PENSIERI AD ALTA VOCE: LA FORMAZIONE DEL PAESAGGISTA E DELL’ARCHITETTO DEL PAESAGGIO – di Mauro Masullo

Illustrazione di Federica Fruhwirth per Paesaggiocritico

Credo che l’illustrazione di Federica Fruhwirth centri appieno il problema: siamo in mano di chi non ci si può fidare…..
Quello che segue è il primo di due articoli scritti da Mauro Masullo che cercano di fare luce sulle soluzioni da adottare per risolvere il fallimento riguardante la formazione e la nascita della figura del Paesaggista in Italia.
Gli articoli sono ricchi di informazioni utili e si prestano all’apertura di interessanti dibattiti. Vi lasciamo quindi al primo dei “pensieri ad alta voce” di Mauro.

Francesco Tonini


LA FORMAZIONE DEL PAESAGGISTA E DELL’ARCHITETTO DEL PAESAGGIO
di Mauro Masullo

Premessa

La figura professionale dell’architetto del paesaggio nasce come figura professionale nel 1868; ne parlò per la prima volta Frederick Law Olmsted in America, considerato ufficialmente il fondatore dell’architettura del paesaggio. Ad Olmsted si deve la progettazione di numerose opere di paesaggio negli USA: il Central Park di New York, il Prospect Park di Brooklyn, il piano generale del complesso dell’università di Berkeley, molti parchi a Brooklyn e altro ancora.
La prima Facoltà universitaria di Architettura del Paesaggio fu istituita negli Stati Uniti d’America nel 1896, a cui seguirono in Europa il Landscape Institute nel Regno Unito nel 1928 ed in Germania negli anni successivi. Nei decenni successivi furono istituiti e si consolidarono i percorsi universitari negli altri Paesi europei, soprattutto del centro nord. Attualmente in Europa i percorsi formativi, lì dove mancano vere facoltà autonome, sono istituiti all’interno delle facoltà di Orticoltura, Scienze naturali, Scienze della vita e Agraria; il minor numero sono invece presenti nelle facoltà di Architettura.
In Italia il primo specifico corso di laurea in architettura del paesaggio viene istituito nel 2001 presso alcune Facoltà di Architettura come quelle di Roma e di Genova; l’architettura del paesaggio (ICAR15) sta conoscendo in questo periodo vere e proprie minacce ed è perfino in discussione il riconoscimento.
Questo significa che, dopo un certo numero di laureati, spariscono i corsi di laurea, nonostante che le politiche europee si siano indirizzate da anni alla promozione del riconoscimento reciproco dei professionisti tra gli Stati dell’Unione europea per rendere possibile la mobilità dei professionisti stessi al suo interno.

Analisi dello stato

Si prende spunto dallo stato di crisi economica esistente nel mondo ed in Europa e si osserva che proprio nei Paesi europei del mediterraneo, in cui manca una consolidata formazione dell’architetto del paesaggio, la crisi economica assume i toni più gravi.
E’ evidente che il mancato apporto di una pianificazione paesaggistica ed economica, relativa ai patrimoni delle grandi Civiltà mediterranee-europee (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo), rende di fatto il paesaggio non protagonista tra le risorse economiche su cui investire nello sviluppo.
In questi quattro Paesi infatti il valore economico del paesaggio rappresenta la più grande risorsa e, se correttamente pianificato e gestito, renderebbe questi Stati tra i più ricchi al mondo.
Ma per raggiungere questo obiettivo è necessario riconoscere pienamente ed utilizzare le professionalità specifiche, così come anche indicato dalla legge n°.14 del 9 gennaio del 2006 (Convenzione Europea del Paesaggio); ma è necessario però prima consolidare i percorsi formativi attraverso l’adeguamento a quelli esistenti nei Paesi europei, dove la formazione è ormai storicizzata.

