Paesaggio Italiano d’eccellenza – Al Bosco di S. Antonio in Abruzzo il Premio Internazionale Carlo Scarpa 2012

Vi sono luoghi ai quali si è legati senza sapere il perché. Per me uno di questi luoghi è il Bosco di S. Antonio, una modesta porzione di territorio su cui domina una bellissima faggeta ricca di fascino, che più volte ha incrociato il mio cammino nella vita. In occasione della recente notizia che il Bosco di S. Antonio è stato insignito del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2012, ho tirato fuori una piccola ricerca del 2005 fatta proprio su quel bosco, a cui tanto sono legato.
Il Bosco di S. Antonio, ma più in generale tutto il meraviglioso ed unico Parco Nazionale della Majella, vale una visita per le emozioni che sa regalare in ogni fase dell’anno e spero che il testo e le immagini che seguono possano convincere della sincerità delle mie parole.

Francesco Tonini


 

RICERCA SULLA RISERVA NATURALE DEL “BOSCO DI S. ANTONIO”

Premessa

La fama del bosco di S. Antonio, una delle più belle faggete d’Abruzzo, valica i confini regionali grazie ai magnifici e vetusti esemplari di faggio che lo popolano. Il bosco si trova in provincia dell’Aquila, sulla strada provinciale che congiunge i paesi di Pescocostanzo e Cansano. La faggeta si estende per 550 ettari sul versante ovest della Maiella, tra i 1290 ed i 1420 metri di quota e prende il nome dall’omonimo eremo di impianto tardo medioevale. L’attuale configurazione dell’ambiente naturale, protetto con l’istituzione della Riserva, risulta determinata dal regime di utilizzazione a cui esso è stato storicamente sottoposto. Ad una probabile originaria funzione sacrale, il Bosco di S. Antonio ha costituito per secoli una “difesa”, cioè uno di quei pascoli arborati, riservati a bovini ed equini, in cui erano proibiti i tagli, ad eccezione di periodiche capitozzature per favorire il mantenimento della copertura erbacea. Lo stretto legame tra il bosco e la popolazione locale si è risolto di fatto, in una forma di conservazione, che ha permesso sino ad oggi, il mantenimento della caratteristica fisionomia del bosco, con esemplari arborei secolari, cresciuti accanto al perdurare dell’attività zootecnica. Vi è attualmente in atto una regolamentazione del flusso turistico come misura di salvaguardia della riserva, che inclusa all’interno della perimetrazione del Parco della Maiella, deve assolvere al compito di conservazione del bosco permettendo però allo stesso tempo la fruizione antropica, che purtroppo arreca molti danno dal punto di vista ecologico.

Breve storia del bosco

Come già accennato nella premessa, il Bosco di S. Antonio ha assunto per secoli un ruolo fondamentale nell’economia locale, come esempio di equilibrata convivenza tra le attività produttive tradizionali zootecniche e la tutela dell’ambiente forestale tramite un governo a ceduo del bosco. I cambiamenti economici del XX secolo hanno però portato ad una radicale modificazione di questo rapporto che ha richiesto contromisure di salvaguardia completamente diverse. Si ricorda a questo proposito la battaglia intrapresa subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, ad opera del prof. Benedetto Rainaldi, contro un progetto di taglio, che si concluse nel 1953 con l’apposizione del vincolo paesistico sul bosco di S. Antonio. E’ proprio quella data a segnare l’avviamento ad alto fusto della nota faggeta, dal momento che non si ricordano tagli successivi ai primi anni cinquanta. Dal 1971 in poi, la Società Botanica Italiana, segnalava il Bosco di S. Antonio come area da proteggere, individuando nell’eccessiva antropizzazione del sottobosco un pericolo consistente alla salvaguardia dell’intero ecosistema. Nel 1978 segue il riconoscimento, da parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, del Bosco di S. Antonio come area di particolare interesse naturalistico. Nel dicembre del 1985, si giunge all’istituzione della Riserva Naturale del Bosco di S. Antonio che poi nel 1995 entra a far parte a tutti gli effetti nella gestione del Parco Nazionale della Maiella.

