Paesaggi filtrati – a caccia dello spazio – filtro 9: “pezzi di realtà” di Maria Francesca Nitti

I bambini conoscono la città meglio di chiunque altro; sanno dopo quanti secondi arriva il verde per attraversare, (…) conoscono le crepe dei muri, sanno esattamente dove cadono le ombre, (…) i bambini conoscono dove passano le formiche e da dove arrivano (…).
Chiedere a un bambino di spiegare il tragitto casa-scuola significa entrare in un mondo fatto di lunghezze in passi, (…) rumori, odori, vetrine, (…).
I bambini hanno la capacità di leggere qualunque cosa e di renderla animata quindi amica.

Mao Fusina, dal saggio Bambini in città, Atlante delle nature urbane.

Ci si chiede spesso quale sia la definizione migliore per il significato della parola “arte”. In realtà non ve ne è una più giusta di un’altra, ma certamente tutti i pensieri che cercano di definire l’arte portano ad una base comune, quella di comunicare una diversa percezione della realtà. L’artista è solitamente un individuo che sa guardare al mondo in maniera diversa dagli altri e che riesce poi a trovare un linguaggio unico per comunicare il suo punto di vista. In pratica tutti gli uomini hanno il potenziale per essere artisti, ma solo una piccolissima parte di individui ha la capacità di trasformare la propria percezione della realtà in arte.
Di certo, se le persone delle ultime due generazioni cresciute davanti al primo strumento di globalizzazione, la televisione, riuscissero ad essere più libere, meno omologate e conformiste, l’umanità potrebbe ora godere di un’arte contemporanea di qualità, invece che di modesti e subito aridi filoni artistici.
Purtroppo la società occidentale contemporanea spinge a seguire due soli modelli per divenire cittadini di successo, entrambi avversi alla coltivazione di giovani artisti: uno razionale e metodico caratteristico di persone che non sanno uscire dagli schemi di pensiero che la società impone con la promessa di non essere emarginati; l’altro individualista e vanitoso, tipico di chi vuole imporsi a tutti i costi con quella finta “originalità” preconfezionata dai mercati neo-liberisti.
Una soluzione al problema dell’improduttivo mondo dell’arte, malato perché derivante da una umanità sterilizzata, come le città ortogonali in cui vive, ce la da Maurizio Corrado nel saggio Percezione dello spazio sempre su Atlante delle nature urbane. Corrado scrive:

Persone allevate in ambiti culturali differenti apprendono sin da bambini, senza averne poi coscienza, a scartare certi tipi di informazione (…). in Giappone gli spazi sono percepiti, denominati, significanti, non sono le strade ad avere un nome, ma i loro punti di incontro (…). Le percezioni dello spazio sono essenzialmente due: quella dinamica che si organizza su di un percorso, connessa ai “cacciatori”, e quella statica, che costruisce la realtà in cerchi concentrici da un punto di partenza, connessa con gli “agricoltori”.

Mi dispiace per gli agricoltori, ma il loro operare come formichine diligenti difficilmente può portarli a produrre arte. E’ più semplice che l’artista sia un cacciatore, come Maria Francesca Nitti. L’opera di questa giovane fotografa è frutto di una caccia allo spazio, uno spazio che va visto come tessuto connettivo che collega con il filo dell’immaginazione il suo lavoro. L’immaginazione è così presente nei vuoti delle sue composizioni che sembra di essere dietro i meravigliosi occhi di un bambino.
Tanti pezzi di un’unica realtà potrebbe essere un lavoro aperto, in progresso, a cui chiunque potrebbe contribuire con visioni aggiunte, purché ottenute con occhi non disabituati dalla razionalità a guardare particolari e frammenti del mondo.
La serie di fotografie di Maria Francesca Nitti, che presentiamo oggi, è dunque il frutto di una passione del guardare che riesce ad animare il paesaggio, anche quello più comune, perché sa isolare efficacemente la poesia propria di piccole porzioni di scena. Un processo di catalogazione di particolari simile a quello che seguirebbe un turista spensierato e sensibile durante la visita di luoghi sconosciuti, capace di cogliere aspetti della realtà che gli abitanti di quei luoghi non riescono più a vedere.
Non è tutto però. Personalmente credo che Maria Francesca Nitti, nonostante sia giovane e quindi poco navigata nella vita, dimostri una sensibilità elevatissima nel saper relazionare in modo unico oggetti e spazio nelle proprie composizioni. Parlo di una capacità infantile ed irrazionale di mappatura delle relazioni interne al paesaggio che viene comunicata in maniera lucida e piena di aspettativa allo stesso tempo. Speriamo che Maria Francesca sappia coltivare questa qualità per regalarci altre bellissime interpretazioni della realtà.

Francesco Tonini


Le fotografie sono consultabili in questo file da sfogliare oppure nella galleria in fondo all’articolo.

Tanti pezzi di un’ unica realtà

Queste mie immagini non nascono con l’ intento di seguire un progetto unitario ma semplicemente rappresentano il mio punto di vista su ciò che mi sta intorno. Questa è una selezione di attimi, di porzioni di cielo, di mare, di alberi, di città, di gente, di cose. La fotografia trasforma quegli attimi in molecole di emozioni fissandoli per sempre, un diario per immagini che narra l’ intreccio del mio passaggio nel mondo.


MARIA FRANCESCA NITTI

Mi chiamo Maria Francesca e sono di Ancona. Ho sempre amato e studiato fotografia all’ Università di Beni Culturali ma è solo un paio di anni fa, dopo un viaggio a New York, che siamo diventate complici. Ho seguito corsi, partecipato a workshop e poi ho iniziato a fotografare il mondo dell’ arte presso l’ Associazione Culturale Quattrocentometriquadri. Da quel momento seguo spettacoli e festival nelle Marche, ma sono il paesaggio e l’ architettura i temi che più mi affascina indagare. Attualmente sono tanti i progetti che mi piacerebbe realizzare, fra cui anche quelli riguardanti il lato, ahimè fondamentale, dell’ archiviazione e conservazione del materiale fotografico.

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