Una piazza a pois, di Monica Sgandurra – lettura critica del progetto per piazza Testaccio

Il PDF del Laboratorio Municipale Testaccio e le immagini della galleria in fondo all’articolo ci sono state gentilmente inviate da AKA architetti

Una piazza a pois
di Monica Sgandurra per Paesaggiocritico

Inizia il nuovo anno e a me tocca l’apertura con una riflessione su un progetto per uno spazio pubblico presentato alla cittadinanza agli inizi di dicembre.
Si tratta del progetto di piazza Testaccio. O meglio del progetto presentato alla fine dei lavori del Laboratorio Municipale Testaccio, un percorso partecipativo proposto dal Municipio Roma Centro Storico per Piazza Testaccio, riqualificazione che avverrà dopo lo spostamento del vecchio mercato nella nuova sede di via Galvani.
Dell’altro progetto, presentato tempo fa all’interno di questo blog, “Testaccio in piazza”, gli amici di Paesaggiocritico ne hanno parlato abbondantemente e francamente, voglio dimenticare l’impianto, le cancellate, le palmette e i prati. Sicuramente anche dietro quel progetto ci sono stati grandi sforzi di ascolto e partecipazione, ma il risultato era anonimo, una quasi autocomposizione dal sapore ottocentesco.
Lo spostamento di un mercato è un’operazione difficile, lunga, complicata, e complessa. Spesso non lascia tutti felici, per motivi che vanno dalle abitudini consolidate, alla non riuscita funzionale del nuovo organismo del mercato, alla difficoltà di metabolizzare i nuovi spazi che hanno altre immagini e forme. Insomma, lo spostamento di un mercato è cosa lunga e faticosa e non lascia tutti contenti.
Detto ciò, cosa si fa del nuovo spazio lasciato libero dallo spostamento dei banchi del mercato?
Una piazza, il nuovo cuore fisico e sociale del quartiere, finalmente!
Associazioni, scuole, e quindi studenti e cittadini in varie forme aggregative hanno lavorato sotto la guida di professionisti e amministratori (tutti volontari) alla realizzazione del Laboratorio che ha prodotto un enorme lavoro di percorso partecipativo, molto articolato. D’altronde i professionisti che hanno lavorato a questo progetto hanno una lunga esperienza di progettazione partecipata.
L’operazione compiuta per Testaccio ne è un discreto esempio per Roma.
Le domande poste ai cittadini e le relative risposte si sono trasformate in elementi che hanno generato le risposte funzionali del progetto. Un lavoro attento e chiaro è stato fatto sulla viabilità generale del quartiere, sulle modalità di circolazione e sosta, sulla possibilità di realizzare un traffico a bassa velocità e la costruzione e/o ampliamento di marciapiedi e aree pedonali, insieme all’opportunità di creare un collegamento con la pista ciclabile esistente che corre sul Lungotevere. Un punto importante, quello dei modi di vivere il quartiere con meno macchine e più spazi per il traffico lento, un ragionamento che in futuro dovrà prendere sempre più consistenza e attuazione se vogliamo le nostre città con una migliore qualità della vita.
Veniamo al dunque, al progetto. La prima impressione, nel sfogliare il dossier che mi era stato consegnato, è stata quella di un déjà vu.
Non sono rimasta folgorata, mi è uscito un “carino” e subito dopo un mah……
Scusatemi, lo so, non si dice “carino” a un progetto, è fuori da ogni pensiero critico, ma vorrei cercare di raccontare per quali strade mi è venuto fuori questo aggettivo che uso quando mi dispiace dire che una cosa non mi piace in parte o del tutto. Questo modo istintivo lo so, non è corretto, ma poi, con il tempo e con lunghe chiacchierate con alcuni miei colleghi ho capito meglio il perché del mio “carino” e quindi ho articolato il pensiero in forme più consone e, soprattutto, più costruttive.
Descrivo brevemente il progetto. Un piano pavimentato in continuità con due lati della piazza e con i restanti due lati che accolgono la viabilità e i parcheggi. Su questo piano, ai margini, lasciando un vuoto centrale, sono inserite delle aiole circolari che ospitano i grandi platani esistenti. Sempre su questo piano sono collocate sui lati pedonali, da un lato la Fontana delle Anfore del Lombardi (che ritorna nella sua originaria collocazione), dall’altro lato, quasi sugli angoli, un’edicola dei giornali e un chiosco di fiori. Questo in estrema sintesi, uno spazio per accogliere manifestazioni al suo interno, un luogo flessibile, duttile negli usi.
