riconosciuto, rispettato ed amato, che lavora per la comunità, per l’ambiente, per la bellezza dei luoghi. Uno all’italiana, anzi all’italiano medio, che parla del paesaggista in maniera dispregiativa tipo “è’n giardiniere che se crede d’esse n’intellettuale, butta du piante da na parte e te chiede mille euri”.
Scusate il sarcasmo, ma non è esagerato. Se ti definisci paesaggista per i più sei un giardiniere (niente in contrario contro i giardinieri, sanno sicuramente molte più cose di noi, ma noi abbiamo studiato per progettare, non per realizzare fisicamente un luogo) od al massimo sei uno che dipinge quadri.

Con questo articolo vorremmo quindi spiegare, nel modo più completo e chiaro possibile come si diventa architetto del paesaggio, a cosa serve e cosa fa. Prima una precisazione:

definiremo architetto del paesaggio il professionista uscito da un corso quinquennale in architettura del Paesaggio anche se, nelle disposizioni degli Ordini degli Architetti italiani, questa figura riceve il titolo e timbro di Paesaggista, senza la dicitura architetto a precederlo, fatto che porta ulteriore confusione in una disciplina quasi completamente “libera” nel nostro paese e disciplinata solo in pochissime nazioni illuminate. E’ necessario però distinguere l’architetto del paesaggio, che ha seguito il corso di studi interno alla Facoltà di Architettura, da un paesaggista uscito da un corso di Agraria od un corso in Scienze Forestali, professionista con ampie conoscenze di paesaggio ma meno votato alla progettazione, specialmente in ambiente urbano. Quindi da adesso in poi userò sempre le parole “architetto del paesaggio”. Vi è poi un alto numero di architetti ed urbanisti che si occupano di paesaggio in Italia. Alcuni hanno frequentato masters o dottorati in paesaggio e sono riconosciuti come bravi professionisti. Molti dei professori che hanno insegnato al nostro corso di laurea sono tra questi. Vi sono poi molti architetti che si occupano di paesaggio perché così previsto dalla legge, purtroppo.

Innanzitutto cosa non è un architetto del paesaggio: non è un giardiniere, non è un botanico, non è un urbanista, non è un architetto, non è un agronomo, non è un forestale, non è un sociologo, non è un pittore, non è uno che fa dei bei disegni colorati, non è un caddista, un photoshopparo od un renderista (persone specializzate nell’uso di programmi per la progettazione e presentazione dei progetti grafici), non è un fotografo, non è un artista, non è un visionario, non è un poeta, non è un filosofo.
E’ invece, e deve essere, un po’ di tutte queste figure, se vuole essere bravo. In pratica si dice che l’architetto del paesaggio sia una figura di mediazione tra tutte le figure professionali che si occupano della trasformazione del territorio, una sorta di regista che sa vedere il quadro completo. Ciò non toglie che deve lavorare a fianco di ognuno dei professionisti citati ogni volta che il progetto richieda professionalità specializzate.

Ecco come le organizzazioni internazionali di riferimento della nostra categoria definiscono l’architetto del paesaggio o il “landscape architect”.

L’architetto del Paesaggio secondo l’IFLA (Final version approved by the World Council of the International Federation of Landscape Architects – Banff (Canada), 2003)
L’Architetto del Paesaggio conduce ricerche e fornisce consulenze per la pianificazione, la progettazione, l’amministrazione, la conservazione e lo sviluppo sostenibile degli spazi aperti e dell’ambiente, sia all’interno che all’esterno degli ambiti edificati. Per esercitare la professione di Architetto del Paesaggio è richiesta la laurea in Architettura del Paesaggio.

L’architetto del Paesaggio secondo l’EFLA (European Federation of Landscape Architects) (Bruxelles EFLA Declaration, 1989)
L’Architetto del Paesaggio pianifica e progetta paesaggi urbani e rurali nello spazio e nel tempo, sulla base delle caratteristiche naturali e dei valori storici e culturali del territorio. A questo fine fa riferimento a metodi e principi estetici, funzionali, scientifici e gestionali, con un appropriato uso di tecniche e materiali sia naturali che prodotti dall’uomo.

Due distinzioni dell’architetto del paesaggio abbastanza complete ma differenti nella sostanza che mettono in luce aspetti diversi della professione. Importante dire come l’IFLA evidenzi che bisogna essere laureati in un corso specifico per avere le competenze necessarie ad essere competenti, e che sottolinei lo scopo principale della professione “la conservazione e lo sviluppo sostenibile degli spazi aperti e dell’ambiente, sia all’interno che all’esterno degli ambiti edificati“. Fondamentale, per capire il ruolo dell’architetto del paesaggio, l’appresa capacità di visione non solo interna al progetto ma anche dei rapporti di questo con l’ambiente in cui si inserisce. Una capacità, quella del saper vedere fuori dal progetto, a volte assente anche negli architetti più famosi, che si occupano spesso dell’involucro scultoreo dei loro edifici come se fosse astratto da qualsiasi contesto.
Bellissima e necessaria anche la frase nella dichiarazione EFLA “pianifica (…) nello spazio e nel tempo, sulla base delle caratteristiche naturali e dei valori storici e culturali del territorio”. Questo appunto fa comprendere di come la formazione dell’architetto del paesaggio sia votata al rispetto dei luoghi, della storia, delle tradizioni locali e dell’ambiente, al fine di mettere in atto modificazioni utili al miglioramento della vita, sulla base di previsioni analizzate con cura e con il rispetto totale del passato.

Specifichiamo adesso l’attività principale di ogni architetto del paesaggio: realizzare spazi utili e magnifici nella loro bellezza.
E’ oggi necessario affrontare la necessità di cambiamenti radicali nel modo di vivere, lavorare e interagire con l’ambiente. Gran parte della nostra infrastruttura nazionale per l’acqua, i rifiuti, i trasporti e l’energia richiede un ripensamento fondamentale. Abbiamo bisogno di rigenerare le comunità urbane e rurali, costruire abitazioni senza consumo di suolo, rafforzare la coesione sociale e stabilire la sicurezza alimentare. Ma tutto questo va fatto senza perdere di vista il fatto che i finanziamenti sono limitati, che l’economia italiana è debole e che il clima sta cambiando a causa dello spreco di energie fossili.
Verrebbe facile pensare dunque che gli investimenti sul paesaggio siano sbagliati ed ininfluenti. E’ vero il contrario. Gli investimenti sul paesaggio costano relativamente poco e portano molti benefici, ambientali, estetici, sociali ed economici. La percezione che la buona progettazione del paesaggio sia un lusso costoso è falsa. Ora è proprio il momento di concentrarsi sulla utilità e la funzione di mettere insieme splendidamente paesaggio ed economia. Qualsiasi azione che cambia l’aspetto e la condizione di un luogo deve considerare il suo influire sul paesaggio con effetto più ampio nello spazio e nel tempo.
Immaginare il mondo in un quadro più grande e più duraturo, questo è il ruolo dell’architettura del paesaggio, che nasce nella comprensione dell’ambiente e di ciò che rende ogni luogo unico. È una miscela di arte, scienza, visione e pensiero. È una professione creativa specializzata nella pianificazione, progettazione e gestione della vita, ovunque si svolga, attraverso il coinvolgimento delle parti interessate e la gestione delle esigenze contrastanti. Non ultimo nell’architetto del paesaggio il desiderio di creare delizia per la vista, l’olfatto, l’udito, il tatto, con ottima progettazione che tuteli e rafforzi il nostro paesaggio.
Creare valore in termini sociali, economici ed ambientali, per questo viene formato ogni nuovo architetto del paesaggio.
Non saremo sicuramente perfetti ma dateci l’opportunità di dimostrarlo.

