Sotto la stella di Cavour, di Monica Sgandurra – Piazza Cavour e l’ennesima “maledetta” inaugurazione

di Monica Sgandurra per Paesaggiocritico

Devo fare una premessa. Potrò non essere obiettiva su questa vicenda perché piazza Cavour per me ha un posto speciale nei miei ricordi. I miei nonni abitavano lì vicino, io andavo al liceo a piazza Adriana per cui questo luogo è legato alla mia infanzia ed adolescenza. All’università poi m’imbattei nell’esame di arte dei giardini il cui tema progettuale era proprio i giardini di piazza Cavour, insomma posso dire che conoscevo tutte le panchine, le palme, i fili d’erba di questo luogo.
Detto ciò bisogna anche dire che questa piazza non è mai stata bella, nel senso che forse era “tanta”, banale, poco raccolta, in mezzo ad un traffico infernale e affiancata da un affollato capolinea di bus, tanto grande per quanto assolutamente necessario e “comodo”!
Ma era piena di palme, che ho imparato ad apprezzare e conoscere nelle loro diversità proprio facendo il rilievo botanico per il mio esame universitario. Devo aggiungere che fu proprio quello il momento in cui capii che piuttosto del cemento armato mi sarei occupata come architetto di altro, dal colore prevalentemente verde.
Per capire un po’ di più circa la piazza bisogna fare una breve storia che ho estrapolato quasi del tutto dalla Storia dei Giardini Pubblici di Roma nell’Ottocento di Massimo De Vico Fallani.
Il primo ad occupare il centro della piazza fu proprio Camillo Benso Conte di Cavour: grazie ad un concorso per il monumento allo statista (un tempo c’era la bizzarra usanza di fare concorsi per le opere d’arte che adornavano le piazze), fu ideato il bronzo del Conte nel 1885 da Stefano Galletti e posto sul basamento nel settembre 1895 ma senza la piazza intorno.
E qui inizia la storia dei tempi lunghi della realizzazione, quasi una maledizione che incombe su questo luogo.
Nei successivi venti anni che ci portano al Novecento, la piazza ha un primo progetto che prevedeva una piantumazione di circa cinquanta tigli, un vero e proprio bosco, poi, successivamente nel 1908, si giunse ad un ulteriore progetto approvato dalla Giunta Comunale e redatto in collaborazione con il Servizio Giardini, nella figura del Direttore Nicodemo Severi. Un enorme rettangolo di un ettaro il cui perimetro era delimitato dalla viabilità, una vegetazione trasparente, per non chiudere la visuale della facciata del Palazzo di Giustizia, mentre sul lato opposto, verso il Teatro Adriano, una vegetazione più densa, con lecci ed elementi di alto fusto che avrebbero fatto da schermo lungo quel versante. I lavori, se iniziati nel luglio 1908 sarebbero finiti nella primavera successiva ma, a causa di una recinzione abbandonata del cantiere del Palazzo di Giustizia, questi furono iniziati solo nell’aprile del 1909, dopo che a marzo finalmente furono tolte le recinzioni fatiscenti del “Palazzaccio”.
Sembra quasi una storia dei nostri giorni!
I lavori iniziarono ma subito ci furono numerose polemiche circa le piantumazioni dei platani previsti, che proiettarono nella mente dei cittadini l’immagine di masse eccessivamente frondose che avrebbero chiuso la visuale del bel Palazzo di Giustizia di Guglielmo Calderini.
Fortunatamente ci fu un colpo di scena; il Comune di Ventimiglia doveva ampliare la propria stazione ferroviaria per cui vendette al Comune di Roma 287 palme adulte.
Una fortuna! Quaranta di questi esemplari sarebbero andati ad abbellire la nostra piazza.
“Il Giornale d’Italia descriveva così al pubblico il giardino di piazza Cavour in costruzione: “Gli abitanti del vasto e popoloso quartiere dei Prati avranno presto il giardino in piazza Cavour. Le piante abbelliranno l’ampio piazzale, le panche ospiteranno le madri, che potranno attendere comodamente al loro ricamo, ed i bimbi correre attorno alle aiuole.
I lavori già sono stati iniziati, ma il caldo intenso ha consigliato gli operai abruzzesi a tornare ai loro paesi per riprendere a ottobre le piantagioni. Spalliere di bossi chiuderanno il giardino ai lati, lasciando uno spazio sufficiente per il passaggio delle carrozze e dei carri. Al di là delle spalliere un’alberata di Olmi, intorno al monumento a Cavour aiuole formate da piccoli prati, ai quattro angoli allori foggiati a palla. E poi nel giardino gruppi di palme di diverse specie: Phoenix canariensis, Phoenix dactilifera, Cocos australis, Apritchardia filifera, Chamaerops.
E poi oleandri, allori a cespuglio, Olea fragrans….”
(tratto da M. de Vico Fallani, Storia dei Giardini Pubblici di Roma nell’Ottocento, Newton Compton Editori, 1992).
