Assemblea “150K ARCHITETTI” – Paesaggiocritico ha parlato per i paesaggisti italiani – 08/02/2012

Ieri 8 febbraio 2012, presso la Città dell’Altra Economia a Testaccio, si è svolto l’evento 150K Architetti, a parere nostro di grande importanza ed il primo del suo genere, organizzato dal sito amate l’architettura ed in cui sono stati criticati, credo per la prima volta ufficialmente, sia l’operato che le competenze degli ordini degli architetti, da parte di un numeroso gruppo di architetti, conservatori, pianificatori e paesaggisti, stanchi di sovvenzionare un istituto vuoto oramai di qualsiasi utilità.
Eravamo presenti anche noi di Paesaggiocritico, gli unici in rappresentanza della figura professionale più maltrattata e meno considerata all’interno degli ordini degli architetti, quella del paesaggista ovviamente. Spesso in contatto con Giulio Paolo Calcaprina, il principale sostenitore dell’iniziativa 150K, abbiamo prenotato il nostro intervento alcuni giorni prima con l’invio di un documento, scritto assieme al nostro collega Fabio Masotta, nel quale abbiamo cercato di condensare tutte le problematiche della professione del paesaggista in Italia, nei 5 minuti netti messi a disposizione di ogni oratore intervenuto.
Trovate il documento in fondo all’articolo, anche se poi abbiamo convenuto con Masotta di non leggere il documento, sarebbe sembrato un mero atto meccanico, ma di cercare di coinvolgere la platea dei presenti, composta in prevalenza di architetti ma anche di figure influenti del mondo dell’architettura, come il presidente dell’Ordine degli Architetti di Firenze ed il vice-presidente di Federarchitetti, verso preoccupazioni meno presenti nel loro lavoro quotidiano.
Quello che è uscito fuori da 150K è un quadro drammatico della situazione. Il caos si sta impadronendo della professione, a causa della mancanza di vigilanza da parte degli ordini, che a quanto sembra siano stati delegittimati di qualsiasi potere di controllo, e quindi tra gare al ribasso del 70/80%, professionisti che lanciano campagne pubblicitarie in cui regalano progetti completi a 30 euro, ibridazione delle figure professionali dell’architetto, ingegnere e geometra ed il fatto che gli ordini, come si affannano a dichiarare, non sono ne organi di rappresentanza, ne possono eleggersi a sindacati degli architetti, sembra proprio che non vi sia più bisogno di organi di eredità fascista, come li ha definiti più di un relatore intervenuto all’evento 150K, come gli ordini.
Tra le proposte di scioglimento e di cambiamento degli ordini degli architetti, è emersa quella del ridimensionamento degli stessi a “ordini light”, più piccoli e snelli, che facciano quello per cui sono nati, quindi garantire il cittadino attraverso la vigilanza dell’operato degli architetti, e che percepiscano quote annuali molto più basse da parte dei professionisti, dell’ordine di qualche decina di euro.
Qui sotto trovate il documento che abbiamo portato a 150K. Potete vedere tutte le tre ore dell’assemblea a questo link, ma se volete ascoltare solo i 5 minuti del mio intervento andate subito al punto della barra del tempo contrassegnato da 2:16:30.