Primo punto, il layout. Un disegno spiritoso quasi ossessivo di cerchi, alcuni interi, altri interrotti, probabilmente generato dalla fontana circolare o forse da altro (chiome degli alberi per esempio?) mi rimanda ad immagini di altri progetti nordeuropei che da qualche anno vediamo nelle riviste; un déjà vu, appunto. Uno dei primi progetti sul genere è stato quello di Kristine Jensens, che vinse la quinta Biennale di Paesaggio di Barcellona nel 2008, ma posso citare realizzazioni analoghe di Michel Desvigne, SLA, West8 e tanti, tanti altri. Insomma i pois vanno maledettamente di moda, soprattutto nel Nord Europa, in contesti dove un progetto dal disegno forte caratterizza un ambiente che manca di carattere, di un qualche segno di riconoscimento. Ecco, questo è il punto nodale della mia titubanza: Piazza Testaccio ha bisogno dei pois per essere caratterizzata? Non me ne vogliano i progettisti, ma c’era bisogno in questa piazza di un disegno così forte, così caratterizzante? O fra sei mesi è il Rione stesso che ne distruggerà la forma con il suo temperamento?
Non so, ma francamente un disegno così forte lo vedrei meglio in altre situazioni…. de gustibus.
Secondo punto. Le aiole circolari sono dei piani di vegetazione il cui bordo, in alcuni tratti, materializza sistemi di sedute e accoglie, nel suo spessore, il sistema di parcheggio delle biciclette.
Due questioni: la prima riguarda il fatto che questo tipo di sedute sono gradite ai giovani, mentre chi vuole rimanere un’ora a leggere il giornale ha bisogno di uno schienale. Se sono solo queste le tipologie previste, allora tempo due mesi e nella piazza compariranno le panchine con le doghe di legno, magari messe a circolo anche loro.
La seconda questione riguarda le modalità di uso di queste sedute. Ci si può sedere indifferentemente dal lato pavimentazione e dal lato aiola. E’ previsto un prato di plastica? Quando si può entrare in un’aiola, che tra l’altro è genericamente descritta come “fiorita”, ci si pone il problema del calpestio? Il comportamento dei nostri concittadini rispetto al verde non è dei più corretti, e i nostri giardinetti e aiolette, oltre che per la scarsa manutenzione soffrono proprio di vandalismo, calpestio pesante e altro. Insomma, ammettiamolo, gli inglesi ci piacciono ma non copiamo proprio il loro comportamento verso il verde.
Terzo punto, il progetto del verde. Su questo ho molto da dire. Ma un paesaggista è stato interpellato? E se è stato interpellato, perché non si è espresso in modo evidente? Avrebbe fatto la differenza, o quanto meno non ci sarebbero stati errori evidenti o lacune.
Il lavoro presentato non affronta il progetto del verde, si parla genericamente di fiori, di fioriture, della volontà dei cittadini di volere più verde, del colore e dei profumi.
Basta Photoshop oppure, al pari degli arredi, delle pavimentazioni, del progetto dell’illuminazione, ci vuole un progetto anche per il verde?
Si può obiettare, “ma questo è un progetto di massima, basta mettere un nome latino all’unico albero scelto e dire che ci sono aiole fiorite”…… No, non è così. Il progetto del verde poteva fare la differenza, poteva veramente inaugurare una modalità di progettazione che viene svolta ovunque, tranne che nel nostro paese, ossia quella progettazione integrata anche con altre figure professionali con le giuste competenze.
Che dire, in altre nazioni la domanda non è fatta, è normale che ci sia un paesaggista a occuparsi di ciò. E non solo per mettere i nomi in latino delle piante, ma per controllare le proporzioni tra le parti, gli andamenti di crescita, le possibili composizioni e accostamenti, la rusticità e tanto, tanto altro. Il progetto insomma!
E’ un problema culturale, continuo a dirlo, si blatera tanto sul paesaggio ma siamo lontani anni luce dal far capire che il paesaggio, il giardino, non è una questione di giardinaggio di qualche stanca signora annoiata, o la bega di un vivaista (spesso solo commerciante) che deve vendere quattro cespugli, ma una professione creativa e tecnica. Come quella dell’architetto. E lo dico da architetto.
Tralascio le generiche aiole di fiori “conformate da tappeti erbosi calpestabili e dalla presenza di campiture di fiori, piante ed essenze che contribuiscono a formare particolari effetti cromatici ed olfattivi”. E’ evidente che non è stato un paesaggista a scrivere ciò, no?
Alla base di un’immagine così ricca, il progetto è in possesso di un contratto di manutenzione firmato e siglato con il sangue da parte dell’Amministrazione? Altrimenti, se così non fosse, è inutile pensare di avere “piante ed essenze” a profusione. Quello che potrà tutt’al più essere messo è qualche rosmarino prostrato, ciuffi di rose del buon governo e lavande che riscuotono sempre un personale successo, e che, nel giro di una settimana, potranno avere una nuova dimora nelle fioriere dei parapetti testaccini.
