Paesaggi filtrati – empatia profonda col fragile mediterraneo – filtro 4: paesaggio sospeso di Vito Bellino

Bisogna essere persone disponibili e coscienti per trovare interessante un paesaggio morente, e Vito Bellino, il nostro occhio sul mondo per il quarto appuntamento di Paesaggi Filtrati, è sicuramente un uomo cosciente di ciò che lo circonda. Vito è un fotografo con una capacità concreta di comprensione delle tragedie di una terra, quella dell’Italia del sud, ferita da eventi che la travolgono suo malgrado e la obbligano a cambiamenti dolorosi.
Personalmente mi sono emozionato molto nel guardare le immagini su Borgo Taccone ed ho scacciato con fatica le lacrime nel leggere le parole misurate ed al contempo addolorate della presentazione del paese da parte di Vito. Le fotografie di questo lavoro fotografico rivelano una maestria che ha saputo caricare dolcemente un dramma senza cadere nella retorica. Soggetti reali ed eterei si susseguono in una esplorazione minuta di un territorio che dovrebbe innescare una riflessione accurata su di una nazione incapace di riconoscere la propria cultura, il proprio passato, ed il paesaggio modellato sapientemente dai suoi antenati.
Grazie mille Vito Bellino, ci hai regalato per sempre un documento prezioso e delle indescrivibili emozioni.

Francesco Tonini


Le fotografie sono consultabili in questo file da sfogliare oppure nella galleria in fondo all’articolo.

Paesaggio sospeso.
di Vito Bellino

Borgo Taccone, architettura rurale della riforma fondiaria.

Al viaggiatore che attraversi il territorio tra Puglia e Basilicata, si rivela un paesaggio caratterizzato da dimore contadine e borghi costruiti durante la riforma fondiaria degli anni ’50, occupati stabilmente fino ai ’70 e in seguito quasi totalmente abbandonati.

Le strutture sono parte di un ambiente rarefatto. Disseminate, sono quasi avamposti che punteggiano le colline e amplificano la sensazione di vastità e isolamento.
Tutto si estende a perdita d’occhio: la luce accecante, il cielo carico o le nuvole incombenti portano a socchiudere gli occhi e guardarsi intorno, in silenzio, errando tra rilievi ondulati e deserti.

Borgo Taccone, all’epoca centro di produzione e dimora, è un luogo sperduto. Dalla strada appare come un piccolo svincolo tra la SS96 e la stazione delle Ferrovie Appulo Lucane, ma è addentrandosi tra le sue stradine che si scopre un centro abitato autonomo, organizzato.
C’è (c’era) tutto, si direbbe…
La stazione, rossa, con il serbatoio e la pompa per il rifornimento d’acqua delle vecchie locomotive a vapore.
La chiesa, fulcro attorno al quale il borgo è sviluppato.
Il parco giochi con il campetto di calcio.
Il Bar, unico punto di ristoro nel raggio di chilometri di nulla.
E il silos per lo stoccaggio del grano, la caserma dei carabinieri, Il cinematografo, la scuola, l’ambulatorio.
Infine le case dei contadini tutte uguali, allineate, ordinate e rispettose della stessa progettualità funzionale.

Ora è tutto in abbandono.
La chiesa, con il suo cemento armato pericolante; la scuola con le imposte sconnesse; la stazione cadente con gli accessi sbarrati; l’ambulatorio con la porta murata; il granaio isolato e le casette abitate solo da rovi invadenti.
Continuano la loro attività cinque famiglie e il bar, con i suoi arredi anni ’70 e la disponibilità a preparare pranzi ad occasionali visitatori o ad abituali clienti che trovano un po’ di conforto, dopo una mattinata passata nei campi o in viaggio.
Ad uno sguardo più sensibile emerge, però, un abbandono senza degrado, con una propria dignità, frutto del cambiamento delle attività umane, quasi un “paesaggio della memoria”: una dimensione metafisica.

Rompe l’aria ferma solo qualche auto di passaggio diretta alle campagne lasciandosi alle spalle nuvole di polvere.
Immutabili, intorno, le ondulazioni sconfinate, la luce e il cielo.

Vito Bellino
La fotografia è il mio strumento per indagare il paesaggio, il lavoro e le continue trasformazioni.
Mi permette di osservare l’architettura intesa come intervento dell’uomo sullo spazio, comprendere meglio noi stessi e la società.
E’ il mio viaggio nel tempo.
Fotografare significa anche registrare il presente immaginando un passato sempre in pericolo di scomparire troppo rapidamente.
Fotografo principalmente in Puglia e Basilicata Terre dove, tra visioni sconfinate, il “perdersi a guardare” regala continue emozioni.

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5 pensieri riguardo “Paesaggi filtrati – empatia profonda col fragile mediterraneo – filtro 4: paesaggio sospeso di Vito Bellino

  1. Ho scritto una tesi di dottorato sul Borgo Taccone nel 2005 di cui ho raccolto molta documentazione. Il dottorato l’ho svolto al Politecnico di Bari in consorzio con l’università della Basilicata. Lascio la mia mail per essere eventualmente contattato qualora possa interessare l’argomento. nicoladesimini@gmail.com

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  2. C’è un pezzo nel libro di Vitaliano Trevisan “Tristissimi giardini” in cui parla delle fabbriche abbandonate e dice che in quei luoghi è come se il temo si fosse imrovvisamente fermato, ma solamente non scorre, abita il luogo… ecco quello che si percepisce in queste fotografie. Grazie Vito

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  3. Manca la musica di Ennio Morricone. Scherzi a parte, sono commossa, andrei subito a occupare una di quelle casine. Sono vere, sono utili, ma non violentano… non provo senso di desolazione

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  4. Davvero emozionanti.
    Ho riassaporato le sensazioni che molto spesso hanno pervaso il mio animo nel momento in cui ho avuto l’occasione di visitare quegli “straordinari” esempi di paesaggio che sono stati (ormai molti di loro sono andati distrutti per sempre) le aree industriali dismesse, qui a Torino: le dimensioni fuori scala dei luoghi, le ferite prodotte dalle estirpazioni dei macchinari, le strutture dei capannoni, alcuni memorabili e sapienti ragnatele di carpenteria metallica, ormai private della loro funzione…luoghi vissuti da centinaia di migliaia di persone per più di un secolo.
    Un particolare parallelo fra due “epoche gloriose”, sicuramente consecutive, molto spesso conflittuali, quasi sempre sostitutive, di caratterizzazione del paesaggio italiano.

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