Francesco Tonini

L’architetto paesaggista è una figura relativamente recente in Italia ma assai consolidata nel resto dell’Europa e del mondo. Si tratta di un professionista che conduce ricerche e fornisce consulenze per la pianificazione, la progettazione, l’amministrazione, la conservazione e lo sviluppo sostenibile degli spazi aperti e dell’ambiente, sia all’interno sia all’esterno di ambiti edificati. Un mestiere trasversale in quanto coinvolge molte discipline professionali dall’architettura all’agronomia, dalla geologia alla biologia, all’ecologia. I nostri materiali da costruzione sono i volumi viventi e variabili della vegetazione; il loro trasformarsi per colori, forme, e densità durante il corso dell’anno; la forte relazione con gli agenti meteorologici che rendono uno spazio eternamente diverso nel tempo che deve essere comunque in grado di accogliere le diverse esigenze antropiche durante il corso dell’anno; la progettazione vincolata da aspetti invisibili ma sostanziali come quelli pedologici, idrografici e fitoclimatici… Insomma questo e molto altro è l’oggetto del contendere nella progettazione del Paesaggio.
Sicuramente il processo progettuale accomuna il Paesaggista all’Architetto, discipline distinte ed interconnesse, ma destinate a tutelarsi vicendevolmente per intraprendere l’unica via di valorizzazione delle rispettiveprofessionalità.
La specializzazione profonda che ci distingue richiede che la formazione dell’architetto paesaggista abbia un percorso di studi distinto da quello destinato agli studenti di architettura, al fine di permettere una migliore preparazione nei confronti di aspetti estranei alla professione dell’architetto. Attualmente i corsi per divenire “paesaggista” acquisiscono significato diverso ma stesso valore legale, a seconda che il corso di studio dedicato sia ospitato dalle Facoltà di Agraria, di Architettura, di Scienze Forestali ecc.. tanto che i professionisti che ne escono si fregiano poi della desinenza “paesaggista” alle spalle del titolo di studio: Agronomo Paesaggista, Architetto Paesaggista ecc.
La capacità professionale dei laureati in Architettura del Paesaggio è attualmente vanificata dalla possibilità per qualsiasi architetto iscritto all’Ordine di dichiararsi Paesaggista. Non voglio assolutamente dire che un Architetto non possa essere un ottimo paesaggista e di fatto molti bravi paesaggisti che conosco sono laureati in architettura. Questi professionisti sono però persone da sempre interessate al paesaggio. Appena conseguita la laurea in architettura tali figure hanno infatti dedicato tempo ed energie all’affinamento delle conoscenze specifiche relative alla professione del paesaggista. Negli ultimi decenni si è vista però una tendenza invadente ed espansiva della figura dell’architetto. A causa del grande numero di nuovi professionisti avviati alla professione da parte delle università e per conseguenza della crisi economica e lavorativa, molti architetti hanno iniziato ad improvvisarsi paesaggisti al solo fine speculativo, senza avere nessun interesse culturale e professionale nei confronti di parchi, giardini e spazi pubblici.
Questa breve premessa serve a chiarire il risentimento dei laureati in Architettura del Paesaggio nei confronti dell’Ordine degli Architetti, che pretende l’iscrizione dei nuovi laureati ai suoi elenchi, per poi destituirli di qualsiasi competenza esclusiva. Nella realtà l’architetto può sostituire legalmente e professionalmente il paesaggista per qualsiasi incarico legato alla pianificazione del paesaggio ed alla progettazione degli spazi esterni. Considerando il numero degli architetti in attività presso l’ordine degli Architetti di Roma, circa 17000, è evidente che poche decine di “paesaggisti” non avranno mai la possibilità di influire sulla decadente situazione paesaggistica della capitale, dovuta proprio all’approssimazione di figure non preparate ad un “mestiere” che non posseggono.
Se l’Ordine degli Architetti insiste a voler regolamentare le competenze dell’Architetto Paesaggista, la soluzione potrebbe essere individuata dalle università, in corsi universitari quinquennali specifici in Architettura del Paesaggio, seguiti poi dalla regolamentazione di competenze esclusive riservate a questa classe di architetti. In mercati esteri meno categorizzati del nostro, la figura dell’Architetto Paesaggista riesce a dare il suo contributo all’evoluzione del paesaggio attraverso la definizione del processo progettuale, programmato anche per i concorsi pubblici, che prevede la presenza dell’Architetto Paesaggista sin dalle prime fasi di redazione preliminare dello stesso. Non è questo il caso italiano, dove prassi e regole permettono all’Architetto di occuparsi di qualsiasi tipologia di progetto relativo alla città ed al paesaggio. La strada migliore per il miglioramento del nostro paesaggio e delle nostre città passa per un approccio multidisciplinare e non per l’accentramento enorme di competenze nelle mani di una sola figura professionale. L’architetto lotta per non farsi “sottrarre” ingiustamente ambiti professionali propri da figure estranee e deformanti della loro figura. Anche il paesaggista, nel sostenere la qualificazione identitaria dell’architetto, vuole ottenere un riconoscimento professionale necessario alla sopravvivenza della propria figura, che porti ad una collaborazione produttiva e benefica del lavoro destinato alla tutela e valorizzazione del paesaggio.
Cammino comune e rispetto sono alla base del successo di qualsiasi società.

Francesco Tonini e Fabio Masotta per “rete 150k” 8 febbraio 2012

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16 pensieri riguardo “Assemblea “150K ARCHITETTI” – Paesaggiocritico ha parlato per i paesaggisti italiani – 08/02/2012

  1. Solo una piccola precisazione. Non sono il principale artefice dell’organizzazione della rete 150K. In realtà tutta l’operazione è stata gestita da un gruppo di lavoro di 10 persone + altre 4/5 complementari, tutte in pari grado.
    Grazie per la partecipazione e l’attenzione, in tutti i casi. Vi terremo aggiornati sull’evoluzione della Rete 150K. Saluti.