Inquadramento geografico e cenni sul clima

Il bosco di S. Antonio è collocato precisamente ad occidente delle ultime propaggini meridionali del massiccio montuoso della Macella, tra le pendici del monte Pizzalto (1969 m slm) e del monte Rotella (2127 m slm), con quota media di 1350 metri slm occupando parte del pianoro carsico tra i suddetti crinali. Sui materiali incoerenti fini di copertura del pianoro si trovano, appoggiati a complessi arenacei, calcareo-marnosi e conglomeratici del Miocene e Pleistocene, gli insediamenti boschivi di maggior pregio, fiancheggiati dalle formazioni calcaree tipiche della Majella. Nella parte centrale del piano, scorrono le acque del Fosso La Vera, con portata non rilevante e di carattere stagionale, ma che contribuiscono a favorire le condizioni climatiche ideali al bosco di Faggio con preferenze igrofile. Secondo la classificazione di Tomaselli, Balduzzi e Filippello, il teeritorio del Bosco di S. Antonio, appartiene al tipo “G” della sottoregione temperato-fredda della Regione axerica. Nel relativo diagramma termoudometrico, non vi è intersezione tra la curva delle piogge e quella delle temperature, il ché si traduce in un bilancio idrico annuo positivo. Le temperature presentano una escursione annua media di circa 17° C, con una media delle minime di 0,13° C in Gennaio e quella delle massime di 17,42° C nel mese di Agosto. I valori annui delle precipitazioni si aggirano intorno ai 1000mm, con un minimo di 50mm in Agosto ed un massimo di 120mm in Novembre. Di particolare interesse è l’entità delle precipitazioni nevose (con una media di 23gg/anno ed un massimo di 7gg nel mese di Gennaio) e delle relative permanenze (77 gg in media, con un massimo di 20gg in Gennaio). La zona fitoclimatica corrispondente è difatti, secondo la classificazione di Mayr-Pavari, quella del Fagetum, a conferma delle specie che caratterizzano il popolamento vegetale del Bosco di S. Antonio.