Cosa mette sul piatto l’architetto del paesaggio? Perché è necessario?
Con una capacità di vedere il quadro generale più ampio, così da orchestrare risposte ambientali, sociali ed economiche complesse, i professionisti del paesaggio sono forse l’unica risorsa per contribuire a plasmare in maniera efficace il nostro futuro urbano.

Ecco le capacità principali che rendono l’architetto del paesaggio figura necessaria oltre quella dell’architetto, dell’urbanista e dell’ingegnere…..

Capacità di visione: il potere di trasformare luoghi.
La progettazione integrata ha il potere di trasformare uno spazio in qualcosa di funzionale che possieda la bellezza ed un carattere forte, in altre parole un “luogo”. La corretta condotta della professione porta visione, immaginazione e rigore tecnico in ogni un progetto, indipendentemente dalla scala. Al massimo livello, gli architetti del paesaggio dovrebbero avere accesso diretto alla riforma delle politiche ambientali, in modo da promuovere nuovi modi per usufruire al meglio della terra. La professione ha sviluppato metodologie pratiche per valutare il carattere del paesaggio e l’impatto visivo di sviluppo.

Capacità di pianificazione: successo che nasce a partire dal sito
L’architetto del paesaggio preparato è in grado di riconoscere le caratteristiche significative di un sito e di lavorare con i finanziamenti disponibili e le risorse naturali presenti. Fiumi, clima, elementi morfologici, habitat sono considerati importantissime risorse da valorizzare e da cui partire, assieme all’inclusione progettuale di fattori come le identità locali, le forme di trasporto utilizzate ed il patrimonio edilizio. Per sfruttare appieno le potenzialità del territorio a breve e a lungo termine, l’architetti del paesaggio prende in esame l’intera gamma di problemi socio-economici, per calcolare le opportunità di investimento. Questo assicura che il progetto scelto sia poi anche realizzabile.

Capacità di valutazione di inserimento delle grandi opere.
In Italia, per rispondere alle esigenze economiche del mercato globale, è prevista una nuova generazione di grandi infrastrutture, da realizzare in tutto il paese. Questi progetti, scaturiti da esigenze nazionali, hanno un notevole impatto locale. La localizzazione delle centrali, linee elettriche e corridoi di utilità richiede un panorama completo di valutazione visiva ed ambientale per coordinare al meglio la loro pianificazione e progettazione. Nuove infrastrutture per l’energia eolica e l’energia solare insistono sempre più spesso in zone rurali, mentre potrebbero essere situate in posizioni meno delicate e meno inficianti la percezione del paesaggio agrario e naturale. Sfide simili sono quelle che l’architetto del paesaggio deve affrontare nella scelta di posizionamento di industrie estrattive, di gestione dei rifiuti, di silvicoltura ed agricoltura intensiva. La professione del paesaggio è la più indicata nella valutazione di impatto ambientale per tutte queste opere e nella proposizione di interventi di mitigazione visiva correlati.

Capacità di creazione di valore aggiunto: ottimizzazione dell’uso della terra
L’approccio alla progettazione dell’architettura del paesaggio è sempre mirato alla creazione di valore. Gli schemi utilizzati rispondono sempre alle stesse esigenze: ridurre al minimo l’uso di materiali per ottenere il massimo effetto senza sprechi. Fornire metodi naturali nell’affronto delle sfide ambientali e fisiche, permette un costo economico, sociale ed ambientale notevolmente inferiore rispetto alle soluzioni convenzionali. Ma la formazione dell’architetto del paesaggio non è rivolta solo a questo, ma soprattutto allo sviluppo di nuovi flussi di reddito, puliti e sostenibili ambientalmente, relativi al commercio di prodotti locali a km0, ma anche alla produzione di energia con le nuove tecnologie che sfruttano il vento, le onde, la biomassa ed il sole.

Capacità di consultazione e di coordinamento della partecipazione
La persone amano parlare del posto in cui vivono. Non c’è nessuno che conosce un sito meglio della persona che ci vive. E c’è un’arte di ascoltare quello che dicono le persone e di rispondere positivamente alle loro paure e aspirazioni. Il coinvolgimento delle comunità locali nel processo decisionale, durante l’evoluzione del progetto di paesaggio, urbano o rurale che sia, è una normale prassi dell’architetto del paesaggio.
Essere coinvolti nel plasmare il proprio ambiente, aumenta la consapevolezza, la responsabilità, la sensazione di appartenenza ed il piacere di vivere nel quartiere della comunità. In questo processo è bene essere anche in grado di riconoscere e conciliare esigenze concorrenti degli imprenditori e dei proprietari locali al fine di aiutarli nella costruzione di una economia locale solida ma rispettosa del paesaggio in cui vivono.
Un buon modo per iniziare a comporre il progetto è quello di basarsi sulla conoscenza delle persone del luogo, che condividono con piacere la sua storia e il carattere del paesaggio esistente. Spesso le conoscenze dettagliate fornite dagli abitanti fornisce l’ispirazione per la ‘grande idea’ alla base di nuovo sviluppo. E l’architetto del paesaggio è preparato a utilizzare queste conoscenze ed a tramutarle in idee, schizzi a mano, renders grafici, animazioni e video.

Capacità di collaborazione e creazione di partenariati forti
Per conciliare uno sviluppo economico sostenibile locale, condizione necessaria alla valorizzazione del paesaggio, è necessario conciliare le aspirazioni locali con le economie confinanti ed a scala più grande, per evitare pressioni concorrenti nocive sull’utilizzo del terreno per la produzione di cibo, per la produzione di legname, per la creazione di alloggi, per la creazione di posti di lavoro e tempo libero. Per raggiungere questo obiettivo, i progetti dell’architetto del paesaggio sono consegnati dopo aver effettuato una pianificazione strategica, valutazioni tecniche, masterplanning (piano di massima), la progettazione, la gestione del progetto attraverso un lavoro di squadra. La professione del paesaggio è ben posizionata per condurre le squadre di progetto multidisciplinare. Il buon professionista è preparato anche a gestire la legislazione relativa al progetto e anche consapevole di dover costruire partenariati per il finanziamento della realizzazione da fonti multiple.

