PENSIERI AD ALTA VOCE: LA PROFESSIONE DEL PAESAGGISTA IN ITALIA – di Mauro Masullo


Illustrazione di Federica Fruhwirth per Paesaggiocritico

A completamento del primo articolo sulla formazione del paesaggista in Italia, con piacere pubblichiamo il secondo scritto di Mauro Masullo sui paradossi della professione del paesaggista nel nostro paese. L’articolo è accompagnato da un’altra bella illustrazione di Federica Fruhwirth, che mette in evidenza che il nostro mondo potrebbe essere governato da un grande posizionatore di pedine…..
Buone Natale!

Francesco Tonini


PENSIERI AD ALTA VOCE: LA PROFESSIONE DEL PAESAGGISTA IN ITALIA
di Mauro Masullo

“L’Architetto del Paesaggio, denominato all’estero con il termine Landscape Architect, nasce come figura professionale nel 1868 e ne parlò per la prima volta Frederick Law Olmsted in America, considerato ufficialmente il fondatore dell’architettura del paesaggio. Ad Olmsted si deve la progettazione di numerose opere di paesaggio negli USA: il Central Park di New York, il Prospect Park di Brooklyn, il piano generale del complesso dell’università di Berkeley, molti parchi a Brooklyn e altro ancora. La prima Facoltà universitaria di Architettura del Paesaggio fu istituita negli Stati Uniti d’America nel 1896, a cui seguirono in Europa il Landscape Institute nel Regno Unito nel 1928 ed altre in Germania subito dopo. Nei decenni successivi furono istituiti e si consolidarono i percorsi universitari negli altri Paesi europei, soprattutto del centro nord.” In questi Paesi sono numerosi i concorsi pubblici in tema di paesaggio e rivolti a questa figura professionale, ai quali possono partecipare a pieno diritto anche gli architetti del paesaggio italiani attraverso l’adozione della Direttiva CE 2005/36 e l’affiliazione all’EFLA.
L’architetto del paesaggio è una figura relativamente recente in Italia e si tratta di un professionista che conduce ricerche e fornisce consulenze per la pianificazione, la progettazione, l’amministrazione, la conservazione e lo sviluppo sostenibile degli spazi aperti e dell’ambiente, sia all’interno sia all’esterno degli ambiti edificati. Un mestiere trasversale in quanto coinvolge tutte le discipline professionali dall’architettura all’agronomia, dalla geologia alla biologia, dalla psicologia alla filosofia, dalla statistica all’ecologia e all’economia.
Il riferimento internazionale dell’Architetto del Paesaggio è rappresentato dall’IFLA, International Federation of Landscape Architects).
In Italia i concorsi pubblici in tema di paesaggio sono rivolti agli architetti e agli ingegneri, escludendo di fatto la specificità e la partecipazione degli architetti del paesaggio, italiani, europei e stranieri; questa situazione crea un enorme gap professionale ed evidenzia un’assoluta mancanza di mobilità dei professionisti all’interno dell’Unione europea. La categoria attende con urgenza che venga riformato l’assetto delle professioni e di consolidare i percorsi formativi ad esse legati, definendo la piena autonomia così come gli accordi internazionali richiedono e come la legge n..14 del 9/01/06 “Convenzione Europea del Paesaggio” indica nella formazione degli specialisti del settore paesaggistico. Se la professione fosse correttamente regolamentata e di conseguenza la presenza di tali professionisti fosse obbligatoria in molte istituzioni, commissioni e quant’altro, il mercato del lavoro in Italia richiederebbe decine di architetti del paesaggio per ogni centro urbano, interni alla pubblica amministrazione, nella formazione e nella libera professione.
Attualmente la maggior parte degli architetti del paesaggio vive della committenza privata e solo quelli che possiedono altri titoli o qualifiche lavorano con la pubblica amministrazione o della committenza pubblica.
I Bandi di Concorso all’Estero in tema di paesaggio hanno come professionisti di riferimento gli Architetti del Paesaggio, mentre in Italia tale figura è del tutto ignorata se non di rado ci si avvale del Paesaggista dell’Ordine degli Architetti (le cui competenze professionali non corrispondono a quelle dell’Architetto del Paesaggio IFLA) in qualità di consulente. Ad esempio il Bando di Concorso di Chaumont sur Loire in Francia evidenzia sia la figura dell’Architetto del Paesaggio e sia l’appartenenza ad EFLA ed il Bando di Concorso di Duisburg in Germania evidenzia la figura dell’Architetto del Paesaggio, come primo professionista, con riferimento alla DIR CE 2005/36. Di contro in Italia l’applicazione della DIR CE 2005/36 (attraverso l’art.26 del DL 9/11/2007 n°.206) non ha ancora permesso il riconoscimento degli Architetti del Paesaggio IFLA ed EFLA, ma non è neanche mai nominata tale figura professionale, da 61 anni ormai riconosciuta in tutto il mondo attraverso l’IFLA.
La figura professionale dell’architetto del paesaggio in Italia non è ancora regolamentata come negli altri Paesi del centro e nord Europa; nonostante l’Accordo internazionale tra IFLA ed UIA la figura dell’architetto del paesaggio è stata di fatto inghiottita da quella dell’architetto. Infatti un laureato in architettura del paesaggio ha diritto, dopo aver superato l’esame di stato, a potersi iscrivere nell’albo dei paesaggisti all’interno dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori; l’albo però viene condiviso con gli Architetti, con gli Ingegneri edili e con i laureati in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente ed il Territorio.
L’iscrizione all’albo per l’architetto del paesaggio comporta la decurtazione delle proprie competenze professionali relative alla pianificazione, potendosi solo occupare di progettazione paesaggistica e non potendosi iscrivere nell’albo dei pianificatori e pertanto il termine di architetto del paesaggio non è sinonimo di paesaggista, dovendo dividere questo titolo con altri laureati. Tale termine, paesaggista, riveste altresì un significato molto diverso se inteso come sostantivo o come aggettivo; nel primo caso il richiamo al titolo interno all’Ordine degli Architetti PPC è troppo evidente, nel secondo caso specifica che il professionista (architetto, agronomo, fotografo, pittore, ecc…) svolge la propria professione prevalentemente nel paesaggio.
In sintesi l’unica opportunità attualmente offerta in Italia alla professione dell’architetto del paesaggio è offerta dalla regolamentazione; tale processo è indispensabile per riservare i concorsi in tema di paesaggio agli architetti del paesaggio italiani e stranieri, per essere riconosciute uffialmente le proprie competenze professionali e per poter adeguarsi alle politiche dell’Unione europea, rivolte ad una libera mobilità dei professionisti al suo interno.

