L’estetica della buca, di Monica Sgandurra

di Monica Sgandurra per Paesaggiocritico

Dopo aver passato anni con il naso all’insù a fotografare nuvole (ognuno di noi ha una mania, io quello degli appunti fotografici), improvvisamente ho spostato la mia attenzione all’altra parte dell’universo, la terra sotto i piedi.
E ho cominciato a fotografare buche.
Non chiedetemi perché ma improvvisamente le ho guardate con altri occhi nei miei spostamenti a due piedi/ruote.
Se ne vedono tante, di tutti i tipi, dimensioni, forme, profondità, un po’ ovunque sparse nelle nostre città.
La buca è democratica con gli uomini e con i luoghi diversi della città. Dal centro alle periferie non risparmia nessuna pavimentazione, si espande e si moltiplica con velocità impressionanti.
Ci accompagnano nel corso della vita come durante la giornata. Il senso della condivisione di questi piccoli luoghi accomuna tutti. Chi da bambino non ne ha scavata almeno una nella sabbia? O chi di noi in bici o in motorino da adolescente non ci è scivolato dentro? E chi da adulto sempre con il fiato corto, correndo durante la giornata non è inciampato in una abbracciandola? Chi, del genere femminile, non ci ha lasciato almeno un tacco insieme alla caviglia? E quante cadute con rotture ossee più tardi, nella maturità? Finisco con il terrore della vecchiaia, dove una piccola, innocente buca può farti fratturare il femore e mantenere in noi un ricordo eterno, fino all’ultima, quella che ci accoglierà alla fine della nostra storia.
Una presenza costante con cui ci relazioniamo continuamente, buche che sembrano proliferare solo per aumentare la nostra concentrazione e attenzione quando camminiamo lentamente o di corsa. Se poi soffri della sindrome da boy scout quando passeggi con altri, oltre alle tue, tieni d’occhio anche le buche che incontrano i tuoi vicini e allora è un continuo “stai attento!”
Loro stanno lì, innocenti, fiduciose che prima o poi qualcuno, cascandoci dentro, faccia loro compagnia; dapprima piccole, poi, indisturbate, prendono coraggio e si allargano cambiando tipologia, trasformandosi in forma di areali estesi, per farla semplice, in crateri.
Ho sempre avuto un grosso rispetto verso di loro, soprattutto perché muovendomi prevalentemente sulle due ruote e avendo ormai un’età da cervicale, cerco di memorizzarle sui percorsi più battuti e quindi, con il mio navigatore mentale, di evitarle. Ho già dato loro un menisco e un legamento, per cui vorrei finire qui le elargizioni ortopediche.
Ma ultimamente mi affascinano. Che dire delle piccole buche sugli asfalti dei marciapiedi che si aprono involontariamente o frutto di qualche tubo di cartellone elettorale, oppure quelle lasciate come tante impronte da problemi di asfalti malfatti che si stracciano letteralmente come fogli, o quelle dei nostri selciati romani che si aprono iniziando dall’asportazione di un sanpietrino, generando poi un effetto domino. O in periferia quelle che si aprono grazie a qualche betonella che è rialzata facendoci scoprire un sottosuolo sabbioso?
E di quelle piccole, piccole che si aprono sulle superfici a cemento e che sembrano tanti coriandoli?
La mia prima grande buca cittadina, meglio definirla cratere, l’ho vista a metà degli anni settanta quando inaspettatamente si aprì una voragine al centro della piazzetta su cui affacciava la mia finestra. Incuriositi scendemmo tutti sulla strada e ….. accidenti! Era rimasto solo un sottile strato di asfalto sospeso nel vuoto e sotto, il nulla. A ben guardare non c’era proprio il nulla bensì, nel fondo, una montagna di vecchie scarpe. Si avete letto bene, scarpe. Da quel giorno ho fantasticato su ciò che stava sotto i nostri piedi, pensando a stratigrafie che nulla avevano a che fare con la pedologia.
I momenti migliori per aumentare le presenze delle buche si creano grazie ad eventi meteorologici quali piogge, nevicate e gelate. Qui cambia radicalmente la geografia di questi organismi. Nel giro di poche ore la mappatura che ognuno di noi ha fatto faticosamente è stravolta dall’apparizione subitanea di moltitudini di buche, buchette, crateri, fratture, faglie, cavità, fessure, insomma, come diciamo a Roma …. tane!
Fanno un’immensa tenerezza i tentativi di contrastarle con piccole gettate di asfalto a freddo nelle oscure cavità, o il riempimento effettuato con terra sciolta che viene sparsa come zucchero a velo per chiudere le tracce trasversali sulle sedi stradali, frutto di scoordinati lavori dei sottoservizi. Ma sono blandi tentativi di lotta che non impensieriscono le nostre protagoniste urbane.
Ma chi si occupa di paesaggio sa quanto sono importanti! La madre di tutte le buche, quella che genera la vita è quella scavata nel deserto per piantare la prima palma e dare così il via alla nascita dell’oasi. Una citazione colta di un garden hole la ritroviamo oggi nel bel giardino olandese di Priona di Henk Gerritsen e Anton Schlepers, promotori negli anni 80’-90’, insieme a Piet Oudolf, del movimento New Wave Planting, più noto col nome New Perennial. Più contemporaneo e astratto è il Big Dig, una buca perforante la terra che mette in contatto la Cina con il resto del mondo di Topotek 1 per all’International Horticultural Exposition a Xi’an in Cina dell’anno scorso.
Oggi però qualche cosa sta cambiando. Nella Terra di Albione e precisamente nella capitale, esattamente nell’East London un attacco senza precedenti è stato sferrato contro queste graziose e inseparabili amiche.
Steve Wheen con il Pot Hole Gardener Project ci racconta che l’operazione è “part art, part labor of love, part experiment, part mission to highlight how shit our roads are.”
L’attacco scatenato contro le buchette è tanto onirico quanto efficace: giardini-miniatura vanno a ricoprire le crepe stradali e quelle sui marciapiedi senza pietà. La forza di questa singolare aggressione risiede non nella realizzazione ma nella reazione prodotta, reazione che come vedrete proviene da tutto il mondo animale.
Le persone non inciampano più e trovandosi davanti inaspettati giardini cambiano istintivamente percorso per poi arrestarsi, voltarsi e sorridere. Ecco è quello il momento in cui nel sorriso, in quell’attimo di rilassatezza si compie quasi una magia: si riflette sulla possibilità di bellezza. Se ne accorge anche lo scoiattolo che abbandona il vicino giardino e incuriosito, si avvicina al nuovo habitat. Il cane alza la zampa riconoscendo subito un elemento familiare e solo il piccione non capisce cosa ha davanti e se ne va attonito, ma si sa, il suo cervello è davvero piccolo.
No, non è un’operazione di giardinaggio o di guerriglia verde, è di più. E’ una reazione intelligente che ci porta a riflettere sul come è semplice parlare agli altri e far capire l’importanza dell’attenzione costruendo una sensibilità verso il molteplice. Questo lo ha capito anche il grosso autista che ritornando sui suoi passi, rimette al suo posto la pianta che aveva strappato dalla buca.
Vi lascio quindi alla visione di Holes of Happiness l’opera di Steve Wheen, e ai vostri personali pensieri e considerazioni.

