FLORIADE 2012 – Quando le idee vanno in vacanza

articolo e foto di Monica Sgandurra per Paesaggiocritico

Ogni dieci anni l’Olanda organizza Floriade, l’esposizione mondiale di orticoltura che da aprile ad ottobre porta milioni di persone a visitare l’evento più atteso da produttori, progettisti centri di ricerca e paesi stranieri che portano alla conoscenza le loro attività produttive e scientifiche nel campo dell’agricoltura e della produzione florovivaistica.
L’appuntamento 2012 è a Venlo nella provincia di Limburg, la più grande regione di orticoltura del Paesi Bassi, vicina a quella analoga tedesca di Niederrhein. Queste due aree in effetti formano uno dei più grandi siti orticoli d’Europa e costituiscono il centro della produzione del vecchio continente.
L’origine di Floriade si deve cercare nel lontano 1818 a Haarlem, anno in cui fu organizzata la prima esposizione floreale olandese, una piccola manifestazione della durata di tre giorni, dove furono esposte 264 piante tra bulbi e piante da serra calda e fredda. Più tardi, nel 1886 ne fu organizzata un’altra, questa volta più grande e della durata maggiore, a Noordwijk.
La prima esposizione floreale a livello nazionale fu quella del 1910, sempre a Haarlem, allestita dall’AVB (Associazione Generale della Cultura dei bulbi da fiore) che successivamente organizzerà nel 1925, 1935 e 1953 tre grandi esposizioni sotto il nome di “Flora”.
Per festeggiare i suoi cento anni l’AVB organizzerà nel 1960 a Rotterdam, insieme al Consiglio di Orticoltura Olandese, un’ulteriore esposizione, questa volta a carattere internazionale, spostando l’attenzione dell’orticoltura dal livello nazionale a quello mondiale.
Fin qui un po’ di storia della manifestazione.
L’aspetto più interessante della manifestazione, che ha preso una cadenza decennale, è sicuramente la modalità con cui viene preparato l’evento, dalla costruzione allo sviluppo futuro dell’area dell’Expo. L’esposizione avviene su superfici grandi tra i sessanta e gli ottanta ettari, in situazioni con presenza d’acqua (esistente o costruita appositamente), su suoli inevitabilmente pianeggiati, spesso antichi campi ritagliati dai lembi boscati, resti di antiche formazioni. In alcuni casi si è perfino bonificato il luogo perché paludoso, ma tutti i piani realizzati nelle passate edizioni hanno esaltato le geometrie artificiali insieme alle limitate forme naturali presenti nel sito. Il lavoro inizia quindi con un masterplan che viene messo in “cantiere” dieci anni prima, ideato, discusso, pubblicizzato, ripensato, attraverso un processo che non viene fatto all’ultimo minuto ma programmato con tempi appropriati. L’aspetto più importante dell’operazione è che il masterplan viene costruito con la prospettiva di sviluppo dell’area post manifestazione; in alcuni casi il parco espositivo si è trasformato in parco pubblico per le nuove espansioni della città che lo ospitava, in altri casi è diventato un mix di aree verdi e nuovi quartieri. Nel caso di Venlo, diventerà, grazie alla sua posizione di “Greenports” (la regione di Venlo è uno dei cinque “porti” dei Paesi Bassi), “Venlo GreenPark”, un parco di affari, un business park, ossia un polo di uffici e laboratori dove le imprese che lavorano nei settori dell’innovazione, della conoscenza, dell’educazione e della ricerca nel settore dell’orticoltura, avranno la possibilità di avere spazi adeguati per le loro attività. Un luogo che, grazie alla vicinanza strategica delle vie di comunicazione, diventerà anche un polo logistico di distribuzione dei prodotti agricoli della regione. Il masterplan di questa futura riorganizzazione dell’area è di Jo Coenen, che aveva lavorato, a sua volta, nell’edizione passata.
