Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #22 – Finalmente Natale


Illustrazione di Federica Fruhwirth per Paesaggiocritico

Natale. Finalmente è ritornato il Natale! Vabbè! Se vi rimarranno due Eurini da spendere in libreria, vi consiglio tre libri molto piacevoli e interessanti, giusto per tirarvi su un pochino.

A. M. CONFORTI CALCAGNI Una grande casa, cui sia di tetto il cielo Il giardino nell’Italia del Novecento. Milano 2011 Il Saggiatore S.P.A
Una grande casa, cui sia di tetto il cielo

La signora Calcagni è una storica d’arte e insegna all’Università di Verona. Ha già scritto due libri sulla storia dei giardini molto interessanti: “Bellissima è dunque la rosa” 2003 e “Bei sentieri, lente acque” 2007. Il primo è un saggio sul giardino veneto dal 1300 a 1500, quando la Repubblica marinara era all’apice del suo fulgore e dei suoi commerci e la campagna era diventata un investimento e un bene voluttuoso, giusto per sfuggire la noia delle vacanze al mare. Il secondo libro tratta dei giardini lombardi del 1800, quando Ercole Silva importò dall’Inghilterra la moda del parco romantico, che sorse sulle ceneri dei pochi resti dei giardini formali del 500/600 e su nuovi terreni strappati all’agricoltura in crisi. Parchi così amati dagli Italiani, che su uno di questi, il più importante e bello, nel 1922 si pensò addirittura di far passare una pista per le corse della formula uno . Ci sono tutti i collegamenti con la filosofia e l’economia del periodo, perciò leggerli è anche una bella passeggiata intorno alla storia.
Questo qui tratta del giardino del 1900 in Italia. Non è che non si sia scritto sull’argomento, ma quello che si trova è quasi sempre frammentario e scollegato. Si è scritto tanto sull’architettura di questo secolo, ma i giardini sono stati relegati come utili ornamenti. L’ignoranza è tanta, per esempio, molti grandi giardini sono spacciati come rinascimentali, mentre, spesso, sono dei rifacimenti risalenti agli anni 20 o 30 sulla spinta del critico d’arte Ugo Ojetti. Un esempio? I Giardini Vaticani, il Giardino di Palazzo Ducale di Urbino, Villa Madama a Roma, il Giardino della Marfisia a Ferrara, quasi tutti quelli di Firenze etc. Altra storia è quella dei Giardini di Castel Gandolfo che prima del 1931 non esistevano.
Altro argomento importante è la nascita del giardino borghese, che avvenne a Torino ad opera di Raimondo d’Aronco e a Palermo con Ernesto Basile. Dunque la nascita del favoloso stile Liberty italiano; purtroppo molte ville Liberty sono scomparse per lasciare spazio alla speculazione edilizia degli anni ’70. Basile costruisce i suoi villini con la facciata rivolta alla strada, in genere un Viale cittadino, e il giardino ha il suo spazio nel retro per preservare la privacy della famiglia, che lo vive come una stanza a cielo aperto: l’esatto contrario del giardino nobiliare che era tutto davanti a dimostrare la potenza e la ricchezza dei proprietari.
Nel libro si tratta ancora della trasformazione della città nell’epoca dell’economia industriale, la nascita del verde urbano, le città giardino per gli operai, le città termali, i giardini degli alberghi, l’assetto di Roma Capitale con tutta la tematica del rapporto tra rovine e vegetazione, il verde delle città di fondazione…
Giacomo Boni (quello di Villa Blanc), Piacentini, Busiri Vici, Munoz, Del Debbio, De Vico, Portalupi, Figini, Buzzi, Porcinai, Scarpa, etc,. Poi l’Italia degli anni ’50 con Adriano Olivetti e il verde industriale, gli inglesi in Italia, i giardini d’arte. L’autrice si ferma all’inizio degli anni ’70, gli anni bui, come li chiama lei.