n.b. una precisazione per i distratti. Questi giardini non sono la soluzione alle buche!

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7 pensieri riguardo “L’estetica della buca, di Monica Sgandurra

  1. grazie francesco per il commento! non ho velleità fotografiche e quelle immagini sono solo appunti presi a volte con il telefono….chiedo scusa per la brutta qualità!

    Lucilla! ma sicuramente si, anche se devo dirti la verità, soffro un po’ i luoghi angusti e chiusi ma tu mi prospetti triclini d’oro…….. verrò a prendere il te in giardino, meglio!
    bella la storia della piantina di origano davanti alla pizzeria! ci stava proprio bene!!!!! che sia caduto qualche seme del basilico secco che mettono sulle pizze?

    Ieri mi hanno chiuso una buchetta carina, carina, stretta e lunga che incontravo sul mio tragitto casa-studio. una buchetta fetentissima, di forma rettangolare allungata che se la centravi con la ruota dello scooter finivi per visitare l’ospedale che sta proprio lì davanti……. sing!
    mi mancherà molto, soprattutto quando piove perchè si riempiva d’acqua e quindi non la vedevi più! un vero azzardo!!!!
    va beh, era per sorridere un po’ (non troppo però) e per ragionare su quanto poco ci vuole per produrre un po’ di ordinaria bellezza.

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  2. Ma dai! Scherzavo! L’articolo di Sgandurra è così carino e lenente (si può dire?). Brava Monica. Poi il video è geniale, quasi biblico: mi ricorda Il cantico dei cantici. Quella sì che è green guerrilla! Vicino a casa mia, sulla soglia della pizzeria a taglio, in un buchetto era nata una piantina di origano. Una mattina è passato il netturbino e l’ha strappata subito dicendo:”Erbaccia!”, ma ha lasciato tutte le cicche di sigarette di quelli che aspettano in fila il loro pezzo di pizza. La storia della voragine ripiena di scarpe è fantastica! Come sono finite là? Erano le scarpe non ritirate di un ciabattino preistorico? Roma è piena di buchi e caverne. In via Giovanni da Procida, dove io abito, hanno dovuto deviare l’autobus, perchè il suo peso causava continuamente delle voragini. Buchi neri. Anche nel mio giardino c’è un punto dove non posso piantare arbusti, perchè arrivati a una certa altezza, muoiono di colpo. Allora io fantastico che lì sotto ci sia un’altra casa di camagna di Lucilla, nota matrona romana, e aspetto che si apra il buco, così, là sotto, potrò avere una sontuosa stanza tutta per me, con grottesche e triclini d’oro. Quando si aprirà, Monica verrai a prendere un the alle rose nella mia stanza segreta?

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