Profilo di Roma: Tevere, una risorsa da recuperare – lo spettacolo del WaterFire, di Cesare Pacella e Eugenia Bonadie

Prima di lasciarvi all’entusiasta articolo scritto dal laureando in Architettura del Paesaggio Cesare Pacella, con l’aiuto di Eugenia Bonadie, vorrei introdurre alla nuova rubrica “Tevere, una risorsa da recuperare” che questo articolo inaugura.

Il Tevere è sicuramente il fiume meno vissuto di tutte le capitali europee. Inutile cercare colpe tra i cittadini di Roma. Certamente anche loro sono colpevoli di aver dimenticato il “biondo fiume”, ma la responsabilità maggiore va data a due fattori concomitanti: la costruzione dei muraglioni di fine secolo XIX, che ha escluso la vita delle sponde ed escluso lo sguardo sulle acque; e la nascita della più rumorosa via ad alta velocità del traffico veicolare urbano, il lungotevere, che ha assunto valore di arteria ad alto scorrimento per il trasporto privato da nord a sud.
Siamo sicuri che sia così? Che senza i lungotevere viabili Roma non possa adeguarsi, anzi che non possa giovarsene?
Ne parleremo nei prossimi articoli della rubrica, ma è bene iniziare a comprendere che se le facoltà di Architettura di tutta Italia sono piene di progetti e tesi sulla riqualificazione del Tevere, un motivo c’è. E di certo non bastano quattro gazebo estivi sulle banchine a recuperare il Tevere come risorsa per la città!

Francesco Tonini


WaterFire
foto (in galleria in fondo all’articolo) ed articolo di Cesare Pacella ed Eugenia Bonadie.

Uno spettacolo tribale, ma allo stesso tempo mitologico, capace con il suo minimalismo, di portarci in un regno di un’altra epoca.