Tutto chiaro sin qui? Lo spero. E’ ovvio che tutte queste capacità non saranno già perfettamente evolute nel neo laureato. Come abbiamo già spiegato in questo articolo, nessuno può definirsi architetto del paesaggio se non dopo anni di letture sul paesaggio, esperienza pratica sul campo ed esperienza di studio affiancato da altri professionisti.

Nella seconda parte di questo articolo tratteremo Il ruolo dell’architetto del paesaggio e lo scopo che lo guida. Alla prossima settimana

Francesco Tonini

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22 pensieri riguardo “Chi è l’architetto del paesaggio? Perché è necessario? Quale è il suo ruolo? – parte 1

  1. Che ridicoli che siete, quello che non vi conviene, la verità, non la pubblicate, ecco perché sarete sempre un NON FIGURA professionale, ridicoli un ottimo studente di 5 elementare conosce meglio le piante di voi! Non sapreste distingure un palo della luce elettrica da un pino.

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    1. Senza offesa Giuliano, dal momento che lavoriamo non stiamo tutto il tempo davanti al pc per rispondere ai commenti.
      Apprezzo il tuo commento anche se sarcastico.
      Nel mio corso di laurea c’erano persone, ora colleghi, già laureati in biologia, botanica, agronomia, scienze forestali. Il loro atteggiamento, al contrario del tuo, non è stato quello di difendersi dietro una laurea, ma quello di ampliare le conoscenze per divenire uomini completi. Da loro abbiamo imparato molto.
      Hai letto bene l’articolo comunque? Nel nostro corso insegnano botanici, agronomi, architetti, fitogeografi…..non mi sogno proprio di provare a progettare un parco senza la collaborazione di un botanico o di un forestale o di qualcun altro più preparato di me a seconda dei casi.
      A presto spero. Sempre che l’odio per gli architetti non pregiudichi future collaborazioni.
      Francesco

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      1. Attenzione, nessun odio verso gli architetti, l’odio è verso una NAZIONE che fa un minestrone di tutto, i farmacisti vorrebbero fare i chirurghi, c’è chi crede che perché un farmaco è ricavato dalla saliva di una lumaca che i medici sono quei signori che stanno nella savana a studiare gli animali, oppure i giardiniere si credono di essere botanici, come anche i cuochi perché usano qualche spezia per cucinare, i pittori perché dipingono un garofano e siamo arrivati al punto che non si capisce più nulla, ognuno ha il suo mestiere per cui ha studiato.

        Il fatto che nessuno conosce il paesaggista come figura in Italia, o persone come il Porcinai, Russel Page, vostri colleghi, dipende dalle stesse ragioni per cui i ragazzi credono che esista la laurea in entomologia o botanica, come dire che esiste la laurea in ortopedia, è semplicemnte dovuto al fatto che l’Italia è veramente uno dei PAESI PIU’ IGNORANTI AL MONDO!
        I ragazzi neanche conoscono non dico i “fori imperiali”, che già sarebbe un miracolo, ma che forma ha una zucchina!
        Scusami se posso essere stato sgarbato, ma nessun odio verso gli architetti che RISPETTO, però ripeto ognuno ha il suo mestiere, G

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      2. Accidenti Francesco, questi rispettabilissimi commenti mi fanno persuaso (come direbbe Montalbano) che “the long and winding road” che porta all’affermazione dell’architettura del paesaggio sia appunto molto long e moltissimo winding. Chissà forse bisogna inventare un nuovo esperanto per trovare un linguaggio comune tra le diverse e disparate competenze che ruotano intorno all’architettura del paesaggio. Rispetto anch’io Giuliano e le sue argomentazioni, anche se mi ricorda la storia di quel massimo esperto di cemento armato che criticava aspramente Le corbusier dicendogli: “Come si permette di usare il cemento armato nelle sue costruzioni visto che non conosce a fondo la natura di questo materiale” (questi materiali, poi……) 🙂

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        1. Non la prenda a male Fpirone, non ho veramente nulla contro gli architetti, ed amando moltissimo l’arte antica-classica (persiana, greca, etrusca, romana), l’archeologia, ho profondo rispetto per gli architetti, ma sebbene credo di fver letto più di 800 libri in questo campo, non mi permetteri mai e poi mai di sentirmi un esperto di arte classica ed architettura, che è il vostro mestiere!

          Ho avuto molti amici Iraniani architetti, che mi portarono, quando ancora si poteva viaggiare in quei posti, a visitare come loro ospite, l’architettura magnificente del loro paese, di quella che fu Babilonia, ma nello stesso tempo mi chiesero di fare seminari sul Ficus sycomorus, una moracea del medioriente e sulla loro relazione con le Hymenoptera chalcidoieda nei loro Giaridni Persiani, o sulla Storia Naturale post-Giurassica del genus Ficus delle Isole Solomone, che 12 anni fa erano il mio campo d’azione, che è un probabile centro di propagazione naturale di uno dei giganti delle foreste umide pluviali.
          Lei obiettivamanete, sente nelle sue corde che questi sono argomenti di architetti? Questo si respira nei templi del Regno Vegetale, cioè gli Istituti di Botanica che sono nelle scuole di Biologia.
          La mia è stata una provocazione, ma riepeto sempre con grande rispetto verso gli architetti, ho voluto solo fare in modo che si comincino a fare nomi e cognomi di chi fa una disciplina , in Italia, senza supposizioni strane e totalmente sbagliate e la botanica è una branca della Biologia.
          Grazie e con rispetto
          G

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          1. Ben lungi da prenderla a male, si figuri, non è questo il problema. Una trentina di anni fa mi spiegarono che l’architetto del paesaggio era colui che traeva una sintesi tra i diversi e fondamentali linguaggi che si occupano di questa materia. Botanica, geologia, pedologia, sociologia, ingegneria (ambientale), filosofia, statistica, storia, urbanistica etc. Quando si progetta il paesaggio alla grande scala tutte queste branche della scienza devono sempre essere coinvolte, tranne poi arrivare ad una sintesi, che è molto difficile da ottenere se non c’è nessuno che abbia una formazione adatta a questo scopo. Altra questione è quando si progetta il paesaggio alla piccola scala. Faccio parte di quegli architetti del paesaggio che hanno sempre ritenuto fondamentale “conoscere le piante”, anche se so che il mio grado di conoscenza non sarà mai quello di Giuliano, o di altri colleghi che sono arrivati all’architettura del paesaggio attraverso altri percorsi. Ciononostante ritengo di potermi sentire “libero” di scegliere di prevedere un albero, o un arbusto rispetto ad un altro, senza dover necessariamente consultare un sommo esperto in materia. Con altrettanto rispetto. Franco