Arriviamo così al 27 dicembre del 1910, giorno della tanto agognata inaugurazione. La piazza non era ultimata nelle piantumazioni e qualcuno notò che otto panchine in tutta la piazza erano davvero poche.
Le operazioni di piantagione furono terminate solo nel 1912 e successivamente, nel 1917, in un gioco perverso di metti e togli, furono abbattuti alcuni esemplari arborei per far posto ai nuovi bagni pubblici sul lato della Chiesa Valdese. Nulla di nuovo direte.
La piazza così come bene o male ci è pervenuta aveva una collezione di palme, masse di Olea fragrans, Abelia floribunda, Viburnum tinus, Nerium oleander, cespugli di rose rosse, queste forse un po’ banali, ma che mettevano una certa vivacità sotto i piedi di Cavour, e poi ancora Punica granatum, le aiole bordate di bosso, scomparso da immemorabili decenni, un meraviglioso Cercis siliquastrum su un angolo che nel tempo è deceduto, ma che non è mai stato sostituito; insomma la piazza pur avendo una dimensione insostenibile, viali sproporzionati, eccessive aperture e proprio grazie a questo mix di masse dense di Chamaerops humilis e arbusti fioriti aveva un aspetto più intimo e zone d’ombra per la lunga stagione calda.
Dimenticavo. I viali laterali erano ricoperti da un ghiaietto, di sicuro poco comodo per le carrozzine trascinate da stanche baby sitter ma per me quel suono sotto i piedi mi ricordava che stavo dentro un giardino. Comunque anche il ghiaietto se non viene periodicamente reintrodotto scompare e si cammina su un battuto “naturale” di terra che diventava una fanghiglia quando piove.
Quando, diversi anni fa, insieme al piccolo ma elegante box biglietteria dell’atac fu abbattuto il vecchio Cercis all’angolo tra la piazza e via Vittoria Colonna, pensai “ma lo rimetteranno ……” Era così bello vedere in quell’angolo il siliquastro che nel momento della fioritura punteggiava di rosa carico quell’angolo. Dicevo sempre tra me e me che un paesaggista non avrebbe potuto fare di meglio……. Ma non fu rimpiazzato negli anni a seguire per cui, quando fu aperto l’ultimo cantiere anni fa, ero fiduciosa che qualcuno se ne fosse ricordato e sarebbe miracolosamente apparso per la mia egoistica gioia.
Veniamo ad oggi.
Anzi partiamo dal luglio 2004 quando fu approvato dalla Giunta Capitolina il progetto per la realizzazione di un parcheggio interrato su due piani per 318 posti auto, 133 dei quali box e 171 stalli a rotazione, la riduzione, se non la totale eliminazione del capolinea dei bus sulla piazza e il passaggio sotterraneo con fermata di qualche linea, poi non realizzato, la riqualificazione della piazza con un progetto filologico che doveva riportare il giardino alla forma originaria, quella pensata da Nicodemo Severi che prevedeva la pedonalizzazione del lato lungo il Palazzo di Giustizia.
Costo 15 milioni di euro. Dopo i sondaggi archeologici che dovevano partire a fine settembre 2004, i lavori veri e propri sarebbero stati avviati tra novembre e febbraio 2005 e finiti entro il 2006.
E qui ci fermiamo tutti.
Un ritrovamento lì, un intoppo burocratico là, verifiche statiche e tanto altro, passano gli anni e ci ritroviamo come per magia, portati dalla macchina del tempo, nel febbraio 2010. I numeri sono un po’ cambiati: i piani sotterranei sono diventati tre, i posti auto 707 di cui 333 box e 303+71 stalli a rotazione aperta, il costo complessivo è salito a quasi 27 milioni di euro (interamente finanziato dalle società concessionarie) di cui 1,3 milioni per i lavori della piazza, circa 93 euro a metro quadro per intenderci, un budget molto esiguo, da fare i salti mortali per cui è quasi un miracolo mettere una pavimentazione, delle ordinarie panchine, distese di prato pronto e le famose palme.
E’ chiaro che non si può fare di più.
All’estero per riqualificare una piazza così importante per la città si sarebbe programmata altra spesa e forse si sarebbe chiamato anche un progettista, magari tramite concorso. Ma da noi le cose vanno diversamente e sembra un miracolo se le imprese si preoccupano di chiamare un consulente che il più delle volte ha le mani legate e poco si può esprimere.
Gli autobus non fermeranno più nel sotterraneo e in compenso saranno eliminati molti capolinea in superficie. Consegna dei lavori 31 dicembre 2011 e viene istallato un display per indicare il conto alla rovescia per il fine lavori.
Vogliamo consigliare il nostro primo cittadino di evitare date di fine lavori coincidenti con il capodanno? Stiamo ancora aspettando di festeggiare la fine dell’anno a piazza San Silvestro e forse non riusciremo a vedere quello splendore di sistemazione neanche per Pasqua!