Link di riferimento:
2010 Meeting ed Expo ASLA (American Society of Landscape Architects)

Advertisements

17 pensieri riguardo “PENSIERI AD ALTA VOCE: LA PROFESSIONE DEL PAESAGGISTA IN ITALIA – di Mauro Masullo

  1. Ieri, dopo aver letto l’ultimo commento di Pirone, avrei voluto ribattere con puntualità e precisione; ma, dopo aver sognato stanotte la mia più cara amica e collega romana Laura (venuta a mancare non molto tempo fa) che mi prendeva sotto braccio e mi accompagnava lungo il mio percorso, preferisco evitare e non appesantire il mio “pensiero ad alta voce”. Il rischio di mancare di rispetto ai lettori ed il trasformare un’interessante riflessione in un inutile battibecco mi sono da ulteriore stimolo a continuare il mio percorso nella promozione di una professione, che considero tra le più appassionanti al mondo. Da sempre esercito solo questa professione e non altre ed i riscontri ottenuti da me sono senza dubbio molto superiori a quelli di altri miei colleghi, che hanno avuto l’opportunità di ricoprire le mie stesse cariche all’interno dell’AIAPP; per questo motivo, pur prendendo atto di visioni diverse e grazie a queste, mi sento sempre più stimolato a percorrere la strada intrapresa.
    Può darsi che ci saranno ulteriori commenti, a cui non risponderò più, perchè reputo più costruttivo impiegare il mio tempo nell’essere propositivo ed utile per il successo di una professione in cui credo da sempre.
    Un ulteriore “grazie” a chi ha ospitato il mio pensiero e a tutti coloro che condividono la gioia di questa professione, di questa disciplina e dell’amore per il paesaggio ed i giardini.

    Mauro Masullo

    Mi piace

  2. “Carne da macello” è la frase che ho usato, volutamente, perchè avendo frequentato alcuni docenti della Facoltà di Architettura in questi ultimi dieci anni, ho avuto modo di avere informazioni di prima mano riguardo alla gestione dei Corsi di Laurea, in conseguenza alla riforma Berlinguer e al successivo DPR 328. L’Università, grazie alla istituzione di Corsi di Laurea dai titoli più fantasiosi, aveva moltiplicato le cattedre, diventando un vero e proprio “cattedrificio”, a tutto e unico vantaggio dei docenti. Alla mia domanda, riguardo alla valutazione da parte loro delle problematiche legate agli sbocchi professionali dei laureati di questi corsi, la candida (direi quasi irritata e saccente) risposta che ho avuto da questi docenti è stata: “Ma noi ci occupiamo di didattica, mica di professione”!!. Vagli a spiegare che una e l’altra non sono scindibili! Questi docenti non si ponevano il problema se i loro laureati avessero o no un futuro sbocco professionale. E allora mi sono ricordato di quei programmi di storia nei quali vengono ricostruite famose battaglie, con i generali davanti alle mappe, che spostavano soldatini, e ad ogni spostamento corrispondevano migliaia di morti: “carne da macello” appunto. Nel caso nostro mi riferisco alla morte della professione, causata dalle scelte scellerate di quest’ultimo decennio. E penso che le facoltà hanno gravissime colpe, avendo istituito questi corsi e creando di conseguenza laureati pressochè privi di sbocchi lavorativi, ma soprattutto guardandosi bane dall’informare gli studenti riguardo a questi rischi.
    Trattandoli cioè alla stregua di “carni da macello”.