Il masterplan della manifestazione è stato invece ideato da John Boon il quale ha lavorato allo sviluppo dei cinque temi che hanno costruito le aree tematiche dell’esposizione:
Environment, “il contributo del verde alla qualità dell’ambiente privato e del lavoro”. Questo tema occupava la parte centrale dell’Expo in asse con l’ingresso, lungo un viale dove si affacciavano 15 giardini, padiglioni tematici e una piazza;
Education & Innovation, “l’interazione tra e innovazione ed educazione nell’orticoltura”;
Green Engine “l’orticoltura come motore della nostra economia”. L’area ha la presenza di Villa Flora, un edificio-serra con spazi espositivi ed uffici, costruito su principi di sostenibilità, avvolto in parterres di masse vegetali pioniere della regione;
Relax & Healt, “l’influenza dei prodotti dell’orticoltura sul benessere fisico e mentale”;
World Show Stage, “l’orticoltura come sorgente d’ispirazione tra l’arte e la cultura”. Qui sono collocati padiglioni e giardini provenienti da tutto il mondo.
Fin qui ho brevemente, e sicuramente in modo riduttivo, raccontato dell’evento e la sua organizzazione spaziale.
Premetto che sono stata all’edizione passata, per cui ero fiduciosa di vedere meraviglie e ritornare a casa studiando e ricordando per molto tempo ciò che avevo visto. Sono quindi partita con grandi attese.
L’aspetto organizzativo e logistico è come sempre perfetto, si arriva tranquillamente e senza problemi con l’aereo, la macchina, i mezzi pubblici, il treno e perfino la bicicletta grazie alle autostrade, i collegamenti con la città, le piste ciclabili, i comodi parcheggi e l’incentivo a usare le macchine elettriche messe a disposizione dalle diverse strutture alberghiere convenzionate con l’evento. Dentro il parco poi, se non si vuole camminare, un servizio di piccole navette elettriche e golf car trasportano i visitatori un po’ ovunque aiutando i disabili e chi ha problemi motori. Ma questo nei paesi nordici è un fatto normale, siamo noi del sud Europa che ci meravigliamo ancora.
Come da manuale, bar, ristoranti, chioschi sono disseminati per tutta l’area con offerte di ristorazione le più diverse possibili (bio, vegetariano, tipico, ecc.) ma mancava qualche punto d’acqua, qualche fontanella, visto il gran caldo di questa stagione; ma questa è assolutamente una mia considerazione banale.
La prima sorpresa mi accoglie superate le biglietterie. L’ingresso avviene attraverso un percorso che supera le dune che fanno da margine all’autostrada, e che prosegue con un ponte pedonale che sbarca sotto l’edificio a portale che è il simbolo, il landmark dell’Expo. La duna che ci accoglie, bordata di stipa e fioriture di perenni, è ricoperta, sul piede, da un prato all’inglese, mentre tutta la restante superficie è “foderata” da un prato artificiale sulla cui sommità spuntano delle piccole palme. Dubai? No, Venlo.
Capisco che la duna era ripida e costituita da sabbia, ma un prato di plastica che ci accoglie all’ingresso mi sembrava improbabile in terra olandese. Un gioco, una presa in giro, uno spiccato umorismo arancione? Non so, ma mi è sembrato fuori posto visto che il lato opposto era magnificamente organizzato con un bordo stradale selvaggio e perfettamente integrato. Andando oltre passiamo sul ponte che a dire il vero è la brutta copia di tante passerelle realizzate negli ultimi tempi, anzi per essere precisi, fa lontanamente il verso a quello, davvero bello, di Perrault a Madrid. Qui sopra camminando, incomincio ad avere qualche sospetto.
Usciti dall’edificio-ingresso e muniti di una cartina che sembrava quella di Disney World (mi ero premunita anche di applicazioni per cellulare che mi avevano lasciata un po’ scontenta per l’eccessiva riduzione delle informazioni) mi avvio verso i 15 giardini tematici che si susseguono lungo l’asse centrale pronta a prendere appunti e a fare molte foto. 120 alberi diversi si susseguono dentro e fuori i rettangoli di ligustro dei giardini a tema. Ho fatto prima ad uscire che ad entrare. Niente idee, pochi materiali utilizzati male, palettes verdi banali, scontate, già viste in situazioni migliori, insomma, ero ammutolita e le cose non sono migliorate con il proseguimento della visita. Tutti giardini disegnati da paesaggisti, ma ammetto, non ne ho apprezzato neanche uno. Una sequenza di bordure fiorite, orticelli, pergolette a portali, labirinti con fontanelle, superfici in coorten, insomma un piccolo vocabolario stanco e a volte un po’ sgrammaticato di ciò che c’è nel giardino contemporaneo.