Stessa sorte per questa realizzazione che aveva forse una ben più nobile necessità: chiudere il cantiere entro il 2011 per far festeggiare anche al povero Cavour i 150 anni dell’Unità d’Italia. Niente da fare. L’inaugurazione della nuova piazza (non finita) è avvenuta il 26 gennaio scorso in concomitanza con l’apertura dell’anno giudiziario, mentre per il parcheggio, beh, si vedrà.
Che dire della realizzazione, malgrado l’affanno, il punteruolo rosso, le piantumazioni di tutte palme che si devono effettuare solo in un periodo preciso dell’anno, i km quadrati di prato pronto, la mancanza di arbusti, le panchine messe a profusione ma non fissate al pavimento, i triangolini di tulipani che ornavano i quattro angoli del basamento del monumento il giorno dell’inaugurazione e che poi sono stato tolti perché erano già provati di loro appena messi, la gente vedendo tutta questa pulizia era felicemente tranquillizzata. Ordine e pulizia, cosa vogliamo di più?
Che dire? Spero che, non essendo ancora finiti i lavori, siano piantati gli arbusti, le palme che mancano nelle varietà che erano presenti (era davvero un piccolo giardino botanico per quanto riguardava la presenza di molte specie e varietà di palme), che si facciano i tornelli attorno alle palme per evitare il ristagno d’acqua (vedi foto 1930), quel bel Cercis di dimenticata memoria.
Il Conte di Cavour è tornato a respirare in mezzo alla sua stella di travertino con la vista libera sul Palazzaccio e ai suoi piedi la pavimentazione in basalto di Bagno Regio e spianate di cubetti di porfido rosso che ricoprono la maggior parte delle superfici.
Affronterò il tema delle pavimentazioni di Roma in un altro momento ma qui voglio fare un’anticipazione: basta con il porfido del Trentino! Lo troviamo ovunque, dal paesino innevato sulle Dolomiti al lungomare della Costiera Amalfitana.
E ora anche a piazza Cavour.
E’ vero, i romani utilizzavano il porfido rosso (diverso da quello di oggi), e anche gli etruschi, ma veniva dall’Egitto ed era impiegato come pietra pregiata solo per le opere destinate all’imperatore, quindi destinato a pochi o, in epoca bizantina, veniva impiegato nelle pavimentazioni delle chiese (il colore rosso era collegato al culto cristiano).
Perché tutto questo porfido usato ovunque? Ha un senso utilizzare questo materiale dalle Alpi a Lampedusa, snaturando le caratteristiche dei luoghi? Per inciso, nella Val di Cembra, le cave a cielo aperto, che continuano a cavare il porfido, hanno ormai compromesso il paesaggio.
Ma la vera considerazione circa questa realizzazione sta nel progetto. La piazza non brillava certo per originalità, era un grosso rettangolo con assi che si incrociavano e aiole ricavate dal negativo dei percorsi rettilinei ed ellittici. Una sorta di maxi square. Tranne che per la collezione di palme non aveva una grande attrattiva. E allora perché non affrontare un progetto innovativo per la città, filologico nelle forme e utilizzando le linee del progetto contemporaneo?
Rispettare il passato e introdurre il contemporaneo? Qui si poteva fare, non è che si toccava un capolavoro! So che esisteva un progetto diverso per le sistemazioni del verde. Perché non è stato fatto? Pigrizia? Costi? Tempi? Non piaceva?
Immagino a Parigi cosa sarebbe successo a queste aiole romane che oggi sono ricoperte di un triste prato pronto ritagliato sui tronchi delle palme come un foglio di carta; un lussurioso e lussureggiante giardino ondeggiante dove si stagliano dritti i tronchi delle palme, una morbidezza di colori, forme, profumi, un layer vegetale contemporaneo che ti fa precipitare in un’oasi incantata magari anche con strutture d’acqua tanto per ricordarci che la città ha una storia d’acqua. Una nuova vita per questa piazza!
Ma siamo a Roma, dove si distruggono o si ricolorano le realizzazioni contemporanee, dove la gente comune è felice se si accontenta che tutto sia pulito e ringrazia sentitamente dopo anni di disagi, di bandoni di cantiere, traffico impazzito, di marciapiedi rotti, di buche grandi come crateri, presi quasi per sfinimento dalla totale incuria fisica e culturale. E allora perché non essere contenti di tutta questa piatta pulizia?
Quasi 150 anni sono passati da quando si decise di erigere un monumento al Conte di Cavour ma nulla è cambiato sotto la sua stella.
Sono sempre più convinta che abbiamo bisogno di un vero Illuminismo in questo paese, non il Rinascimento ma Illuminismo!

