Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #25 – QUANDO ARRIVARONO I FIORI NEL RECINTO?

foto di Giorgio Clementi – Castelluccio di Norcia, Bosco Italia

QUANDO ARRIVARONO I FIORI NEL RECINTO? E’ NATO PRIMA L’UOVO O LA GALLINA?
Nel senso: è nato prima l’orto o il giardino? Due piccoli libri per ragionarci.

di Lucilla Zanazzi

Gilles Clément Breve storia del Giardino 2012 Macerata Quodlibet

Clément è uno dei personaggi più interessanti nel panorama del paesaggismo contemporaneo, forse il più “parlato”, anche se non assimilato, almeno in Italia, dato che il suo “insegnamento” da noi è digerito solo in qualche rotatoria brulicante di graminacee, verbene bonariensis e papaveri. Ma del “terzo paesaggio”, quello dei terreni incolti, delle lingue di terreno da risulta come fonte di biodiversità, non lo abbiamo mai capito, o per lo meno mai potuto mettere in pratica. Qui un terreno incolto è ancora il far west da colonizzare, da ri-sottomettere e, se non abbastanza produttivo, è buono per un bel impianto di pannelli fotovoltaici e una lingua di terra vicina alla strada è da pulire drasticamente, perché altrimenti si copre di orrende erbacce e diventa il territorio di immondi e pericolosi animali (basta leggere qualche ordinanza comunale). Il concetto del giardino planetario proprio non ci appartiene, forse è per questo che da un viaggio in auto nelle campagne francesi si trae un indicibile piacere e un giro nelle campagne italiane è spesso fonte di grande tristezza, eppure noi siamo stati dotati di una natura infinitamente più bella; è come se ci avessero strappato la poesia e il senso del sacro dal cuore e la colpa non è stata solo della fame. Ogni tanto però il sublime nasce sull’orrido. Ricordo un campo abbandonato lungo la Via Prenestina, pieno di rottami di automobili, dove tra una ruota e l’altra crescevano migliaia (migliaia!) di altissimi malvoni di tutti i colori. Da togliere il fiato, eppure in automobile eravamo in cinque e solo io l’ho notato, probabilmente perchè veniamo da una genia di contadini e per noi la terra vale solo se è riempita delle cose che ci servono, che sia grano, viti o capannoni è la stessa cosa. Vabbè!
Tornando alla “Breve storia dei giardini” di Gilles Clément non aspettatevi la sequenza cronologica che va dal Paradiso Terrestre ai giorni nostri, altrimenti rileggetevi Grimal. In questo librino troverete una storia che scaturisce da ricordi di viaggio, da impressioni e da sentimenti. Risposte a domande che via via si è fatto e non sempre pare siano proprio quelle giuste, ma le domande sono poste bene e le risposte sono sempre piacevoli e in questo campo qualsiasi teoria ha in sé un po’ di verità.