L’acqua, una delle protagoniste della passata edizione, in questo caso ha avuto un layout privo di originalità, costituito da specchi d’acqua regolari, che difficilmente coinvolgevano il paesaggio circostante.
Molte le forzature nei discorsi che costruivano i temi dell’Expo che risultavano quindi poco convincenti e coinvolgenti. Nel settore Relax & Healt per esempio, due esposizioni erano organizzate intorno a piscine dalle forme banali e talmente kitsch che sembrava di stare dentro un brutto giardino privato di parvenus.
Vogliamo parlare poi del tema dell’arte sviluppato nell’ambito del World Show Stage? Qui si voleva far incontrare le piante, gli alberi e i fiori, con l’arte. Non ho visto nulla di tutto ciò, neanche nel giardino delle rose ho trovato qualcosa di interessate, una istallazione che doveva essere ispirata dal lavoro di Sonja Delaunay. Una delle persone che mi accompagnava, un’esperta ed appassionata di rose, è uscita da questo giardino prima di me, senza neanche voltarsi. E che dire dell’ennesimo teatrino sull’acqua semicircolare con una quinta di pioppi? Il giardino segreto poi, non aveva nulla di segreto, e i giochi d’acqua utilizzati per l’interazione con il pubblico, erano pochi e davvero semplici, tanto da farci accorgere di loro quasi per caso.
Capitolo imbarazzante è stato quello dei padiglioni internazionali. Alcuni erano dei bazar nel senso vero della parola, piccole architetture tipiche che ricordavano le strutture caratteristiche con citazioni sui colori, forme e materiali, al cui interno erano esposti e messi in vendita i prodotti tipici. Montagne di collanine, bracciali, tamburi, elefanti, souvenirs e paccottiglia di qualsiasi foggia e materiale abbellivano i padiglioni delle nazioni del Nord Africa, come quelli dei paesi dell’America Latina. Altri invece puntavano nella comunicazione delle bellezze dei propri paesi, paesaggi e produzioni, ma si vedevano solo dei brutti video appesi lungo le pareti interne dei padiglioni e scarni depliants. Al di fuori sgraziati giardini dove passeggiavano tigri finte o cerbiatti impauriti che ricordano, in maniera stentata, qualche esotismo. Impressionante, al contrario, il padiglione della Cina, una vera e propria miniatura dei giardini di Suzhou: c’è il padiglione, le pavimentazioni in acciottolato, i ponti di pietra a zig zag sullo specchio d’acqua con i loti galleggianti, il percorso coperto, il giardino dei bonsai, le rocce e tutti i fiori della tradizione cinese. Una vera “prova di forza” che ci ricorda, con una realizzazione impeccabile nelle forme, proporzioni e ricchezza di materiali, come questa nazione ha un’economia forte, in continua crescita, con una tradizione che non ha paura di confrontarsi con il presente.
Un altro padiglione, che a mio parere si staccava nettamente dagli altri, se non altro perché aveva un’idea, è quello del Belgio. Un edificio caratterizzato da un enorme tetto spiovente ricoperto da una superficie verde tipica degli “edifici sostenibili” nordici che quasi toccava terra e sotto il quale partiva una passeggiata a tornati che attraversava una superficie apparentemente selvatica e spontanea. Una passeggiata divertente che finiva, se si voleva, con una bevuta di birra, orgoglio nazionale ……..
Che il lungo periodo senza governo del Belgio abbia prodotto qualche effetto benefico?
E veniamo a noi.

L’Italia partecipava per la prima volta con l’organizzazione del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali in cooperazione con l’Associazione Piante e Fiori d’Italia, così almeno recitava la targa posta sull’edificio. In compenso il cartello all’ingresso era senza parole, senza nessuna descrizione, l’unico a rimanere in bianco di tutto l’Expo.