    Franco Pirone
    Architetto – architetto del paesaggio

    Mi piace

  3. Visto e considerato che questo preziosissimo forum è sempre attento ai temi dell’attualità, come non prevedere che la crisi della professione dell’architetto e dell’ingegnere, data la situazione economica italiana ed europea, tenderà ad essere sempre più acuta? Avremo sempre di più architetti e ingegneri che vorrano occuparsi di tutto: dal cucchiaio alla città, e quindi anche di paesaggio, pur non avendo la sufficiente professionalià. Come conseguenza, il campo di azione dei laureati in architettura del paesaggio e dei pianificatori, sarà sempre più ristretto, e le occasioi di lavoro sempre più rare. Alla luce di questo, la mia proposta di un percorso alternativo, illustrata nel post precedente, diventa sempre più realistica e concreta. La crisi internazionale allontanerà ancora di più l’obiettivo, ancorchè auspicabile, dell’unificazione della figura professionale dell’Architetto del Paesaggio in ambito europeo. Per cui è bene che coloro i quali intendono intraprendere questa meravigliosa professionei ne tengano conto, nel momento in cui devono sceglere i loro corsi universitari. Di fatto i corsi 3+2 in architettura hanno dimostrato i loro enormi limiti, a tutto vantaggio della laurea quinquennale UE, e di tutti gli studenti che, informati correttamente, hanno potuto intraprendere questo corso. Chi volesse dare un’occhiata a questo indirizzo: http://projectworkshop.wordpress.com/2008/11/14/competenze-professionali-degli-iscritti-all%E2%80%99albo-degli-architetti-pianificatori-paesaggisti-e-conservatori/ se ne renderà facilmente conto.
    Combattiamo pure, noi vecche generazioni, per un futuro migliore, ma non usiamo le giovani leve come “carne da macello” da mandare allo sbaraglio senza informarli adeguatamente e puntualmente su quella che è la situazione che dovranno affrontare. Non sarebbe onesto nei loro confronti.