Ma veniamo agli alberi. La piazza ha un gruppo di platani rimasti da un antico impianto regolare che segnava la forma rettangolare dello spazio. Il progetto prevede l’inserimento di nuove alberature, un solo tipo, che costruirà un filare lungo il marciapiede di via Mastro Giorgio fino ad entrare nelle aiole, facendo da contrappunto ai platani. La specie scelta è il Prunus cerasifera “Pissardi”, alberetto di terza grandezza molto usato alla fine degli anni settanta come albero stradale in molti quartieri di Roma. Non si piantava altro all’epoca, esisteva solo lui. La caratteristica del Mirabolano o Susino di Pissard è quella di essere un piccolo albero del sottogenere dei Prunus (albicocchi, mandorli, peschi, susini, ciliegi) che produce dei piccoli frutti non commestibili che, cadendo, imbrattano copiosamente automobili e marciapiedi. Un albero dalla fioritura primaverile generosa e dalle foglie color rosso scuro, bellissime quando sono nuove, appena messe (incantevole il controluce di viale Mazzini), ma che, causa smog, diventano polverose durante buona parte dell’anno. Risultato, la chioma è nera.
Due i problemi allora; uno riguarda le proporzioni. Come accostare, dentro le aiole, un albero di prima grandezza come il platano, a uno di terza grandezza come il Prunus?
Siamo in presenza di un fuori scala inevitabile, visto che sono gli unici alberi presenti nel progetto. Se si voleva far troneggiare il platano, allora perché mettere i Prunus, bastavano solo degli arbusti un po’ alti, un accostamento del genere è come avvicinare un gigante a un nano. La Sagrada Familia e il villino di Torvaianica.
Ma se non ci fosse stata un’immagine del progetto, non avrei capito del perché della scelta, dettata, con tutta probabilità dal colore delle foglie (che ribadisco, magari avercele rosse tutto l’anno, sono nere, ma proprio nere, per lo smog….).
Un rendering della piazza nel periodo autunnale. Tutto rosso, compresi i platani.
E’ il mio monitor che vira tutto di rosso o cosa? mi son detta cercando una spiegazione……
Un paesaggista sa che i platani non mettono le foglie rosse, rosse, ma proprio rosse in autunno, altrimenti avremmo frotte di fotografi a immortalare un lungotevere rosso fuoco. Le foglie dei platani in autunno dal giallognolo aranciato, che si ossida, vira velocemente in un marroncino, insomma il rosso è un brevissimo passaggio che a Roma si vede poco a causa delle temperature calde. Per avere qualche giorno di rosso ci vuole il freddo, ma proprio il freddo! Insomma i platani non sono aceri, o meglio alcune specie di aceri.
Mi consola il fatto che il giallo (più presente sui platani) accostato al rosso dei Prunus fa molto Testaccio! (mi scuso con i cugini laziali!)
La scelta dei Prunus è stata dettata anche da questo accostamento cromatico?
Mi auguro di no, ma lasciatemelo dire. In questo lodevole sforzo di progettazione partecipata e sottolineo lodevole, perché gli attori coinvolti hanno lavorato molto al di là di tutto, è proprio il progetto del verde che ha perso. La domanda posta ai cittadini, che hanno replicato, genericamente, “vogliamo più verde” aveva il diritto di essere articolata nella risposta. Saper dare risposte poteva contribuire ad uno scambio proficuo: il cittadino poteva essere informato che le aiole possono accogliere non genericamente dei fiori, ma tante specie di perenni, arbusti, bulbose, graminacee, ecc. ecc., diverse da quelle conosciute banalmente, e che sono stancamente proposte dagli elenchi del Servizio Giardini, e il progetto poteva arricchirsi di forme, significati ed elementi non banali. Insomma poteva essere un bello scambio culturale.
Un’ultima cosa.
Mi auguro che non si parli di cancellate per questo progetto, sarebbe un’indecenza di senso e di azione.
Come mi auguro che se devono proprio essere pois anche nel disegno della pavimentazione, allora che lo sia fino in fondo e non, come ho letto in qualche articolo (La Repubblica del 6 dicembre 2011), una pavimentazione di lastre di basalto simili al sanpietrino …… lastre, sanpietrino, non è un controsenso? Cosa significa? Che esistono lastre di basalto con impronte di sanpietrini? ……. mah, staremo a vedere.
Buon 2012 a tutti e, soprattutto, buon lavoro!

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Un pensiero riguardo “Una piazza a pois, di Monica Sgandurra – lettura critica del progetto per piazza Testaccio

  1. Cara Monica, complimenti per la tua analisi che trovo condivisibile sotto tutti i punti di vista. Aggiungerei solo una nota riguardo all’eccesso di pavimentazione prevista. Poi mi chiedo se proprio nella famosa scacchiera dei sedici isolati del Testaccio dovevano inserire il motivo del cerchio……

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