Il padiglione Italia è stato realizzato facendo partecipare la Provincia Autonoma di Trento che, attraverso un concorso bandito da Trentino Sviluppo e vinto dall’azienda Ille Prefabbricati, ha realizzato un padiglione in legno certificato Arca. Un padiglione prefabbricato per ricordare e premiare l’eccellenza di questa tecnologia sviluppata ulteriormente nel post terremoto dell’Abruzzo.
Scusatemi la facile battuta, ma cosa ci possiamo aspettare nel prossimo futuro dal Giappone allora?
Intanto la mattina a colazione prima di partire dalla Germania avevo letto in prima pagina sull’International Herald Tribune la notizia del default (ma chiamiamola bancarotta, che è meglio) di un’altra Regione Autonoma, la Sicilia …. Una bella pubblicità per il nostro paese, non c’è che dire!
L’operazione è stata quindi quella di promuovere il Trentino come portatore di tecnologie, di produzioni sostenibili, di turismo. Bene! E allora perché fuori il “giardino” è un giardino mediterraneo che ricorda vagamente alcuni tratti del giardino all’italiana con introduzioni di ars topiaria, come per esempio, la forma dell’Italia all’ingresso? E perché dentro il padiglione, oltre alle immagini delle belle montagne del Trentino, una saletta era dedicata all’Expo di Milano (a proposito come ci arriveremo, visto che mancano tre anni al 2015?) con dei video muti e dei murales esplicativi dei temi dell’Expo talmente semplici e didattici che anche un bambino avrebbe sbadigliato insieme a noi? E che dire poi di un altro piccolo ambiente dedicato al paesaggio della Toscana? Si sa, la Toscana è sicuramente un’immagine più forte di quella del Trentino quando si parla dell’Italia (gli amici trentini non me ne vogliano, ma è così…. O i cipressi del senese o il Vesuvio, ma le baite le hanno i francesi, gli svizzeri, gli austriaci, ecc.,ecc. e anche le Dolomiti le dividiamo con altri purtroppo). Qui poi, un po’ sciattamente erano sparsi dei brutti depliants di alcune aziende florovivaistiche del pistoiese e qualche pubblicità di agriturismi. Insomma, un bel po’ di confusione.
A ricordarci che eravamo in Italia c’erano, sistemati su un piedistallo, tre vasi bianchi con dentro Anthurium bianchi e rossi, che con le foglie verdi completavano il nostro tricolore.
L’edificio poi, aveva uno stile anonimo, da villino tra uno stanco International style e la prima villetta del neolaureato. Mancavano appese le cassette di gerani rossi, peccato! Ma inspiegabilmente alcune cassette in plastica con gerani erano posizionati a terra nel giardino, si avete letto bene, proprio di plastica, perché si sa, noi la terracotta non la lavoriamo più, importiamo i vasi dalla Cina.
Perché tutto ciò?
Non so, ma anche chi mi accompagnava è uscito “scosso” dalla nostra esposizione e non erano solo italiani. Possibile che non si poteva fare di meglio visto che era la prima volta che partecipavamo? Possibile che il nostro paese, pieno di bellezza, ingegno, menti brillanti, culla di civiltà, gente che lavora seriamente e faticosamente per mantenere alto il livello espressivo è capace di stupire in senso negativo? Perché in un’esposizione così importante si è arrivati in questo modo?
Chiudo questo interminabile articolo finalmente con due situazioni che mi sono piaciute.
La prima riguarda l’uso che è stato fatto dei lembi di bosco che s’insinuano e bordano l’aera espositiva. In alcuni casi i percorsi, che collegano le diverse aree, attraversano il bosco immergendo il visitatore in un ambiente che accoglie e non respinge, in altri casi il sentiero è alla ricerca dei resti storici di questo paesaggio, come una cappella di epoca napoleonica oppure attraversa superfici di sottobosco ricoperte di bulbose. Interessante anche il trattamento dal carattere contemporaneo dei margini del bosco, con il susseguirsi di masse geometriche di graminacee e superfici omogenee di eriche.
