Micro spazi e macro Paesaggio – soluzione reale alla qualità urbana romana – Profilo di Roma #3.1

Quando si parla di paesaggio è necessaria cautela, perchè quello che si dice può essere soggetto a critiche dovute a differenze culturali e di approccio all’enorme significato che include questa parola. Io non sono docente di paesaggio presso nessuna Università, non penso di saperne più di altri, ma ho studiato e mi dedico ogni giorno alla comprensione del paesaggio che mi circonda e che è il risultato dell’interazione tra la cultura della società in cui vivo e l’ambiente in cui agisce questa società.
Non ho nessuna intenzione di esaurire in due parole un tema così caro a chiunque viva sul nostro pianeta, ma vorrei precisare cosa penso riguardo la progettazione del paesaggio ed in breve dico: il paesaggio non si può progettare. Potrebbe sembrare un paradosso, detto da una persona che vorrebbe “vivere” con la progettazione di spazi aperti, ma in realtà è una dichiarazione che cerca di tutelare la natura, o forse sarebbe meglio dire la “vita”, come unica grande artefice del paesaggio in tutte le sue sfumature.
Come cercai di spiegare in modo disordinato qualche tempo fa, al termine della conferenza di presentazione del libro di Jean Nogué Altri Paesaggi, il paesaggio è il risultato dell’agire di una cultura. Come scritto nell’art.1 della Convenzione Europea del Paesaggio:
“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.
Il concetto “percepita dalle popolazioni” anche se crediamo possa nascondere delle insidie, come abbiamo scritto qui, è fondamentale per capire che il paesaggio è una definizione umana piuttosto recente e non ancora ben compresa, per indicare il riconoscimento del risultato dell’agire di una comunità sul territorio in cui vive.
Fondamentale è comprendere che il paesaggio è percepito da chiunque in maniera diversa a seconda di quella che è la sua cultura e provenienza. La vastità culturale di una persona può permettere di individuare caratteri del paesaggio ignorati da altri.
Il fatto che il paesaggio sia la sintesi, filtrata dalla cultura della persona, di una infinità di particolari, ci fa capire che il paesaggio reale non può essere percepito come colpo d’occhio, come la vista di un quadro, ma che il paesaggio si costruisce nella mente di ognuno di noi come complesso di sensazioni dovute alla percezione di stimoli esterni che, in una successione indefinita di luoghi visitati e vissuti, ci colpiscono facendoci provare emozioni, uniche “verità” che costituiscono il parametro di verifica personale della realtà.
Il titolo del libro di Nogué “Altri Paesaggi” (ma potrebbe essere tradotto anche “tra paesaggi” o “paesaggi tra”) andrebbe quindi considerato come esterno ad un processo analitico volto allo studio del paesaggio, perchè aggiunge infiniti paesaggi “poetici” relativi alla potenza della mente umana, capace di creare luoghi intimi meravigliosi (un concetto affine allo studio di Anna Lambertini con riferimento al libro di Georges Perec Specie di spazi).
Nel caso del libro è quindi possibile progettare un paesaggio interiore, meraviglioso quanto la propria immaginazione.
Appare invece evidente, in base al ragionamento sino a qui prodotto, l’impossibilità di progettare un paesaggio reale perché composto da un numero altissimo di particolari variabili, da essere troppo complesso da controllare per la mente umana. L’accanimento progettuale di alcuni paesaggisti su vaste porzioni di territorio ha sempre portato ad una banalizzazione del significato di paesaggio, che viene così ridotto a macro segni astratti privi di qualità naturali, sociali, ambientali ed estetiche. L’unica possibilità nelle mani di un paesaggista, anche se enormemente difficile perchè legata ad una conoscenza profonda di se stessi, delle proprie radici storiche e soprattutto della vita, è la progettazione dei luoghi intesi come spazi limitati dimensionalmente, e riconosciuti dalla popolazione locale come identità speculare della propria cultura.
Per riuscire a progettare il paesaggio, sarebbe necessario progettare una quantità inconcepibilmente alta di luoghi ricchi di qualità imprevedibili, per poter comporre una mappa di sensazioni sufficientemente vasta da far emergere la percezione di un paesaggio. Fortunatamente, per la garanzia della necessaria diversità dei paesaggi, è già molto difficile riuscire a progettare un luogo (ammesso di possedere una sensibilità sufficiente che permetta, di volta in volta, di avvicinarsi in modo appropriato alla cultura della popolazione che vive quel territorio), da far divenire impossibile progettare il paesaggio come insieme di luoghi, variopinto di peculiarità.
L’alternativa alla banalizzazione del paesaggio è quella di orientare il paesaggio, attraverso scelte fortunate, verso una evoluzione non distruttiva del territorio, con il fine ultimo della transizione rispettosa dei luoghi nel tempo.