Paesaggio vegetale

Una considerazione iniziale è sicuramente quella relativa all’influenza del pascolo su tutto il pianoro ospitante il Bosco di S. Antonio, che è quindi circondato, sulle pendici del M.te Pizzalto e M.te Rotella da ampie formazioni erbacee spontanee adibite proprio a pascolo del bestiame domestico affiancate da colture sempre erbacee, per lo più di specie foraggiere. Di conseguenza anche la forma del bosco è dovuta all’opera antropica che, probabilmente ha favorito ulteriormente il dominio del Faggio. Quindi circondati da verdi pascoli, in posizione centrale, alla sinistra del Fosso La Vera, spiccano tre cospicui nuclei di bosco. Quello denominato della Difesa, il più esteso con una superficie di circa 70 ettari, si trova a nord, mentre i due a sud di circa 30 ettari ciascuno sono denominati del Primo, e Secondo Colle. La specie arborea predominante è chiaramente quella del Faggio (Fagus selvatica L.) che, come peculiarità di questo biotopo, è presente con alcuni esemplari maestosi. Al Faggio si associano l’Acero campestre (Acer campestre L.), l’Acero di monte (Acer pseudoplatanus L.) anch’esso con numerosi esemplari di dimensioni ragguardevoli (vedi schede floristiche), il Ciliegio (Prunus avium L.), l’Acero riccio (Acer platanoides L.), l’Acero opalo (Acer opalus L.), il Cerro (Quercus cerris L.) che sovente nella fascia appenninica si affianca al Faggio vicino al suo limite inferiore, il melo selvatico (Malus sylvestris Miller), il Carpino nero (Ostrya carpinifolia scop.), il Tasso (Taxus baccata L.), e l’Agrifoglio (Ilex aquifolium L.).
Lo strato arbustivo si presenta ricco e diversificato al pari di quello arboreo. Citiamo quindi la presenza della Rosa selvatica (Rosa canina L.), del Pruno selvatico (Prunus spinosa L.), del Ribes rosso (Ribes rubrum L.), dell’Uva spina (Ribes uva-crispa L.), del Biancospino (Crataegus oxyacantha L.), del Berretto da prete (Euonymus europaeus L.), del Ginepro comune (Juniperus communis L.), del Sambuco (Sambucus ebulus L.), del Citiso spinoso (Chamaecytisus spinescens) e della lianosa Vitalba (Clematis vitalba L.).
Anche la composizione floristica dello strato erbaceo rivela una buona varietà delle quali si elencano alcune rilevate:
– fam. Ranunculaceae : Helleborus foetidus L. – Elleboro puzzolente
Eranthis hiemalis L. – Piè di gallo
Caltha palustris L. – Calta palustre
Anemone ranuncoloides L. – Anemone gialla
Rnunculus ficaria L. – Ranuncolo favagello
– fam. Paeoniaceae : Paeonia officinalis L. – Peonia selvatica
– fam. Papaveraceae : Corydalis cava L. – Colombina cava
– fam. Cruciferae : Cardamine bulbifera L. – Dentaria minore
– fam. Leguminose : Lathyrus vernus L. – Cicerchia primaticcia
– fam. Euphorbiaceae : Euphorbia myrsinites L. – Euforbia mirsinite
Euphorbia amygdaloides L. – Euforbia delle faggete
– fam. Violaceae : Viola reichenbachiana – Viola silvestre
– fam. Primulaceae : Cyclame hederifolium Aiton – Ciclamino napoletano
– fam. Gentianaceae : Gentiana lutea L. – Genziana maggiore
– fam. Compositae : Taraxacum officinalis Weber – Dente di leone
– fam. Liliaceae : Lilium martagon L. – Giglio martagone
Convallaria majalis L. – Mughetto
Asphodelus albus Miller – Asfodelo montano
– fam. Amaryllidaceae : Narcissus poeticus L. – Narciso selvatico

Sono infine molto interessanti i dati, resi disponibili dal dott. Franco Recchia, relativi al rilevamento di macrolicheni epifitici, dato di enorme importanza perché la presenza di licheni è generalmente indice di positive condizioni ambientali con assenza di disturbi inquinanti, nonché costituisca comunque un arricchimento della diversità della biocenosi locale. Tra le specie rinvenute, emerge per la sua rarità, la “Lobaria polmonaria v. meridionalis”, legata a microhabitat ad elevata umidità ed in continua diminuzione a causa della scomparsa dei boschi maturi e dell’aumento dell’inquinamento atmosferico.

Brevi aspetti faunistici

Considerando l’esigua estensione della Riserva del Bosco di S. Antonio (500 ettari circa) e inserita con soluzione di continuità con le aree circostanti, non sarebbe corretto parlare di fauna appartenente al Bosco di S. Antonio ma piuttosto di specie animali che la popolano. Alcune di queste trovano all’interno della Riserva condizioni di habitat idoneo sotto tutti i punti di vista, mentre molte altre la caratterizzano con la loro più o meno stabile presenza in considerazione della necessità di territori più vasti al fine della loro sopravvivenza. Di conseguenza, essendo il Bosco di S. Antonio in una zona a cavallo di due aree naturalistiche di enorme importanza, il Parco della Majella a nord-est ed il Parco Nazionale d’Abruzzo a sud-ovest, appare possibile la fruizione del bosco ad opera di grandi mammiferi carnivori come l’Orso marsicano ed il Lupo italico ed anche di altri grandi mammiferi recentemente reintrodotti nel Parco Nazionale d’Abruzzo, come il Cervo ed il Capriolo. Altri mammiferi di cui è stata accertata la presenza sono il Riccio, il Ghiro, lo Scoiattolo, il Quercino, la Lepre, il Cinghiale, la Faina, il Moscardino, il Tasso, la Volpe e numerose specie di uccelli e di sparvieri come la Poiana, il Gheppio, lo Sparviero, il Barbagianni, la Civetta, l’Allocco, il Picchio, il Merlo, il Fringuello ecc.

