Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #26 – Libri per le vacanze

di Lucilla Zanazzi per Paesaggiocritico

C’è chi dice che ormai la biblioteca in casa non serve più. Che è inutile intasare la propria vita e la casa di libri che dopo un po’ servono solo da supporto per la polvere. Non è vero niente. Tutti i libri che ho, hanno un significato per me, anche i libri comperati nel 1960, quelli della BUR a 40 Lire, e il loro valore non è solo affettivo. I libri vanno ripresi in mano ciclicamente e sono buoni per tutte le stagioni della vita, tra le loro pagine si trova sempre qualche cosa di nuovo e magari quello che una volta è stato letto frettolosamente, perché considerato marginale rispetto alla trama, in un altro momento della vita può diventare fondamentale. Dunque rimpiango molto tutti quelli che ho prestato, non ricordo più a chi. Se poi, in particolare, vi interessa il paesaggio, le descrizioni di come si presentava in altre epoche, le atmosfere, le sensazioni, lo stupore del viandante, andrete a nozze. Un viaggiatore attento, non sempre capirà l’animo delle popolazioni che sta visitando (o “attraversando”), ma forse percepirà assai meglio il paesaggio di colui che l’ha avuto sotto gli occhi fin dalla nascita. Prendete tra le mani i libri dell’americano Harry James, per esempio, da “Ritratto di signora”, “L’ultimo dei Valeri”, “Il riflettore”, “Principessa Casamassima”, “La tigre nella giungla”, “Il carteggio Aspern”, per citarne qualcuno. Oppure dell’inglese Edward Morgan Foster, quello di “Camera con vista” e di “Monteriano”, libri in cui è descritto l’inquietante mondo diverso rappresentato dall’Italia all’inizio del 1900. Mistero e pregiudizio.
Ecco già un po’ di libri sui quali vale perdere tempo, se non altro perché sono dei capolavori della letteratura mondiale.

Benjamin di Tudela Libro di viaggi 1989 Palermo ed. Sellerio

Questo libro è uno dei più importanti documenti del Medioevo, una delle rare fonti che hanno contributo alla ricostruzione storica di quel periodo. Fu scritto nel XII secolo, originariamente in ebraico, poi tradotto in latino e dal latino nelle varie lingue.
Di Benjiamin si sa solo che era rabbino a Tudela, nella regione di Navarra, in quella Spagna in cui convivevano e interloquivano fecondamente le culture cristiane, arabe e giudaiche. Periodo felicissimo che terminò tre secoli dopo con la cacciata dei mussulmani dalla Spagna, e l’introduzione della Santa Inquisizione da parte di Isabella di Castiglia. Nel XVI secolo ci fu anche l’istituzionalizzazione formale dei ghetti per gli ebrei (1555 con la bolla “Cum nimis absurdum”di Papa Paolo IV)
Benjamin iniziò il suo viaggio nel 1165; non se ne capisce bene la motivazione, forse voleva raggiungere la Palestina, forse aveva l’intenzione di stabilire rapporti commerciali tra le varie comunità ebraiche, forse voleva semplicemente provare l’emozione di un lungo viaggio. Errare nel senso di percorrere, vedere, capire. Le strade che lui sceglie sono quelle classiche, sono quelle in cui si muovevano i Crociati verso la conquista della Terrasanta e dei commercianti alla ricerca di nuovi mercati. L’ospitalità di cui approfitta, forse, perché non lo dice, è quella delle comunità ebraiche. Tornerà a casa nel 1173, dopo aver percorso le coste spagnole, quelle francesi, attraversata l’Italia (Genova, Lucca, Siena, Roma, Napoli, Salerno, Trani, Taranto, Brindisi e Otranto) A Otranto si imbarca e raggiunge Costantinopoli, la Siria e la Palestina, si spinge fino a Baghdad, poi in Persia, poi l’Egitto e tutto il Nordafrica e da lì rientra in Spagna. Descrive 300 città e i suoi racconti sono a dir poco strabilianti, bastano le pagine su Roma (allora, considerando le zone abitate e quelle in rovina, aveva già un diametro di 24 miglia) con ancora tutta la sua impronta imperiale e pagana, per lasciarvi a bocca aperta.
Come vi avevo già accennato, visita e censisce tutte le colte e ricche comunità ebraiche: a Roma ci sono circa 200 ebrei (il giovane e coltissimo rabbino capo amministra la casa e tutti gli averi del Papa), a Napoli ce ne sono 500 e 600 a Salerno.
Non aspettatevi grandi descrizioni dei paesaggi: a quel tempo contavano poco, erano solo dei tratti che univano una meta all’altra. Il mulo era il mezzo di trasporto più usato, poi il cammello e la nave, ovviamente.
Per riallacciarmi al discorso che avevo fatto all’inizio, vi racconterò che questo libro lo acquistammo nel 1992, probabilmente in un remender, lo sfogliammo e poi lo confinammo da qualche parte, anche perché poco interessati ai viaggi (io non ho viaggiato neanche un po’) e lo scordammo. Non ci venne in mente neppure quando leggemmo affascinati il libro di A. YehoshuaViaggio alla fine del millennio” 1998 Torino, edito da Einaudi, che se non lo avete letto, consiglio vivamente.
Anno mille…vado per associazioni. Allora “Diari di dame di corte nell’antico Giappone” 1990 Torino ed. Enaudi. Le dame sono quattro e l’anno in cui li hanno scritti è il 999, tra loro Murasaki Shikibu e Sei Shonagon, le più grandi poetesse nipponiche. Questo libro è una sciccheria, un meraviglioso haiku, un documento preziosissimo sulla libertà, cultura, bellezza della vita delle donne, probabilmente solo quelle di alto rango, nella corte imperiale. E’ un libro che si legge in un baleno, come un racconto di favole. E allora, a proposito di ‘ste dame, perchè non leggere il capolavoro della letteratura giapponese proprio di lei, la Murasaki? “La storia di Genji, il principe splendente” 2012 Torino Einaudi. C’è chi lo definisce “la divina commedia giapponese” e in effetti lo può essere per l’altissimo valore letterario, ma è completamente diverso il messaggio, loro, i giapponesi, nell’anno mille avevano il buddismo, noi il cristianesimo e poi Genji è una sorta di simpatico Don Giovanni. L’edizione che ho io è la traduzione della trascrizione dall’antico giapponese fatta nientemeno da Tanizaki, quella editata oggi è una traduzione dall’antico testo di Maria Teresa Orsi.
A proposito di Divina Commedia… descrissi a una mia amica nipponica il mio grande amore per la Murasaki e lei fece una smorfia schifata “La odio. Non hai idea di quanta bile io abbia sputato a scuola su quel antico testo!”