Roma
Applichiamo i ragionamenti sull’impossibilità di progettare il paesaggio alla capitale d’Italia, forse la città più resistente alla riconciliazione con lo spazio pubblico in tutta Europa. Premetto che è lontano da me qualsiasi pensiero di igienizzazione degli spazi aperti e delle dinamiche sociali che vi si svolgono. Roma mi piace “sporca” non nel senso di lurida, ma con tutta la carica vitale delle sue innumerevoli viuzze, dei vicoli semi-bui, dei rioni impenetrabili e dei contrasti tra centro e periferia. Roma è una città vera, vissuta totalmente dai suoi cittadini, ed anche se molti la conoscono a malapena, tutti ne possono respirare l’immortalità. Sicuramente i suoi cittadini la amano. Al tempo stesso la detestano anche, a causa del fatto che il più delle volte è una città invivibile, con traffico insopportabile, smog nocivo, insufficienti spazi pubblici di cui pochi quelli di qualità e di questi quasi nessuno posizionato dove serva.
Nel documentario Soluzioni Pubbliche, che abbiamo girato circa un anno fa, abbiamo citato i tentativi che le amministrazioni comunali dell’ultimo ventennio hanno messo in opera per risolvere l’invivibilità della capitale. Abbiamo quindi analizzato il programma Centopiazze, che ha portato alla realizzazione di oltre cento piazze di quartiere nei vari municipi, abbiamo parlato della rete ecologica, che tanto valore ha sulla carta quanto poco nella realtà, ed abbiamo introdotto l’ultima strada battuta, ancora non ben chiara, per l’ottenimento di un sistema di spazi pubblici inter-connessi che possa portare migliore qualità di vita e sviluppo di una mobilità alternativa, quella dello sfruttamento dei tantissimi ambiti archeologici come struttura del sistema.
Il PRG di Roma aveva già individuato tale strada, proponendo ad esempio “l’ambito di programmazione strategica delle mura“. Purtroppo, a distanza di solo un anno, con una crisi economica senza precedenti, la mancanza totale di fiducia nella politica da parte degli italiani, e la conferma che il PRG fa acqua da tutte le parti non perché fatto male, ma perché fa parte di strumenti lenti ed obsoleti legati ad una disciplina urbanistica che non sta più dietro alla evoluzione dei sistemi economici, come affrontato in questo articolo, c’è bisogno di un ulteriore salto di scala.
Se partiamo dall’assunto che gli spazi pubblici debbano essere realizzati dove servono, e cioè capillarmente nell’abitato di ogni frazione di quartiere, e se siamo d’accordo che diverrà sempre più difficile realizzare grandi opere per mancanza di finanziamenti e per scarsa popolarità dei politici, l’unica soluzione fattibile per la realizzazione di nuovi spazi sociali ed il miglioramento di quelli esistenti, è quella di operare su tanti micro spazi a basso costo di realizzazione. Sto parlando di spazi con metrature inferiori ai cinquecento metri quadri, altrimenti sarebbe la scoperta dell’acqua calda. Pensateci: con pochi milioni di euro, cifre che a Roma non bastano neanche per il cortile del MAXXI, si potrebbero progettare e realizzare tante piccole piazzette, larghi, giardinetti a diretto contatto di migliaia di abitazioni. Vi sarebbe un beneficio sociale a vantaggio di tutti, ma soprattutto delle classi più deboli, ed al contempo si rispetterebbe il principio della bellezza imprevedibile di Roma, perché all’evoluzione di un singolo quartiere potrebbero partecipare decine di giovani professionisti, ognuno soddisfatto di poter lavorare e di proporre un piccolo progetto. Inoltre il paesaggio di Roma rimarrebbe sostanzialmente invariato, aumenterebbe il decoro urbano, ed il politico di turno potrebbe fregiarsi di decine di inaugurazioni di nuovi spazi ad ogni mandato. Tutti felici dunque.
Vi proponiamo quindi una prima serie di immagini riguardanti due micro spazi pubblici, ricavati all’interno delle definite “città storica” e “città consolidata”, cioè largo Leopardi sull’Esquilino e piazza Eratostene al Pigneto. Due esempi di come si possa spendere poco ed ottenere tanto per i cittadini, ad ogni angolo di Roma. Il primo, piccolissimo, è stato realizzato nel 2007 in occasione della riapertura dell’area archeologica del Ninfeo di Mecenate su via Merulana. La seconda è stata inaugurata nel 2006. L’area è stata progettata e realizzata dal Servizio Giardini di Roma, in maniera per una volta dignitosa, ed è stata poi completata dall’affiancamento della Casa delle Culture e Generazioni. La creazione di micro spazi sociali urbani è la via per una nuova qualità di Roma. Vi abbiamo convinto?