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  2. Mi ha fatto piacere condividere queste mie impressioni con voi , grazie, mi resta comunque l’amara consapevolezza che Architettura,spezzettata in mille rivoli, oramai sia una facoltà per certi versi anacronistica, scollegata dal reale, un divertissement culturale per una nicchia d’elite, chi lavorerà in futuro con completezza saranno degli ibridi ingegneri-architetti, agronomi-architetti ancora tutti da inventare.

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    1. Non conosco la realtà universitaria italiana nella sua globalità, ma non credo che sia molto diversa da quanto succede a Roma. Per cui vorrei tranquillizzare Giovanna Zerbi: i corsi di lauree specialistiche stanno diminuendo a vantaggio della laurea quinquennale. Se continua così finiranno per sparire, e con loro la pervicace volontà di danneggiare apertamente gli studenti che hanno frequentato corsi di laurea pressoché privi di sbocchi lavorativi.

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  3. La progettazione e direzione dei lavori che riguardano gli edifici vincolati non ce li leva nessuno. E sono competenze esclusive (e ci sarebbe tantissimo da fare, in Italia, se non mancassero i fondi). Per quanto riguarda le competenze condivise non c’è niente da fare. Certo che il legislatore che ha previsto che un geometra possa redigere una relazione paesaggistica non ha fatto un buon lavoro. Ma tornare indietro lo trovo poco probabile. Chi ha studiato cinque anni per specializzarsi in paesaggio (o in pianificazione o in conservazione) non è stato edotto sui rischi di una attività professionale con competenze limitate, e neanche esclusive, ma condivise. E’ una colpa gravissima da parte dell’università e da parte degli ordini professionali che avrebbero potuto, anzi dovuto denunciare questa situazione; i tuoi dubbi circa le difficoltà di affrontare la professione con questo tipo di lauree li condivido tutti. A coloro i quali hanno seguito questi corsi non posso far altro che consigliarli di sostenere gli esami per ottenere l’equipollenza alla laurea Architettura UE. Riguardo all’agronomo specializzato rispetto all’architetto paesaggista, non avrei dubbi a proposito: fermo restando la capacità e la sensibilità dei singoli professionisti, trovo che in generale gli agronomi siano meno preparati sotto il profilo compositivo.

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  4. Ciao Francesco,
    Riguardo alle tue legittime richieste riguardanti una associazione che ti rappresenti e che includa nella quasi totalità figura professionali competenti in paesaggio, ti posso garantire che AIAPP risponde in pieno alle tue richieste (ricordandoti che i soci sono in prevalenza architetti e in minor proporzione agronomi). I limiti del nostro sodalizio sono dovuti alla scarsa rappresentatività e scarso peso politico, a causa dell’esiguo numero di iscritti (circa 550 soci) che purtroppo sono ben poca cosa di fronte ai circa 500.000 professionisti che per legge hanno competenze per occuparsi di paesaggio.

    E’ stato utile leggere i punti di vista di due architetti: sia Pietro Pagliardini, sia Giovanna Zerbo ci chiariscono il punto di vista degli architetti. Capisco anche le loro ragioni, riguardo al tema dell’unicità della laurea: uno spezzettamento della professione non è proponibile in quanto cancellerebbe di fatto la figura dell’architetto. Nello stesso tempo mi rendo conto che affermazioni come quelle di Pietro: “E’ vero che un paesaggista (io non lo sono) ha più conoscenze della materia ma non si può escludere a priori che un architetto, non specializzato, non abbia la capacità di inquadrare un progetto del verde in un progetto urbano” non riflettono la realtà, poiché non colgono a pieno la funzione dell’architetto del paesaggio. In diversi casi sono stato chiamato per progettare aree verdi, anche di decine di migliaia di metri quadri. Ogni volta ho dovuto spiegare che il ruolo del paesaggista non è quello di fare il mero progetto di aree verdi decise da architetti e ingegneri in fase di redazione del masterplan, ma quello di partecipare attivamente alla redazione del masterplan stesso. Sono trent’anni che ripetiamo inutilmente la stessa litania. Segno che la cultura del paesaggio stenta ad entrare non solo nella società italiana, ma soprattutto nelle professioni che direttamente o indirettamente si occupano di architettura e pianificazione. La nostra esperienza è riferita alla realtà del centro sud (dalla Toscana in giù), mentre mi risulta che al nord la situazione sia migliore. Sai qual’è la triste realtà? Che la situazione in questi trent’anni non solo non è migliorata, ma addirittura in qualche misura è peggiorata, per ragioni culturali e per ragioni economiche. La semplice lettura di questa situazione mi rende sempre più convinto di quanto ho scritto in questo blog.