    Franco Pirone
    Architetto – architetto del paesaggio

    Mi piace

  4. Nelle mie affermazioni con ci sono ne’ negatività, ne’ pessimismo, solo sano realismo, Masullo. Ho confutato e non stravolto le tue affermazioni, in nome della ferma convinzione che dobbiamo informare gli studenti – soprattutto mi rivolgo a loro- sulla realtà professionale che li attende in conseguenza delle loro scelte. L’università per 10 ani si è ben guardata da farlo, e allora, da sette-otto anni li informo nei forum e in altre occasioni (compreso il forum AIAPP di novembre a San Marino): volete avere competenze limitate e non esclusive, e avere un futuro professionale altamente incerto, oppure volete trovare un percorso alternativo, concreto, che vi permetta di raggiungere il medesimo obbiettivo di specializzarvi in paesaggistica, ma avendo molte, molte garanzie in più di che vi permetteranno di affrontare con migliori strumenti e maggiore serenità la professione del paesaggista? Queste banali cose sono davanti agli occhi di tutti (sembrano tolte di bocca dal Catalano di “Quelli della notte” di arboriana memoria), e nei trent’anni di professione ne ho avute continue conferme: personali e di altri colleghi. Cito:”secondo lui (Joao Nuñez) in Italia la professione dell’architetto del paesaggio è soggiogata e soffocata da quella dell’architetto a causa della fortissima disoccupazione che caratterizza quest’ultima. Stentavo a credergli, ma da un po’ non riesco proprio a dargli torto e mi vado sempre più convincendo che se c’è una professione in crisi in Italia è proprio quella dell’architetto”. E questa semplice verità te la doveva spiegare Joao Nuñez? Chi fa la professione in Italia queste banalità (e i conseguenti, serissimi problemi) la conosce da tempo.
    A proposito di stravolgimenti, ho semplicemente consigliato a chi ha già una laurea in architettura del paesaggio, di sostenere esami integrativi per ottenere ANCHE la laurea in architettura, mentre a coloro che stanno iniziando l’università ho consigliato di prendersi la laurea in architettura (orientando per quanto possibile gli esami verso la paesaggistica) e poi specializzarsi in architettura del paesaggio. Questi consigli che ribadisco ora, servono a guardare in faccia la realtà di un mondo professionale molto penalizzato (come dice Joao Nuñez, sia per gli architetti che per gli architetti del paesaggio), ma servono soprattutto a non nascondere la testa dentro la sabbia, sognando un’isola che non c’è. Qualcuno se la sente veramente di incoraggiare i giovani a intraprendere un percorso professionale (purtroppo, ripeto purtroppo) pieno di handicap? Scambiare critiche più che legittime per stravolgimenti del pensiero è un errore, non credi? In tutto questo non c’è nulla di personale, tranquillizzo Masullo, se non la volontà di mettere in luce dati di fatto: per essere un buon paesaggista in Italia, è necessario avere un titolo di studio in materie naturalmente affini, e poi sarà l’esperienza professionale quotidiana che contribuirà alla crescita del paesaggista. Ma quali e quante esperienze di lavoro può avere un laureato paesaggista, rebur sic stantibus, se causa le sue competenze (limitate e oltretutto non esclusive), pochissimi colleghi esperti sono in condizioni di offrirgli? Ricevo ogni anno almeno una decina di offerte di collaborazione professionale da parte di paesaggisti, alle quali devo rispondere negativamente: faccio il paesaggista e l’architetto, e se necessito di un collaboratore, cerco un professionista che mi possa sostituire in toto, non mi posso permettere di assumere un paesaggista e un architetto. E come me sono in tanti a dover ragionare così. In occasione del Forum di San Marino ho proposto in AIAPP di stimolare i soci a fare scelte più coraggiose: unendosi tra professionisti in studi (anche virtuali) di dimensioni più grandi. Ci sarebbero economie di scala (in proporzione costa meno affittare uno studio medio grande, e sarebbe meno complicato assumere collaboratori perché potrebbero lavorare per più professionisti). Resto sempre disposto però ad approfondire la questione con la massima serenità, visto e considerato che in tutti i miei interventi non c’è mai stata una affermazione o un comportamento contrario alle finalità statutarie del sodalizio. Ringrazio comunque Masullo: credo profondamente nel rispetto sia delle finalità associative, sia dei colleghi, per cui sentir parlare di deontologia mi mette sempre di buon umore.

    Franco Pirone
    Architetto – architetto del paesaggio

    Mi piace

  5. Intervengo solo ora, perchè ho voluto attendere la pubblicazione del secondo “pensiero ad alta voce” e perchè fuori sede negli ultimi 10 giorni.
    Credo che Pirone ce la metta tutta per stravolgere il significato delle mie parole, nè capisco la sua consolidata polemica nei miei confronti; rinnovo quanto da me scritto e ribadisco la mia lontananza da una negatività ed un pessimismo che non ho mai condiviso. Ancor più mi sorprende che in tanti anni non ho mai avuto il piacere di leggere o di essere a conoscenza di una sua proposta o di un suo pensiero, ma solo critiche a chi si espone esprimendo il proprio.
    In questi giorni ho ricevuto telefonate di numerosi Soci/Socie AIAPP di tutt’Italia che mi hanno chiesto se le norme deontologiche dell’AIAPP prevedessero l’immediata espulsione dall’associazione di coloro che non condividono le finalità, tra cui la promozione della professione di “architetto del paesaggio”.
    L’aver letto, anche nei commenti del precedente articolo, le parole di Pirone destinate a stimolare i laureandi in architettura del paesaggio a cambiare laurea, demotivando il loro interesse per la professione, e la rassegnazione ad una sconfitta (di certo non la mia e di tantissimi altri colleghi) hanno a buon titolo provocato una reazione per la quale ora molti Soci intendono chiedere una presa di posizione dell’Assemblea dei Soci per coloro che non rispettano le finalità statutarie.
    Proprio un anno fa,il giorno di Capodanno, ero a cena a Lisbona ospite a casa di Joao Nunes; secondo lui in Italia la professione dell’architetto del paesaggio è soggiogata e soffocata da quella dell’architetto a causa della fortissima disoccupazione che caratterizza quest’ultima. Stentavo a credergli, ma da un po’ non riesco proprio a dargli torto e mi vado sempre più convincendo che se c’è una professione in crisi in Italia è proprio quella dell’architetto…ironia della sorte!!!
    Forse che fra un po’ creeranno l’Albo dei medici architetti all’interno dell’Ordine? E’ un’ovvia provocazione, ma è un invito al rispetto delle professionalità…buon anno!