Una specifica Facoltà di Paesaggistica in Italia

Nasce da quest’ultima analisi la necessità di isituire in Italia, come in Grecia, Spagna e Portogallo, una vera e propria Facoltà di Paesaggistica, prendendo spunto dai programmi universitari europei ed arricchendoli con le specificità mediterranee.
Infatti questi Paesi vivono un rapporto diverso con il proprio paesaggio, essendo amplificate le relazioni con la lunga siccità estiva e tipica del bacino mediterraneo; infatti questo rapporto necessita di una più attenta pianificazione, perchè più esigente anche nei confronti degli aspetti legati all’ecologia del paesaggio. Al problema della siccità si aggiunge poi anche un particolare problema rappresentato dagli aspetti idrogeologici che caratterizzano questi Paesi.
Da più di 15 anni mi faccio promotore dell’istituzione di una necessaria Facoltà di Paesaggistica, riscontrando in questa l’unica possibilità per eliminare i rischi per la continuità della formazione ed individuandone la struttura ed i programmi necessari per una corretta e qualificata istituzione, questi ultimi prodotti di concerto con la collega Gioia Gibelli.
La Facoltà di Paesaggistica nasce su un modello generico che accomuna quelle già esistenti in Europa, come il Landscape Institute del Regno Unito istituito nel 1927.
Le competenze devono essere interscambiabili, essendo la laurea caratterizzata dal titolo di “Paesaggista” con vari indirizzi.
L’indirizzo esiste per dare un maggiore approfondimento in discipline verso cui gli studenti si sentono più portati e da cui vengono specializzati maggiormente.
Alcune normative di riferimento sono: legge n°.14 09/01/06 “Convenzione Europea del Paesaggio”, Convergenza Europea delle Università, Accordo Internazionale tra UIA e IFLA, Carta IFLA/UNESCO (2005), Direttiva CE 51/92, Direttiva CE 2005/36.
La durata potrebbe essere di 5 anni, con un triennio comune ed un biennio di specialistica.
Tale Facoltà, denominata di “Paesaggistica”, contiene quattro indirizzi e cioè Architettura del Paesaggio, Pianificazione del Paesaggio, Ecologia del Paesaggio e Conservazione del Patrimonio Paesaggistico.
Si sottolinea che ogni qualvolta si parla di paesaggio si fa riferimento al concetto di paesaggio, così come riportato nella legge 9/01/06 n°.14, attraverso la quale il Consiglio d’Europa invita gli Stati membri a formare gli specialisti del settore.
L’intento dell’istituzione della Facoltà di Paesaggistica è quello di mettere ordine nella formazione e nella professione, di dare una identità ben precisa ai processi formativi ed alle professioni che fanno capo alla disciplina paesaggistica e dare una dignità alle figure professionali della paesaggistica.
Tali professionisti devono essere formati per affrontare una quantità di temi complessi che, attualmente, sono nella maggior parte dei casi disattesi dai percorsi formativi esistenti, oppure vengono trattati solo parzialmente, in genere per gli aspetti visivi, e non in modo strutturale, relegando così l’architetto del paesaggio nel ruolo dell’ ”imbellettatore”, invece che un professionista in grado di operare per il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni.
L’intento di una più oculata rivisitazione della formazione universitaria ha anche origine dall’Accordo Internazionale tra UIA e IFLA, che sancisce una specifica facoltà universitaria del paesaggista da non confondere con quella dell’architettura; tale precisazione per logica e per conseguenza va intesa anche per le altre discipline, quali agraria, scienze ambientali, lettere e/o altro.
Nell’esaminare l’organigramma della Facoltà è evidente come vengano creati quattro specifici ambiti formativi, accomunati da una fase propedeutica comune, che assicuri e garantisca una preparazione multidisciplinare di base orientata al paesaggio.
In specifico le professioni di riferimento sono le seguenti:
– l’Architetto del Paesaggio (Landscape Architect) è colui che approfondisce nel biennio specialistico tutti gli aspetti legati alla progettazione e all’arte del paesaggio
– il Pianificatore del Paesaggio (Landscape Planner) è colui che approfondisce gli aspetti legati alla pianificazione ed alla gestione del Paesaggio
– l’Ecologo del Paesaggio (Landscape Ecologist) è colui che approfondisce gli aspetti legati all’ecocompatibilità dei piani e dei progetti (Ambito disciplinare del Corso di Laurea in Architettura del Paesaggio)
– il Conservatore del Patrimonio Paesaggistico, (Curator of Cultural Landscape Heritage) è colui che approfondisce gli aspetti legati alla Conservazione, con riferimento non solo ai tradizionali Beni (come da Codice Urbani) ma soprattutto al Cap.1 art.2 della Convenzione Europea del Paesaggio e di grande rilevanza culturale, visto l’immenso patrimonio presente nel nostro paese (si faccia molta attenzione a questa differenza).
La figura, il ruolo ed i campi operativi dell’Architetto del Paesaggio sono ufficialmente riportati nel documento dell’EFLA ed in quello dell’IFLA; pertanto i contenuti didattici dovranno contenere tutto ciò che necessita per poter soddisfare quanto riportato nei documenti delle due Istituzioni internazionali.
Come per la Facoltà di Medicina che dà il titolo generico di Medico ai laureati ed un titolo specifico agli specializzati, così la Facoltà di Paesaggistica dovrebbe dare il titolo generico ai laureati di Paesaggista ed un titolo specifico agli specializzati.
In quest’ottica vanno visti la fase propedeutica e l’indirizzo; una siffatta formazione otterrebbe il pieno riconoscimento di IFLA, EFLA, IALE ed UNESCO.
Le materie di riferimento per i contenuti didattici potrebbero essere le seguenti, a cui vanno affiancati degli insegnamenti più specifici per ogni indirizzo:

Ecologia
Economia
Antropologia culturale
Archeologia
Urbanistica
Progettazione
Composizione
Pianificazione del paesaggio
Gestione del paesaggio
Ecologia del paesaggio
Statistica
Conservazione dei Beni Culturali e del Patrimonio Paesaggistico
Storia dell’Arte
Storia dell’Arte dei giardini
Arte del paesaggio
Botanica e scienze annesse ( fitoclimatologia,fitosociologia, geobotanica ecc )
Produzione vegetale
Storia del paesaggio
Geologia
Geografia
Evoluzione del paesaggio
Idrologia e Idraulica
Tecniche irrigue
Ingegneria naturalistica e tecniche di recupero ambientale e del paesaggio
Agronomia
Selvicoltura e scienze annesse
Patologia vegetale e scienze annesse
Biologia
Psicologia, sociologia e filosofia (estetica, ecc…)
Legislazione paesaggistica, urbanistica ed ambientale
Disegno e rappresentazione
Restauro dei giardini e dei parchi storici
Topografia e Cartografia (rappresentazione del territorio ecc…)
Tecniche di rilievo
Informatica e tecnologia digitale
Metodologie e tecniche di valutazione
Valutazione Impatto Ambientale e VAS
Trasporti, mobilità e infrastrutture
Il ciclo dei rifiuti, gestione e progetti
Comunicazione e accompagnamento dei progetti
Tecniche di partecipazione
Tecniche di coordinamento di gruppi di lavoro
Informatica e Programmazione digitale (programmi pc)
Lingue straniere

E’ indispensabile che le materie elencate siano caratterizzate da un linguaggio e dalla consapevolezza da parte del corpo docente di rivolgersi a futuri Architetti del Paesaggio.
Dovrebbero essere, inoltre, parte del programma, non solo le materie, ma anche le modalità d’insegnamento volte a formare:
– la capacità di pensiero in grado di gestire la complessità,
– la capacità di lavoro di gruppo multidisciplinare,
– la capacità di relazione.
Infine devono far parte integrante del programma gli stage e il lavoro all’aperto.
Una Facoltà siffatta rappresenterebbe anche il riferimento più valido per altre discipline che potrebbero rivelarsi in futuro bisognose di un percorso formativo di base paesaggistica.
Qualificati docenti possono essere inoltre recuperati all’interno dell’AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio) e della SIEP (Società Italiana di Ecologia del Paesaggio), così come del CATAP (Coordinamento Associazioni Tecnico-scientifiche per l’Ambiente ed il Paesaggio).

