Quella stupefacente sensazione di immersione nei paesaggi brevi

Parte 1: critica a noi stessi

Il famoso “museo diffuso” di cui parla Salvatore Settis.
«Chi sta a Viterbo, prima di partire per New York e di mettersi in fila al Moma, dovrebbe affacciarsi nel museo civico della propria città. Chi abita a Viterbo ci troverebbe la Pietà di Sebastiano del Piombo. Uno dei quadri più belli del mondo. Un notturno shakespeariano su tavola».

da una intervista su youtube

In questa frase rilasciata da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, in una intervista di qualche tempo fa si nasconde una orrenda verità: gli italiani, ma in generale chiunque nel mondo, non conosce il posto in cui vive. Spesso ci si vanta di conoscere un quartiere semplicemente perché ne si sanno elencare le strade o le piazze. Per fortuna una città è composta da molte più cose, cose che si notano di solito solo se si cambia il punto di vista, se si modifica il modo di osservare e soprattutto se si varia la velocità secondo cui si percepisce il mondo che ci circonda. Se percorriamo la stessa strada, sempre da dentro l’auto alla stessa iperbolica velocità motivata dalla fretta, la percezione dello spazio in cui ci muoveremo sarà sempre limitata da quei fattori ed inoltre, a distanza di anni, la noia si impadronirà del tempo trascorso a bordo del veicolo per restringere ancora di più le nostre sensazioni, sino ad una sorta di cupo tunnel lontano dal presente.
Chiaramente, quando si discorre di luoghi, è necessario parlare non solo di quello che si vede, ma di tutto quello che quel luogo rappresenta ed ha portato con se nel trascorrere dei secoli. E Settis non fa altro che ricordarci che una città, un quartiere, una strada, un vicolo, sono il risultato dell’opera umana sul territorio e quindi sono ambienti che trasudano ovunque culture, tradizioni, usanze, consuetudini, modi di vivere più o meno in simbiosi con gli ambienti preesistenti ecc.. Di fatto, lo dico da colpevole, non entrare nel museo civico della propria città e cercare di comprendere la cultura da cui proveniamo, le gesta dei nostri compaesani, l’arte dei nostri avi, è un delitto senza perdono. Ma è peccato grave anche non visitare i giardini della propria città, non passeggiare tra i viali alberati osservandone le chiome, non guardare le facciate dei palazzi, non annusare i profumi delle fioriture di stagione e quelli che escono dalle cucine degli anziani del quartiere, non entrare a visitare le chiese (anche se si è atei, le chiese sono immense miniere di arte da scrutare palmo a palmo), non sedersi ad ascoltare le campane, il cannone del gianicolo e lo scorrere isolato del Tevere sulle banchine, non percepire dai ponti l’aria fresca e ricca di salsedine che risale il biondo fiume, non fermarsi ad assaporare un filetto di baccalà e nun magnasse la pajata!
Purtroppo nella nostra società e nella nostra mente si annidano dei disturbatori che impediscono di vivere pienamente i luoghi che si abitano….la televisione, le distrazioni insulse del consumismo, le frenesia della vita contemporanea accelerata sempre più da una economia che ha bisogno di crescita a discapito della qualità delle nostre esistenze, fanno distogliere l’attenzione dal presente e da ciò di vero che abbiamo intorno. Ma gli stimoli al non vivere la vita di tutti i giorni arrivano anche dai nostri stessi geni: la necessità innata di cambiamento della vita, di novità, di moto perpetuo, pena la morte del corpo e dell’anima. Quella qualità che ha permesso il predominio degli uomini sulla natura e sulle forze fisiche dell’universo, a cui ci sforziamo di essere sempre avanti per non scomparire, è la causa stessa che ci spinge a cercare sempre nuove esperienze e ad immergerci senza esitazione, ma con l’eccitazione del mistero, in ambienti a noi sconosciuti.
Ed allora?

Allora, un bisogno innato che vale per tutti gli uomini e che per i paesaggisti assume un valore immenso, ci spinge a visitare nuovi posti, esotici alla nostra cultura, per cercare ciò che ancora non sappiamo: usi e costumi di altre popolazioni, paesaggi atipici, associazioni vegetali peculiari, odori intensi, lingue dal suono impossibile, sapori diversi. Tutto questo a discapito della nostra cultura e del nostro patrimonio storico, meno presente nei nostri pensieri.
Da romano faccio un esempio su Roma con delle domande provocatorie in cui non si tiene conto di coloro che abitano nei pressi dei luoghi citati. Quanti romani sono entrati in Santa Maria in Cosmedin? Quanti romani hanno visitato Sant’Ivo alla Sapienza? Quanti hanno anche solo visto la facciata di Santa Croce in Gerusalemme? Va bene qualcuno non amerà le chiese….. Quanti ignorano che esistono interessanti piazze e bei giardini che cercano di recuperare la memoria degli antichi acquedotti, torri e torrioni? Quanti sono a conoscenza che Roma ha un sistema di forti ottocenteschi che crollano per oblio e che vi sono progetti bellissimi per il loro recupero al fine di creare una cintura di stupendi spazi pubblici connessi tra loro? Quanti hanno avuto il coraggio di attraversare la strada per fermarsi un po’ nel giardino al centro di Piazza Mazzini progettato da Raffaele de Vico? Per gli amanti della natura…. Quanti si sono fatti un passeggiata lungo l’Aniene? Quanti sanno che esiste un’ansa morta del Tevere presso Magliana, un vero paradiso naturalistico? Quanti sono saliti sulla collina di Villa Glori?
Insomma, non c’è bisogno di recarsi all’estero per riuscire ad immergersi in luoghi che ci regalino ambientazioni sconosciute. Basta uscire dalla routine del tragitto “quartiere dove abito-quartiere dove lavoro” per scoprire un esotico mondo di viette sconosciute, di monumenti mai visti, di paesaggi impensabili.
Questo articolo potrebbe sembrare un esercizio di saccenteria, ma non lo è. E’ il semplice tentativo di ricordare a me stesso di non smettere di girare per Roma, per il Lazio e per l’Italia. Sono stato tante volte a passeggio per Roma ed mi capita di dare per scontato di sapere tutto sulla mia città. Vengo smentito puntualmente quando mi trovo davanti una stradina di cui non conoscevo l’esistenza, di un grande albero che non avevo mai notato, di qualche piazzetta, realtà sociale di quartiere, che ignoravo. E quanti paesini del Lazio di cui non conosco neanche il nome scopro leggendo quella o quell’altra notizia.
I musei civici delle nostre città, le piazze di paese, i castelli dei borghi, i giardini ed i parchi storici e non, aspettano sempre speranzosi di essere visitati, perché sono li per quello.