    Mi piace

  6. Rileggendo l’intervento di Masullo ho trovato un’altro aspetto degno di approfondimento: “…..ad esempio il Bando di Concorso di Chaumont sur Loire in Francia evidenzia sia la figura dell’Architetto del Paesaggio e sia l’appartenenza ad EFLA”. E’ bene chiarire che questi requisiti devono essere entrambi soddisfatti, sarebbe assurdo e inconcepibile aprire concorsi a chiunque risulti iscritto ad EFLA. Per una serie di ragioni che non sto qui ad elencare, in EFLA risultano iscritti (in quanto soci ordinari AIAPP) persone che non hanno alcun titolo di studio, a livello di laurea in materie attinenti, o addirittura non hanno nessuna laurea. Se si parla di concorso pubblico, l’appartenenza EFLA tout court non può mai essere un titolo preferenziale, o peggio, una conditio sine qua non. Un ente che bandisse un concorso del genere sarebbe subissato di ricorsi. E con ragione.

    Franco Pirone
    Architetto – Architetto del Paesaggio

    Mi piace

  7. Gentile Lucilla, la prego di non prendere un termine usato al solo scopo di semplificare un discorso, e trarne delle conseguenze troppo affrettate. Qualcuno parla anche di “materiale vegetale autoctono”, e non mi sembra sia una bestemmia. Non penserei mai che Lei non sa usare il computer solo perché mette l’articolo davanti alla parola “Autocad” (a proposito, ci sono software migliori per un paesaggista, usare Autocad per progettare un giardino, è come provare a fare una buca con il manico della pala….) Credo che questo dibattito tra il giardino creato da un paesaggista e quello creato da un architetto non porti molto lontano. Il talento e la sensibilità non sono patrimonio di una categoria. Se poi qualche architetto che non distingue un oleandro da un alloro fa un uso eccessivo di “hardscape”a scapito del “softscape”, purtroppo non ci possiamo fare più di tanto, il nostro paese è maestro nel mettere le persone sbagliate nel posto sbagliato. La Sua citazione riguardo al processo creativo di un giardino vale anche per l’architettura: anch’essa nasce da una combinazione alchemica tra arte, filosofia, poesia e …..genius loci (che sia paesaggio urbano o paesaggio naturale). Infine, il fatto che il paesaggista sia “subordinato” all’architetto la dice lunga non tanto e non solo sullo stato dell’insegnamento dell’architettura del paesaggio (immagino che anche questa dizione non la convinca molto). Il problema è dovuto all’arretratezza culturale del nostro paese. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto, molto lontano….
    cordiali saluti
    Franco Pirone
    architetto – architetto del paesaggio

    Mi piace

  8. Dire che per essere paesaggista occorra la laurea in filosofia era un po’ una provocazione. Ma solo un po’. Dire che per fare il paesaggista occorra essere architetto è un errore tipicamente italiano. Un mio amico francese diceva che gli italiani sono tutti architetti… Penso che il paesaggista sia una cosa e l’architetto un’altra. Al limite può essere che il paesaggista debba avvalersi della collaborazione di un architetto o di un ingegnere, non il contrario. A ognuno il suo mestiere. Ho già rilevato un errore per me fondamentale quando lei parla di “materiale”, intendendo alberi, arbusti etc, quasi fossero dei mattoni, che certamente non sono e il paesaggio non è certamente una “costruzione”. La formazione universitaria purtroppo condiziona moltissimo, è una visione delle cose che ti cacciano dentro. Spesso diventa deformazione professionale. Ti mettono in mano una matita, ti insegnano a usare l’autoCad, ti danno un foglio bianco e vai… I giardini sono un’altra cosa. Non sono basati su calcoli, ma neppure solo sul “materiale” vegetale, sono una combinazione alchemica tra natura, arte, poesia, filosofia e… anche architettura. Non voglio dire che gli architetti non siano degli artisti, ma la loro visione è spesso diversa. Insomma, quando un architetto fa un giardino, si vede.
    Ritengo anche che il corso di laurea in paesaggismo in Italia sia fatta male, che sia fatta proprio affinchè i paesaggisti diventino gli “scagnozzi” degli architetti. Poi non c’è una bottega, neanche una, dove possano andar a farsi le ossa e imparare.

    Mi piace

  9. L’architettura del paesaggio, come l’architettura tout court è una materia con mille sfaccettature. Comporre un giardino (come comporre un edificio) non deve e non può mai essere un mero esercizio formale. Storia, filosofia, psicologia, sociologia entrano a pieno diritto nell progetto di un giardino; un buon progettista non può prescindere da questi componenti fondamentali del processo creativo. Però bisogna distinguere una imprescindibile formazione universitaria dalla sensibilità del progettista. Penso che questo norma del buon senso valga per qualsiasi professionista, che sia medico o psicologo, esperto in restauro dei monumenti o del paesaggio.

