Tre documenti sul paesaggio: una legge insensata, un appello sensibile, una carta memorabile

Una notte vagavo solo tra viuzze nel centro di Roma. Ripercorrevo le strade del divertimento della mia gioventù, tempo di birra nel sangue e tanta allegria, senza preoccupazioni. Ripercorrevo dicevo, con un po’ di emozione ed un po’ di malinconia, ma quello che vedevo era diverso, più entusiasmante. In questo presente maturo, in assenza di effetti della baldoria, Roma balzava agli occhi in tutta la sua nudità innocente. Il centro di Roma, quello della città che si è sovrapposta dal medioevo al secolo XIX alle rovine dell’impero, è scabrosamente erotico e spoglio: quasi nessuna presenza di vegetazione, se si esclude qualche piantina costretta nei vasi a sbalzo su davanzali incerti, e pochi alberi maltrattati, ridimensionati da potature violente, incivili addirittura.
Il fatto più sensazionale è che questa parte di città, che ha custodito il cuore della cultura romana per secoli e che oggi costituisce il fulcro del divertimento notturno di una città condannata ad una rovina sublime, accarezzata con l’anima da turisti di tutto il mondo, non ha nessun bisogno di alberi, se non di quelli che si sono imposti per merito, necessità, eterna bellezza. Parlo della quercia di piazza della Quercia, della Paulownia tomentosa di Piazza della Chiesa Nuova, del Cercis siliquastrum sul Palatino visibile da via di San Gregorio, della Magnolia grandiflora su via Corsini poco prima dell’ingresso dell’Orto Botanico, dei platani superstiti sul lungotevere, sempre più aggrediti da traffico e da folle impazzite, che li ignorano, per raggiungere la banchina degli orrori tappezzata ogni estate da bancarelle impazzite.
Altrove, nella fitta rete di cunicoli stretti della città compatta edificata prima dell’opera igienizzatrice dell’epoca moderna, non vi è alcuno bisogno di alberi, non serve la loro ombra anzi, il loro ingombro diventa insostenibile. Certo vengono alla mente alcune piccole strade in selciato di trastevere, dove rampicanti e piccoli alberi infestanti si sono incuneati tra fessure e buche creando angoli suggestivi, sostenibili alla vista solo quando si sovrappongono a fronti edilizi senza qualità artistica e senza valore storico raro. Per conferma, vedete alberi a piazza Navona? Pensate ad una maestosa farnia che intralci la vista della chiesa di Sant’Agnese in Agone e della fontana dei Quattro Fiumi, andando tra l’altro ad infilare radici in terreni sacri con migliaia di reperti archeologici sparsi ovunque.
E’ inutile negare altrimenti che nella faccenda di piazza San Silvestro in molti ed anche noi, ci siamo adirati perché fu scartata quasi dal principio la possibilità di piantumazione di qualsiasi specie arborea. In quel caso si è forse esagerato. La piazza è rovente da più di un mese, la maxi-eccentrica seduta di Portoghesi serve per leggere il giornale solo dalle 6 alle 7 di mattina, ed in effetti mettendo qualche albero riparatore, magari spogliante, si sarebbe dato un segno di civiltà senza inficiare la vista di nessuna architettura unica.