Francesco Tonini

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7 pensieri riguardo “Micro spazi e macro Paesaggio – soluzione reale alla qualità urbana romana – Profilo di Roma #3.1

  1. Ciao Francesco,
    il tuo post mi incuriosisce molto. Sono architetto di formazione e amante del paesaggio da svariati anni, passione che mi ha portato a trasferirmi in Francia (dove la cultura e la cura del paesaggio hanno una storia ben piu’ presente che in Italia) e a frequentare la scuola di paesaggio di Versailles. Ora sto preparando il mio studio finale e, guardacaso, ho scelto Roma come sito di studio. Mi piacerebbe fare que chiacchiere con te sul progetto centopiazze e non solo! Mi interessa conoscere tutti i punti di vista e il tuo in particolare mi sembra molto intelligente! Io sono a Roma dal 24 al 28 aprile, fammi sapere se sei libero per un incontro!
    la mia mail la vedi anche senza che la pubblichi sulla bacheca?
    aspettando tue notizie, ti auguro una buona giornata!
    Annalisa

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  2. Di micro-spazi o piccoli giardinetti, ce ne sono di carinissimi anche nel terzo. Diciamo che erano carinissimi, perchè, come spesso succede a Roma, sono stati concepiti dignitosamente, realizzati in fretta e poi abbandonati senza acqua, senza cura. Ci passa solo lo spazzino a dare una ramazzata alle foglie secche soprattutto, ma anche alle cicche, alle bottiglie di birra vuote e ai Kleenex. In quello di Piazza Ruggero da Sicilia sono sopravvissute le piante perchè l’ideatore ha avuto la buona idea di mettere nelle fioriere dei teucrium, delle artemisie e altre piante a foglia grigia che tollerano la siccità anche prolungata (il Teucrium fruticans,ecco un arbustino che dovrebbe essere un jolly nei giardinetti romani: è grigio, ama la siccità, sopporta l’ombra luminosa, le potature anche a palla). L’altro, in via Giovanni da Procida, ha un disegno delizioso ed è raccolto. Nell’aiolona laterale a forma di ogiva, avevano messo il solito pratino rotolante, un magnolia grandiflora nel mezzo (scelta partecipata) e una decina di ferali rosette rosse polyantha varietà sellowiana a destra e a sinistra e niente acqua. Il risultato fu che dopo qualche settimana tutto era secco (non le rose purtroppo), la magnolia, giudicata troppo in forma, potata e ridotta a un paletto. A quel punto si sono attivati gli abitanti del luogo, hanno innaffiato, hanno piantato un olivo, due o tre yucche, qualche geranio, una serie di piante grasse, un rosmarino, una ruta, una lantana, un melone, etc. Il risultato è quanto mai sconcertante, ma è tutto vivo, anche se in pochi metri quadri.
    Credo che i piccoli spazi siano veramente sacrosanti, funzionano davvero come aggregatori sociali,ma devono essere dei salottini curatissimi, ancor più dei parchi, altrimenti diventano delle succursali delle latrine comunali.
    A Roma si crea tutto solo per l’inaugurazione.

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