    L’articolo relativo al tuo link da una notizia che già sapevamo: si vuole istituire anche in Italia una classe di studio universitario dedicato al paesaggio. Spero che il lavoro della commissione sia fatto analizzando la situazione a 360 gradi, ma a prima vista trovo un difetto di impostazione: sembra che si voglia ripartire dall’anno 2000, senza analizzare le ragioni del fallimento di questi 10 anni. Mi spoglio del mio proverbiale ottimismo e penso che se non cambiano le condizioni, temo che questa nuova iniziativa sia destinata ad identico risultato fallimentare. Per metterla sul personale: stando così le cose non sarei certo contento se mio figlio si iscrivesse a una facoltà di paesaggismo.

    Sai qual’è l’unico modo per far crescere la cultura del Paesaggio in Italia? Quello di dare lavoro agli architetti del paesaggio: buoni progetti (con la necessaria manutenzione), diventerebbero testimonianza diretta di come siano necessarie competenze specifiche per intervenire nel paesaggio. Ma sai al riguardo come la penso: in questa situazione socio-economico-culturale un paesaggista specializzato ha meno possibilità di esprimersi e di fare esperienza rispetto ad un architetto con un corso di studi indirizzato e/o con una specializzazione post laurea. Se questa situazione cambierà nei prossimi dieci o venti anni (ed è tutto da dimostrare), nel momento in cui la figura del paesaggista diventerà protagonista allora sarà maturo il tempo per avere un corso di studi dedicato (ma nel frattempo deve assolutamente nascere e crescere anche un corpo docente che sia all’altezza della situazione).

    Quando ho iniziato, nel 1981 avevo il tuo stesso entusiasmo e pensavo che nel giro di dieci o venti anni la situazione sarebbe migliorata; oggi sono molto, molto più cauto, e capisco che le rivoluzioni culturali avvengono attraverso percorsi e ricambi generazionali molto più lunghi rispetto a quanto potevamo sperare. Nella speranza di essere smentito.

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    1. In Piemonte l’ingegnere è stato tutelato non poco ultimamente, quasi tutto il territorio è in classe sismica 3, significa progetto sismico a firma di un ingegnere anche per aprire una nuova porta nel muro. Ora mi direte chi andrà più da un architetto quando andando da un ingegnere può avere tutto?
      Un tempo dopo Architettura avevi l’autonomia di poterti aprire uno studio e lavorare autonomamente. Adesso chi fa architettura deve sapere che esce e diventa un tassello accessorio nel processo edilizio, da solo non puoi fare più nulla. Lo sanno gli studenti di questo?
      Mi va bene specializzare per dare qualità al progetto ma chi fa all’oggi Architettura pensando di avere sbocchi lavorativi è ingannato: usciti da Architettura oggi ancora più che 20 anni fa, non hai nessuna delle specializzazioni richieste per fare pratiche edilizie:sai calcolare strutture? sei un perito termotecnico per fare diagnosi termiche e certificati energetici? Sei esperto in impianti elettrici e termico per fare il progetto degli impianti? no. Se sei un ingegnere puoi fare tutto. E la qualità architettonica dell’opera dovendo adempiere a tutti questi obblighi passa in secondo piano.
      Altrimenti da architetto hai bisogno di almeno tre figure professionali per fare cose che un tempo potevi fare da solo. Vuol dire che la legislazione nazionale ha favorito quelle figure professionali a scapito della figura dell’architetto.
      Hai svolto la tua preparazione in voli pindarici facendo Architettura e ha perso ogni collegamenteo con il reale stato del processo edilizio e ciò è ancora più pericoloso se hai limitato i tuoi studi ad un solo indirizzo perchè perdi in chances nel mercato del lavoro.
      Sai Franco leggendo il tuo contributo mi è venuta in mente un’idea assurda ma a mio avviso in un certo senso risolutoria: limitare Architettura solo a tre indirizzi : storico-restauro, urbanistico, paesaggistico.
      Sono effettivamente tre indirizzi che ci competono in modo direi quasi esclusivo. Quello storico è il nostro unico baluardo, quello urbanistico ci è congeniale anche se poi all’atto pratico diventa un campo d’elite, legato alla politica, all’industria e dove alla base di tutto c’è una forte preparazione di diritto urbanistico, quello paesaggistico è l’altra nicchia che ci potremmo tenere solo per noi, esclusiva da svolgere in autonomia senza dipendenze da “processo di catena di montaggio”.
      Dovremmo diventare tutti un po’ architetti, un po’ giardinieri, un po’ pittori, così diceva Russel Page (e qui non ti nascondo un mio tristissimo ed ulteriore dubbio:ma un agronomo specializzato in paesaggio non sarebbe molto meglio?)
      E vedere a noi riconosciuta la competenza esclusiva su questi campi.
      Ciò però DEVE essere accompagnato da una legislazione che ci tuteli (come ha tutelato a scapito dell’architetto le altre figure professionali) perchè se impegno 5 anni – se va bene- della mia vita a specializzarmi in paesaggio e poi vedo,per fare solo un esempio, che le relazioni paesaggistiche per legge le possono fare tutti: geometri, ingengeri, periti, geologi… qualcosa non va.
      Io limito le mie prospettive lavorative in un solo campo e poi? Come posso vivere e mantenermi?
      I privati che mai come in questo periodo si stanno impoverendo, mi chiamano per progettare il loro terrazzino o giardino? E le amministrazioni pubbliche che non hanno i fondi per pagare il personale pensano alle aree verdi ed al paesaggio?
      Io vedo molto critica la nostra figura professionale, deve cambiare qualcosa perchè altrimenti come diceva già Ettore Sottsass in un’intervista nel dicembre 2007, l’architetto ai giorni nostri “È un mestiere che può fare solo chi è ricco di famiglia”.