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          2. Faccio presente, che essendo un botanico, mi occupo della vegetazione, riproduco in serra mediante tecniche di propagazione, inseminazione, come anche di clonazione piante, per la relativa piantagione dove lavoro e curo tutto l’impianto vegetazionale, ma che non sono un “sommo esperto” come lei spesso ed ironicamente mi definisce (i biologi, mi dispiace dirlo per voi architetti, sarà perché vivono nella NATURA A 360° e ne conoscono il linguaggio, sono più UMILI, come lo era Darwin, che certo non era un architetto! Forse tra l’elenco di materie che lei suppone un architetto debba conoscere, manca un pò l’UMILTA’; la botanica è casa mia in quanto biologo, come la fisica lo è per il fisico, la chimica pe run chimico, sfido un architetto a dire che studia e conosce la fisica davanti un FISICO! forse presumete un pò troppo di voi stessi), né mi occupo di architettura del paesaggio, verso cui non ho interesse in termini così strettamente professionali; però, dovrebbe domandarsi lei (se li conosce, altrimenti sarebbe molto grave volendosi occupare come dice di piante), se persone come Pignatti, Ferrari, Canéva hanno da insegnare qualcosa agli architetti del paesaggio, compreso lei; attenzione, ripeto, non esistono libri di botanica scritti da architetti, perché non sono in grado di farlo, sono bravissimi ovviamente nel progettare palazzi, ponti, chiese, ma dentro una foresta, un brughiera, riconoscere una pianta e caratterizzarla, è vermante fare un altro mestiere (il biologo da campo), come metterla dentro un giardino, per cui occorre, come per gli animali con gli zoologi, tantissimo studio, ma tantissimo VERAMENTE, una formazione che richiede materie a voi ALIENE, di cui neanche immaginate l’esistenza, da quello che noto leggendo i vostri commenti, dubitando inoltre, che lei e i suoi colleghi abbiate la minima idea di Evoluzione, sia essa darwiniana o lamarkiana, o gouldiana che serve per capire perché quella pianta vive lì e, non ad una stazione a 500 m più in alto.
            Dovevate forse fare un altor corso di laurea e non architettura.

            Le rammento solo che i biologi insegnano (seppure con programmi enormemente ridotti e, semplificati, poiché voi di anatomia vegetale, fisiologia vegetale, biochimica vegetale, genetica vegetale, ecofisiologia vegetale, fitosociologia-geobotanica, biologia cellulare vegetale e sistematica cladistica, dicotomica e filogenica non conoscete, né fate nulla, per cui vi si insegna una botanica e fitogeografia, molto all’acqua di rose, diciamo superficiale, più basata sui nomi, molto empirica), mentre non v’è traccia di architetti, che insegnano nelle antiche scuole di Scienze Biologiche, ci sarà un motivo, accadendo questo ovunque nel mondo?

            Infine le ricordo, che quella figura che lei cita, come colui che dovrebbe centralizzare e sintetizzare le discipline elencate nella sua risposta, molto prima dell’architetto (che non reputo in grado di farlo), è la figura dell’ECOLOGO ( a Biologia esiste il dottorato PhD in Ecologia Olistica Planetaria o Globale), un biologo devoto allo studio dell’ambiente della BIOSFERA, disciplina inventata da biologi geniali come Ernst Haeckel e Levay e un biogeografo come il Troll, disciplina che studia le RETI INTERATTIVE, LE INTERCONNESIONI GLOBALI DELL’INTERA BIOSFERA (compresi mari ed oceani e acque continentali, o residui fossili come il SISTEMA PONTICO) e i termini, concetti di ecosistema, ecobioma, climax ecc, rappresentano la sintesi di cui lei accennava e sono opera di biologi, per cui non venga a dire certe cose a un biologo sul paesaggio!

            E P. Odum autore del testo di Ecologia più utilizzato al Mondo era un biologo ovviamente!

            Non so dove lavora, ma temo per le piante che lei sceglie, lo dico di CUORE!

            Per le PIANTE!

            Vorrà dire poi, che se le cose stanno così in Italia, da oggi in poi i biologi (botanici, ecologi, zoologi, etnobiologi, biogeografi ecc), progetteranno i colonnati, le torri, i ponti, i porti, le fontane ecc.
            Sempre con rispetto!
            G

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          3. Giuliano,
            la maggior parte di noi lavora generalmente in ambiente urbano, fortemente antropizzato (viali, piazze, piccoli giardini), dove le caratteristiche richieste al progetto si concentrano in misura maggiore su criteri di estetica. Credo che Franco si riferisse a questa libera scelta sulle specie da utilizzare nel progetto. Basta guardarsi intorno: i giardini storici delle nostre città, come quelli bellissimi che decorano la nostra capitale, non sono stati progettati in base a criteri di ecologia. Forse è stato interpellato un botanico nella preferenza sulla scelta di una specie di pino rispetto a un altro, ma la scelte delle specie e il loro posizionamento è stata presa a seguito di considerazioni estetiche innanzitutto.
            Ripeto: durante il corso, che è interno alla Facoltà di Architettura e che sono d’accordo nel ritenere sia la meno indicata per formare figure professionali che si occupano di tutte quelle discipline che, comunemente parlando, cadono sotto l’ombrello dell’ecologia, abbiamo ricevuto alcune nozioni di botanica, ecologia, fitogeografia, biologia ecc, certamente non sufficienti a definire l’architetto del paesaggio come personaggio autonomo tutto fare.
            Quello a cui servono i corsi nelle materie che ho citato, seguiti da esami più o meno approfonditi, è nel far capire qual’è il limite oltre il quale l’architetto del paesaggio debba rivolgersi agli altri professionisti preparati, sin dalle prime fasi di progettazione preliminare.

            Francesco

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          4. Francesco

            sono d’accordo con quello che dici, non contesto l’aspetto estetico, so che è compito del paesaggista l’estetica, ma da qui nascono i dolori, perché spesso vengono messe piante invece che secondo le leggi della biologia secondo quelle dell’estetica, ad esempio esotiche di ambienti climatici distanti dai nostri, in posizioni cardinali sbagliate, cioè piante la cui crescita è polarizzata a Sud, messe regolarmente a Nord, perché belle, colorate, a forma particolare, ma questo determina un deterioramento della pianta quasi sempre.

            I giardini di Roma ad esempio, ti assicuro perché li conosco tutti, come queli di Villa Torlonia, Pamphili, Borghese, o Villa Sciarra ecc, hanno nel comune un servizio giaridini diretto da un biologo, oggi è B Cignini, che si occupa di curare la trama tessutale vegetale di queste strutture.

            In Francia gli immensi giardini di Versailles, oppure gli stupendi giardini del Senato a Parigi, i Jardines des Luxembourg, dove sono presenti serre con circa 6.000 delle 20.000 specie di orchidee note alla Biologia, vengono controllati dagli Istuti Botanici delle facotà di Biologia delle Università di Parigi tra cui la Sorbona.