Diciotto anni fa, nella città di (Rhode Island, USA), Barnaby Evans accendeva il “Primo Fuoco” per celebrare il decimo anniversario della “Prima Notte di Providence”, vedendo la partecipazione di migliaia di spettatori provenienti da tutto il mondo. Da allora riscosse una popolarità così ampia da portare i più appassionati sostenitori a convincere Evans a realizzare un’installazione di fuoco permanente che desse vita a un’organizzazione artistica no-profit chiamata WaterFire.
La suggestiva performance art non dovette attendere a lungo per essere conosciuta oltreoceano, difatti Evans lavorò in seguito alla creazione di nuove installazioni in Europa e in Asia, ricevendo il “Renaissance Award” come autorevole opera d’arte e il Premio Art Place America per la produzione negli Stati Uniti di nuovi progetti artistico-culturali in grado di coinvolgere la comunità.
Si tratta di uno spettacolo notturno in cui bracieri galleggianti vengono posti alle rive di un fiume per creare un contrasto tra l’ardore evanescente delle fiamme e il chiarore delle tiepide acque fluviali.
Spettatrice di questa coinvolgente opera d’arte è stata la Capitale romana lo scorso 21 e 22 settembre, che ha ospitato centinaia di curiosi sulle rive del famoso fiume Tevere tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini.
A organizzarne l’evento sono stati il Signor Pino Fortunato e l’Associazione TEVERETERNO Onlus, la quale ha battezzato un’inesistente “Piazza Tevere” come una “piazza virtuale” da dedicare all’Arte contemporanea, per invitare grandi artisti a realizzarvi lavori site-specific, con l’obiettivo di riqualificare l’area attraverso attività culturali programmate.
L’iniziativa, si è presentata come un’installazione artistica aperta da una straordinaria cerimonia urbana dedicata alle città d’acqua, con lo scopo di rivalorizzare e trasformare in maniera creativa le aree fluviali.
Ad aprire la cerimonia è stato un grande gong teso a richiamare lo spazio vuoto e ad annunciare il tramonto del sole, dando inizio all’accensione dei falò accompagnata da una sinuosa musica tribale.
Le fiamme sostituivano la luce artificiale con il bagliore del fuoco dei bracieri e celebravano il patrimonio contemporaneo della città illuminando le sponde del Tevere, così da creare un’atmosfera armoniosa capace di tenere per mano centinaia di spettatori sognanti.
Passeggiando sulle sponde del Tevere, ci si accorgeva che l’intento di Barnaby Evans, ossia coinvolgere tutti i sensi e stimolare le emozioni di coloro che prendessero parte o semplicemente che osservassero l’evento, si stava realizzando grazie alla musica suggestiva e allo scoppiettio scintillante del fuoco sull’acqua.
Il “WaterFire” è un’opera d’arte che coinvolge la partecipazione, la sorpresa, ma soprattutto i sensi e le emozioni di coloro che ne prendono parte, sfruttando a pieno il simbolismo elementare che accomuna tutto il mondo.
In ogni cultura occidentale, mediorientale e asiatica, infatti, l’universo viene suddiviso in quattro o cinque elementi: Terra, Aria, Fuoco, Acqua, per il primo, Legno o Carta per la cultura cinese, oppure lo Spazio vuoto per la cultura buddista.
Ognuno di questi elementi viene associato ad uno dei nostri cinque sensi: il fuoco alla vista, l’acqua al gusto, la terra all’olfatto, l’aria al tatto e lo spazio vuoto o il vuoto al suono e all’udito.
L’acqua e il fuoco sono rispettivamente l’una il contrario dell’altro; la prima simboleggia la vita, la fertilità, la creatività e l’ispirazione nelle culture di tutto il mondo, l’altro rappresenta la perdita, la morte e la distruzione. Ciononostante, acqua e fuoco sono reciprocamente distruttivi, l’acqua spegne una fiamma, così come il fuoco fa evaporare l’acqua. I colori freddi e scuri dei fiumi temperano l’esuberanza e la veemenza dei fuochi, mentre la danza luminosa delle fiamme anima la superficie tranquilla dell’acqua.
Ciascuno dei nostri sensi è stato coinvolto durante la partecipazione a questa performance art, stimolando non solo la quiete e la pace interiore, ma soprattutto la condivisione multisensoriale tra la nostra percezione della notte e il paesaggio urbano.
Ciononostante, il fine ultimo dell’evento romano non era solo quello di fruire di uno spettacolo artisticamente minimalista, ma soprattutto quello di riuscire a riavvicinare la gente a un fiume storico come il Tevere, spina dorsale di una Capitale, tesoriera inconsapevole di una grande risorsa per il collettivo urbano.
Fin dai tempi più remoti, infatti, questo fiume ha provveduto a rifornire la popolazione di tutto quanto servisse alla quotidianità e allo sviluppo della civiltà romana, dalla fonte d’acqua potabile alla forza motrice per mulini e altre attività artigianali, senza escludere la rete commerciale con tutto il Mediterraneo e un consueto mezzo di trasporto pubblico.
Oggi, invece, il Tevere si presenta come una grande, ma degradata serpentina naturale immersa nella caotica frenesia urbana, che funge da suppellettile a una città che lo considera un problema da risolvere, piuttosto che un “Landmark” che la identifica.
A sollevarlo dall’incombente appellativo che lo caratterizza, sono stati gli eventi come il “WaterFire” con i suoi giochi di luce sull’acqua, o le afose serate estive romane, che ne riempiono le sponde con bancarelle e curiosi da ogni dove, valorizzando temporaneamente rive storiche altrimenti poco fruite.
Quello che forse Roma non sa è che se il Tevere non ci fosse, sarebbe comunque una grande città storica, ma senza un’importante fondamenta che ne regga il peso e che la presenti al mondo per come oggi è conosciuta.
Nel corso degli anni, infatti, il valore urbano di un fiume così originariamente indispensabile, è andato via via scemando, sino ad arrivare a una quasi totale incuria di esso da parte della Pubblica Amministrazione e della cittadinanza.
Ne consegue una pungente e indecorosa indifferenza a fronte di un sano e civile interesse per riqualificare non solo un’area fluviale, ma un vero e proprio pezzo di storia, abbandonato all’oblio dei più, memore di tempi gloriosi datati a secoli orsono.
Una domanda, perciò, sorge spontanea: Si può fare a meno di 1500 anni di storia?

Cesare Pacella su Flickr

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