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  5. Io c’ero all’assemblea e ho ben presente il discorso di Francesco, anche perchè l’ho filmato e l’ho rivisto e tra qualche giorno spero di metterlo in rete. Mi vanto, si fa per dire, di aver trovato lo slogan “ordine light”.
    Se mi posso permettere un’osservazione a Francesco è che personalmente non legherei l’eventuale ridimensionamento degli ordini con l’auspicabile nascita delle libere associazioni professionali, tipo AIAP o ADI, ad una regolamentazione rigida delle competenze. Almeno io, che sostengo l’abolizione degli ordini o il loro forte smagrimento, da almeno dieci anni, da quando cioè detti le dimissioni da consigliere proprio per contrasto su questo con il consiglio di cui facevo parte, non ho mai pensato di settorializzare le competenze dell’architetto.
    Aderire all’AIAP deve essere una scelta di libertà individuale senza per questo dover rispondere anche all’ordine che detta le regole. Le regole per chi vuole aderire all’AIAP le deve dettare l’AIAP stesso. L’AIAP dovrebbe poter diventare l’interlocutore dei paesaggisti loro iscritti rispetto alle amministrazioni pubbliche, alle associazioni dei consumatori, alle associazioni di categoria interessate, alla cassa di previdenza, ecc. perchè l’AIAP conosce i bisogni, le necessità, i problemi dei paesaggisti. L’ordine non può conoscerle perchè nell’ordine ci siamo tutti.
    Questo è il senso delle proposte emerse verso l’ordine, non quello di parcellizzare le competenze, che significa, tra l’altro, rimettere tutto nelle mani dello Stato e delle varie leggi, regolarmente disattese.
    Nel mio schema ideale dovrebbero essere i paesaggisti, tramite l’AIAP e grazie alle loro capacità, a fare in modo che la figura del paesaggista acquistasse un suo specifico profilo professionale, un suo valore aggiunto. Deve essere cioè uno schema concorrenziale, libero, non dettato dalle leggi.
    E’ vero che un paesaggista (io non lo sono) ha più conoscenze della materia ma non si può escludere a priori che un architetto, non specializzato, non abbia la capacità di inquadrare un progetto del verde in un progetto urbano. La specializzazione estrema anche nella medicina fa spesso perdere di vista il malato nella sua interezza, nel suo essere persona, riducendolo ad una somma di organi sani o malati. Lo stesso è con l’architettura e con l’urbanistica: la città è sì complessa e fatta di tante parti, tra cui il verde, ma è al pari del corpo umano, un organismo che va affrontato nella sua interezza, per non continuare negli errori degli ultimi decenni di una città parcellizzata in zone funzionali diverse. Tu poi, Francesco, addirittura parli di paesaggio esteso anche alla città, quindi, come dire, vorresti una specie di esclusiva anche rispetto agli urbanisti e agli architetti. In questo vedo una contraddizione dettata forse da una grande passione per il tuo lavoro.
    Quando si fa un progetto architettonico le competenze in gioco sono molteplici, dal geologo, allo strutturista, all’impiantista, alla sicurezza, al geometra, ma tutte queste competenze se non trovano una unità nell’architetto progettista che le coordina e le armonizza, da sole non funzionano o funzionano molto male.
    Non perdiamo questo patrimonio di una visione globale ma rispettosa delle specializzazioni, che non vuol dire essere tuttologi ma significa conoscere le varie problematiche ma per farle risolvere ai singoli specialisti.
    Io lavoro con un paesaggista, laureato con il vecchio ordinamento e poi specializzato, che purtroppo anch’egli tende un po’ troppo a vedere la sua disciplina svincolata dal resto. E’ un errore che dobbiamo evitare di rendere regola.
    Insomma, l’architetto umanista, arricchito e aggiornato con una conoscenza, non specializzazione, di tutte le problematiche in campo, credo sia una ricchezza per tutti.
    Saluti
    Pietro