    Mi piace

  10. Il mestiere del paesaggista non è “completamente” diverso da quello dell’architetto. Certamente il fatto che il paesaggista operi con un materiale “vivente” fa si che di questa materia se ne possa occupare chi questo materiale (alberi, arbusti, tappezzanti….) lo conosce. Detto questo l’architetto che ha studiato botanica può essere un ottimo paesaggista (L’AIAPP ne ha moltissimi al suo interno). Per il resto, per favore, non trasformiamo una eccezione in regola. Lasciamo fare filosofia ai filosofi, medicina ai medici, legislazione agli avvocati e così via. Altrimenti scivoliamo nella china pericolosa: se diciamo che di architettura del paesaggio se ne possono occupare coloro che hanno le formazioni culturali più disparate, nascondiamo a noi stessi la complessità di questa materia. Di eccezioni, se volete se ne possono citare a bizzeffe. Ma non servono a fare una regola
    Franco Pirone
    Architetto – Architetto del Paesaggio

    Mi piace

  11. Il difetto degli architetti che fanno i paesaggisti (degli ingegneri non ne parliamo neanche, salvo Maurizio Usai, che è un vero giardiniere) è che rimangono architetti. Il mestiere del paesaggista dovrebbe essere completamente diverso, cioè avere un’altra impostazione. All’estero funziona un po’ così, vedi Clément, Oudolf, Caruncio (laurea in filosofia) e altri. Riterrei più valida una laurea in filosofia che una in architettura.

    Mi piace

  12. Caro Francesco, concordo con te sull’esigenza di migliorare la formazione dell’architetto del paesaggio. Negli anni 90 la facoltà di architettura era organizzata in dipartimeti: urbanistica, restauro, etc. La scelta del dipartimento comportava un piano di studi “orientato” verso quella disciplina, fermo restando il carattere di unicità della laurea finale. Questa potrebbe essere una buona strada: un buon piano di studi che comprendesse materie come: botanica, progettazione di parchi e giardini, storia dell’architettura del Paesaggio. Poi, come dici tu, la pratica professionale, magari preceduta da un buon tirocinio presso uno studio di paesaggistica farebbe il resto. Viceversa ritengo meno semplice l’istituzione di un corso di laurea specifico e avulso da Architettura. Non vedo un corpo docente all’altezza di questo corso, la limitatezza delle competenze sarebbe un altro aspetto negativo, e per ultimo Architettura e Agraria farebbero a gara per metterci sopra il loro cappello. Un caro saluto
    Franco Pirone

    Mi piace

  13. Una piccola aggiunta alla mia risposta: se diamo per buono l’assioma che la conditio sine qua non per diventare un bravo paesaggista è quella di frequentare un corso di laurea in architettura del paesaggio, e affrontare il duro lavoro della pratica quotidiana per un buon numero di anni, vorrebbe dire che in Italia non esistono bravi paesaggisti: infatti la stragrande maggioranza di iscritti AIAPP non ha laurea specialistica, e quelli che l’hanno conseguita si sono affacciati nel mondo del lavoro da pochissimi anni. Ma visto che frequento il sodalizio da quasi 25 anni ti posso assicurare che al suo interno la maggior parte di loro sono ottimi paesaggisti, e nonostante abbiano competenze diffuse (la maggior parte di loro sono architetti), ti assicuro che la crisi del settore si sente molto anche tra gli iscritti. Ma si sentirebbe molto di più se ognuno di loro, in virtù delle competenze diffuse non potesse operare in altri settori che non siano esclusivamente quello dell’architettura del paesaggio.

    Un caro saluto
    Franco Pirone
    Architetto – architetto del paesaggio

    Mi piace

    1. Capisco bene quello che dici Franco e concordo anche. Secondo me però non ci capiamo, o forse io non ti voglio capire perché ovviamente la vorrei vedere da un altro punto di vista……
      la prossima volta che ci incontriamo parliamone per favore perché vorrei comprendere se per te esiste lo spiraglio per soluzioni che non siano di ordine pratico-economico.
      Ciao e grazie

