Viaggio in paesaggi oscuri – dal primo paesaggio “umano” alla totale mancanza della sua percezione

“Nella storia della Chiesa romano-cattolica vi sono due costanti. La prima è l’alleanza con le arti figurative. Il confronto rischioso con la rappresentazione del vero visibile: non avremmo avuto la civiltà figurativa moderna se la Chiesa non avesse deciso una volta per tutte che il vero visibile non è un inganno diabolico, ma un’epifania di Dio, cioè una cosa buona.”
dall’intervista ad Antonio Paolucci su lastampa.it.

Il paesaggio è arte seducente e persuasiva…..

La Toscana è il Paesaggio originario del rinascimento, il paesaggio modellato dall’arte dell’uomo che comprende che la natura è meravigliosa ma che per essere compresa meglio va cesellata con il segno della presenza di Dio, la bellezza.

Parliamo del primo vero paesaggio. I toscani sono stati i primi grandi paesaggisti della storia che hanno dedicato il paesaggio non esplicitamente a Dio, ma alla sua più pura manifestazione, la bellezza. E la bellezza a chi è dedicata se non all’uomo stesso, in onore della vita e di ciò che siamo?
Se non ci fosse stata la Toscana, il paesaggio oggi più riconosciuto al mondo, più dipinto al mondo e da più di cento anni più fotografato al mondo, non ci sarebbe il paesaggio inteso come lo è oggi. Qualcuno potrebbe obiettare che il paesaggio è qualcosa operato precedentemente da altre culture, come quella dei Maya o degli Egizi. Ma in quel caso l’operato non era diretto verso la bellezza del paesaggio stesso, ma era un tributo religioso, segno umano in terra in onore del dio di turno.
Forse il paesaggio toscano non è così variegato, non offre una biodiversità estrema, non è ecologicamente naturale….ma questa è la forza del paesaggio, gesto dell’uomo per il beneficio degli occhi e della vita dell’uomo, o tentativo di abitare la differenza (frase del fotografo Giovanni Chiaramonte durante il viaggio “il paesaggio che unisce” nel 2011). Il paesaggio è addomesticato, sempre, ma può essere vero o falso. E’ vero quando non ambisce a celare altre verità, come nell’autentico paesaggio toscano, composto da aree produttive di un paesaggio agrario che si è fatto arte, fatto dei geometrici e dondolanti vigneti del Chianti, dalle spoglie collinette della val d’Orcia (sempre più spelate in verità), dai caldi uliveti della maremma, dai pascoli alle spalle dell’argentario, dai borghi tufacei di un entroterra riposante.

