Nuovi e vecchi parchi di Manhattan: evoluzione senza sosta

“…..al centro di Manhattan, si è conservato un ampio spazio al Central Park. Ci si compiace di accusare gli americani di perseguire come unico scopo la conquista del denaro? Sono colto di ammirazione ……”.
In questa frase di Le Corbusier presa dal libro scritto di suo pugno Quando le cattedrali erano bianche. Viaggio nel paese dei timidi, è evidente che è da molti decenni che ci si affanna a dire che negli USA “non sanno vivere”. Certo, negli Stati Uniti e soprattutto a Manhattan è possibile sperimentare una completa gamma di contraddizioni sociali, economiche e culturali, ma di certo i newyorkesi hanno dimostrato da un paio di secoli che i parchi li sanno fare, mentre noi negli ultimi duecento anni abbiamo dimostrato di aver dimenticato come si fanno.
Luigi Prestinenza Puglisi, in un articolo che esamina l’attività dell’architetto Rem Koolhaas, scrive “Perché, continua Koolhaas, la città di New York è così attraente? Perché incarna il fantastico metropolitano, il desiderio di densità sociale. E’ la proiezione architettonica di un immaginario. La concretizzazione di una molteplicità di potenzialità che, esplose, danno forma al principio di irrealtà del reale secondo il quale ciò che effettivamente accade è più utopico, imprevedibile e, in fin dei conti, più desiderabile di qualsiasi astratta utopia fondata su principi razionali. Provate a girare per New York o a viverci e vi accorgerete quanto questo esperimento urbano, mai progettato da alcuno – se non attraverso una debole griglia e poche ma essenziali regole sui distacchi- sia riuscito.”. Parole pienamente condivisibili: Manhattan è, oltre qualsiasi immaginazione, un immenso mondo surreale dove si passa con velocità e senza traumi dalle vie caotiche e piene di vita ad ambienti confortevoli e silenziosi inondati di alberi e piante. All’interno delle piazze e dei parchi si conquista comunque una dimensione intima, nonostante vi si affaccino migliaia di finestre, l’intimità di piccole formiche che si muovono in un ambiente dalle dimensioni enormi. Central Park è la ciliegiona sulla grande mela, lo spazio sovrano che influenza il flusso di energie umane nelle vie adiacenti per molte centinaia di metri: la sua presenza si avverte mentalmente, non c’è bisogno di vederlo per sapere che ci si può immergere da un momento all’altro in una campagna da sogno. E’ come se si avvertisse una protezione invisibile alla quale si può ricorrere quando si vuole.
Ma Manhattan è ricca all’inverosimile di spazi in cui è possibile trovare tranquillità, in 5 minuti è possibile ritrovarsi in strade semi-deserte. Nessuno spazio è forse ricco di fascino come sa esserlo una piccola via nascosta del centro di Roma, ma il paesaggio di Manhattan, fatto di contrapposizioni geografiche assurde diviene sogno e realtà allo stesso tempo. I margini del densissimo cuore di New York offrono immediatamente un altro tipo di conforto, il rumore dell’acqua e l’ammirazione dei battelli non fanno dimenticare che si è su una piccola isola che si eleva sull’elemento liquido. L’acqua dell’Hudson aiuta a tornare uomini sulla terra dopo aver viaggiato fra le nuvole.
Del resto l’idea contemporanea rappresentata da New York era già stata rappresentata nel progetto di Frederick Law Olmsted e Calver Vaux per Central Park, progetto che vinse nel 1858 il concorso indetto dalla municipalità di New York. E quando il parco fu aperto nel 1862 immaginiamo la meraviglia che si trovarono avanti i cittadini, quasi 400 ettari di parco incontaminato che evocavano un paesaggio brullo pastorale idilliaco. In uno scritto dell’epoca Olmsted prevedette lo scenario futuro che avrebbe eletto Central Park esempio da seguire, un super spazio incastonato in una città densa e dura. Insomma, aveva le idee talmente chiare da risultare “innovativo” anche nel secolo XXI.
Oggigiorno Manhattan continua a trasformarsi e nonostante Central Park rimanga l’attore principale, il simbolo primo dell’epoca del parco moderno con la sua viabilità separata e scenari imprevedibili e vari, altri esperimenti continuano ad aggiungersi alla richiesta di spazi pubblici di qualità. L’ultimo esempio è offerto dalla High Line di James Corner che dimostra un desiderio di novità senza voglia di stupire, con l’obiettivo di regalare emozioni a tutti coloro pronti a recepirle.
Prima della galleria vi lasciamo ad un’analisi di Central Park, una interessantissima ricerca in PDF di Anna Lambertini. E non dimenticate di leggere e guardare le fotografie della prima parte di questo articolo.

Francesco Tonini

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6 pensieri riguardo “Nuovi e vecchi parchi di Manhattan: evoluzione senza sosta

  1. Francesco, non sono mai stata in America, comunque non ho mai pensato che gli americani (USA) fossero dei buzzurri, anche perchè seguo la loro arte e la loro letteratura dagli anni 60. C’è da dire che New York è New York… probabilmente se tu fossi stato in uno stato del centro, non saresti stato così entusiasta. Forse.
    Due cose irrilevanti mi hanno colpita nelle tue belle foto: la potatura degli alberi quasi irrilevanti (ci sono in fin i rametti bassi, graziosamenti incurvati verso il terreno) e le sedute. Caspita! Altro che barette di gelido travertino! E tutte hanno lo schienale e sono rivolte a veder qualcosa, anche il mare. Lo so Monica che è una riduzione parlare sempre di panchine, però queste nelle foto sono sontuose! Poi le pavimentazioni di legno che forse da noi non sarebbero così adatte. La scelta della vegetazione… diciamo che la graminacea è molto modaiola, ma in quel contesto è perfetta perchè contrasta la linea rigida e perfettamente geometrica degli edifici e dona al tutto un chè di selvatico-disordinato, infilato nel super lindo, tecnologico, asettico. Forse a Roma non starebbero così bene le graminacee, ma masse della nostra vegetazione spontanea, fatta di corbezzoli, lentischi, mirti, filirea e… ridattece gli oleandri!

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