      Mi piace

  14. Caro Francesco, la mancanza di professionalità nel campo della progettazione del paesaggio non si risolve (purtroppo) creando professionalità con competenze limitate che quindi non riescono a imporsi sul mercato. E’ una triste e inconfutabile verità: se sono un committente che deve incaricare un professionista per il restauro di un giardino storico, ho due possibilità: posso incaricare un Architetto paesaggista (e un agronomo) per il verde, un conservatore per le parti murarie e un architetto per altri eventuali manufatti; questo mi costerebbe molto, poiché ogni professionista dovrebbe essere pagato in percentuale sulla rispettiva parte d’opera (oltre ai problemi di coordinamento tra i professionisti). L’altra possibilità sta nell’incaricare un singolo professionista (l’architetto) che eventualmente si fa dare una consulenza da un agronomo. Tutto è (purtroppo) molto più semplice ed economico, è una tristemente banale regola di mercato. Cito: “Inoltre non credo che due anni di un corso post laurea siano sufficienti ad acquisire sensibilità speciali nel campo del paesaggio, sensibilità che si acquisisce con molti anni di duro lavoro, impegno e ricerca personale” Il dilemma è proprio questo: è meglio fare un 5+2 avendo buone opportunità di lavoro, e avendo quindi la possibilità di acquisire sensibilità speciali come le chiami giustamente tu, o fare un corso di laurea ad hoc per poi finire a fare il…. tranviere perché quella laurea limitata ti da pochissime chance di lavoro? Se affrontiamo il problema solo parzialmente, sbagliamo a inseguire l’obbiettivo dell’uniformità delle figure professionali in Europa, che non c’è neanche per gli architetti. Non mi dilungo su una querelle tra architetti e ingegneri, porto solo come esempio la progettazione di opere di rilevante carattere artistico e d’interesse storico-artistico, siano o meno vincolate, che spetta esclusivamente all’architetto (l’art.52 del RD 2537/1925 ribadito dalla sentenza del Consiglio di Stato, sezione VI con sentenza 5239/2006). Pur accogliendo il principio “Europeo”che ingegnere edile e architetto sono due figure professionali simili, l’Italia ha affermato il diritto di assegnare competenze esclusive agli architetti, e ti assicuro che questa è stata una decisione molto saggia.
    Anch’io vorrei che la situazione fosse diversa, ma non mi va di inseguire utopie che non portano ad alcun risultato (e che faremmo pagare, molto care, ai futuri professionisti). Mi farebbe molto piacere incontrarci per discuterne, le piazze di pietra e le panchine ellittiche ormai me le sogno di notte (e sono incubi…..) ma credo che la strada da voi indicata non porti alla soluzione del problema. Grazie a te Francesco, sia per l’impegno che lo spazio di discussione che ci metti a disposizione

    Mi piace

  15. Caro Mauro, leggendo il tuo intervento mi ritrovo nuovamente a confutare le tue affermazioni
    “In Italia i concorsi pubblici in tema di paesaggio sono rivolti agli architetti e agli ingegneri, escludendo di fatto la specificità e la partecipazione degli architetti del paesaggio, italiani, europei e stranieri” Non è vero: un laureato in architettura del paesaggio può partecipare a questi concorsi. L’unico limite è rappresentato dalle sue competenze; non potrà fare restauro di giardini storici, se non limitatamente alla vegetazione, e avrà bisogno della collaborazione di un architetto o di un ingegnere per poter fare calcoli di muri di spinta. In definitiva si ribadisce la limitatezza delle competenze di questo tipo di laurea, ma non si esclude la sua partecipazione a concorsi, magari in gruppo con altri professionisti. Inoltre, in alcuni casi il titolo di paesaggista può dare adito a un punteggio maggiore.

    “Se la professione (del paesaggista) fosse correttamente regolamentata e di conseguenza la presenza di tali professionisti fosse obbligatoria in molte istituzioni, commissioni e quant’altro….” Non puoi renderla obbligatoria per la semplice ragione che questo ruolo, in base alle competenze delle altre professioni, può essere svolto sia da architetti, da ingegneri e da Architetti paesaggisti.

    “Attualmente la maggior parte degli architetti del paesaggio vive della committenza privata e solo quelli che possiedono altri titoli o qualifiche lavorano con la pubblica amministrazione o della committenza pubblica” ….”La figura professionale dell’architetto del paesaggio in Italia non è ancora regolamentata come negli altri Paesi del centro e nord Europa”
    La situazione non è questa, basta leggere quelle che sono le competenze del paesaggista; disciplinate dal terzo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale recita:
    “Formano oggetto dell’attività professionale degli iscritti nella sezione A – settore paesaggistica:
    a) la progettazione e la direzione relative a giardini e parchi;
    b) la redazione di piani paesistici;
    c) il restauro di parchi e giardini storici, contemplati dalla legge 20 giugno 1909, n. 364, ad esclusione delle loro componenti edilizie.”
    Appare chiaro che il campo professionale del pianificatore risulta delineato con sufficiente chiarezza dalla norma, che (per quanto opinabile nella sua ristrettezza) lascia spazio a pochi dubbi. Quindi un paesaggista può benissimo lavorare con la committenza pubblica, casomai è la limitatezza delle sue competenze a rendere complicata e irta di ostacoli la sua attività professionale

    …..”L’iscrizione all’albo per l’architetto del paesaggio comporta la decurtazione delle proprie competenze professionali relative alla pianificazione, potendosi solo occupare di progettazione paesaggistica e non potendosi iscrivere nell’albo dei pianificatori”. E certo, il paesaggista e il pianificatore sono due figure professionali diverse in base al dpr 328. Per risolvere questo problema basta prendere la laurea in architettura UE e hai TUTTE le competenze, sta poi al singolo laureato specializzarsi in paesaggistica e/o pianificazione.