La premessa ci aiuta a dare una interpretazione all’insensato, secondo noi, Disegno di LeggeNorme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” (fonte Senato della Repubblica), con primi firmatari l’onorevole Giulia Cosenza (PDL) e l’onorevole Prestigiacomo (PDL). Il DL identificato dal Senato dal N. 2472-B è in fase di approvazione in Parlamento ( è già stato approvato alla Camera e poi al Senato, che l’ha ora rinviato con piccole modifiche non significative alla Camera, che fra poco si pronuncerà quasi sicuramente con esito favorevole).
In realtà la legge ricalca una leggiuzza di 20 anni fa, la “LEGGE 29 gennaio 1992, n. 113 – Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica.”, approvata quando Presidente del Consiglio della “prima Repubblica” era Giulio Andreotti. La legge, spero e credo, non è mai stata applicata realmente…
Nella nuova proposta di legge d’iniziativa del deputato COSENZA, si è presa la legge del ’92, vi si è aggiunto un po’ di altre proposte prese di qua e di la, e la si è fatta diventare un bel minestrone senza sapore nel quale non si distingue più cosa è buono e cosa no.
In linea di massima alcune delle proposte, se isolate, sembrano anche interessanti, ma quella principale degli alberi sembra proprio un bel pastrocchio. Si è arrivato ad un punto in cui qualsiasi idea relativa all’ambiente viene cavalcata con intenti popolari da esponenti politici di tutti gli schieramenti, pensando che tanto non si fa danno a nessuno, perché secondo i più la difesa dell’ambiente è sempre cosa buona. Ora, per esempio, è il momento degli orti urbani, che vanno tanto di moda, ed ogni presidente di Municipio od assessore all’ambiente è sempre pronto ad inaugurarne uno nuovo…alcuni di questi spazi destinati ad orto sono stati intelligentemente affidati alla progettazione di un professionista del paesaggio, che presumibilmente sa come muoversi per non danneggiare ulteriormente la città ed il paesaggio urbano, o che per lo meno dovrebbe attuare con diligenza la prassi di chiedere la collaborazione ad altri professionisti che si occupano di ambiente e di paesaggio (ecologi, agronomi, forestali ecc), sapendo che è sempre cosa buona.
Diciamo una cosa che può sembrare assurda, e che invece non lo è: gli interventi portati sotto lo scudo dell’ambiente sono spesso dannosi al paesaggio, a partire dalle centrali per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, idroelettrico), per passare agli innocui orti urbani, sino agli interventi non ben programmati e concertati di piantumazione indiscriminata di alberi. La forestazione urbana è una cosa seria, come gli orti urbani. Come descritto nel nuovo DL leggiamo invece che saranno disposti orti, senza spiegare come, per assorbire l’inquinamento atmosferico. Ho letto bene?
E’ probabile che gli orti urbani se non ben regolamentati, ma soprattutto se non ben coordinati, possano essere dannosi quanto le nuove edificazioni peri-urbane che causano lo urban sprawl. Un giorno si dirà:
“il ricorso indiscriminato agli orti urbani cancellò definitivamente le ultime tracce di campagna laziale, il famoso brullo e spoglio agro-romano, definito da millenni di pastorizia e coltivazioni estensive a seminativo, sui territori che i romani dell’impero spogliarono di tutti i boschi per riscaldare le terme della capitale del mondo antico.”

