Saper perduto del fare paesaggio – “Appennino senza memoria”, testimonianza fotografica dell’arroganza umana

“Vedo che la natura mi parla, mi dice qualcosa (…) qualcosa è rimasto di ciò che hanno detto quel bosco o quella spiaggia o quella figura”
Vincent van Gogh
da Lettere a Theo a cura di M. Cescon, M. Donvito, B. Casavecchia, Guanda 1993
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Restaurare il paesaggio? A questo siamo arrivati? Quando l’uomo ha iniziato a parlare di restauro? A livello architettonico il restauro è nato con la rivoluzione industriale. In poche parole è avvenuto che le tecniche di costruzione tradizionale, evolutesi per millenni ma sostanzialmente rimaste invariate nel loro “appoggiarsi” all’uso della pietra, sono state velocemente sostituite dalle nuove tecniche che sfruttano i vantaggi della produzione in serie industriale, facendo perdere il sapere costruire dei nostri antenati nel giro di un paio di generazioni. Così furono introdotti prima il ferro e la ghisa, poi il vetro, l’acciaio ed il cemento armato, che hanno imposto nuovi e scadenti canoni estetici e soprattutto hanno spinto le città a crescere in altezza, annullando così il rapporto con la scala umana nell’ambiente urbano, che tanto caratterizza la città medioevale. Quasi contemporaneamente sono anche arrivati i mezzi di trasporto di massa e la rete infrastrutturale per il mezzo più alienante della storia umana, l’automobile, spazio privato che isola ogni uomo facendogli perdere il rapporto con la società e la realtà fisica delle cose.
Ora si tratta di capire quale sia il processo che sta portando a perdere il dialogo millenario con il paesaggio tramandato nelle famiglie dell’appennino centro-meridionale, con il risultato della cancellazione totale della buona pratica nel costruire all’interno di aree collinari e montane meravigliose, amate da turisti, pittori e scrittori.
Il discorso dovrebbe essere sicuramente affrontato a livello più ampio, perché assieme alla bellezza del nostro paesaggio si stanno perdendo tutta una moltitudine di saperi artigiani, caratteristici dei nostri territori in ambito culinario, tessile e più in generale di belle arti.
In verità è noto a tutti il motivo per cui si sta lasciando andare il rapporto con la terra. Dagli anni ’60 le campagne si sono iniziate a svuotare, i giovani sono andati in città in cerca di lavoro e con la morte dell’ultima generazione di veri contadini e pastori italiani, si è smesso di considerare il territorio come preziosa fonte di vita che dona frutti.
Attualmente l’appennino centrale, nonostante sia rimasto protetto per anni dall’aggressione del turismo di massa grazie alla sua natura difficile, è ora popolato principalmente da vacanzieri che scappano dalle città per trovare un po’ di pace. Queste persone purtroppo non hanno quella sensibilità che ha protetto e valorizzato i luoghi del centro Italia per millenni. Anche dove agiscono in buona fede, trasportano le proprie abitudini ed il proprio stile di vita identificato anche nella banale “villetta a schiera”, producendo un danno enorme al paesaggio. Spesso per costruire la propria abitazione di vacanza in economia, si importa anche manovalanza cittadina che proprio non sa cosa farsene della sensibilità dei luoghi.
Pubblico oggi la mia testimonianza dell’evoluzione distruttiva del paesaggio dell’appenino centrale, una ricerca fotografica del 2006 su Lettopalena, un piccolo paesino situato nel Parco Nazionale della Majella. A quel lavoro ho aggiunto delle fotografie scattate recentemente che cercano di evidenziare lo sviluppo sempre più negativo nell’amministrazione disattenta di luoghi che andrebbero preservati. Spesso la devastazione del territorio è perpetrata, con la partecipazione dei comuni, nella vana attrattiva economica del fare cassa immediato. Se gli amministratori locali capissero che vendere pezzi di terra per nuove edificazioni a pochi spiccioli porta un beneficio magro e momentaneo che lascia un danno perpetuo al paesaggio, l’ambiente ed il turismo, non vedremmo certi disastri….
La storia di Lettopalena è testimonianza dell’incremento dei fenomeni di abbandono dei territori e del loro conseguente danneggiamento inconsapevole ma anche fraudolento. Il paese, originariamente disposto sul versante sud della Majella, fu distrutto dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Molti dei cittadini di allora furono fucilati e molti altri morirono di freddo e stenti nel tentativo di raggiungere i paesi vicini in un freddissimo inverno. I pochi sopravvissuti decisero di non ricostruire il paese nel luogo originario, dove restano le suggestive rovine della città abbandonata, ma convertirono in residenze le stalle poste su di una collina a sud oltre il fiume Aventino. A quelle abitazioni di fortuna si aggiunsero nel tempo abitazioni costruite senza quel sapere millenario di cui parlavamo ad inizio articolo, facendo in modo che il paese perdesse gran parte dell’attrattiva estetico-paesaggistica, ad esclusione della parte bassa nei pressi della valle dell’Aventino.
Questo lavoro è nato con il titolo “l’Abruzzo sospeso”. Poi confrontandolo con il bellissimo lavoro di Vito Bellino da noi pubblicato, mi sono reso conto che il titolo più appropriato è “Appennino senza memoria”. La memoria che si è persa è sintomo gravissimo dell’arroganza generale del genere umano. Citando Mikel Dufrenne possiamo affermare che l’uomo ha smarrito da tempo la capacità di riconoscere la “natura naturans” del creato, e che oggigiorno drammaticamente sta perdendo anche l’attitudine di comprendere la propria “natura naturata“.
Spero che il lavoro sia di vostro gradimento. Nelle prime due foto a colori denominate “z-saper perduto” abbiamo documentato lo scempio di una centrale fotovoltaica costruita a due passi dalla Fonte della Noce, di cui abbiamo parlato nell’articolo Don Chisciotte e le pale eoliche

Francesco Tonini

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