    “In sintesi l’unica opportunità attualmente offerta in Italia alla professione dell’architetto del paesaggio è offerta dalla regolamentazione; tale processo è indispensabile per riservare i concorsi in tema di paesaggio agli architetti del paesaggio” Ancora una volta, non è così. Basta seguire il corso di studi sopracitato e sei architetto, paesaggista e se vuoi anche pianificatore (basta sostenere i rispettivi esami di stato e avere i titoli conseguenti. Potrai fare la professione del paesaggista e del pianificatore, e non ci sarà bisogno di inseguire la chimera della richiesta di regolamentazione che riservi competenze esclusive ai paesaggisti.

    Mi spiace ribadire che la tua analisi non approfondisce alcuni aspetti fondamentali della situazione, per cui le proposte che ne conseguono – a meno di una rivoluzione delle competenze professionali che sappiamo benissimo non potrà arrivare a breve/medio termine- non potranno mai avere alcuna speranza di essere accolte. Come ho già avuto modo di scrivere in varie sedi, l’obbiettivo di ottenere competenze RISERVATE per il paesaggista è improponibile perché confligge con le professioni dell’architetto, dell’ingegnere etc… che queste competenze le hanno per legge e che mai cederebbero ad altri in via esclusiva. Questo vale per il paesaggio, come vale per le altre specializzazioni: urbanistica, restauro, pianificazione, design….., bisogna rendersi conto che intorno al mondo dell’architettura e dell’ingegneria, oltre al paesaggista, ci sono molte professioni che rivendicano competenze esclusive, in quanto si sentono depositari delle relative professionalità. E nessuna di queste ha la benché minima speranza di essere accolta, poiché comporterebbe di fatto lo svuotamento della professione dell’architetto e dell’ingegnere. Va da se che, rebus sic stantibus, questa è una richiesta assurda. Ripeto che la battaglia l’abbiamo persa nel 2000 ed è inutile e pericoloso portarla avanti ora, con la crisi professionale che incombe e che rende assolutamente indisponibili le varie professioni a vedersi sottrarre preziose competenze. Ho usato volutamente il termine “pericoloso” perché, se vogliamo parlare alle nuove generazioni interessate ai temi del paesaggio, dobbiamo farlo con la massima onestà intellettuale, suggerendo loro il percorso professionale che gli dia il miglior punto di equilibrio tra conoscenza e competenza che gli permetta di svolgere la professione del paesaggista nel miglior modo possibile: laurea in architettura e specializzazione post laurea in architettura del paesaggio, magari presa all’etero, per incentivare scambi culturali all’interno dell’Unione Europea
    Franco Pirone
    Architetto – Architetto del paesaggio

    Mi piace

    1. Ciao Franco,
      le tue obiezioni sono chiare, ma la risposta pragmatica che dai risolverebbe il problema di chi si volesse rivolgere alla professione con successo, ma non risolverebbe il problema grave della mancanza di professionalità di chi si occupa di paesaggio e pertanto della mancanza di qualità degli spazi pubblici italiani.
      Hai commentato anche tu quello che sta succedendo a Roma con gli ultimi concorsi di spazi pubblici…….
      Un giovane che si iscrivesse ad Architettura UE non avrebbe nessun interesse a specializzarsi in paesaggio con un master, scuola di specializzazione ecc…. perché potrebbe accedere a qualsiasi concorso appena laureato.
      Inoltre non credo che due anni di un corso post laurea siano sufficienti ad acquisire sensibilità speciali nel campo del paesaggio, sensibilità che si acquisisce con molti anni di duro lavoro, impegno e ricerca personale.
      Per quanto sia una utopia, sono propenso ad appoggiare l’idea che serva una regolamentazione più chiara, anche se non esclusiva, che renda più indipendente la figura del professionista che si occupa di paesaggio.
      Altrimenti ci ritroveremo per sempre con piazze incastonate di sedute michelangiolesche ellittiche in marmo di carrara….
      Ciao e grazie del tuo preciso e sempre prezioso contributo.
      Francesco

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...