Qualcuno ha detto all’onorevole Cosenza, che Roma ha il più alto numero di alberi tra tutte le capitali europee (come scritto in questo bel documento dal titolo PER UNA CRITICA ESTETICA DEGLI ALBERI DI ROMA, di Antimo Palumbo, tratto dal n.6, anno II di Silvae) e che l’assorbimento di CO2 previsto dai protocolli internazionali ha un limite oltre il quale non si ottengono più sconti economici (perché è sempre di soldi che si parla quando si tira in ballo l’ecologia!), e che quindi bisogna agire di più sulla riduzione delle emissioni piuttosto che sul metterci una pezza con gli alberi?
Il problema dell’Italia non è la mancanza di alberi, ne abbiamo tanti anche in ambito urbano, il problema è la cura del patrimonio arboreo. Gli alberi bisogna sapere come metterli a dimora, dove metterli a dimora, quando metterli a dimora, a che distanza dalle abitazioni, a che distanza tra loro, conoscere la grandezza della specie a maturità, conoscerne le esigenze ecologiche, conoscerne la resistenza agli inquinanti, conoscerne la resistenza alle potature, sapere come potarli a seconda del portamento della specie, conoscerne la distribuzione dei pesi con lo studio del VTA (Visual Tree Assessment), conoscere le cure migliori in fase di vecchiaia…ecc. Le male amministrate risorse delle amministrazioni locali non possono essere distratte dalla cura del patrimonio arboreo esistente, che comprende anche la piantumazione di nuove alberature e la sostituzione degli alberi malati o morti, per la messa a dimora frettolosa di un albero entro tre mesi dalla registrazione all’anagrafe del nuovo nascituro. Sarebbe il caos completo!
Qualcuno ha spiegato all’onorevole che il problema delle brutte ed invivibili periferie, nate con l’aiuto di plausibili favori da parte di politici locali, non si risolve piantando qualche albero, bensì attraverso la realizzazione di quartieri a misura d’uomo, con parchi e spazi pubblici di qualità progettati da professionisti preparati?
Invece si continua a costruire quartieri disumani a misura d’automobile, anzi a misura di consumismo, che obbligano ad usare continuamente la propria vettura, a sprecare soldi per la benzina, a sprecare acqua per innaffiare un fazzoletto d’erba ridicolo che incarna il sogno esotico della villetta, con giardinetto, protetto da alti muri e cancelli e vigilato da telecamere che invadono la privacy 24 ore su 24!
Le ultime urbanizzazioni periferiche sono il risultato di infime speculazioni, peggiori addirittura di quelle operate dai privati che hanno sfruttato la LEGGE 18 aprile 1962, n. 167, per tirare su quartieri ad altissima densità, come quelli sulla Tiburtina e Tuscolana degli anni 65-80, composti da palazzoni a 6 e più piani, che perlomeno hanno il piano terra dedicato ai negozi…..
E’ anche vero che il consumo di suolo può essere arginato meglio con gli alberi: come dicevamo in questo articolo, l’albero nella cultura attuale, soprattutto se forma associazioni boschive, acquisisce una identità facilmente riconoscibile anche dall’uomo più sprovveduto, che non esiterà a schierarsi nella sua difesa contro l’invasione di nuovo cemento. Non è possibile però trasformare l’agro-romano in selva romana per difendere la campagna del Lazio. La soluzione è nella diffusione della cultura del paesaggio, nel far capire che il pratone spontaneo ha un buon valore ecologico e di biodiversità, che può essere bellissimo anche se disordinato, e che le capre non sono solo animali che fanno puzzolenti cacchette a pallina, ma che sono animali che hanno difeso per secoli importantissime emergenze archeologiche dall’invasione di piante infestanti. Bisogna anche arrendersi ad una ovvietà: noi italiani non siamo un popolo di prateria come i francesi e che il “Terzo paesaggio” di Gilles Clement non attechirà mai decisamente nei nostri cuori poco romantici, perché graffia un ego vanitoso. E poi il giardino a Roma è sempre stato un lusso per nobili, non condiviso dal popolo, che si è manifestato nelle grandi ville private (molte delle quali scomparse per speculazione edilizia ottocentesca, come villa Altieri sull’Esquilino, fatto al quale i cittadini romani non si sono opposti, perché non sensibilizzati alla protezione di luoghi meravigliosi che non capivano ed al quale non avevano accesso), nelle corti private, nelle logge nascoste agli occhi dei più. Di fatto, come già chiesto, vedete alberi a piazza Navona?
Se andiamo ad isolare le parole usate nel Disegno di Legge viene da rabbrividire, a partire dal titolo della legge “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”. Spazi verdi? Cosa sono, piazze pavimentate pitturate di verde? Il termine verde in Italia è talmente abusato che sta bene dopo qualsiasi altro sostantivo (non ha caso nel 2011 a Giardininterrazza abbiamo provocatoriamente proposto una follia d’autore dal nome non è verde).
Essenze? L’essenza di qualcosa è un estratto, un concentrato, qualcosa di morto. La locuzione corretta è specie! Però visto che fa “raffinato” scrivere essenza nel DL si parla anche di “varietà mediterranee”. Questi signori si sono fatti suggerire almeno le definizioni giuste da qualcuno competente, come un fito-geografo od un botanico? Sembra proprio di no.
E poi “cintura verde”? Nel 2012 è quasi superato il concetto di Rete Ecologica, figuriamoci quello di cintura verde: si torna al ring di Vienna del secolo XIX?
Si capisce benissimo che chi ha messo mano alla legge non sa bene di cosa parla.
Concludiamo con delle considerazioni sulla recente moda ambientalista “pro-albero” a tutti i costi, citando due siti che utilizzano la potente identità di richiamo dell’albero per promuovere attività commerciali e di vendita. Via e-mail abbiamo ricevuto da entrambi i siti proposte di pubblicazione di articoli sul nostro sito. La prima aveva come oggetto la frase “Segnalazione iniziativa ecologica” ed è stata inviata dalla dipendente di un sito evidentemente commerciale dal nome “doveconviene.it”, che pubblicizza volantini di note catene di vendita. Il link che ci hanno inviato si apre su una pagina che invita a parlare del progetto che promette di piantare un albero per ogni blog che scrive un articolo sull’iniziativa…..mi sembra chiaro quale sia il ritorno del sito.
La seconda mail è stata inviata da due giovani paesaggiste che hanno creato il sito riqualificazioneurbana.com relativo al progetto sTreet. Con questa iniziativa le nostre colleghe offrono servizi di consulenza per la piantumazione professionale di alberi in ambito urbano e si stanno organizzando per la realizzazione di un software gratuito che guidi alla corretta messa a dimora e cura delle specie arboree. Anche se non condividiamo gli intenti paesaggistici dell’operazione, per quanto detto sin qui, è certamente una iniziativa ben fatta che ci piace.
L’albero, come soggetto-oggetto, è al centro di interessi ecologici, paesaggistici ed economici sempre più rilevanti.
Ultimissime considerzioni:

si, l’albero è bello
si, l’albero è un fondamentale elemento di composizione del paesaggio
si, l’albero è il primo è miglior riparo che l’uomo abbia mai avuto per proteggersi dagli agenti atmosferici e dai fenomeni meteorologici
si, l’albero è la migliore soluzione per l’assorbimento di inquinanti in ambiente urbano
si, l’albero migliora il microclima locale
si, l’albero è fonte di energia e di nutrimento
NO, l’albero non è sufficiente senza un progetto a riqualificare e valorizzare il paesaggio.

Andiamo all’appello sensibile. L’appello, dal titolo “SOTTOVALUTARE IL SUOLO, L’ECOSISTEMA ED IL PAESAGGIO IMPEDIRA’ LA CRESCITA E LO SVILUPPO DEL PAESE“, firmato dalle associazioni aderenti al CATAP (COORDINAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI TECNICO-SCIENTIFICHE PER L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO) di cui fa parte anche l’Aiapp, è un testo che vuole dare dei riferimenti urgenti per una attenzione, quanto mai dovuta come ora, nei confronti dell’ambiente e del paesaggio, al fine del miglioramento delle condizioni di vita di tutti. So che “miglioramento della qualità di vita” può significare tutto e nulla, ma la realtà, che risulta evidente dal testo dell’appello, e che solo con la tutela e valorizzazione del paesaggio si può ottenere la felicità di coloro che vivono in un territorio.
Firmiamo anche noi senza riserve l’appello del CATAP.

Il documento memorabile.
Nel 1981 un gruppo di esperti appartenenti al “Comitato internazionale dei giardini storici ICOMOS-IFLA“, preoccupati per l’andamento negativo delle aggressioni al patrimonio dei Beni Paesaggistici italiani e mondiali, si è riunito a Firenze per redigere il più importante documento mai prodotto sino ad allora su questo tema: la Carta dei Giardini Storici, detta Carta di Firenze.
C’è poco da dire sul documento, tranne che si ricollega ad un altro documento storico, la Carta di Venezia del 1964 sui “monumenti storici”, e che andrebbe imparato a memoria da tutti gli studenti dei corsi di paesaggio di qualsiasi università. La carta è talmente importante ed ha stabilito un precedente così necessario da costituire un modello per tutto quello che si è detto sui giardini storici, e non solo, dal 1981 in poi.
Purtroppo, anche questo scritto è stato ignorato dagli stolti che spesso governano le nostre città storiche. Basti pensare al maxi-schermo impunemente inserito nelle ultime estati presso piazza Siena nel cuore di villa Borghese.
Non aggiungiamo altro.