Nasce prima il giardino o l’orto? Per lui nasce prima l’orto, quello recintato nell’angolo di una radura strappata a un bosco. I primi uomini praticavano il nomadismo e i nomadi, come si sa, non hanno giardino. Ogni tanto si accontentavano di disboscare un piccolo tratto di foresta, con i rami più flessuosi creavano delle capanne e in quel luogo si installavano, raccogliendo e cacciando nel raggio di un chilometro ciò che serviva alla loro sopravvivenza; una volta esaurita la raccolta, abbandonavano quel luogo per un altro, lasciando dietro di loro solo humus. Poi un giorno uno capì come piantare nella sua radura un banano, forse una palma, così nacque il senso dell’accudimento e da qui la stanzialità. Questo è per Clément il primo giardino dell’uomo che ha scelto di interrompere le proprie peregrinazioni. Questa considerazione gli è scaturita durante il soggiorno in un villaggio (ma non è un villaggio, è solo un piccolo insediamento o meglio ancora, accampamento), ospite di pigmei del Gabon. Nel 1974 lui era un entomologo e studiava certe farfalle.
Ma i fiori? Quando arrivano i fiori nel recinto? Io sono convinta che arrivino subito, forse anche prima degli ortaggi, proprio per quel senso di sacralità che noi attribuiamo loro. Poi mi viene continuamente in mente quell’uccellino che prima di sposarsi offre alla sua bella un giardino composto di fiori e pietruzze colorate. Alla sua bella o agli dei, affinchè proteggano la sua futura covata? Chi lo sa! Questa considerazione è mia ed è altrettanto fantasiosa, ma mi piace tanto, dunque la spaccio.
Insomma, questo librino non aggiunge nozioni, ma porta a considerazioni diverse, per esempio che la concezione del giardino verticale è asiatica, che il giardino della notte non è quello illuminato da riflettori o da candele profumate, ma sono le grotte dei parchi romantici al servizio di un racconto o di un sogno. Etc.
Bellissimi e molto importanti invece gli ultimi capitoli: “L’ultimo giardino”, che è il non-giardino degli aborigeni d’Australia, per i quali la terra è viva e sacra e non si permetterebbero mai di ferirla con la lama di un aratro e di sottrarla a qualsiasi altro essere, sia esso animale, che vegetale o minerale. Nel “Il sogno della lumaca” in cui parla del giardino ecologico, per il quale “l’informazione biologica funge da messa in forma momentanea” e la lumaca è il simbolo della biodiversità e di quella lentezza a cui aspiriamo in questo mondo in cui la velocità è diventata simbolo. Clément spiega ancora come l’”era ecologica”, la nostra, stia tentando di sviluppare un giardinaggio di riparazione che ponga rimedio ai disastri causati dalla gestione industriale dei suoli, dall’imperativo della resa e dall’economia a breve termine. Critica l’operato degli architetti della tutela dei monumenti, per i quali l’immagine viene prima di tutto, ma dell’anima di un giardino importa poco. Quanto ha ragione!
E adesso basta, altrimenti ve lo racconto tutto e poi quello che vi ho letto io, probabilmente non è quello che vi leggerete voi.
Ma lo sapevate che il Parco Citroen è stato aperto al pubblico tre anni dopo alla messa a dimora delle piante?