L’altra situazione è quella decisamente didattica, ma divertente, del calendario realizzato con 21 alberi dell’oroscopo celtico; ognuno può individuare con la propria data di nascita l’albero corrispondente e trovarlo lì, in posizione e in forma compiuta, in quanto sono stati piantati esemplari. Una sciocchezza, ma molto intelligente.
Un’ultima considerazione, banale, ma come tutte le osservazioni semplici, mi fanno pensare molto.
Ha più senso oggi realizzare ancora delle esposizioni internazionali di questo tenore in un tempo in cui si viaggia molto e con un tasto si può accedere a qualche gradino di conoscenza?
E’ evidente che questa esposizione, malgrado i tanti sforzi dell’organizzazione, soffre della generale crisi mondiale, una crisi economica, ambientale, culturale, etica, di valori, di idee.
Ma non erano proprio le situazioni di crisi che facevano ingegnare le menti, che producevano reazioni, che facevano nascere e sviluppare le idee più interessati?
Floriade rimarrà aperta fino ai primi giorni di ottobre.

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2 pensieri riguardo “FLORIADE 2012 – Quando le idee vanno in vacanza

  1. Non sempre quando si leggono recensioni su un evento fieristico, ci si trova poi daccordo dopo averlo visitato. Ma questa volta ( purtroppo ) nulla di quanto scritto da Monica è più veritiero. Siamo stati ( io e mia moglie ) a Floriade 2012 (01 sett 2012 ) al termine di una bellissima vacanza in terra olandese. Abbiamo girato l’ Olanda settentrionale in bicicletta e quando per sei giorni sei immerso in una natura bellissima, trovarsi poi di fronte allo spettacolo deludente di Floriade fa veramente tristezza. Inutile descrivere la visita, ci ha già pensato Monica, ma immaginate che se una del settore non trova spunti, cosa può trovare uno ” per caso ” come me. Un solo canale del nord, una sola stalla, un acquitrino, uno stagno, una casa galleggiante seminascosta, un terrazzo fiorito del centro di Amsterdam, valgono più di questa ” mostra mercato ” . Forse a tutti noi sfuggono le ambientazioni di alcuni zoo (animali a parte ) o parchi o ville italiane tenute da giardinieri spesso fai da te !
    Peccato 60 euro rubati a musei o ad una buona cena in riva ad un canale.

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  2. Ma che cos’è Floriade? Una fiera campionaria? Una delle tante macchine per far soldi? Il racconto di Monica è ben diverso da quello che mi fecero Ippolito Pizzetti e poi Guido Piacenza di quell’esperienza entusiasmante che vissero insieme nel 1972. Mi parlarono di installazioni (ma allora era roba nuova), ma soprattutto di piante nuove per il mercato, che poi erano le mediterranee e le aromatiche, anche, e certamente non proposte dall’Italia. E’ anche vero che nel 1972 il mondo era diverso e io che abitavo a Parigi e venivo dalla provincia italiana, mi meravigliavo dei Drugstore aperti tutta notte per venderti un etto di prosciutto o l’aspirina o un paio di calze… Che cos’è Floriade? Monica che è una viaggiatrice attenta, non è rimasta colpita da nulla (padiglione cinese, a parte), anzi è rimasta piuttosto schifata e imbarazzata. Un grandissimo non-luogo, una specie di autlet dei paesaggi, roba che ti fa rivalutare le varie Disneyland, che almeno quelle sono fatte da grandi paesaggisti e in alcune ci sono delle ricostruzioni molto belle, come quella di Miami, per esempio.
    E che dire dell’apertura dei Giochi olimpici a Londra? Porca miseria, sono riusciti a ricostruire ‘o presepe inglese,con tanto di contadini cenciosi e bei parun dalle belle braghe bianche e avana in bocca! L’unica carina e spiritosa è stata Sua Maestà Elisabetta, che è riuscita a essere aggraziata nonostante il suo abito da trota salmonata fresca. Vi ricordate la meraviglia, la raffinatezza e la perfezione dell’apertura dei Giochi in Cina? Forse 4000 anni di cultura pesano più di 600.

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