Gotham City o Grande Mela: New York più bella di Roma?

Ventiquattro ore a New York, anzi a Manhattan, sono sufficienti per scuotere la terra dove cammini? Sembrerebbe di si, almeno per me. Sono stato a New York in una visita lampo, più o meno come quella che si farebbe ad un paesino delle campagne laziali o degli appennini, ed al ritorno, già sull’aereo non ho potuto fare a meno di pensare. Ho ceduto all’ennesima tentazione di paragonare una città straniera alla capitale d’Italia, ad una Roma che non comprendo più, che vedo sempre meno bella, che amo visceralmente e che odio dal profondo di me stesso. Cosa odio di Roma? Pensavo di odiare il suo traffico, il suo caos, il suo smog, la maggior parte dei suoi spazi pubblici che siano parchi, piazze o giardini, i suoi dirigenti, i suoi luoghi comuni. Si, forse Roma mi porta spesso allo sfinimento, una condizione comune a molti cittadini capitolini, ma la città non è la causa dell’irritazione che ho da quando sono rientrato da New York. Sono sdegnato sino al limite della depressione perché la capitale d’Italia è sempre la stessa, popolata dalle stesse idee mediocri che generano cambiamenti superficiali e ridicoli attuati da piccoli uomini con la vista corta.
Sono sempre stato pronto a parlare male della cultura americana, che secondo molti non è permeata dal rispetto per gli uomini e per la storia, ed in verità queste poche ore mi hanno spinto a rivedere quelli che credevo fossero i capisaldi della nostra società. Credo di aver sempre confuso l’immobilismo con il rispetto delle tradizioni, la resistenza al cambiamento con la “saggezza” storica, lo scetticismo con la conoscenza del mondo, la critica a tutti i costi con una grande sensibilità estetica.
La realtà delle cose è invece diversa. Dovremmo vergognarci perché il peggioramento progressivo della qualità di vita e della qualità estetica della capitale è dovuta alla mancanza di carattere che permea le nostre menti poco abituate ad accettare il cambiamento. Il cambiamento, se compreso, si può governare a piacimento, se lo si respinge si verrà investiti con violenza da esso.
Su New York non voglio dire quasi nulla. Vorrei lasciarvi alla prima parte di immagini raccolte durante una marcia forzata e piena di sorprese. Il tratto che tento di raccontarvi al meglio con queste foto parte da un Bryant Park, visitato ancora prima dell’alba e finisce a Teardrop Park (2009, Michael Van Valkenburgh), non prima di essere passati per i pionieri Battery Park City Promenade e South Cove, due progetti di quasi trenta anni fa (creati sul terreno proveniente dagli scavi di fondazione delle torri gemelle), che non hanno nulla di eccezionale, ma che nella loro articolazione acquistano un grande significato, la misura dell’uomo tra i giganti. E’ inverosimile, ma ho percepito maggiore connessione tra i puntuali e distanziati parchi della Grande Mela che tra gli spazi pubblici del centro di Roma.

Francesco Tonini

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5 pensieri riguardo “Gotham City o Grande Mela: New York più bella di Roma?

  1. Francesco,
    mi sa che hai fatto la scoperta dell’acqua calda…….

    Qualche bassa considerazione sull’immobilismo italico e il dinamismo americano.
    Gli americani sono un popolo “inventato”, sono inglesi, olandesi, molti nord europei in sintesi, gente che ha lasciato le rispettive patrie ed è andato nel nuovo.
    E’ proprio nella loro costituzione fisica che hanno un rapporto dinamico con la storia, con il territorio, con la loro società.
    Possiamo essere d’accordo o no con il loro modo di darsi regole, ma hanno atteggiamenti dinamici e competitivi, nel bene e nel male, non hanno paura di sporcarsi le mani e un certo cinismo è alla base di molti loro pensieri.
    C’è in loro una grossa componente di individualismo ma al tempo stesso hanno una visione della comunità. Ti buttano in un secchio se non hai l’assicurazione sanitaria o se vai in rosso con le carte di credito ma al di là del proprio zerbino domestico vogliono per loro spazi da vivere, dove “correre”. (noi invece discutiamo sulle panchine…..)
    Hanno massacrato il territorio con politiche agricole, non del tutto accettabili, con ricadute pesanti sull’ambiente ma capiscono in fretta, soprattutto se il cambiamento porta ad un rapido profitto, che si può fare la stessa cosa producendo meglio, di più e con più sostenibilità.
    Hanno la felicità nella costituzione.
    Insomma, molta contraddizione ma è questa la loro forza, il dinamismo e la contraddizione.
    Perché spazi progettati a metà degli anni ottanta da personaggi, artisti di landart e paesaggisti come Mary Miss e Susan Child, sono ancora in piedi, belli, vissuti, e maledettamente attuali?
    E noi? ….. Siamo estasiati, attoniti e meravigliati di trovare tutto ciò scesi da un aereo.