Chi obietta che il paesaggio è anche quello naturale forse non ha compreso bene il concetto di paesaggio. Il paesaggio non esiste senza l’uomo: esiste l’ambiente, la natura, ma paesaggio è un concetto creato dalla mente umana che intende la comprensione della caratteristica insita in un territorio, la bellezza, altro concetto puramente umano. Quale paesaggio è naturale? Quello artificioso dei pascoli delle alpi, quello delle foreste mono-specie di abete rosso piantati nel cuore dell’Europa, quello dei pianificati parchi nazionali americani, quello delle bellissime terrazze artificiali della costiera amalfitana, quello delle oasi sahariane generate dal sistema dei qanat, quello delle risaie indonesiane?
Chi sa che, a parte poche parti delle foreste vergini pluviali, e dei boschi della sperduta taiga dell’emisfero boreale, quasi tutti i boschi e le foreste del mondo non sono vergini? Le alpi per esempio, sono il più grande parco divertimenti al mondo, composto di pascoli, di lariceti e abetaie piantate per due motivi: scongiurare il dissesto idrogeologico ed arricchire l’industria turistica. Certo, vi sono anche parti totalemente naturali, ma meno di quelle che pensate.
Inizio invece a credere che i paesaggi più autentici sono quelli più poveri, meno attraenti, con meno peculiarità. Il Lazio per esempio, una volta usciti dall’influenza urbana di Roma, presenta un paesaggio tra i più veri, fatto di piccoli borghi arroccati, spesso fatiscenti, difesi da modesti castelli, circondati da piccole colture alternate a forre e piccoli boschi (anche questi di origine recente, ricordiamo che il legno è stato usato nella storia umana per una infinità di usi, tutti indispensabili alla vita umana) come esplorato dal fotografo Marco Scataglini.
Le unità paesaggistiche del Lazio (unità paesaggistiche è un termine introdotto dai Piani Paesistici per indicare delle aree che presentano delle caratteristiche paesaggistiche ed ecologiche abbastanza uniformi e comuni, al fine di definire una scala di valore qualitativo delle singole unità che compongono il paesaggio) sono a dir poco numerosissime, grazie proprio alla mancata concertazione di un progetto paesaggistico unico, ora opportuno, che deve essere quindi indirizzato verso la tutela e valorizzazione di questa diversità.
La peculiare frammentazione geografica, politica e culturale italiana, che fino a 150 anni fa ha drammaticamente segnato le sorti di una penisola debole ed arretrata, è stata la nostra più ricca fonte di notorietà agli occhi del mondo. I nostri paesaggi, come le nostre arti, le nostre cucine locali, i nostri dialetti, vanno difesi per dare un significato alla nostra esistenza. Il mondo ha bisogno di noi, come lo ha del paesaggio toscano. Non vedo perché un modello culturale così di successo, che ha assicurato ricchezza e bellezza per secoli ad una popolazione fiera e coltissima, debba essere abbandonato per accogliere la colonizzazione di modelli sociali, culturali ed economici globalizzati e senza carattere, che accelerano l’avvicinamento dell’uomo verso l’entropia globale dell’universo. La vita va in direzione contraria all’omologazione, cosi come fa l’arte. La globalizzazione del paesaggio porterà l’annientamento dell’umanità e l’annichilimento della sua anima. Rifuggiamo la fine, iniziamo a pensare con la nostra testa, combattiamo la cementificazione che produce consumo di suolo, ma smettiamola anche di fare gli ambientalisti ad occhi chiusi, anche quella è omologazione. Se vogliamo la salvezza dell’Italia le mani sul paesaggio bisogna metterle, od almeno bisogna capire come bisogna agire. Gridare al lupo al lupo ferma le speculazioni, il che è già una conquista, ma poi bisogna avere il coraggio di agire, con modifiche puntuali e ridotte al minimo sul paesaggio, perché i presupposti di quelle speculazioni cessino di esistere, altrimenti ci sarà sempre qualcuno pronto a lavorare in senso contrario nel momento in cui la soglia di attenzione sull’argomento si abbasserà.

L’unica cosa che possiamo verificare come vera è ogni singola emozione. Non è un caso che i ricordi più vividi sono quelli legati alle emozioni più forti. Le emozioni sono prodotte da noi, esistono nel momento in cui le creiamo dentro di noi in seguito agli stimoli esterni. Di conseguenza, la vista di un paesaggio che diviene paradiso nel nostro cuore, non può che essere la portatrice della verità della bellezza, come garanzia dell’esistenza del mondo e della realtà che abbiamo modellato per il raggiungimento di una vita piena, ricca e degna. Non accontentiamoci di sopravvivere in un paesaggio in cui non ci riconosciamo maltrattato da mani non sapienti, anzi dolosamente distrutto per il lezzo di arricchimenti personali (di fatto la frase Pecunia non olet viene attribuita ad una figura a ben vedere cinica e spregevole della storia umana. Quando il fine di una azione è solo l’avidità, la puzza del denaro si avverte ad ogni sguardo, in ogni esperienza sensoriale dei luoghi!)
La realtà del mondo, che può essere ordinata per coloro che riescono a leggerla, confusa per chi non riesce a scorgere i riferimenti per navigarci dentro, può essere poetica, in misura tanto maggiore quanto la si riconosce, la si percepisce. Il paesaggio toscano è riconosciuto dai più, in tutte le culture, da tutte le popolazioni, a prima vista: testimonianza dell’avvicinamento alla nostra natura, operata dall’uomo che crea il suo modello perfetto di paesaggio, quello più vicino alla bellezza, manifestazione migliore di noi stessi.
Non vi debbono essere dubbi, il paesaggio si fa come atto dominante sul mondo. La natura è un ordine che tenta di dominare l’uomo, e se si subisce senza reazioni, diviene nefasta. L’equilibrio tra natura e paesaggio è necessario, auspicabile, ma deve prevedere il prevalere del secondo.
In caso contrario prende il sopravvento la natura, anche sotto le sembianze di natura naturata (concetto di Mikel Dufrenne che abbiamo già citato in questo articolo), quella umana. La natura umana è nefasta ancor più della natura naturans, perché machiavellica e spietata nell’ottemperare all’unica azione che ci rende vivi, lo sfruttamento delle risorse, delle energie, del territorio e degli animali. Respiriamo aria, ci stabiliamo sulla terra, usiamo le energie per i nostri scopi, mangiamo le piante, gli animali: viste così tutte queste attività sono pure, necessarie all’onorazione della vita, di ciò che siamo. Aggiungiamo la variabile denaro e quelle azioni pure si trasformano in sprecare le risorse, consumare il suolo, cementificare l’ambiente, divorare qualsiasi cosa oltre le nostre necessità (mangiare troppo non solo è un atto di disamore verso se stessi, ma è sintomo di egoismo….), avvelenare i fiumi ed i mari con qualsiasi tipo di inquinante compreso quello radioattivo delle centrali nucleari).
Insomma, tra il paesaggio toscano ed il mondo che stiamo modellando, esiste la stessa differenza tra utilizzare e sprecare.