A. WULF La confraternita dei giardinieri 2011 Milano Ponte Alle Grazie
La confraternita dei giardinieri

Ecco un libro da leggere come se fosse un romanzo d’avventura. In effetti lo è. Avventure realmente vissute da un manipolo di botanici inglesi, che nel 1700, sbattendosi su navi poco sicure, attraversarono mari burrascosi per raggiungere le nuove terre, scoprire nuove forme vegetali e fondare la botanica moderna. Si comincia dalla classificazione di Linneo, anzi no, si comincia da Thomas Fairchild che, nel 1716, compie un atto peccaminosissimo: si chiude nel suo capanno con un vaso di garofanini dei poeti a fiore semplice e uno con una varietà naturale di garofani doppi. Con una piuma strofina lo stame dei primi e porta il loro polline sullo stigma del garofano doppio.. Dai semi di quest’ultimo nascerà un garofano rosa doppio, ma a mazzetti come il papà, il garofanino. Atto sovversivo e blasfemo contro Dio, che fino a quel periodo era l’unico che aveva diritto a creare nuovi ibridi. Da qui un concatenarsi di eventi che coinvolgono Bartram, Collinson e la nascita del vivaismo con le piante che inviava dall’America, Banks e Solander a Tahiti sull’Endeavour, proprio come nei nostri tempi: collane di fiori, belle ragazze, frutta esotica e fiori, fiori e fiori. Ancora Banks e il Bounty in quel famigerato viaggio del 1789. 1500 piante dell’albero del pane e un ammutinamento… Insomma la storia di come l’Inghilterra sia riuscita attraverso un drappello di uomini a diventare la nazione di appassionati di giardinaggio che è oggi. Glossario, note e bibliografia molto esaustivi.
Leggendolo sono stata un po’ punta nel vivo…un rigurgito di amor patrio, che ne so. Mi è venuto da pensare che l’Orto Botanico di Padova è il più vecchio del mondo, che nel 700 a Palermo c’erano due Orti e un giardino di acclimatizzazione, altrettanto a Napoli (a Londra solo il Kew
Gardens?), che anche noi avevamo fior di botanici e viaggiatori, ma che difficilmente qua qualcuno si mette a scriverne la storia e a farne un best seller.

R.MABEY Elogio delle erbacce 2010 Milano Ponte alle Grazie
Elogio delle erbacce

Premetto subito che il suo titolo nella lingua d’origine è un po’ diverso, meno modaiolo.
Weeds. How Vagabond Plants Gatecrashed Civilisation and Changed the Way We Think About Nature. Anche perché il titolo in italiano fa pensare al doppione di un libro di Gilles Clément, invece c’entra abbastanza poco. Certo che la filosofia di base è sempre quella: il mondo sarebbe bello anche senza l’intervento dell’uomo. Anzi, le erbe se ne fregano dell’uomo, c’erano prima di lui e ci saranno dopo di lui. Tutte le erbe, anche le più umili, le cosiddette infestanti, quelle sciolte nell’acido dei diserbanti, hanno una funzione, una storia e una bellezza. Basta pensare alle graminacee, ora così di moda nei giardini, fino a pochi decenni fa (da noi pochi anni) erano usate solo come piante alimentari o ridotte a moquette nei pratini all’inglese o prontamente strappate come inopportune infestanti che non servono a niente.
Ogni capitolo del libro è dedicato a un’erbaccia. Mabey incomincia parlando di lei, di come è arrivata nel suo giardino (laboratorio e regno delle benarrivate, ma tanto disprezzato dai vicini), ne promuove tutti i collegamenti e le implicazioni culturali, lui è un uomo estremamente colto, cita pittori che l’hanno ritratta, scrittori e poeti che l’hanno cantata, suole di scarpe che hanno trasportato da luoghi lontani i suoi semi, magari qualche decennio prima, etc Bello quando lui racconta che, durante la seconda guerra mondiale, dopo i grandi bombardamenti di Londra, tra le macerie delle case distrutte nacquero tante specie endemiche che da tempo immemorabile non si vedevano più in giro. Evidentemente i loro semi erano nella malta, lì, in attesa di essere liberati e di poter germogliare. La stessa cosa pare che sia successa quando hanno tirato fuori da sotto terra delle rovine romane. Perciò, quando zapate e diserbate il terreno per un orto urbano (a volte inutile e inopportuno), date un po’ di attenzione a quello che spunta da solo, perché potrebbe essere un’erba nata da un seme che magari era lì da molto più di cento anni in attesa di germogliare.
Libro molto divertente, oltre che istruttivo. L’unico difetto è la nomenclatura delle piante non in latino. In Inghilterra tutti usano tranquillamente il nome volgare, ma quel nome è comune dalla punta estrema della Scozia fino al Galles, da noi invece no. Che cos’è la grelda?


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3 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #22 – Finalmente Natale

  1. Grazie Maria Beatrice, ma ancora non ho capito che cos’è. Sono andata a cercarla, ma ho avuto notizie poco soddisfacenti. Comunque l’autore del libro non lo dice, ossia lui chiama grelda la cannapis sativa, con effetti esilaranti. Ovviamente.
    Ve avessi letto Harry Potter avrei capito subito! Ma non è che il maghetto si faceva le canne? A pensarci bene…

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  2. Ciao Lucilla! La grelda e’ la griselda… Venomous tentacula… L’ho conosciuta tramite mio figlio di 10 anni, appassionato di Harry Potter!!! Con la nomenclatura binomia peraltro…
    Enjoy!!! 😉

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