Guido Piacenza, i vivai di qualità e il significato delle mostre – di Lucilla Zanazzi

Mi raccontava Guido Piacenza, gentile signore piemontese, industriale tessile e appartenente a una dinastia di appassionati di piante e di bellezza, che nel 1966, quando a Genova ci fu la prima edizione di Euroflora, per dar lustro alla manifestazione, fecero scendere dall’Inghilterra nientemeno che Sir Harold Hillier, forse il più famoso vivaista in quegli anni. Hillier portò migliaia di piante da noi mai coltivate: alberi, cespugli, erbacee, rose antiche, etc., ma soprattutto le mediterranee, le nostre piante, come i cisti, i corbezzoli, le lavande, i rosmarini, i terebinti, i mirti, ai quali nessuno qui dava un soldo, a parte i pionieri Vivai Ansaloni al Circeo. In Italia c’era una fiorente e monotona industria del fiore reciso in Liguria e vivaistica (altrettanto monotona) soprattutto in Veneto e in Toscana, ma la roba prodotta e proposta era sempre quella, sempre le stesse piante richieste dall’asfittico mercato nazionale. Se n’era già accorto nel 1928 lo stesso Porcinai appena diciottenne, lui che, allevato alla Gamberana, giardino fiorentino concepito da Geoffrey Jellicoe, aveva respirato fin da piccolo un’aria internazionale, così, fresco del diploma di un istituto agrario, sapendo che all’estero c’era dell’altro, se ne andò in Germania a lavorare e studiare in un grande vivaio. Andò a conoscere un “ materiale vegetale” diverso e quando ritornò in Italia aveva un certo bagaglio culturale e vegetale, che gli permise di iniziare giovanissimo la sua folgorante carriera di innovatore dei giardini e del paesaggismo.
Tornando al nostro Guido, successe che suo padre Enzo, nel cui sangue scorreva più linfa che globuli rossi e bianchi, conclusa l’esposizione di Genova, si aggiudicasse in una vendita all’incanto tutte le piante esposte dall’inglese. Se le portò nel suo giardino di Pollone (Biella) e le affidò a un recalcitrante Guido. Enzo morì nel 1970 e proprio in quell’anno al giovane rampollo, non si sa ancora come e perchè, scoppiò la passione per le piante, tanto da lasciare l’industria del cachemire ai fratelli e aprire un piccolo vivaio di produzione partendo proprio da quelle piante là, accuratamente moltiplicate. Lo chiamò “Il Mini Arboretum di Guido Piacenza”. Andò in Inghilterra e in Francia a fare incetta di “rose antiche”, di arbusti e alberi insoliti, ma soprattutto cominciò a setacciare montagne, isole del Mediterraneo, vecchi giardini, a caccia di tutto ciò che era adatto al nostro clima temperato e siccitoso. Stampò un piccolo catalogo, un ciclostilato, e lo spedì a tutte le persone che conosceva. Fu un successo e, nonostante i suoi prezzi fossero piuttosto elevati, divenne il punto di riferimento per gli appassionati del verde e dei giardini. Tra i suoi primi clienti ci furono Paolo Pejrone, Ippolito Pizzetti, Olivia di Collobiano, Lavinia Taverna, Donato Samminiatelli.
Dunque fu il primo in Italia a praticare questo vivaismo quasi amatoriale, colto, di ricerca, non commerciale. Ippolito Pizzetti lo veicolò subito, parlandone a lungo nella sua rubrica sull’Espresso. Guido fornì l’esempio.