Francesco Tonini

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14 pensieri riguardo “Tre documenti sul paesaggio: una legge insensata, un appello sensibile, una carta memorabile

    1. Ringraziando dell’ospitalità e replico al mio breve intervento precedente.

      Apprezzo molto quello che ha scritto Lucilla Zanazzi e anche Lei Francesco Tonini.
      E mi sento di condividere nella totalità ciò che sostenete e che sostengo anch’io. Poi ne farò un breve elenco. Credo che l’unico elemento che ci dia una visione leggermente diversa delle cose è il concetto di “poesia” dell’opera a verde e del Paesaggio. Probabilmente perché voi vivete nella bella Roma ed io vivo e lavoro in zone in cui maggiori sono i Paesaggi degradati.
      Io sostengo che la poesia ben venga per chi è capace di farla, affinché ne possiamo godere tutti. Ma date le condizioni di partenza del ns. Paese, prima di arrivare a quello stadio è auspicabile la progettazione di Nature urbane o extraurbane, che siano sostenibili ecologicamente, economicamente, funzionalmente ed in linea con i desideri delle popolazioni che usufruiscono di questi spazi. Ottenuto questo ben venga la poesia dell’opera a verde e del Paesaggio. Per il momento io auspico più “artigiani”.

      Dott.ssa Lucilla Zanazzi, quello che Lei ha aggiunto al mio scritto, non ho problemi a condividerlo:
      a) tanti Agronomi non si interessano di piante ornamentali e non interessa loro, perché si occupano di altro;
      b) Agronomi che si occupano di giardini e sono ignoranti ce ne sono. Come in qualsiasi altra categoria;
      c) la mia risposta non aveva nulla di personale sulle sue competenze giardinistiche; ho parlato solo di teminologia tecnica usata e condivisa dalla comunità scientifica che si occupa della materia specifica: piantumazione, no! materiale vegetale, sì! messa a dimora, sì! piantare, operazione di piantagione, sì!;
      d) tanti autodidatti conoscono meglio le piante di molti addetti ai lavori. E’ vero, io non me ne vergogno, se trovo una persona che senza studi specifici conosce le piante meglio di me;
      Le sue ultime considerazioni mi sono molto care, perché come modesto giardiniere, le ho vissute e continuo a viverle:
      e) “Sovente la committenza è completamente a digiuno della “soave arte del giardinaggio” e vuole il pronto effetto”;
      f) Spesso la “Committenza ha anche la buona abitudine di licenziare il giardiniere-paesaggista una volta terminata la messa a dimora delle piante, per paura che quello gli succhi altri soldi e, ancora peggio, pensa che il giardino sia di plastica e così come è stato terminato, tale debba rimanere. L’anno dopo, se è intelligente, chiama un “tecnico” a riparare i guasti, ma in genere si limita al garden-center sotto casa, gli fa dare un’aggiustatina e aggiungere un po’ di colore.”
      g) Il giardino pubblico tirato a lucido per l’inaugurazione e poi lasciato a deperire, per mancanza di cure. La manutenzione non è mai prevista nei budget.
      Sono perfettamente d’accordo. Personalmente mi occupo di giardini privati, ma sono molto più importanti i giardini pubblici, più o meno grandi, che vengono costruiti nelle ns. città e nelle ns. periferie.
      Ed, infatti, il brutto giardino quotidiano prolifera. Ecco perchè parlavo di “poesia”, come ultimo dei problemi, quando ancora si fanno giardini pubblici (e privati) in cui muoino le piante per mancanza d’acqua, in cui si utilizzano piante di scarto, in cui si sbagliano i sesti d’impianto delle alberature. Per fare una metafora: come auspicare della poesia, quando ancora non sappiamo né leggere né scrivere? Come auspicare dell’arte quando ancora non sappiamo fare del buon artigianato?

      Sono perfettamente d’accordo con quanto da Lei precisato Francesco Tonini. Non è mettendo assieme un bravo Architetto ed un bravo Agronomo che ottieni un bravo paesaggista. Comunque se si proviene dall’uno o dall’altro ambito professionale e con modestia ci si approccia al “nuovo” ambito, studiando, lavorando, sbagliando, correggendosi si può arrivare a buoni livelli. Perché poi alla fine non contano tanto i titoli, ma quello che sai realmente fare.
      Pietro Porcinai era un Perito Agrario, Carlo Scarpa, credo non si sia mai laureato in Architettura.