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    1. Salve Pietro, grazie del commento. Quando ho citato “competenze esclusive” era per evidenziare la totale mancanza di considerazione della figura del paesaggista o di figure con competenze specifiche in merito di paesaggio nel processo che interviene nell’evoluzione del paesaggio, e quindi anche delle città. Quello che mi interessa è che le amministrazioni locali ed anche i privati coinvolti in operazioni pubbliche, prima di affidare un incarico riguardante spazi pubblici, in particolare parchi e giardini, verifichino la reale preparazione dei professionisti nella materia. Sono pienamente d’accordo con te: credo in un libero mercato del lavoro dove possa emergere chi è davvero preparato, che sia un architetto, un paesaggista, un urbanista, un agronomo ecc…
      Purché si mettano tutti questi professionisti sullo stesso piano dalla partenza, e cioè dalla formazione universitaria. In questo momento il paesaggista, come ricorda Franco Pirone, è nettamente svantaggiato nei confronti dell’architetto, nella quasi totalità dei concorsi e degli incarichi.
      Ho letto proprio ora con piacere questo articolo in cui si sta cercando di mettere su quello che auspicavo nel testo portato a 150K, e cioè un corso quinquennale in paesaggio:
      http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=11483
      Grazie per il tuo contributo e le tue precisazioni, qui ed alla assemblea.
      Francesco

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  6. Caro Francesco, temo che voi date troppa valenza ad una eventuale abolizione degli ordini professionali. Ammesso che loro siano demandati al controllo del rispetto delle competenze dei singoli iscritti, abolendo gli ordini le competenze professionali rimangono intatte. Loro non hanno mai fatto una verifica delle professionalità dei singoli iscritti. Intervengono su chiamata: se ci sono casi di violazioni di deontologia o liti su pagamenti delle parcelle. Quindi aboliamo pure gli Ordini, ma non confondiamo i due ordini di problemi. Per usare un paragone che va di moda in questo periodo, se si abolisse la Guardia di Finanza, non vuol dire che non dobbiamo più pagare le tasse! Sempre disponibile per un altro incontro
    Un caro saluto
    Franco

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    1. Franco, non voglio arrendermi alla tua visione pratica delle cose, forse sono un idealista, ma mi sento paesaggista e presuntuosamente credo di essere più competente di un architetto nel campo per cui ho studiato e nel quale mi confronto e respiro ogni giorno….Desidero una associazione forte che mi rappresenti che includa solo figure professionali competenti in paesaggio e vorrei che gli ordini siano meno tentacolari al fine di svolgere l’unico compito a loro assegnato, la vigilanza della professione. Lotterò perché questo avvenga e se non mi sentirò rappresentato dall’Aiapp sono pronto a rivolgermi verso altre soluzioni.
      Un saluto, Francesco