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10 pensieri riguardo “Sotto la stella di Cavour, di Monica Sgandurra – Piazza Cavour e l’ennesima “maledetta” inaugurazione

  1. Sono mesi che rimugino sulla vicenda, cercando di capire da sola senza scomodare altri, ma proprio non capisco…
    Se a Piazza Cavour non è stato realizzando un progetto di più ampio respiro in termini di “verde”, che c’era, come si dice nell’articolo, (non dico un intervento di riqualificazione urbanistica in piena regola, che per queste cose sappiamo come funziona) la responsabilità è del Servizio Giardini, sono loro che si sono impuntati sulle palme, SOLO palme, e come stavano (quindi spese enormi per gli spostamenti)…qualcuno mi sa spiegare il perché? Quali interessi possono esserci? Se non economici (i soldi non sono andati al servizio giardini), quale può essere il motivo di tanto accanimento contro qualsivoglia iniziativa? Me lo domando tutti i giorni, costretta mio malgrado ad averci a che fare, mi chiedo perché un’istituzione che dovrebbe proteggere e valorizzare i giardini di Roma, faccia invece gli interessi opposti, e senza apparente motivo…Sicuramente, data la mia poca esperienza, mi sfugge qualcosa e sarei grata a chi vorrà e potrà illuminarmi su questo punto. Grazie

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  2. Io se permettete vorrei allargare un po’ il tiro, oltre le piante e il porfido del Trentino.
    Qualcuno si è posto il problema delle ciclabili di via Cicerone? Dovendo rifare una piazza e chiudendola su un lato si sarebbe dovuta sfruttare l’occasione per impostare il prolungamento futuro della pista.
    All’estero stanno cambiando il sistema di mobilità cominciando a realizzare strade con precedenza ciclistica, semafori con precedenza ciclistica e via così.
    Non chiedo tanto qui, ma dato che c’è già una ciclabile, valeva la pena porsi il problema.