Sulla scia del “Mini Arboretum” nacque qualche anno dopo il Vivaio di Anna Peyron che approdò, dopo un intenso periodo di raffinatissime piante grasse, alle rose antiche inglesi, incontrate durante una visita al Chelsea Flower Show a Londra, poi Susanna Tavallini, che lavorava con Anna, si innamorò perdutamente delle peonie erbacee, ammirate casualmente nei mercatini di Parigi, dove recise erano messe in vendita in vecchi secchi. Comperò un certo numero di piante in Francia e incominciò a coltivarle e a dividerle nel suo giardino vicino a Biella. In Friuli, Mirella Presot Collarini invece si ricordò delle violette doppie che coltivava sua nonna, le cercò per se, ma non si trovavano più, addirittura quella di Parma era ritenuta estinta. Allora si mise a frugare nei giardini e nei vecchi vivai di tutta Europa e alla fine riuscì a trovarne qualche pianta, che accuratamente moltiplicò. Non paga spinse la sua ricerca fin sulle Ande (lì ce ne sono di bellissime, ma impossibili da coltivare per noi) e collaborando con gli Orti Botanici di tutto il mondo e soprattutto con uno giapponese, mise su la sua straordinaria collezione: ben 80 tra specie e varietà di questo fiore. Gianni Ricci, biologo marino e Enza Romano spesero tutte le loro forze fisiche ed economiche nella ricerca di piante acquatiche, non solo bellissime ninfee e fior di loto rari di tutto il mondo, ma soprattutto di quella vegetazione acquatica e ripariale autoctona che stava irrimediabilmente scomparendo dai fossi attorno alle risaie, ammazzata dai diserbanti chimici e dai metodi usati per la coltivazione intensiva del riso. Ora sono il più importante punto di riferimento europeo per le piante acquatiche e per la fito-depurazione. Poi Elisa Benvenuti con le sue 400 varietà di salvie, Didier Burruyer e Paolo Priola con le loro erbacee perenni, il vivaio Belfiore si specializzò nella ricerca dei frutti antichi, Oscar Tintori e Giuseppe Messina in agrumi insoliti e botanici, Alessandra Orsi in peperoncini e clematis, Gramaglia in aromatiche e ortive, poi chi in pelargoni, chi in arbusti, chi in conifere, chi in bulbose… Dalla passione alla collezione per se, alla comunicazione della passione con l’apertura di un vivaio.
Quasi nessuno di loro partì avvantaggiato da un’azienda famigliare e, prima di iniziare questa attività, quasi tutti facevano un altro mestiere: insegnanti di lettere, di matematica, filosofi, casalinghe, ragionieri, architetti, pubblicitari, professori di università, agronomi, ma anche infermieri e operai, tutti accomunati da una passione quasi divorante e da un’eccezionale conoscenza delle piante. Molti lasciarono la professione per vivere con esse e di esse. Impresa non facile, perchè in Italia non c’era una grande comunicazione nel settore, l’unico che parlava di queste cose era il solito Ippolito, ma non tutti leggevano l’Espresso e la rivista Gardenia venne alla luce solo nel 1984.
Guido intanto, per documentarsi, cercare qualche cosa di nuovo e imparare, continuava a gironzolare l’Europa e il mondo. Spesso era con gli amici Pizzetti e Pejrone a visitare tutte le esposizioni internazionali, il Chelsea Flower, Floriade in Olanda, etc. Nel 1984 si recò in Francia a Courson, vicino a Parigi, dove nel giardino del castello si inaugurava una mostra di piante. Roba nuova alla quale furono invitati a partecipare solo certi vivaisti collezionisti, quelli piccoli che proponevano piante sconosciute al mercato, prodotte e allevate da loro, senza imbrogli chimici, niente forzature, niente serialità. Gente raffinata che non aveva la forza economica per partecipare alle grandi Expo’, anzi le snobbavano. Sta volta con Guido e Paolo Pejrone c’era anche Anna Peyron e l’entusiasmo fu tanto, nonostante gli espositori fossero pochissimi, otto o nove in tutto. Il Parco di Courson è bellissimo e le piante esposte erano sistemate con grazia, come se facessero parte del giardino. Dunque cornice superlativa, espositori colti e raffinati, piante rare e soprattutto la possibilità di dialogare e di confrontarsi a lungo con tutti come con degli amici e di comperare qualche chicca. Ritornarono l’anno dopo e l’anno dopo ancora, intanto gli espositori erano diventati 40, poi 80, fino ad arrivare ai 250 selezionati da tutta Europa, presenti nelle ultime edizioni.