      Corsi Universitari di Laurea di Architettura del Paesaggio, ben vengano. Teoricamente i Laureati più preparati in materia sono loro. Appena post-Laurea tra un Agronomo ed un Architetto del Paesaggio sarebbe davvero imbarazzante se il secondo non potesse produrre un giardino migliore del suo collega. Risolveranno il problema gli Architetti del Paesaggio titolati? Non credo. Non penso che un Architetto condivida che non ha la preparazione professionale per fare giardini poetici o artistici? E gli Ingegneri anche loro progettisti di giardini, non credo siano allo stesso modo d’accordo. E poi il fatto che i Paesaggisti, facciano parte dell’Ordine degli Architetti, non credo che giovi ad una loro reale autonomia disciplinare come dovrebbe essere.

      Grazie per lo spazio, che spero di non aver abusato in sciocchezze.
      Saluti a tutti.

      Rodolfo Bonora

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  1. Ogni volta che sento il termine “piantumazione”, mi vengono gli sgrisori e la pelle d’oca in tutto il corpo. Poi l’orticaria. E’ un termine insultante per il genere vegetale, inventato da qualche tecnico vivaista commerciale. Come il termine “materiale vegetale”. Messa a dimora è molto carino e quasi affettuoso. Un paesaggista dovrebbe conoscere la tecnica, ma praticare la poesia. O no?

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    1. “Piantumazione” è un termine che non lo si trova in nessun testo di Agronomia, Coltivazioni arbacee, Coltivazioni arboree, Arboricolturar generale, Arboricoltura da frutto, Selvicoltura, Arboricoltura ornamentale, Arboricoltura urbana, Selvicoltura naturalistica, Floricoltura, Vivaismo. Chi ha studiato queste materie non lo userebbe mai. Senza intenzioni poetiche invece si trova “operazione di piantagione”, “piantare” e “messa a dimora” (senza implicazioni sentimentali). “Materiale vegetale”, tecnicamente è usato nelle scienze agronomiche, come in quelle ingegneristiche-architettoniche si trova “materiale lapideo”.
      Forse uno dei problemi di molti sedicenti paesaggisti è di praticare la poesia, senza conoscere la scienza, non la tecnica, che è cosa diversa.
      Professionalmente non ci trovo niente di poetico in un giardino progettato da un paesaggista, quando poi il Cliente ti chiama perchè piante sciafile sono state poste a pieno sole e si “scottano” le foglie. Perchè alberi e arbusti sono stati posti a distanze troppo ravvicinate e dopo 2-3 anni non è più il giardino della bella tavola acquerellata, ma una “selva oscura”. Ed ecco allora che diventano necessari diradamenti di piante e potature di contenimento non previste. In questo non ci vedo poesia, ma mancanza di scienza agronomica. La tecnica deve conoscerla meglio il realizzatore, che per cultura e pratica quotidianamente si confronta con problemi che il progettista troppo spesso non conosce. Troppo impeganto a fare poesia e lasciando i problemi tecnici da risolvere al realizzatore.
      Quindi io sostengo che al paesaggista, come all’architetto, basterebbe perfetta conoscenza di scienza e tecnica e poi la poesia, se in grado di rrealizzarla ben venga.
      I paesaggi quotidiani hanno bisogno soprattutto di scienza e tecnica. Non solo agronomica, essa è solo una parte, ma è quella fondamentale. Sbagliata quella l’intero edificio crolla, perchè le fondamenta sono venute meno.