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    1. Gentile Giulio Paolo,
      Se da tutta questa vicenda ė arrivato solo un problema di piante e porfido allora credo che non sono riuscita a trasmettere il vero problema.
      Non ho parlato volutamente del mancato tratto della pista ciclabile né del Pup, né della questione dei capolinea e neanche della viabilità.
      Il problema delle piste ciclabili a Roma non puó procedere a piccoli passi accontentandosi di aggiungere due o trecento metri di tratti qui o lí o facendo la giornata del critical mass. Ci si ritrova sempre a dover fare dei singhiozzi per raggiungere, là dove ci sono, le sedi dedicate.
      É un discorso che deve essere affrontato in modo coordinato su un progetto globale che si puó costruire nel tempo e quando ci sono le possibilità. Ma il tema non é affrontato perché a Roma il popolo dei ciclisti é esiguo e la loro voce non é molto sentita. Si propongono tratti di ciclabili nei parchi che poi finiscono nel nulla, tanto per mettere una funzione in piú oltre allo spazio giochi…… A mio avviso ci vuole un discorso serio con una visione globale, dal centro alle periferie, sapendo che Roma é difficile per l’orografia. Pezzetti di piste ciclabili sono trattate come le panchine, miracolosamente appaiono per far vedere che si fa qualche cosa…….
      Invece sull’articolo e sulla vicenda il mio pensiero era quello di trasmettere la totale insensibilità verso il progetto dello spazio urbano. Abbiamo una oggettiva difficoltà verso il progetto inteso come processo decisionale e creativo. Ci si muove sempre e ovunque con lo stesso lessico e questo é aberrante. Un piattume di pensiero e di luoghi.
      Piazza Cavour non é una piazza, é una piazza giardino e su questo si doveva lavorare. Ci vogliono capacità culturali che mancano, capacità di gestire il processo che non finisce con la realizzazione, capacità di fare programmi condivisi.
      Finché si lavora cosí collezioniamo ordine e pulizia (che dura poco) e non spazi per la città che costruiscono identità, appartenenza, armonia, felicità, ( e non uso volutamente termini architettesi che mi possono appartenere come sostenibilità, ecc, ecc. ……)
      Mi spiace molto di dover puntualizzare ciò.
      No, non é una questione di piante e porfido o di altro. Mi spiace che é passato solo questo. Se si lavora solo mettendo a fuoco gli elementi e non i processi si possono fare solo discorsi parziali che portano a fraintendimenti o a ragionamenti senza respiro. Il ragionamento su piazza Cavour voleva essere ben altro, é ben altro.
      Un grazie a te per l’intervento e il dialogo
      ms

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      1. Condivido in totto quello che dice Monica….v’è un piattume generale,una sciatteria ormai comune in molti progetti di spazi,giardini,piazze di Roma che possiamo dire ormai endemica e figlia di quella mentalità provinciale e burocratica che accomuna tutta la politica locale e non solo! Basta pensare alla vicenda degli ultimi grandi progetti di Roma e farsi prendere dallo sconforto….al di là della validità del progetto e della firma (vedi Auditorium,Nuova StazioneTermini,Ara Pacis,Nuova Stazione Tiburtina,Ponte della Musica,Nuvola di Fuskas….) di questi interventi,attorno è il deserto! L’urbanistica a Roma è morta….troppo scomoda per le strategie di questa nuova categoria di politicanti da 4 soldi sempre pronti a tagliare nastri e sagre!La vicenda poi di piazza S.Silvestro è emblematica….il progetto (terribile) iniziale esce dalle stanze dell’Ufficio Città Storica di Roma e dopo una sollevazione generale che contestava tra l’altro il fatto della totale mancanza di verde ecco che si mette tutto nelle mani del solito archistar (Portoghesi) che decide di far la sua bella piazza in stile NeoRinascimentale….senza appunto lo straccio di un albero??? Questa è Roma….volando più in basso e tornando al verde veniamo al quartiere dove vivo (Esquilino) dove appunto si sta per inaugurare un nuovo piccolo angolo verde,il Parco di via Statilia,fortemente voluto dai residenti per recuperare al degrado uno spicchio di area archeologica abbandonata! Anche qui il famigerato Ufficio Città Storica ha partorito un obbrobrio….e a progetto approvato siamo riusciti al limite soltanto a contenere al limite le oscene sedute in muratura e prevedere una cancellata.Per il resto appunto ci si deve accontentare…..aspettando tempi migliori!