J. de Précy E il giardino creò l’uomo 2012 Milano Ponte alle Grazie
Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri – A cura di Marco Martella

Confesso che quando ho trovato questo libro sugli scaffali di una libreria, l’ho guardato con noia (“Uffa, la solita descrizione del solito giardino inglese!”), ma poi leggendo la quarta di copertina mi sono incuriosita e l’ho comunque comperato, anche perché costava solo 10 euro. In autobus ho incominciato a leggere la prefazione di Marco Martella, che l’ha scovato, curato, tradotto in francese e poi Laura De Tommasi l’ha volto in italiano.
Ma chi è questo Jorn? Perché non l’ho mai sentito nominare? Chi è questo Marco Martella che lo presenta? Leggo nella terza di copertina che è italiano, ma abita in Francia, dove dirige Jardins, una delle più belle e più colte riviste francesi sui giardini, niente zappa e cesoie, ma Genius Loci. Dunque Martella è fonte autorevole. Nella prefazione scrive che qualcuno vide questo librino nella biblioteca di Russel Page e che il margine delle sue pagine fossero fittamente annotate, che Burle Marx una volta asserì di aver scoperto la connessione tra spiritualità e giardino proprio leggendo The lost Garden e che codesto libro circoli ancora nelle più importanti scuole di giardinaggio inglesi, senza però comparirvi ufficialmente. Boh! Poi, sto de Précy qua, avrebbe avuto anche un giardino straordinario in Inghilterra, però nessuno di quei fanatici degli amichetti miei l’ha mai nominato…
A casa, ripresi il libro e dopo poche pagine mi incominciò a salire dentro la musica de La Pastorale, fenomeno che mi succede sempre, quando sto leggendo qualche cosa che mi piace molto e in cui mi identifico. Cribbio, sto Jorn de Précy, nato nel 1837 in Islanda a Reykiavik (come Bjork) ha provato le mie stesse emozioni, ha avuto lo stesso approccio e gli stessi sentimenti verso la natura che ho provato io più di un secolo dopo? Ebbene sì, anche lui era stato una meravigliosa vittima di quella strana cosa che certi uomini e certe donne si ritrovano dentro e che si chiama “biofilia”. Che cos’è la Biofilia? Eduard Osborn Wilson, il più grande naturalista vivente, definisce questo sentimento (perché di sentimento si tratta) come “l’affinità innata degli esseri umani per altre forme di vita”, cioè quella naturale empatia per la natura che gli uomini si sono trascinati dietro per quasi 15.000 anni e che ha consentito loro la sopravvivenza e l’evoluzione e che poi hanno perso gradualmente negli ultimi dieci secoli forse a causa del progressivo allontanamento dalla campagna,di una politica agricola sempre più asservita all’economia globalizzata e all’ndustrializzazione (ve l’ho messa giù facile). Wilson dice anche che nel genoma di alcune famiglie e di certe popolazioni primitive (vedi il libro di Clément) è rimasta traccia di quest’antico patrimonio e che è addirittura trasmesso da padre a figlio come un’eredità. A Jorn è stato trasmesso dalla madre, che pur abitando in un’isola dove di giardini non ce n’è neanche uno, leggeva continuamente libri francesi e inglesi che parlavano di questi paradisi, a me è stata trasmessa da mio nonno e anche Martella ce l’ha, altrimenti avrebbe diretto una rivista che parlava al massimo di come tirare su ravanelli, cipolle, finocchi e begoniette, invece di insistere sul “Genius Loci”, molto più difficile da spacciare su un mercato che insegue le mode. Ecco la differenza tra un ortolano-arredatore di spazi all’aperto attorno alla casa e un biofilo.
Quante esperienze comuni ho con sto Jorn! Dalla scoperta infantile del sentimento, dallo scavalcamento dei muri che circondano vecchi giardini abbandonati ad assaporarne la magia, alla delusione e la rabbia che si prova rivedendo quei posti “finalmente” restaurati e plastificati, al richiamo di quel pezzetto di terra che poi è diventato il nostro selvaggio giardino, alla voglia di avere nelle città tanti piccoli boschi sacri, come nell’antica Roma, invece di quegli spelati, igienici, plastificati, tristi parchi urbani…
Leggendolo mi assalivano sempre più dubbi: ma è possibile, mi dicevo, che questo libro sia stato scritto cento anni fa? Perché non si è mai saputo nulla di questo precursore? Non è che de Précy è lo stesso Marco Martella?

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6 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #25 – QUANDO ARRIVARONO I FIORI NEL RECINTO?

  1. Anche il tragitto con la Circumvesuviana è un piacere! Muri delabré, piccoli ninfei abbandonati, agrumi che in primavera profumano intensamente l’aria, centranthus ruber, piccole erbe aromatiche, pale di ficodindia… Altro luogo incantato lo trovi lungo la ferrovia Napoli Salerno, tra i binari morti e ogni volta che ci torno ho il terrore che li abbiano “puliti”. Un abbraccio

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  2. Grazie!
    Io li leggerò sotto l’ombrellone.
    E’ un piacere leggere i tuoi commenti, quando parli delle sensazioni di john, mi è venuto in mente quanto ho provato la scorsa settimana durante un tragitto in macchina fra Napoli e portici, si intravedevano i giardini (o quello che resra di, nel bene o nel male) oltre i muri delle ville vesuviane che solo perché erano 40 gradi, non sono riuscito a scavalcare.
    Quindi sino curioso di leggere questi due libri, grazie ancora.
    Davide

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