            Il mio discutere nasce da una risposta dapprima di una ragazza architetto, che definsice gli architetti botancii, quindi i biologi sono architetti, in secondo il sig Franco (attenzione perché a livello Europeo finalmente sta passando la legge che nessuno oltre il biologo e l’agrononomo-forestale possono manipolare piante, e decidere di inserirle da qualche parte), che a mio avviso ha una visione non veritiera della sua professione,
            G

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          5. Solo per supportare quanto dico con dati, non facendo rimanere le chiacchiere e basta, ecco qua da uno degli ultimi congessi sulla biologia ed ecologia del paesaggio, istituito dall’Ordine Nazionale dei Biologi (ONB):

            Geosigmeti, Unità di Paeaggio e Reti Ecologiche:

            E’ di fatto il progetto generale per conservare la Biodiversità italiana, sia vegetale che animale, del proprio territorio in applicazione di norme nazionali e internazionali e di precedenti iniziative legislative di livello regionale, in base alle quali sono stati definiti i parchi e le riserve naturali oltre alle aree floristiche protette; questi atti si fa presente, sono competenze specifiche del Biologo.

            Le più recenti disposizioni in materia di protezione ambientale si richiamano alla Direttiva Habitat 92/43/CEE del 21 maggio 1992 (ripresa in Italia con i seguenti provvedimenti legislativi: Decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997 n.357, Decreto del Presidente della Repubblica 12 marzo 2003 n. 120relativa alla “Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche” e alla successiva iniziativa del Consiglio della UE (1995) con la quale è stata definita la “Strategia Pan-Europea per la diversità ecologica e paesaggistica” che prevede la realizzazione di una rete ecologica sovranazionale caratterizzata da nuclei (core areas), corridoi ecologici e buffer zones, aree recuperate, in cui il paesaggio è la risultante che genera biodiversità tra fattori naturali ed usi del suolo compatibili.

            In particolare con tale operazione si è voluto conseguire le seguenti finalità:
            1 – aggiornare il quadro conoscitivo sui sistemi biologici ed ecologici, dei territori ricadenti nei Siti SIC e ZPS della regione;
            2 – integrare i dati conoscitivi in funzione ecologica in modo da passare dalle analisi delle specie a quelle delle comunità e dei paesaggi;
            3 – mettere a punto un valido sistema di monitoraggio degli stessi siti;
            4 – definire un Sistema Informativo Territoriale (SIT), consistente in un database di tipo relazionale in cui far convergere le informazioni di tipo ambientale, territoriale e sociale (floristico, vegetazionale, faunistico, socio-economico, paesaggistico);
            4 – aggiornare le schede del formulario Natura 2000 realizzato per conto del Ministero dell’Ambiente nella fase di avvio del progetto Natura 2000;
            5 – definire strategie di salvaguardia di specie e di habitat;
            6 – integrare i risultati di tali indagini nelle analisi paesaggistiche di tipo territoriale per la definizione del quadro di riferimento della Rete Ecologica Regionale.

            Analisi e monitoraggio delle specie e del paesaggio:

            L’analisi del paesaggio sebbene contempla diverse figure professionali, trova però perno essenziale e sintesi globale nella figura del biologo, poiché a differenza delle altre figure professionali, per il biologo il paesaggio è la Summa delle interezione sinfitozoocenotassobiotiche tra la Flora, la Fauna e le le componenti abiotiche.

            Questo, si fonda sul concetto ad esempio, che la vegetazione, in quanto componente fondamentale del paesaggio, entra a far parte degli ecosistemi dei quali costituisce un importante aspetto strutturale e funzionale.

            E’ quindi un bioindicatore in quanto evidenzia i principali fattori ecologici che consentono lo sviluppo delle diverse tipologie vegetazionali. Per tale motivo è stato coniato, attraverso una visione organicistica delle comunità vegetali (associazioni), il termine di valenza ecologica di associazione la cui validità è stata statisticamente dimostrata mediante l’integrazione di dati sperimentali derivanti da analisi quantitative (Biondi & Calandra, 1998; Zuccarello et al., 1999; Biondi et al., 2004).

            Le analisi fitosociologiche e geosinfitosociologiche, attraverso lo studio delle successioni seriali e delle unità di paesaggio vegetale, qualora opportunamente integrate con altre metodologie, come quelle GIS, permettono inoltre di proporre soluzioni gestionali per la conservazione della biodiversità di specie e di ambienti e di progettare la connessione tra siti a diverso grado di naturalità per migliorare la qualità diffusa nel territorio (Biondi, 1996).

            La Direttiva Habitat (92/43/CEE del 21 maggio 1992) in termini concettuali rappresenta una vera novità in quanto considera di primaria importanza il livello di organizzazione fitocenotico della biodiversità, espresso dalle tipologie vegetazionali, in base al quale vengono definiti gli habitat

            La definizione degli habitat e la loro presentazione, secondo il “Manuale di interpretazione degli habitat dell’Unione Europea” seguono la terminologia e la sintassonomia fitosociologica-biologica.

            Alla scienza della vegetazione (biologo vegetale o botanico), o fitosociologia viene pertanto riconosciuto il ruolo fondamentale, cardine, per integrazione le analisi conoscitive della qualità della biodiversità nonché dei processi dinamici che ne consentono la variazione nel tempo e nello spazio, la cui conoscenza risulta indispensabile per definire consapevoli misure di conservazione degli habitat. In particolare si tratta di predisporre appropriati piani di gestione, specifici o integrati ad altri piani di sviluppo, e di proporre opportune misure regolamentari conformi alle esigenze ecologiche degli habitat naturali. Inoltre, l’art. 10 sollecita le Nazioni a rendere ecologicamente più coerente la rete Natura 2000 (costituita dall’insieme delle aree SIC e ZPS) impegnandosi nel promuovere la gestione degli elementi del paesaggio che per la loro struttura lineare e continua o il loro ruolo di collegamento sono essenziali per la migrazione, la distribuzione geografica e lo scambio genetico di specie selvatiche.
            1. 3 – Definizione metodologica per l’analisi integrata del paesaggio vegetale e discussione dei risultati
            La prima fase del progetto ha riguardato il rilevamento del patrimonio di biodiversità animale e vegetale nelle aree pSIC (proposte SIC) e ZPS della Regione e l’analisi integrata dei dati raccolti volta alla comprensione dei modelli di funzionamento dei paesaggi vegetali e del comportamento animale in risposta a tali processi. In particolare è stato predisposto uno schema metodologico per la raccolta dei dati, la determinazione delle misure di conservazione (componente fisica, biologica e paesaggistica) e la progettazione del Sistema Informativo Territoriale (SIT).

            La struttura complessa problema è il tentativo di massimizzare l’integrazione dei dati di natura biologica (flora, vegetazione, fauna) e fisica (geomorfologia, clima).

            Tre dei quattro gruppi principali corrispondono ad altrettanti approcci di analisi delle componenti biologiche del paesaggio: la vegetazione, la flora e la fauna.