La realtà attuale del Bosco “VETUSTO” di S. Antonio

La locuzione bosco o foresta vetusta fu introdotta in Italia, con un’accezione leggermente diversa dall’inglese old-growth forest, nella relazione “Lo stato delle foreste in Italia” predisposta dal WWF per lanciare la Campagna Foreste del 1994. Con l’espressione foreste vetuste si intendono quelle comunità terminali del processo di silvigenesi naturale soggette a un dinamismo quasi ciclico e dominate da individui vetusti e senescenti. In queste formazioni, dove i rapporti competitivi fra le specie sono portati alle estreme conseguenze, si rinvengono popolazioni di specie strettamente nemorali, che qui solo riescono ad essere particolarmente competitive. Infatti questi boschi sono caratterizzati da un mosaico particolarmente complesso di fasi compositive e/o strutturali.
Pertanto, non essendovi più nel nostro paese lembi di foreste vetuste, essi possono rappresentare i modelli di riferimento più appropriati per indirizzare le attività del selvicultore che altrimenti deve continuare a fondare le proprie scelte su paradigmi forestali lontani ed incompleti. L’individuazione e il censimento di tutti i popolamenti con le caratteristiche sopra indicate appaiono, quindi, di estrema importanza.
D’altra parte, nel contesto della vegetazione attuale dell’Italia peninsulare i boschi vetusti sono molto rari e generalmente sempre perturbati dall’azione antropica. La fase di crollo è pressoché assente e anche quella a cattedrale è tutt’altro che comune. A queste regole non fanno di certo eccezione i boschi della Maiella. Infatti, non si rinvengono vere e proprie foreste vetuste, quanto piuttosto dei popolamenti evoluti per struttura e composizione che, se opportunamente gestiti, potranno divenire un domani dei veri boschi vetusti.
In questo senso nella carta dei boschi vetusti sono stati censiti quei popolamenti di alto fusto che presentano caratteristiche compositive e/o strutturali tipiche di cenosi molto evolute compatibilmente con le potenzialità stazionali. Si tratta fondamentalmente di faggete e cerrete, nonché di popolamenti rupestri di pino nero. Caratteristiche di pregio sono state considerate la presenza di specie forestali particolarmente esigenti (p.e. tasso, frassino maggiore, acero riccio, tigli, Ruscus hypoglossum) che altrove sono alquanto rarefatte, una struttura composita e articolata, caratterizzata dalla presenza di cosiddetti “patriarchi” e da attivi processi di rinnovazione.
Tra le formazioni più interessanti risulta quella del Bosco di S. Antonio a Pescocostanzo. In realtà, si tratta di tre nuclei disgiunti (Primo Colle, Secondo Colle e La Difesa) caratterizzati non solo da faggi di grandi dimensioni ma, anche, da aceri, agrifogli e perastri di dimensione inusuale. Si tratta di patriarchi secolari. Alcuni faggi raggiungono un’altezza di oltre 30 m, mentre alcuni alberi di agrifoglio sfiorano i 15 m. Tuttavia, spesso il naturale portamento di molte piante è stato alterato da tagli di capitozzatura che hanno fatto assumere alle piante le forme più strane. D’altra parte, questi popolamenti sono sopravvissuti poiché si tratta di Bandite e ancora oggi essi vengono utilizzati per il pascolo degli animali domestici. Questa attività ha effetti molto negativi sulla rinnovazione, a tal punto che il novellame in diversi tratti risulta addirittura assente e i semenzali di faggio che nascono in primavera vengono tutti recisi durante l’estate. E’ presente una ricca flora nemorale comprensiva del tasso. Le radure vengono colonizzate da cespuglieti spinosi e intricati con biancospino, prugnolo, rosa canina, Chamaecytisus spinescens. Tra le erbacee spiccano i tappeti di Corydalis cava e peonia.

Francesco Tonini – fonte: Dott. Dario Febbo e Arch. Gianfranco Macino “Piano della Riserva Naturale Guidata del Bosco di S. Antonio

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