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  3. Con 93 euro a mq credo che abbiano fatto i salti mortali per mettere le palme, il prato, cordoli stondati in travertino, le pavimentazioni a disegno, le grate di areazione, terra e modellamento, illuminazione, impianti vari, arredi………
    No franco, per una piazza a Parigi si spende anche 4 volte tanto e i risultati sono decisamente diversi. Finché si tratta lo spazio urbano come una scocciatura, allora 93 euro sono tantissimi……

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    1. Facevo riferimento agli standard del servizio giardini (fine anni novanta). Per loro un giardino di città costava mediamente 25.000 lire/mq! Comunque resto dell’idea che per progettare un giardino di un ettaro, 1.000.000 di euro, in generale non siano proprio pochi (a meno che si prevedano alberature a pronto effetto; sappiamo che nella progettazione dei giardini i costi possono schizzare in alto facilmente). Sono convinto che la qualità si deve pagare, ma quando vedo che magari si spendono 300.000 euro per i prati e per l’impianto di irrigazione, credo che si potrebbe fare qualcosa per distribuire meglio i capitoli di spesa. Quello che invece manca completamente è il budget necessario alla manutenzione: realizzare giardini ben sapendo che non ci sono fondi per farli crescere e mantenerli in vita è semplicemente folle. Considera l’assurdità che, con la legge che obbliga il progettista alla redazione del piano di manutenzione, in realtà l’amministrazione si DEVE impegnare a metterlo in pratica. Cosa che, come ci mostra la realtà che è sotto gli occhi di tutti, non accade quasi mai.

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  4. Capisco Monica e la sua critica alla scelta del porfido. Volendo si può fare un uso intelligente di questo materiale, mi riferisco all’Eur, dove é stato usato in grande quantità, ma giocando sapientemente con disegni e formati originali. Qui ricorda la rampa del garage della villetta all’infernetto, o in qualsiasi altra periferia, romana o del resto d’Italia. Senz’altro si poteva e si doveva trovare una soluzione diversa. Riguardo al prato poi, stendiamo un velo pietoso. L’ostinazione a proporre il miscuglio tipo “campo sportivo” o similare é tutta romana. Dopo pochi mesi la gramigna prende il sopravvento e la cromia vira fatalmente sul giallo verdognolo. Così vanno a farsi benedire sia il costo del prato, sia quello dell’impianto di irrigazione (circa il 20/30% del costo dell’appalto). Soldi buttati al vento. Solo una domanda a Monica: siamo sicuri che con 90 euro/mq non si può realizzare un progetto decente? (tetto giardino a parte, naturalmente)