      Un’opinione come le altre

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      1. Non sono paesaggista e neanche agronoma. Non ho mai fatto un giardino in vita mia, neanche il mio, che più che un giardino pare un casino, ma a me piace così. Però conosco a menadito le piante e mi è successo molto spesso di insegnarle anche agli agronomi. In genere so se vanno all’ombra o al sole, oppure alla mezzombra (tante sono così schizzinose che lo vogliono solo fino alle 11 di mattina e oi un pochetto magari prima del buio), conosco il loro apparato radicale, l’altezza che prederanno in età adulta in piena terra e quella se sono tenute in vaso e tutte le altre amenità che le riguardano. Conosco abbastanza bene gli ambienti naturali in cui vivono (solo quelle in Italia), orti botanici, giardini e tutti i vivai di produzione sul nostro territorio nazionale. Capisco quindi che cosa vuol dire usare la scienza e la tecnica per scegliere un signor vegetale, prima, e per metterlo a dimora, dopo. Però…
        Chiamiamolo paesaggista, uno che fa i giardini, i parchi pubblici, ma è un brutto nome, solo un po’ fichetto, dovrebbe chiamarsi giardiniere e sarebbe più chiara la sua posizione rispetto al lavoro che dovrebbe compiere. Fare giardini non implica solo la conoscenza della tecnica e della scienza, altrimenti diventerebbe solo un lavoro di “piantumazione”, corretta fin che si vuole, ma squallida. Assomiglia un po’ al lavoro del grande sarto. Capucci, per esempio, conosce benissimo le stoffe, i materiali che le compongono, l’ordito e la trama, sa cos’è un diritto e uno sbieco. Sa tagliare e cucire, conosce il ricamo, le tinture, la paletta dei colori, sa disegnare, ma se non avesse quell’estro e quella poesia nel comporre i suoi vestiti, non sarebbe Capucci. Certo, se fai un vestito, una volta finito è finito, a meno che la persona a cui è destinato dopo qualche mese ingrassi di 5 kg. e per farlo adattare lo porti dalla sartina sotto casa e magari quella, già che c’è, aggiunga qualche nastrino colorato, giusto per ravvivarlo un po’.
        Purtroppo non tutti quelli che fanno (e disegnano i giardini) sono Capucci o Valentino, anzi quasi mai, però spesso non tutta la colpa di un giardino riuscito male è loro. Sovente la committenza è completamente a digiuno della “soave arte del giardinaggio” e vuole il pronto effetto. Ha anche la buona abitudine di licenziare il giardinier-paesaggista una volta terminata la messa a dimora delle piante, per paura che quello gli succhi altri soldi e, ancora peggio, pensa che il giardino sia di plastica e così come è stato terminato, tale debba rimanere. L’anno dopo, se è intelligente, chiama un “tecnico” a riparare i guasti, ma in genere si limita al garden-center sotto casa, gli fa dare un’aggiustatina e aggiungere un po’ di colore.
        Questo per il privato, ma nel pubblico è molto peggio e non sto qui a elencare, perchè tanto sapete tutto. Il giardinetto pubblico deve essere fatto velocemente e deve durare solo il tempo del taglio del nastro da parte dell’autorità.
        All’estero è un po’ diverso. Clément ha aperto Parco Citroen tre anni dopo la messa a dimora e per contratto l’ha controllato e mantenuto per altri cinque anni.

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      2. Salve di nuovo Rodolfo.
        Rispetto la tua opinione e sono in accordo con la replica di Lucilla.
        Io vorrei aggiungere due cose.
        La prima è che, come ho cercato di far intendere nell’articolo, durante gli studi universitari di paesaggio ci è stato insegnato che la professione di cui ci occupiamo è multi-disciplinare, e che quindi è più che opportuno, direi obbligatorio, consultare in fase di progettazione gli altri professionisti necessari alla realizzazione efficace di uno spazio, come agronomi, ingegneri naturalistici, forestali, botanici, fito-geografi, geologi ecc, chiaramente a seconda dei casi progettuali. Quindi, come paesaggista (definito così dall’ordine degli architetti al quale sono stato costretto ad iscrivermi per lavorare), nonostante nel corso di laurea abbia frequentato corsi di botanica generale ed applicata, corsi di ecologia, corsi di fito-geografia, corsi ingegneria naturalistica, corsi di geografia e di geologia ecc, non mi sono mai sentito più bravo di uno di quei professionisti citati.
        La seconda è relativa al fatto che non si vede poesia negli spazi pubblici italiani, specialmente nei giardini e nelle piazze, perché la quasi totalità sono stati realizzati da architetti. A quanto mi risulta nessun paesaggista, uscito dall’università come tale, ha ancora realizzato uno spazio pubblico in Italia, perché tutti neolaureati od ancora molto giovani. Con questo non voglio dire che non vi siano architetti che non possano progettare efficacemente e con professionalità un giardino pubblico, specialmente se si avvalgono della collaborazione di altre figure più preparate nella gestione delle specie vegetali da utilizzare.
        Nonostante sia propenso a credere che un agronomo paesaggista sia un professionista che abbia tutte le qualità per progettare efficacemente un giardino pubblico, credo anche che a livello compositivo spaziale del progetto un paesaggista proveniente dalla facoltà di architettura possa essere più bravo, salvo eccezioni, nell’ottenimento di quel carattere poetico citato da Lucilla.