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  7. Caro Francesco, non credo di aver frainteso il senso delle tue affermazioni. Tu scrivi “Se l’Ordine degli Architetti insiste a voler regolamentare le competenze dell’Architetto Paesaggista, la soluzione potrebbe essere individuata dalle università, in corsi universitari quinquennali specifici in Architettura del Paesaggio, seguiti poi dalla regolamentazione di competenze esclusive riservate a questa classe di architetti.” La mia risposta è basata su questa affermazione che ritengo irrealistica e mal posta, per ragioni che ho avuto modo si esplicare nei miei interventi nei commenti ai temi pubblicati su questo utilissimo spazio web. Competenza esclusiva vuol dire proprio sottrarre una competenza che avevano alcune categorie professionali (Architetti, Agronomi, ingegneri etc) per darla in via riservata (e quindi esclusiva) ai paesaggisti. Come ho avuto modo di dire più volte, non discuto le ragioni e le motivazioni. Sono giustissime: in teoria competenze specialistiche dovrebbero essere riservate a coloro i quali possiedono lauree specialistiche. In pratica ciò non è possibile, se non in una ottica di 20-30 anni e ammesso che questo sia una via perseguibile. Considera che questo tentativo fu fatto 10 anni fa (DPR. 328 e istituzione delle lauree specialistiche). Il suo misero fallimento si è esplicitato nel momento in cui non è stata abolita la laurea UE. Mi sai dire in questi 10 anni quanti hanno sostenuto l’esame di stato per diventare paesaggisti? Forse un migliaio di persone (e più di qualcuno era architetto, non paesaggista, perché sai che all’esame di stato “specialistico” possono accedere anche i laureati UE). La sapienza a Roma ha previsto l’iscrizione per il corso magistrale in architettura del paesaggio per 60 (sessanta) studenti; sappiamo infine che il triennale non è più attivato alla sapienza. Pensi sia proponibile dare competenze riservate a questi mille professionisti, togliendoli a circa 500.000, tra architetti, agronomi, ingegneri, etc? A parte l’assurdità del confronto dei numeri, quale classe politica farebbe un karakiri del genere? E quanti paesaggisti avremo nei prossimi anni data la poco brillante situazione di questo corso di laurea? Per quanto riguarda gli ordini professionali, sono d’accordissimo sulla loro abolizione per come sono concepiti. Da più di 10 anni l’Europa afferma che le associazioni professionali hanno un senso se fanno “certificazione del job in progress”, nell’ottica di una abolizione (in alcuni casi) del valore legale del titolo di studio: tu ti laurei, ma dopo dieci o vent’anni, il parametro di giudizio deve tenere in conto anche del curriculum e/o degli aggiornamenti professionali del professionista. Gli ordini professionali, non fanno niente di tutto questo, istituiscono corsi di aggiornamento ma non c’è alcun obbligo a frequentarli. Sono anche d’accordo sul punteggio attribuito ai paesaggisti/conservatori/pianificatori in caso di concorsi riferiti alle rispettive specializzazioni. Che però, non dimentichiamolo, sono destinate alla consunzione in tempi brevi.
    Un caro saluto
    Franco Pirone
    architetto – architetto del paesaggio

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  8. Ciao Franco, ti assicuro che il nostro discorso, che forse hai frainteso, non vuole sottrarre niente a nessuno. Se guardi tutto il video dell’assemblea, vedrai che non siamo stati noi a chiedere lo scioglimento dell’ordine, ma almeno cento architetti presenti che hanno chiesto tutti la stessa cosa, via gli ordini, si alle associazioni. Le associazioni professionali, in caso di mancanza degli ordini, acquisterebbero molta importanza senza obbligare nessuno ad iscriversi e si proporrebbero come organi di rappresentanza degli iscritti. Più di un architetto, ha quindi proposto il mantenimento di ordini light di pura vigilanza dell’operato professionale degli architetti, che non confondano più gli stessi facendo credere di essere quello che non sono e chiedendo centinaia di euro all’anno di iscrizione obbligatoria.
    Quello che chiediamo noi è solo una distinzione della professionalità all’interno dei concorsi, gare, e processi pubblici, che del resto in piccolissima parte nelle procedure più trasparenti sta avvenendo, distinzione che porterebbe ad un migliore risultato nell’evoluzione delle città e del paesaggio. Se guardi bene il documento, il nostro risentimento è legato all’iscrizione obbligatoria ad un ordine che quasi non sa della nostra esistenza.
    Francesco

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    1. Male! Non ci siamo. Le competenze professionali sono regolamentate per legge, gli Ordini Professionali non c’entrano niente. E chiedere, in questo momento di grave crisi della professione, che gli architetti si spoglino di competenze equivale ad affrontare il dragone armati di un accendino. Non ti dimenticare Francesco, che non solo i paesaggisti, ma anche gli urbanisti, gli interior designer, i designer, i light designer, i restauratori, etc. sono tutte professioni che vorrebbero sottrarre competenze agli architetti. Sapete come finirà? Non ci riuscirà nessuno di loro. E’ sbagliato portare avanti una battaglia, pur sacrosanta, se non si inquadra il problema nella sua globalità. Qui non si tratta di sottrarre la competenza “paesaggio” agli architetti. E’ un problema globale di ridiscussione in toto della professione dell’architetto. E non credo proprio che sia una strada percorribile. Bisogna trovare percorsi alternativi (laurea in architettura orientata ai singoli indirizzi). Non è l’ideale, ma è la soluzione più concreta e attuabile