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  5. gentile Massimo,
    grazie per il commento che mi permette di esplicitare meglio il mio punto di vista circa queste pavimentazioni.
    Non ho nulla contro il colore, anzi!
    Su questa piazza, che ha una superficie artificiale, visto che è una copertura, avrei voluto vedere altro, ossia delle pavimentazioni evocative sul tema del giardino.
    Il porfido a tozzetti, montato a coda di pavone a Roma lo troviamo un po’ ovunque, nelle periferie, nei condomini, nelle sistemazioni private.
    Perchè? Il materiale in se’ costa poco, se la batte con la pietra di Trani ed è un surrogato del sanpietrino romano. Oltretutto queste pavimentazioni sono maculate e non danno tutta questa vivacità di colorazione. Le superfici, soprattutto se estese, risultano di un colore grigiognolo, indecifrabile proprio perchè maculato. (la foto che ho fatto risulta vivace perchè il pavimento era bagnato, una condizioni episodica….)
    Oltretutto, sempre a mio avviso (e qui riguarda solo una mia personale sensibilità), l’idea di vedere questo materiale sui piazzali delle stazioni sciistiche e nel contempo in piazze storiche del centro-sud, beh, non mi piace per nulla.
    Colore? Esistono tante belle pietre colorate vicino a casa nostra da poter usare ….
    Perchè non si usano? Pigrizia? Poca conoscenza? No, costano di più, semplice.
    Ma di questo ne parlerò, in maniera più esauriente, quando uscirà il pezzo sulle pavimentazioni.
    Ora solo un piccolo commento e un grazie per la tua lettura.
    ms

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    1. Hai ragione….costano di più! Ma a parità di prezzo (ci dobbiamo accontentare) preferisco per le aree pedonali il porfido al semplice sampietrino di basalto…che va invece benissimo per le strade! Le pietre colorate infatti oltre a dare una colorazione diversa rispetto al grigio danno una maggiore luminosità a seconda delle stagioni….Per non parlare degli asfalti! In mezzo mondo si vedono carreggiate con asfalti molto meno tristi e monotoni rispetto allo squallore romano…anche qui,costa troppo? Mi sa….

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  6. Intanto è doveroso fare una premessa….Roma (credo sia l’unica capitale europea) non ha ancora un regolamento del verde urbano!! Non so se mi spiego? Negli ultimi anni con questa storia dei parcheggi (pup) e con gli inevitabili appetiti che hanno alimentato si sono distrutte alberature di piazze,viali….come se nulla fosse! La vicenda di piazza Cavour è emblematica….ricordo anche io la grande varietà di palme svettanti nel grande spiazzo con il volo di gabbiani. Inutile comunque farsi illusioni di rivedere le Phoenix canariensis visto che questa amministrazione ha praticamente alzato bandiera bianca nella lotta al punteruolo….speriamo solo che il famoso rincoforo una volta pappate tutte le canariensis non si concentri sulle altre varietà di palme!! A quel punto credo che il paesaggio urbano di Roma muterà in meniera irreversibile. A parte queste note dolenti c’è un aspetto (dalle foto si evince) che conferma un trend ormai consolidato nelle ultime sistemazioni delle aree verdi di Roma (vedi piazza Venezia,Bocca della Verità,via dei Fori Imperiali…) e cioè il fatto di voler a tutti i costi stendere un bel prato all’inglese! Sembra una voglia irresistibile e che nasconde un provincialismo di fondo difficile da estirpare….il prato all’inglese è notoriamente bisognoso di continue cure,ha bisogno di continue innaffiature,rasature e pulizia,tant’è che a Roma dove è stato messo negli anni passati è durato al massimo 1 anno….per trasformarsi lentamente in qualcosa molto simile ai campi di patate. Il nostro bellissimo prato rustico autoctono (gramigna,malva,trifoglio….) che non chiede grande manutenzione,tagli e sopratutto poca acqua invece non è neanche preso in considerazione manco fosse un appestato. Se ci fosse un regolamento del verde….forse queste cose non succederebbero! Sul porfido mi permetto di dissentire con l’articolo….per un motivo puramente paesaggistico e cromatico (sono anche artista). Negli ultimi decenni a Roma,tra marciapiedi in basaltine,asfalto e sampietrini il grigio ha ormai preso piede ovunque…..stendendo un certo senso di tristezza e monotonia cromatica lungo i vari percorsi anche in pieno centro storico,per cui il fatto di ricorrere al porfido ogni tanto credo sia un modo di spezzare questa monotonia. Sull’arredo poi…credo (vista la quantità di fioriere “Padova” in calcestruzzo in giro nel centro storico) sia meglio stendere un pietoso velo sull’operato di chi ha amministrato Roma negli ultimi 15 anni!

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