    Noi? No, non siamo individualisti, nel senso sano del termine, come si potrebbe credere.
    Abbiamo maturato un certa attenzione solo per ciò che può migliorare le nostre quattro mura, zerbino escluso naturalmente.
    Vogliamo stare meglio, ma da soli. Vogliamo avere tutti, e a tutti i livelli sociali, l’esclusività delle cose, dell’esperienza, del fare.
    Ce lo hanno fatto credere e noi, pigri, l’abbiamo creduto pensando di stare meglio più facilmente.
    E vogliamo che tutto sia eterno, per sempre…….

    Riporto un pensiero non mio: “Roma è una città privata, che non si è dotata nel tempo di una struttura moderna, figuriamoci di quella contemporanea”.
    E’ un pensiero di un italiano che è emigrato e ha messo una distanza critica tra sé e la sua città, ma che, quando ci riesce, ritorna per cambiare.
    Scoperta dell’acqua calda? Eh si!
    Ma non emigro e mi piace l’America nelle sue possibilità.

    E’ un fatto culturale, non economico.
    I soldi, pochi o tanti che siano, sono soldi e non portano da soli la qualità. Ci vogliono teste pensanti per spenderli bene, pochi o tanti che siano.
    Proposta: ragazzi avete aperto finestre sull’Italia, ne apriamo alcune sull’estero? Mi sembra che è arrivato il momento giusto!

    monica

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  2. Francesco,
    ho ascoltato la tua rabbia su Roma prima di vedere il tuo viaggio-sogno, considerando la durata, o viaggio da sogno, considerando il risveglio.
    Ho letto la tua voce fuori campo e capisco meglio ciò che mi hai anticipato a voce.
    Penso anch’io che in questo momento Roma non ha una visione di se stessa nel futuro. Non ce l’hanno i politici e i ‘loro’ uffici tecnici (purtroppo occupati e governati con logiche di bassa politica e non di alta professionalità a servizio dello Stato) e per non essere qualunquista, dico che non ce l’hanno neanche i suoi abitanti perché resto della convinzione che i politici non vengono da Marte e qualcuno ha consentito loro di assumere le leve del potere. Tuttavia dico che se non c’è un mercato dobbiamo crearlo noi, se non c’è una cultura del paesaggio tra i nostri governanti noi dobbiamo farli vedere che si DEVE andare oltre la sistemazione degli spazi pubblici trattati come se si stesse progettando la piazzetta di un paesino di provincia e non lo spazio-teatro di una capitale europea (?). Un abbraccio ottimista. Simone

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  3. Caro Francesco, non è questione di rifiutare il cambiamento, a Roma ci sono pochi soldi, e quei pochi li spendono male. Architettura del paesaggio é rispetto per il passato, ma è anche uno sguardo verso il futuro. A costo di passare da qualunquista dico che la classe politica al riguardo non ha memoria per il passato ed é miope nella sua incapacità di guardare al futuro. Questa situazione è senz’altro peggiorata negli ultimi anni. Dopo la bulimia di Rutelli e Veltroni, con la loro corsa ad aumentare a quantità di verde pubblico, senza valutare qualità e oneri manutentivi, si è passati ad una fase di pressoché totale immobilismo. Fanno eccezione casi come piazza Vittorio. Qui i soldi ci sono (due milioni di euro) ma c’è la pervicace volontà di spenderli male. Il progetto presentato é emblematico al riguardo e le associazioni di cittadini stanno promuovendo iniziative volte a rimetterlo in discussione. Come vedi dobbiamo continuamente agire in difensiva. Le nostre professionalità sono umiliate, e i risultati si vedono tutti. Cos’altro ci si può aspettare da Istituzioni del tutto prive di sensibilità verso il “bene comune” o la “cosa pubblica”?

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    1. Non penso sia solamente un problema economico, ritengo che sia soprattutto una defezione CULTURALE, qui non si è mai accettato il cambiamento, la sovrapposizione di pensieri e segni molteplici, non si è dato spazio a nuove vie compositive integrate, mai abbiamo sperimentato nuovi modi di percepire lo spazio.

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      1. Sono d’accordo riguardo il problema economico. I soldi vengono utilizzati per spostare sanpietrini da una parte a l’altra della capitale, mentre la Domus Aurea va a pezzi. I pochi soldi che ci sono vengono assegnati senza gara ad aziende per spostare cartellonistica ect, il project financing è utilizzato solo per far cassa, e l’iniziativa privata è non solo non incentivata, ma se possibile soppressa… E non solo a Roma, ovviamente

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