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      1. Io sono un architetto ma se mio figlio volesse seguire la mia strada non sarei contenta,quando 30 anni fa ho deciso di fare architettura la figura dell’architetto era ben definita, aveva un ruolo riconosciuto, una professione difficile ma che poi permetteva di lavorare nel settore a te più congeniale, che un po’ il fato un po’ la tua propensione ti portavano a seguire. Nascevi architetto e poi ti evolvevi nel settore e filone che volevi: urbanista, designer, paesaggista; ne sono esempio grandi figure professionali che fatta Architettura (uguale per tutti) sono poi diventati grandi urbanisti, grandi allestitori di musei, grandi paesaggisti, grandi designer etc etc.
        Avevi la formazione e la forma mentis di approfondire ogni campo e la competenza in questi campi non la metteva in discussione nessuno.
        Parcellizzare, suddividere una figura professionale unica in tante piccole specializzazioni di positivo ha solo reso contente le università di architettura che hanno aumentato corsi e inserito più professori ed assistenti nell’organico, per il resto ha comportato un impoverimento della figura professionale dell’architetto,ha tarpato i suoi sbocchi professionali e ridotto la sua particolarità unica: una visione globale sulle cose.
        Dividere significa indebolire.
        Era questo che ci caratterizzava, la capacità di una visione globale dove trovavano posto tutte le personali specializzazioni che uno nella carriera professionale si era costruito.
        Studio una bella casa casa in base a parametri urbanistici imposti dai regolamenti comunali ma nel contempo penso all’interno che sia un bell’ambiente da vivere, ben arredato e inserita in uno spazio verde dove l’interno interagisce con l’esterno e paesaggisticamente dialoga con il contesto urbano o naturale limitrofo, poi certo ho bisogno di strutturisti ed impiantisti e termotecnici e geologi e quant’altro che però lavorano su un progetto unitario quello dell’architetto.
        Oggi, ed un domani sempre più, uno che intende costruirsi casa (che saranno sempre meno per ridotta capacità di spesa e per – questo per fortuna- per una attenzione all’uso non indiscriminato del suolo) -mettiamo quindi su un lotto dove prima c’era una fabbrica in disuso che poi è stata demolita- dovrà chiamare una squadra di persone dove ognuno dirà la propria in modo indipendente e con diritto,il geometra o l’architetto curano la pratica urbanistica, l’interior designer la arreda,il paesaggista studia il giardino e il rapporto con il contesto, l’ingegnere le strutture, l’architetto sintetizza il lavoro del geometra e dell’ingegnere che non sia un insieme male assemblato, e poi il perito impiantista e poi il termotecnico, etc …..ne uscirà una sorta di patchwork.
        Inoltre se il povero cristo dovesse star dietro a tutte queste figure professionali per fare o ristrutturare casa deve avere un budget enorme, che oltre al mero costo dell’intervento in se, contempli le parcelle dei singoli.
        Oppure chiama un ingegnere che può fare tutto! Noi serviremo solo per gli immobili soggetti a specifica declaratoria di vincolo da parte della Soprintendenza, stop, per il resto avanti tutti:ingegneri, geometri (gli evergreen di sempre), architetti senior, junior, agronomi, periti tutti possono fare tutto!
        Si perchè a noi mettono paletti e ci specializzano, mentre le altre figure professionali una volta preposte solo a certi settori, adesso possono fare tutto.
        Più ci specializzano e più ci indeboliscono!in una società che si sta impoverendo sempre più, formalmente basata sul capitalismo, in realtà ci stanno
        livellando ad una società di poveri (la classe media scomparirà a breve) che non potrà altro che mirare alla mera sussistenza, chi potrà mai permettersi e l’architetto di interni e il designer e il paesaggista e l’arredatore?
        Sarei contenta se mio figlio facesse l’ingegnere o meglio ancora l’agricoltore, ma l’architetto MAI è una professione anacronistica che andrà scomparendo parcellizzata in specializzazioni vincolanti che rischiano di essere vane nel reale mondo lavorativo.

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        1. Io la penso diversamente. Che le università abbiano speculato suddividendosi in decine di facoltà è vero. Ma in tutte le altre nazioni, con un patrimonio edilizio migliore ed una cura del paesaggio piu accorta vi sono corsi universitari specifici per paesaggisti ecc. Il problema semmai credo sia che in Italia ci sono troppi architetti, 150mila e solo a Roma quasi 20mila in attività e solo poche decine di Paesaggisti. Quanti architetti erano in attività 30 anni fa? Sicuramente meno della metà di oggi. La proliferazione delle poltrone universitarie ha portato ad un aumento dei laureati non coordinato con il mercato del lavoro, ma la specializzazione in figure specifiche nel campo dell’architettura credo sia un bene e non un male. Semmai la dissoluzione della professionalità e di conseguenza dell’identità dell’architetto è dovuta proprio ad un eccesso di giovani che provano qualsiasi strada per lavorare e si improvvisano paesaggisti, designer o strutturisti senza averne esperienza.
          Francesco

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