        Francesco

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  2. Sono fondamentalmente d’accordo con quanto scritto nell’articolo, tranne per la frettolosità ed il modo improprio con cui sono state citate, ma poi ho visto che il tutto si è ricomposto, le amiche di sTreet Italia.
    Sì ci sono delle mode. Oggi c’è l’Albero a tutti i costi. E gli Orti urbani in forte ascesa. I politici ci sguazzano ad appoggiare le iniziative ambientaliste, vanno bene a tutti e non fanno male a nessuno.
    Solo facendo divulgazione, cultura del Paesaggio, come Voi (ho appena scoperto questo sito), si possano fermare tutti quegli elementi impropri che ancora oggi vengono avvallati.
    Non si può più parlare genericamente di “verde” di “spazi verdi”. A proposito di termini da debellare dal vocabolario del Paesaggista, c’è anche il termine “piantumazione”. Le piante, semplicemente si “piantano”, o al limite si “pongono a dimora”.

    Grazie dell’Accoglienza.
    Cordiali saluti
    Rodolfo Bonora

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  3. Ciao Francesco Tonini,

    siamo le due “giovani paesaggiste” citate in questo post. Visto il poco spazio che ci è stato dedicato in questo articolo ci sembra giusto rispondere qui nei commenti. E lo facciamo dicendo che, prima di tutto, il nostro non è un servizio a pagamento, se non nel momento in cui qualcuno ci chiede esplicitamente una consulenza. Il progetto non è commerciale, nel senso che sTreet sarà (a breve) un SOFTWARE GRATUITO, ovvero utilizzabile da chiunque in ogni parte del mondo.

    In secondo luogo, il messaggio che rischia di trasmettere questo post è che la nostra iniziativa venga paragonata a quella di doveconviene.it. Nel loro caso si tratta di una pura e semplice azione di “link building”: grazie ai loghi e quindi ai link interni che le persone inseriscono nel proprio sito, il guadagno indiretto di http://www.doveconviene.it consiste nell’ottenere un rank migliore in google.

    Questo è commerciale.

    Per quanto ci abbia fatto piacere la vostra finale frase di apprezzamento, ci è sembrato frettoloso e vago il modo in cui avete proseguito e concluso il vostro pensiero, e lo diciamo come lettrici affezionate del sito.

    Per chi fosse interessato, il progetto (e il blog) è su http://www.streetitalia.it. Stiamo inoltre raccogliendo fondi per pagare le spese di creazione del software, se vorrete aiutarci ne saremmo davvero felici http://www.indiegogo.com/street?a=765732.

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    1. Salve Maddalena,
      mi dispiace se dall’articolo viene fuori un messaggio negativo nei confronti della vostra iniziativa. L’ultima frase da te citata era proprio intesa per separare il vostro progetto, che secondo noi è lodevole, da quello dell’altro sito. Tra l’altro abbiamo inserito il link al vostro sito e non all’altro, proprio perché le persone possano venire a vedere quello che fate e farsi una idea personale. Comunque ho appena sostituito il vocabolo “commerciale” dalla descrizione del progetto e per dimostrare la nostra buona fede, siamo disposti ad aiutarvi a raccogliere i fondi per il software gratuito, di cui vorremo sicuramente una copia, e saremmo felici di poterlo poi diffondere attraverso paesaggiocritico una volta pronto. Per evidenziare la raccolta fondi dovreste inviarci una locandina grafica od almeno i link ed i riferimenti per effettuare le donazioni.
      Ciao a presto

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