Parte 2: epilogo e capitolazione

E’ vero, visitare posti sconosciuti, il più possibile lontani dalla nostra cultura attiva i nostri sensi come una scarica di adrenalina. Una abbuffata di percezioni bussa alla mia mente e invade la mia anima ogni qualvolta mi ritrovo all’estero. Credo sia lo stesso per voi, no? Quanto ho amato Parigi con quell’atmosfera da sogno perpetuo; in che misura ho gustato il Portogallo del nord con la sua storia dura, l’aria semplice e le tradizioni di campagna; come mi sono stupito del rigore di Londra; come ho apprezzato l’incredibile varietà di spazi pubblici di Manhattan. In poche ore è possibile impregnarsi delle sensazioni di una città mai vista per merito dell’apertura dei nostri sensi predisposti a ricevere….tutto. Mi chiedo quindi: è possibile replicare questa enorme propensione all’incamerare sensazioni, nella vita di tutti i giorni e nel luogo dove si abita. Se tutto dipende dallo stato d’animo, dovrebbe essere possibile, lavorando sulla buona o cattiva luna del momento, accendere la miccia dei sensi, no?
Se ci pensate, quando si è di buon umore, anche la strada sotto casa può divenire improvvisamente ricca di impulsi piacevoli. Quando si è felici, anche un semplice respiro può donarci un attimo di vita. Il segreto sta tutto nella felicità dunque? Beh, si e no, credo. E’ innegabile che se vedo uno stesso oggetto tutti i giorni, il giorno seguente mi aspetterò di trovarlo li ed il vederlo non farebbe che confermare che tutto è in ordine, ma che niente è cambiato. E’ inevitabile, tutte le persone mappano il territorio in cui vivono, è una necessità di sopravvivenza, ma nel farlo stanno anche dicendo a se stessi che non servirà rimapparlo ancora e quindi quel luogo sarà congelato al momento della prima scansione con i nostri sensi. Come una foto scattata in un preciso istante della nostra vita e che fissa per sempre la nostra età, come siamo vestiti, e quello che in base alla cultura e ad all’esperienza, che abbiamo in quel momento, riusciamo a vedere. Per vedere con occhi nuovi la città bisognerebbe rimapparla ciclicamente ogni volta che abbiamo aggiunto qualcosa al nostro sapere.

Però ed arriviamo alla fine, c’è bisogno di qualcosa in più per permetterci di guardare alla nostra città con rinnovato vigore e curiosità. A volte mi chiedo perché i turisti amano così tanto Roma. Viene spontaneo rispondere che è la città più bella del mondo, con la storia più articolata e lunga che ci sia mai stata, con i monumenti più famosi e più fotografati. Quello è il motivo per cui i turisti sono spinti a visitare Roma, non il motivo che gliela fa amare. Personalmente girando per la Capitale vengo attratto spesso da mucchi di sacchi dell’immondizia agli angoli, da un marciapiede in condizioni pietose, dai sanpietrini disconnessi a tal punto che non ci si riesce neanche a camminare, da facciate in travertino annerite e logore. E mi chiedo vergognandomi: cosa ne penseranno i turisti?
I turisti saranno sicuramente attratti dai monumenti ed avranno meno attenzioni per i segni di degrado della città, ma non è possibile che non vedano un ciglio in travertino fuori sede sul quale devono salire con attenzione per non scivolare. E quindi? E’ proprio questo il bello di Roma, la sua atmosfera unica, il suo carattere! Questa sorta di decadenza millenaria, l’atteggiamento stanco ed un po’ malconcio delle sue strade, sono oro per il turista che proviene da una delle città perfette del nord Europa o da una delle grandi e tecnologiche città della rinnovata Cina.
Quando si passeggia per le vie del centro di Roma, non si può fare a meno, a momenti, di non pensare di essere stati catapultati in un passato che non c’è più.
Comportarsi come un turista dunque, è questo il segreto. Provare a sentirsi un estraneo ed immergersi nel paesaggio umano, urbano, naturale o qualunque sia come se fosse la prima volta. Provate a perdervi, imboccate strade che non percorrete mai. Sentirete un breve sussulto, vi girerà la testa se sarete fortunati, ed improvvisamente ritroverete voi stessi.

Ecco, mi viene in mente la sensazione unica dell’essere bloccati in un immenso ingorgo d’auto al Cairo. Caldo asfissiante, polvere marrone ovunque, clacson assordanti, macchine stracariche di persone e merci, e tanti occhi che mi guardavano. In quel momento ho odiato il Cairo, ma ero consapevole anche che ne stavo respirando l’anima, che non dimenticherò mai.

Francesco Tonini

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