            Esternamente ai gruppi principali compaiono i prodotti derivanti dalle varie fasi di analisi, alcuni dei quali entreranno nella banca dati della biodiversità predisposta ad hoc (tabelle fitosociologiche, campioni d’erbario, carta floristica, carta della vegetazione, carta degli habitat), altri saranno funzionali per definire le indicazioni di monitoraggio e gestione degli habitat comunitari e prioritari (carta sinfitosociologica, carta geosinfitosociologica).
            Di particolare importanza per la mappatura, sono l’archiviazione e l’analisi integrata dei dati vegetazionali è risultato l’ausilio fornito dal Sistema Informativo Geografico, appositamente predisposto per il progetto di pianificazione paesaggistica e, costituito, da un database di raccolta di mappe ed informazioni associate in forma digitale.

            In tal modo la mappatura degli elementi vegetali si è arricchita di un importante elemento qualitativo e quantitativo desunto non solo dalla mera fotointerpretazione, ma anche da una accurata esplorazione del territorio con raccolta di dati floristici e vegetazionali seguita da elaborazioni statistiche per il riconoscimento delle associazioni vegetali su base fitosociologica, quindi biologia.
            Il GIS serve solo a digitalizzare poligoni vegetazionali e legare attributi agli elementi grafici, ma permette anche di condurre operazioni di overlay.

            Tale operazione permette, infatti, la produzione di un nuovo strato (o carta tematica) fondato sulle combinazioni logiche di due o più strati, dedotto da dati esistenti e dall’interpretazione delle relazioni emerse dalla lettura incrociata dei layers.

            Un ulteriore approfondimento dell’analisi del paesaggio vegetale si ottiene avvalendosi delle funzionalità GIS, per la simulazione del modello morfologico del territorio (DTM) a partire dalle isolinee delle curve di livello.
            L’insieme dei processi richiedono alte conoscenze botaniche ecologiche, zoologiche ad approccio olistico, individuabili specificamente nella figura del Biologo.

            Bibliografia:

            Bibliografia
            Baldoni, M., Biondi, E. & Ferrante, L. (2004) Demographic and spatial analysis of a population of Juniperus oxycedrus L. in an abndoned grassland. Plant Biosystems, 138 (2), 89-100.
            Ballerini, V., Biondi, E. & Calandra, R. (2000) Structure and dynamic of a Spartium junceum L. population in the central Apennines (Italy). Coll. Phytosoc. 28, 1071-1096.
            Biondi, E. (1990) Populations characteristics of Juniperus oxycedrus L. and their importance to vegetation dynamics. Giorn, Bot. Ital., 124 (2-3), 330-337.
            Biondi, E. (1996) La geobotanica nello studio ecologico del paesaggio. Ann. Acc. Ital. Sc. Forest. 45, 3-39.
            Biondi, E. (2001) Paesaggio vegetale e potenzialità pastorali. In: 36° Simposio Internazionale di Zootecnia. Prodotti di origine animale: qualità e valorizzazione del territorio, vol. I, 5-22.
            Biondi, E. & Calandra, R. (1998) La cartographie phytoécologique du paysage. Écologie, 29 (1-2), 145-148.
            Biondi, E., Feoli, F. & Zuccarello, V. (2004) Modelling Environmental Responses of Plant Associacions: A Review of Some Critical Concepts in Vegetation Study. CriticalReviews in Plant Sciences, 23 (2), 149-156.
            Canullo, R. (1992) Structure et dynamique d’une population de Cytisus sessilifolius L. dans les pâturages abandonnés des Apennin central (Italie). Rev. Roumaine de Biologie, 37(1), 27-46.
            Canullo, R., Manzi, A. & Venanzoni, R. (1992). Caratteristiche strutturali di alcune popolazioni a Spartium junceum L. in differente stato dinamico. Soc. Ital. Ecologia, Atti del V Congresso (Milano, 21-25 settembre 1992), 447-455.
            Zuccarello, V., Allegrezza, M., Biondi, E. & Calandra, R. (1999) Valenza ecologica di specie e di associazioni prative e modelli di distribuzione lungo gradienti sulla base della teoria degli insiemi sfocati (Fuzzy Set Theory). Braun-Blanquetia, 16, 121-225.

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          6. La ragazza a cui lei fa riferimento nell’ultimo commento è qui.
            Rilegga bene il mio commento, perché io non ho mai detto quello che sostiene lei, ovvero che gli “architetti sono botanici”. Anzi, sostengo qualcosa che è molto più vicino al suo punto di vista. I botanici, fortunatamente, li conosco bene, avendo io una laurea in questa materia.

            Trovo tutto quello che sostiene assolutamente corretto. Ma vorrei specificare che esiste una giovane generazione di architetti paesaggisti, recentemente laureati in Italia, che possiede importanti basi di botanica, scienze forestali, ecc… esattamente come esistono professionisti seri, con anni di esperienza, che nonostante non siano “nati” con questo specifico profilo, queste basi se le sono create con anni di esperienza sul campo e studi approfonditi.
            (Teniamo sempre bene a mente che l’architetto PAESAGGISTA è una figura complessa…)

            Torno a ripetere quello che dissi nel mio primo commento, dal basso della mia piccola esperienza: in Italia la figura dell’architetto PAESAGGISTA non si evolverà mai fino a che l’UNICA cosa che interessa sapere agli studi professionali che si occupano di paesaggio è se so usare CAD…

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          7. Roberta,

            ti lascio credere questo (anche se te dicevi che dovvanoe ssere botanici…ma comprendi che per esserlo dovrebbero laurearsi in materie biologiche), temo che come sempre in Italia, vincerà il disordine totale, l’entropia esplosiva, di mille corsi di laurea che pretenderebbero di sapere le medesime cose di altri corsi di laurea pur essendo anni luce lontano da loro; non so dove lei si è laureata in botanica, come dice, ma nella mia scuola di botanica, cioè prima La Sapienza a Roma, poi Montpellier in Francia, s’insegna che la Natura è materia del biologo, poiché la complessità di sturdi che formano un biologo nello specifico ad esempio un ecologo, un architetto paesaggista se la sogna!

            Giovani generazione di architetti peasaggisti con conoscenze botaniche? Maaah questo lo dice lei, ancora aspetto un trattato di botanica vera da un architetto!

            Dubito che sappiano cosa sia una cosa ovvia come la fotosintesi clorofilliana di fotosistema II o la fostosintesi in fase oscura di Calvin o la Chemiosmosi di Mitchell e anche questa è BOTANICA! Non si può curare un essere umano di cancro, conoscendo solo i nomi della ossa del piede.

            Ma per fortuna la Comunità Europea sta per redigere una legge dove le piante (come già da tempo gli animali, dove solo i biologi, i veterinari, gli zootecnici possono manipolare), finalmente non potranno mai più essere toccate se non da biologi, agronomi e forestali, così anche i vivai che sono spesso dei veri e prori covi di incompetenti che combinano guai e vendono piante come i macellai bistecche, dovranno regolamentarsi, sempre in Italia paese dell’Inciviltà.

            Se è per questo, pensando all’archeobotanica, come alla carpologia preistorica, bhe gli archeologi che studiano tanto, anche loro, hanno sempre il buon gusto di avere dei botanici nei loro staff, come degli zoologi per l’archeozoologia!

