Martin Rein-Cano, “Personal Public Space” – Estratto della Conferenza del 02-12-2011 – Open, Roma Tre

In ogni epoca l’uomo ha cercato di trovare una corrispondenza terrena al vocabolo “inferno”. Grossolanamente si può dire che durante il medioevo l’inferno sia stato rappresentato dalla natura selvaggia, dalle foreste oscure popolate da creature demoniache che assediavano le città e, che dalla rivoluzione industriale in poi, nell’immaginario collettivo l’inferno abbia iniziato a coincidere con le città sovrappopolate ed inquinate, percorse dagli istinti più immorali degli uomini.
Durante la vigorosa conferenza dell’incontenibile Martin Rein-Cano, fondatore del noto studio Topotek 1, abbiamo rilevato un termine usato in comune nello stesso giorno anche da Enric Batlle l’altro ospite delle conferenze ospitate lo scorso 2 dicembre 2011 dal Master Open di Roma Tre, in collaborazione con il programma di ricerca LUS dello Iuav di Venezia.
Il termine è l’inverso dell’espressione “inferno”, cioè “paradiso”, ed i due illustri ospiti paesaggisti hanno usato questa parola con lo stesso intento, accomunandola alla locuzione “giardino”.
Ma mentre Enric Batlle ci ha parlato del suo libro “El jardin de la metropoli”, esemplificativo delle forme di cui si può vestire il giardino pubblico, Martin Rein-Cano ci ha parlato dello “spazio pubblico personale”, o meglio di come l’utilizzo dello spazio pubblico può coincidere con un uso privato momentaneo.
Per comprendere l’approccio alla progettazione totalmente intellettuale di Rein-Cano, credo sia opportuno contestualizzare la sua formazione di paesaggista in Germania, patria della cultura che domina anche le passioni più profonde con la ragione illuminata (come nella bellissima lezione tenuta da Udo Weilacher un anno fa).
In sostanza Rein-Cano ha cercato di spiegarci che bisogna liberarsi dai preconcetti, dalle realtà predigerite, al fine di poter percepire nuove versioni della realtà. Il paesaggista, che non è altro che un architetto che gioca a fare dio (“lui” come lo definisce Rein-Cano), può essere un decente paesaggista solo se riesce a comportarsi in maniera libera, insomma come un artista in grado di comunicare nuove interpretazioni della realà. Come è arrivato a questa conclusione? Parlando innanzitutto del paradiso, del luogo dove tutto è bello e nessuna preoccupazione può allarmarci, e della sua imitazione creata “ad arte” dall’uomo, e cioè il giardino. Rein-Cano sostiene che l’influenza del periodo romantico, ancora attiva, ci ha spinto a creare, per nostro compiacimento, giardini senza limiti in cui godere di un falso paesaggio, un luogo nato dall’astrazione del concetto di paradiso, in cui vogliamo rifugiarci a tutti i costi.
Il fatto, continua Rein-Cano, che il giardino si stia liberando dei suoi bordi, delle soglie fisiche come i muri di cinta (questa affermazione credo possa valere per il civile nord-Europa e non per la nostra cultura arretrata), porta il concetto di privacy ad un nuovo stadio che va vissuto anche all’interno degli spazi pubblici, in cui è possibile creare uno spazio personale in base all’utilizzo che se ne fa.
Con un paio di salti mortali Rein-Cano ci ha quindi portati a pensare che le realtà virtuali aumentate non sono una novità, ma che erano state inventate da quattro secoli, nel momento in cui nel giardino all’inglese fu introdotto il tema del pittoresco e cioè sequenze di scene come quadri dipinti, creati per vivere sublimi emozioni momentanee dovute magari alla vista di una falsa rovina inghiottita dalla natura. Ed è questo che, ammette Rein-Cano, è al centro della sua ricerca come paesaggista, la realizzazione artistica di sequenze deformate della realtà, che portino all’esperienza di un momento unico oppure di una atmosfera filmica irripetibile, in cui una persona può vivere un momento privato connesso all’emozione momentanea che prova, contemporaneamente, come spettatore e parte stessa della scena.
In parole più semplici, anche Enric Batlle ci aveva dato poco prima la sua versione del fatto che, nell’era delle emozioni virtuali, è necessario dare motivazioni più forti di una semplice passeggiata per spingere i cittadini a visitare un parco: “è necessario dare carattere ad un luogo” per far percepire emozioni uniche al fruitore, in modo che questo sappia che le può rivivere solo li. Un processo simile che spinge coloro che rimangono a tal modo impressionati dalle sensazioni vissute in un film, da cercare i luoghi in cui è stato ambientato per cercare di vivere appieno le emozioni che provarono al cinema.
Dopo questo faticoso ragionamento e prima di lasciarvi al video della conferenza di Martin Rein-Cano (in inglese), vorrei porre una domanda.
Abbiamo più volte parlato dei grandi centri commerciali come “non luoghi” che si vanno a sostituire agli spazi pubblici tradizionali. Secondo voi, le persone che visitano abitualmente questi grandi contenitori giustificati dalla mono-funzione della vendita continua di prodotti commerciali, nel caso questi scomparissero, uscirebbero lo stesso dalle loro case per visitare un parco pubblico?

Francesco Tonini

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