dall’intervista ad Antonio Paolucci (Sette – giugno 2011):
“Io credo che la vera redditività di un museo consista nella capacità di trasformare le plebi in cittadini. L’azione di incivilimento”.

La stessa funzione di incivilimento va assegnata per merito al paesaggio: un luogo bello, ben progettato e curato diviene un luogo da rispettare, sacro, che fa desistere chiunque dal rovinarlo, pena una macchia indelebile nell’anima.
Perché il primo grande itinerario turistico della storia umana, il Grand Tour, aveva come obiettivo l’Italia?
Perché in Italia, sino a metà del secolo XX, vi era un equilibrio perfetto tra natura, arte, cultura e rovine di un passato glorioso. Un paesaggio parzialmente spontaneo, vario ed a tratti caotico, forse una coincidenza della storia, non progettato, ma non più replicabile, per tre ragioni: si è costruito ovunque, il paesaggio era semi-selvaggio a causa di una Italia che sino al 1960 è stata arretrata all’inverosimile, senza infrastrutture, senza industrie, senza metropoli, e terza ragione, il patrimonio archeologico che il nostro territorio dovrebbe accudire non è più immerso in una natura lussureggiante, ma minacciato ed aggredito da cemento, presenza di discariche abusive od imposte da politici ignoranti, inghiottito da traffico e smog. Tutto questo è il risultato di una mancanza imbarazzante di cultura e di una collettività banale che non sa riconoscere più nulla, ne la sua storia, ne la sua arte, figuriamoci se riconosce il paesaggio dei suoi padri!

Se le aree agricole di pianura sono le più esposte alla speculazione edilizia è perché i cittadini italiani sono diventati insensibili al problema, dal momento che non lo vedono. Come un fotografo che cattura immagini di una realtà che conosce, e quindi in sostanza fa una istantanea di se stesso e della sua cultura in quel momento, nel permettere la scomparsa della campagna agricola a favore di nuove inutili urbanizzazioni, noi italiani fotografiamo la nostra ignoranza. I cinque milioni di ettari di aree agricole coltivate scomparse dal 1970 ad oggi (siamo passati da 17 milioni a 12 milioni….fatto gravissimo commentato dal ministro Catania ieri), dimostrano che la nostra cultura ha perso dei pezzi importanti di se stessa non appena siamo divenuti cittadini delle metropoli, ma che tra l’altro non siamo più dotati di flessibilità, intelligenza ed intuizione di veri uomini. Un bravo fotografo ha la mente libera, aperta, pronto a captare anche cose che non conosce, ma verso le quali avverte delle vibrazioni. Le ultime due de-generazioni di italiani si sono allontanate dalla cultura contadina ed hanno anche dissipato il potenziale del loro intelletto dietro a futilità ludiche, compreso l’uso sciocco della grande risorsa dei social network, nella convinzione che Peter Pan ci salverà per sempre. Purtroppo nella realtà bisogna fare i conti con se stessi e con ciò che si è fatto, e noi siamo stati svogliati e disattenti, con il risultato di permettere lo scempio dei nostri territori per il godimento di avidi costruttori, favoriti da vergognosi amministratori del bene pubblico locale.

Torniamo al modello toscano, quello di successo, quello che per secoli ha posto l’Italia ai vertici del mondo civile, artistico e culturale, quello che ha creato dal nulla il primo meraviglioso paesaggio “umano”.
Tutti invidiano ciò che non riusciamo più a vedere.

Francesco Tonini

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