            Credo che dovreste (se non lo avete mai fatto) andare a vedere come lavorano i paesaggisti all’estero, non vi rendete assolutamente conto di quanti permessi devono chiedere ai botanici solo per mettere a dimora una plma e sono seguti dai botanici in ogni passo che riguarda le piante.

            Ogni giorno in Italia si sveglia qualcuno e DECIDE CHE LUI HA STUDIATO NELLA FACOLTA’ PIU’ COMPLETA CHE FORMA LA FIGURA PIU’ COMPLESSA E ARTICOLTA, forse per questo non si lavora!
            G

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          8. Giuliano,
            parti dal presupposto che un paesaggista voglia mettere le mani sugli alberi, curarli, o che non si voglia rivolgere a un botanico ogni volta che sia opportuno…..
            non mi sono mai sognato di pensare di curare una pianta….i paesaggisti mettono le mani sul computer, fanno escursioni e visite ai luoghi da progettare, e vanno in cantiere a vedere se le componenti del progetto sono posizionate correttamente, null’altro.
            Credo di esserci potuti esprimere abbondantemente tutti sull’argomento. Vorrei chiudere qui i commenti perché stiamo monopolizzando il blog, che ospita molte altre informazioni su cui discutere.
            Questo vorrebbe essere l’ultimo commento che viene pubblicato in risposta a questo articolo. Grazie a tutti

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  2. SENZA OFFESA, ma a me risulta essendo Botanico da 18 anni, che tutti i testi di Botanica sono sempre stati scritti e vengono scritti dai biologi, vedi Ferrari, Tripodi, Caneva (che oltretutto è uno dei massimi esperti Europei per il recupero di Giardini Storici e il verde ornamentale in parchi Archeologici, autrice di numerosi libri, ed è esperta del ruolo della botanica conservativa nei beni culturali, oltre che di sintaxonomia coriologica, che dubito un architetto sappia solamente che significhi) o la Profssa Annamaria Ciarallo biologa che purtroppo ormai è deceduta, ma che per 38 anni ha guidato il verde e i giardini di Pompei e ha riportato in vita ceppi di linee di sangue (anche per le piante si dice così), di viti del periodo Pompeiano (più di 4000 anni fa!), oggi a pieno regime (la parte più attiva di Pompei) autrice di più di 60 libri su tema e, di etnobotanica Pompeiana, Pignatti autore dei Flora d’Italia, il Prof Garbari prefetto per 20 anni dell’Orto Botanico di Pisa, biologo esperto della flora del Mesozoico e di fanerogame attuali, oltre che esperto di pittura e disegno botanico e di botanica storica, a cui hanno dedicato 5 specie vegetali del genere Allium ecc, in Italia, mentre in Francia Chavelier autore de Flore de France, Praneau ecc, in UK Steven Hopper direttore degli immensi orti botanici di Kew, biologo australiano scopritore di 176 specie vegetali tra crittogame e fanerogame.

    Mi risulta inoltre dalla storia della Botanica, la presenza (immaginare di architetti nelle foreste pluviali tropicali in spedizione, per scoprire nuove specie vegetali, mi fa sinceramente RIDERE, il solo pensarlo; quanto ignorate la realtà, neanche ve ne rendete solo minimamente conto, dove sono sempre i biologi a scorpire nuove specie vegetali), solo di biologi nello scoprire nuove specie vegetali, classificandole e caratterizzandole, non certo di architetti; vivo in Francia e sono botanico (laureato in Biologia), in un giardino storico stile neorinascimentale e, con una parte in stile vittoriano, non ho mai incontrato un solo architetto che sapesse spiegarmi, a dovuta domanda (per smontare la sua presunzione), non solo le differenze biologiche, ecologiche e biogeografiche tra un semplice Cupressum sempervirens e un Pinus pinea, ma una volta, per aver chiesto a un gruppo di architetti paesaggisti cosa fossero le aree fitoclimatiche delle associazioni fitosociologiche Geranio-Cedrion, con esempi di Pinus brutia e Pinus nigra, presenti anche nella fascia Sopramediterranea, come nell’Anatolia Atlantica componenti nelle associazioni Querco-Cedretalia libani, hanno strabuzzato gli occhi come quando le popolazioni tribali dell’interno delle foreste della Papau Nuova Guinea, per la prima volta, incontrarono l’uomo bianco.

    La Botanica, come la Zoologia, l’Ecologia, l’Etnobiologia-Antropologia, l’Evoluzione e la Biogeografia sono le colonne portanti delle Scienze Biologiche (come l’anatomia umana e le patologie per la medicina), che esistono da secoli e, la figura del botanico si forma solo nel corso di Laurea in scienze Biologiche e Naturali, quindi dire che un architetto, come del resto un giardiniere (che spesso non conosce oltre le 5/6 piante ornamentali, di cui ha in mente solo i principi di potatura, innesto, trattamenti di concimazione e fitosanitari in base la stagione o per i classici parassiti, senza neanche conoscerne il nome scientifico, mentre è totalmente ignorante di ecologia, sia autoecologia che sinecologia), conoscano la Botanica è pressoché UTOPISTICO; altrimenti ci spieghino i signori architetti o paesaggisti a bruciapelo, senza andare a leggere su internet, il ruolo delle auxine, gibberelline come fitoregolatori metabolici primari, oppure i meccansimi di speciazione Allopatrica nella biogegrafica dinamica delle Musacea, oppure la differenza tra Macchia Mediterranea di livello I e II e rispetto la Gariga……! O, la Gentica d’ibridazione delle rose, garofani, crisantemi….

    Più leggo interventi di architetti, o paesaggisti, più mi rendo conto che non solo non conoscete la Botanica, ma che neanche vi rendete conto di cosa si intenda per BOTANICA e, di quanto essa abbracci tutto il Regno Vegetale dalle alghe unicellulari (fitoplancton), alle sequoie giganti dei santuari californiani, ai concetti di stazioni e alleanze vegetali, ai meccanismi di riproduzione per apomissia, gonocoria, ai concetti di Storia Naturale ed Evoluzione del fiore, alle interazioni con il Regno Animale, alla formazione delle foreste e giungle primigenie o, a teorie come quella del biologo botanico JEH Corner, la “Durian theory” del 1937, con cui si spiega non solo la possibile origine delle foreste della fascia Tropicale, ma anche l’origine di alcuni specifici frutti, per non parlare delle forme di fossili vegetali (paleobotanica), dimostrando così che per voi la Botanica è materia ALIENA!

