Liguria, di Sara Caprini – “dichiarazione d’amore” alle Cinque Terre


Ettore Forestiere verso nuovi orizzonti – Olio su tela, 2006, 120×120 cm

Pubblichiamo oggi il primo di una serie di articoli che Sara Caprini ci ha inviato per parlarci del suo grande amore, le Cinque Terre, stretta fascia di terra ligure che negli ultimi tempi è stata percorsa dalla cronaca spiacevole sui disastri ambientali causati da frane e smottamenti. Sara ci descriverà fino all’ultimo dettaglio di questo stupendo tratto di territorio in cui ha deciso di vivere e lavorare.

Francesco Tonini


DICHIARAZIONE D’AMORE
di Sara Caprini

Per chi come me ha compiuto un percorso di studi dove il paesaggio era l’oggetto principale d’analisi, le curve di livello, linee curve che segnano sulle carte ogni tot metri l’andamento dei rilievi, sono sempre state un’astrazione.
Guardando una collina o una montagna ci vuole immaginazione per vedere nella realtà quello che l’uomo usa per disegnare sulla carta la geomorfologia di tutte le alture presenti in Italia.
Poi un giorno sono andata alle 5 terre, stretta lingua di terra composta da montagne che si tuffano nel mare più blu e trasparente che abbia mai visto, luogo talmente eccezionale per il suo stretto rapporto con l’uomo, da essere diventato uno dei parchi nazionali italiani più visitati al mondo.
Qui l’uomo non era previsto: nella progettazione primordiale del mondo, è chiaro che solo la roccia e la macchia mediterranea potevano resistere al cocente sole e all’asprezza dei luoghi. Quella roccia che si accartoccia su se stessa prima di immergersi nel mare. Ma pare che l’uomo nella storia abbia dovuto più volte combattere contro l’apparente scontrosità dei luoghi per sfuggire a ben altre difficoltà; oppure semplicemente si sia innamorato del sole che immancabilmente tutte le sere tinge di rosso il mare, o di quel blu profondo che bacia tutti i costoni rocciosi, o ancora delle montagne che dividono e proteggono da un caotico mondo.
Le curve di livello qui assumono una veste reale: i terrazzamenti.
I più che famosi muretti a secco segnano i versanti: come un pennarello tracciano sul territorio curve che seguono la morfologia dei monti, ridisegnano il profilo irto e brullo del terreno, si appoggiano alla roccia che spesso affiora, diventano un tutt’uno con ulivi ed euforbie.
La vista da mare toglie il fiato: d’un colpo si coglie la fatica, l’ardita impresa, la precaria vittoria.
La bellezza struggente di questo lavoro secolare perpetuato da persone che hanno deciso oggi, nel 2011, a 500 anni dalla nascita dei primi insediamenti in queste terre, di vivere ancora qui, fanno pensare più ad un atto d’amore.
Un atto d’amore verso se stessi.
M’immagino la persona, che non chiamo contadino, che la mattina si alza per svolgere i lavori necessari alla manutenzione dei suoi terreni, che si piega innumerevoli volte a raccogliere la pietra caduta dal muretto e che ogni volta che si rialza abbraccia con gli occhi l’infinito blu. Una terra voluta, una fatica vissuta, un amore sconfinato che combatte ogni avversità.
Guardando i muretti a secco storici mi sono sempre chiesta se l’orditura delle pietre fosse stata decisa prima per dare vita a una trama così interessante. Di certo noi ormai stentiamo a realizzarla anche solo simile: forse ci manca lo spirito d’avventura o la reale necessità di ricavare da pochi terrazzamenti quello di cui vivere. Anche solo l’idea che una serie di pietre, appoggiate le une sulle altre, riescano a trattenere la spinta del terreno, senza aggiungerci nemmeno un po’ di malta, ci destabilizza. Vedere che fabbricati rurali (accezione che ormai non esiste più a catasto) costruiti interamente con sole pietre sono ancora lì, abbandonati a se stessi, ma stoicamente in piedi a fissare il mare, mi fa pensare che forse aspettiamo troppe certezze per costruirci il presente.
In fondo cosa è più precario di una montagna che spinge contro quello che noi costruiamo?
Eppure la gente c’è e rimane alle 5 terre a vivere, e non solo di turismo.
Il turismo oggi è il prezzo da pagare per poter vivere in queste terre dove persino l’acqua potabile a volte è un problema, per non parlare di altre cose banali come l’elettricità e il telefono.
Chilometri di cavi che corrono sui versanti, attraversano impluvi, valicano crinali per collegare persone che forse hanno scelto di essere collegate solo con se stessi e con la Terra, quella con la T maiuscola, quella che dà e toglie, quella che frana e copre.
Strana scelta o possibilità di ricominciare?
Penso che se la fine del mondo come lo conosciamo noi, dovesse avvenire, è alle 5 terre che vorrei ripartire: dalla pietra, dalla terra e dal mare.

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