J.J. Rousseau Le passeggiate del sognatore solitario 2012 Milano Feltrinelli.
Traduzione e introduzione di Beppe Sebaste

Le passeggiate è un’opera in cui la natura è onnipresente, ma il cui centro è quello che l’autore chiama “il sentimento dell’esistenza”, ciò che lo rende il primo testo consapevolmente ecologico (nel senso anche di una ecologia della mente) della letteratura moderna in Europa.
E’ l’opera con cui con più fascino si dispiega l’incomparabile musicalità della lingua di Rousseau, e dove per la prima volta si fa uso della parola “romantico” (e a volte dell’adiacente “romanzesco”) in riferimento a un paesaggio, o meglio, a un modo di vedere il mondo esterno e dirsi consapevoli di essere nel mondo, e che tutto è connesso con tutto. E’ anche un documento straordinario della patologia psichica di un individuo che cerca e trova comprensione e sollievo nell’attività di sognare a occhi aperti nell’ozio e nella contemplazione (che significa: fare il proprio tempo), nel libero divagare con la mente – tutte le azioni racchiuse nella parola reverie, “ trasognamento”; che trova compensazione e sollievo nel registrare, in una scrittura altrettanto libera, l’ebbrezza e l’incanto di questo abbandono.”
Questo è un frammento della bellissima introduzione di Beppe. Lui lo dovreste conoscere già se avete letto “Panchine”.

F. Caroli Il volto e l’anima della natura 2010 Milano Mondatori
Flavio Caroli è uno dei nostri più importanti storici dell’arte. E’ professore ordinario di storia dell’arte moderna presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e presso lo IULM. Il suo lavoro è rivolto quasi tutto all’indagine della linea introspettiva dell’arte moderna occidentale, organizzando varie mostre n Italia e all’estero. Le più importanti sono state:”L’anima e il volto”e “Natura morta lombarda”, da lui anche curate negli spazi espositivi del Palazzo Reale di Milano.
Mi sembra, questo, un libro importante, perché in maniera molto semplice, quasi elementare, l’autore affronta il tema importantissimo della rappresentazione che l’uomo occidentale ha dato di se e della natura, suo primo referente, che è diventata lo schermo sul quale egli ha proiettato le proprie passioni, la propria idea del mondo e il senso della vita su questo pianeta. E’ l’orizzonte esterno alla pupilla umana, interamente rinchiuso nel mondo del visibile e accoglie, per proiezione, l’idea che l’uomo ha del proprio “consistere” nell’universo.
Evidenzia che solo due grandi tradizioni figurative hanno affrontato il rapporto tra l’uomo e la natura: l’arte occidentale e l’arte cinese di matrice buddista e taoista, che a sua volta ha determinato l’arte giapponese. La distanza tra le due tradizioni è enorme: l’arte cinese, obbedendo ai principi della filosofia buddista ha inseguito la fusione tra l’uomo e ciò che lo circonda, alla ricerca dell’armonia che fa dell’essere umano nulla più che un elemento pulsante. L’arte occidentale, a partire da Socrate, è cresciuta nel desiderio dell’uomo di conoscere e di misurare, quindi di padroneggiare, una natura avvertita come altro-da-sé, meravigliosa, ma se non controllata, avversa e nemica.
Racconta come fosse un romanzo il percorso che intercorre tra le pitture dell’antica Roma (Il giardino di Livia), alla totale assenza della rappresentazione della natura, che per più di mille anni ha caratterizzato la pittura del Medioevo, perchè considerata un referente insidioso dal quale difendersi. L’atteggiamento nuovo dovuto alle predicazioni di San Francesco, l’affresco del “Buono e cattivo governo” di Ambrogio Lorenzetti nel 1340… i primi paesaggi arrivati dai Paesi Bassi, la prima natura morta dipinta proprio da una donna milanese, Fede Galizia (1578-1630), la prospettiva e via via, passando dal romanticismo, fino ai nostri tempi, alla video-arte al cinema.
La storia della rappresentazione della natura in Italia è la storia del paesaggio italiano.

Quasi tutti questi libri costano meno di 10 euro.

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