Paolo Pejrone si arrovella. “Perché in Italia no? Abbiamo giardini, parchi e castelli meravigliosi anche noi e forse più della Francia.” Ippolito, Guido e l’evento di “Gardenia” stavano trainando egregiamente la patria fuori dai tempi bui della totale ignoranza e del disinteresse dei suoi abitanti per il proprio patrimonio ambientale. Masino! A Masino, distante pochi kilometri dalla sua Torino, c’è la magnifica Reggia Sabauda, c’è un parco romantico con al centro una radura adatta e il FAI ne aveva acquisito la proprietà. Consultò velocemente Maria Giulia Crespi, presidentessa dell’organizzazione, e insieme partirono. Paolo inviò dei suoi “scagnozzi” in incognito in giro a vedere questi nuovi vivaietti interessanti nati negli ultimi anni e Guido si prestò volentieri a ricoprire la parte di “talent scout”. Controlla le collezioni, i metodi di coltivazione, verifica che le piante siano effettivamente prodotte in loco e non acquistate dall’Olanda (per esempio) per essere immediatamente rivendute, spinge affinché tutti compilino un piccolo catalogo, anche un foglietto ciclostilato. Un lavoraccio!
Era la primavera del 1991 quando si inaugurò la prima edizione di “Tre giorni per il giardino”. Anche qui come a Courson, erano presenti solo otto o nove vivai produttori, ma il successo fu enorme! La mostra suscitò un grande interesse da parte di un pubblico raffinato e di professionisti del verde, insoddisfatti dalle solite piante che proponeva lo sgangheratissimo vivaismo commerciale.
Due anni dopo prese la palla al balzo Olivia di Collobiano, storica dei giardini, e organizzò nel parco di Palazzo Corsini di San Casciano, vicino a Firenze, “Autunno alle Corti”, poi Lavinia Taverna “Primavera alla Landriana”, poi toccò a Umbertina Patrizi con Lucilla Zanazzi “La Festa delle Rose”, a Castel Giuliano, nei pressi del Lago di Bracciano, a Milano Francesca Marzotto Caotorta con “Orticola”, a Colorno “Nel segno del Giglio”, a Salerno “Il Giardino della Minerva”, a Bagnaia, Maia Cristina Leonardi con “La Conserva della Neve” e via via l’Auditorium di Roma, “Floracult”, etc
Dal 1990 le Mostre dei fiori si sono moltiplicate e ogni regione ha le sue, più o meno importanti, ma ognuno cerca di fare quello che può. Insieme a queste mostre si sono moltiplicati i piccoli produttori specializzati, spesso giovanissimi e con una laurea in tasca. Ancora gente che ha scelto di vivere con le piante e prova a camparci anche. Esistono perchè ci sono le mostre che sono la loro unica vetrina, il loro trampolino di lancio, offrendo questi signori dei “prodotti” troppo esclusivi e difficili per un mercato locale. Sono loro che spesso creano tendenza (che brutta parola), cercano specie e varietà e le sperimentano prima di presentarvele. Quasi sempre sono dei pozzi di scienza che generosamente e felicemente distribuiscono ai loro clienti o anche solo visitatori realmente interessati, infatti negli anni si sono creati dei veri propri decennali rapporti di amicizia.
Una volta queste mostre erano frequentate solo da personaggi un po’ snob e da qualche addetto ai lavori, oggi sono prese di mira da migliaia di persone, hanno cambiato i gusti e le scelte di molti giardinieri, anche i garden center hanno allargato le loro offerte, ma è ancora poco, perché sensibilità per il paesaggio non c’è, anzi. Però a qualcuno hanno lasciato dei segni: sicuramente oggi ci sono molti più appassionati di piante che 30 anni fa.
Un giovane paesaggista, ma soprattutto un architetto che si pregia di fare giardini, dovrebbe essere assiduo frequentatore di queste mostre, guardare tutto, parlare con tutti, prendere i cataloghini, andare nei loro vivai a vedere come si coltiva, così, forse, ci saranno in giro meno parchi pubblici e giardinetti con aria sciatta e ammuffita. Come avviene all’estero.
Se però vorrete vedere solo il fiore “più grande” o più bello, non occorre che frequentiate questi luoghi, andate nel Garden Center sotto casa, lì troverete le padelle più vistose e più colorate, tutta roba arrivata fresca fresca dall’Olanda, roba che messa in un giardino vi fa venire lo “sgrisore”.
E Guido Piacenza? Guido chiuse il suo vivaio nella seconda metà degli anni ’90, ritenendo che il suo compito fosse concluso. La strada l’aveva aperta. E’ tornato in fabbrica a fare l’industriale del cachemire, in compenso è diventato il curatore del Parco della Burcina a Biella ed è membro e consigliere della Dendrology Society, la più importante ed esclusiva associazione di botanici del mondo. Come suo nonno Felice.

Lucilla Zanazzi

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