    Infine tra altri tre, tra i più importanti esperti di giardini storici in Italia figurano il Prof Patrizio Giulini, biologo docente a Padova di botanica sistematica e fitogeografia, il Prof Paolo Grossoni biologo, direttore dell’Orto Botanico di Firenze e, il responsabile per tutti i giardini storici e orti botanici Italiani il Prof Pietro Pavone biologo, docente di fitogeografia Università di Catani e direttore dell’Orto Botanico di Catania responsabile di settore della Società Botanica Italiana, organo accademico e ufficiale corrispondente all British Botany Society e alla Société Botanique Français, o alla Deutsch Botanischen Gesellschaft, Svenska Botaniska Föreningen ecc. e tutti gli orti e giardini botanici (sia in Italia che all’estero), afferiscono ai dipartimenti di Biologia non certo di Architettura!
    Grazie
    G

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  3. Mi scuso se ritorno nell’argomento, ma quando Francesco scrive: “Nell’articolo la mia affermazione serviva solo a spiegare la situazione grottesca di quando bisogna spiegare cosa facciamo per vivere a qualcuno che non ha minimamente idea che si studia per realizzare i giardini…..” ho il dubbio che se non comprendiamo le ragioni per cui è così difficile spiegare questi concetti, non andiamo da nessuna parte. L’architettura del paesaggio, e quindi il mestiere del paesaggista nascono molto prima di Olmsted: senza andare troppo indietro nel tempo, dal rinascimento in poi l’Italia é stata protagonista nel campo dell’arte, in tutte le varie sfaccettature, inclusa l’architettura del paesaggio. Questo preziosissimo patrimonio culturale, che nel bene e nel male siamo riusciti a conservare non ha impedito, purtroppo, che lentamente, abbiamo perso la coscienza del ruolo centrale e fondamentale che il paesaggio riveste. Non è certo questa la sede per analizzare e capire le ragioni di questa involuzione culturale. L’unica constatazione che possiamo fare è che, sin dai tempi di Porcinai, nonostante gli sforzi encomiabili di generazioni paesaggisti che hanno provato a trasmettere e diffondere questi valori, i risultati sono decisamente deludenti. Vogliamo continuare su questa strada? Non credo sia il caso, sarebbe autolesionistico! Per cui dobbiamo interrogarci sul perché di questi fallimenti, e quali sono gli strumenti, i tempi e i modi per far si che questi concetti siano recepiti dai nostri interlocutori. D’altronde viviamo in una società nella quale il clientelismo ha preso il posto della meritocrazia, dove il concetto del bene comune è largamente ignorato o disatteso, per cui gli scarsi risultati dei nostri sforzi ne sono la logica conseguenza: evidentemente parliamo ad una platea priva degli strumenti culturali necessari al recepimento di certi concetti. Torno quindi all’esigenza di proporre un nuovo modello di istruzione e di educazione, di cui parlavo nel mio precedente intervento; non dico certo di rinunciare tout court ad una azione di diffusione della cultura del paesaggio tramite convegni, eventi etc, dico solo che senza un nuovo modello educativo i nostri sforzi continueranno a produrre quei risultati negativi che ci hanno accompagnato fin’ora.

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    1. Franco il tuo pensiero mi è chiaro da tempo e posso assicurarti che stiamo lavorando ad altri progetti proprio in direzione di inserimento nell’educazione delle nuove generazioni. Intanto paesaggiocritico deve proseguire per la sua strada……
      Francesco

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  4. Ciao,

    Concordo sulla visione generale. Io ho studiato (anche due anni in Italia) e lavorato come paesaggista all’estero, dove sicuramente c’è un’altra visione riguardo la nostra professione. In particola in Scandinavia, dove l’Architetto del paesaggio é una figura predominante nella pianificazione di spazi urbani ed extra urbani. Una situazione analoga alla nostra la si trova in Francia, dove non si usa il termine “Architecte paysagiste” ma solo “Paysagiste”, vietato dalla camera degli Architetti. In effetti mi sono sentito più volte chiedere se potessi passare per mettere in ordine il giardino…

    Penso che tocchi a noi, come professionisti, fare pubblicità alla nostra professione. Proverò anche io a breve a presentare un progetto al comune di Genova, vediamo se riceverò simili opinioni a riguardo : )

    Ale.

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  5. Sono d’accordo con il 99% delle cose che dici nell’articolo, ma devo dissentire sul fatto che l’ “architetto” paesaggista non sia un giardiniere. A mio parere il paesaggista e’ prima di tutto un ottimo conoscitore della botanica ed è giardiniere. Cose che si imparano, come il resto delle competenze che hai elencato, studiando, ma soprattutto sul campo. Lo dico perché in base alla mia esperienza, in questo paese questo concetto si è un po’ perso di vista, perché quando vedo “grandi” paesaggisti inserire in un importante progetto di riqualificazione urbana al centro di una città del nord, file e file di palme come se fossimo a Tangeri…oppure scopro che all’interno di un famoso (quasi monopolico) studio di architettura del paesaggio, nessuno è in grado di distinguere un’Azalea da un Oleandro…
    Insomma certe conoscenze sono l’abc del paesaggista e il fatto di avere il titolo di architetto davanti non esime dall’aver sfogliato almeno qualche volta il caro buon “Pignatti” o di fare una passeggiata in qualche orto botanico. (E tutto questo non è ancora sufficiente).
    Il progetto è tutto ma senza le conoscenze di base non ti distingui da un architetto e neanche da un geometra se è per questo.
    Scusate il tono polemico, ma è l’unico posto in cui si può discutere di questi argomenti.

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    1. Salve Roberta, hai perfettamente ragione ed hai fatto bene a precisare questo pensiero. Si, l’architetto del paesaggio deve essere anche un bravo giardiniere. Nell’articolo la mia affermazione serviva solo a spiegare la situazione grottesca di quando bisogna spiegare cosa facciamo per vivere a qualcuno che non ha minimamente idea che si studia per realizzare i giardini, ed anche tanto….

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  6. Caro Francesco, quello che scrivi è sicuramente condivisibile. Ma c’è qualcos’altro di sicuramente condivisibile: la convinzione che pochissimi comprendono i tuoi argomenti (XIII circoscrizione docet). Allora vorrei dirti che hai dimenticato una caratteristica dell’architetto del paesaggio: una grande dose di pazienza e saggezza nel saper aspettare che si creino le condizioni per cui i tuoi argomenti siano compresi, e finalmente venga valorizzata la figura dell’architetto del paesaggio. Quale è la strada? Abbiamo avuto modo di parlarne: ricominciare dall’educazione ambientale, dell’insegnamento del concetto di bene comune e di pubblica utilità. Servono ancor ennesimi convegni? Non credo; serve trasmettere questi semplici concetti a coloro che slno in grado di recepirli: l’assessore all’ambiente? il ministro dell’ambiente? Il direttore del servizio giardini? Non credo siano in grado di capirti, non hanno a disposizione gli strumenti culturali per comprendere i tuoi argomenti. E allora non ci resta altro che insegnare questi concetti ai bambini, che saranno i futuri Assessori o Ministri dell’ambiente. Quando parlavo di pazienza, mi riferivo a questo. D’altronde un bravo paesaggista sa che una fuscello non diventa quercia in poco tempo. Bisogna saper aspettare anni e anni……
    Un caro saluto

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