Mauro Masullo

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32 pensieri riguardo “PENSIERI AD ALTA VOCE: LA FORMAZIONE DEL PAESAGGISTA E DELL’ARCHITETTO DEL PAESAGGIO – di Mauro Masullo

  1. Aggiungo a quello che ha detto Francesco che la possibilità di trovare impiego in uno studio di architettura del Paesaggio, ferma restando la seria crisi che investe il nostro paese, dipende da dove ti trovi. Diciamo che al nord (da Bologna in su) c’è qualche probabilità. Da Bologna in giù è tutto molto più difficile.

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  2. Buona sera,vorrei sapere se per chi ha la maturità artistica e poi decidesse di fare una scuola di garden design in inghilterra(corso di 1anno) se ci sarebbe possibilità di trovare lavoro come paesaggista /progettista di giardini e aree verdi all estero e in Italia oppure tutto si riduce alla laurea in architettura? Più che altro vorrei capire come chi è già nel settore vedrebbe una persona cn queste referenze. Grazie mille

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    1. Ciao Felice. Nessuno ti vieta di seguire un corso di un anno e di provare a proporti come garden designer. Però la laurea in architettura del paesaggio od un corso quinquennale ti offre una preparazione di gran lunga più idonea alla progettazione di spazi, sia pubblici che privati. Inoltre la laurea ti da accesso a incarichi professionali che non potresti ricevere con il titolo in garden design. Resta il fatto che in Italia, come in Europa, almeno per il momento, gran parte delle competenze relative alla progettazione del paesaggio non sono regolamentate e quindi in teoria, libere.
      In bocca al lupo.
      Francesco

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  3. gentili interlocutori,
    ho scoperto questo forum casualmente,poichè all’età di 52 anni ho appreso che con la mia laurea in architettura,conseguita nel 1989 a Firenze, posso sostenere l’esame di stato come architetto paesaggista.
    A quei tempi svolsi una tesi di progettazione urbanistica su Piazzale della Pace di Parma, su cui presentarono i loro esimi progetti svariati architetti tra cui Botta.
    La mia formazione era fortemente paesaggistica poichè ho sempre considerato il territorio prima di tutto “terra ” su cui far crescere e non spazio da invadere!!!
    Così progettai tenendo conto della città,delle sue abitudini di vita,della sua cultura e della necessità di crearvi un punto di aggregazione sociale.
    Il risultato fu una riqualificazione che prevedeva una vasta area verde,passeggiate,
    con tanto di filari d’alberi sempreverdi o a foglia caduca a seconda degli spazi che si volevano escludere od integrare alla piazza.
    La commissione diede al nostro elaborato (eravamo in due) ben mezzo voto di arrotondamento!!!!!
    Dopo qualche anno vedemmo sfilare i progetti più arditi:
    Silos per parcheggio….(la zona sotterranea è tutta archeologica!!!)
    Fino a quando venne realizzato un bel prato verde!!!!!!spostato un monumento e messa una vasca di piante!!!
    Vi invito a visitarla oggi!!!
    Tutto questo per dire che le competenze ci sarebbero ma non ci sono gli indirizzi di pensiero.
    Perche allora non si sfruttò qualche mente giovane?
    Perchè come ci disse il nostro relatore davanti a noi c’erano menti vecchie!!!
    Oggi gestisco con una mia amica un agriturismo che ha l’ambito progetto di creare un agrivillaggio (potete cercarlo in internet se vi interessa) stiamo pensando alla realizzazione di una passeggiata in un frutteto,tutte iniziative pensate per dare l’opportunità al nostro territorio di reincontrarsi sotto modelli più “vivibili”.
    Penso che in Italia manchi proprio una cultura del rispetto del territorio come bene comune.
    Non servono protocolli d’intesa non servono nuovi corsi di laurea serve allevare i nostri figli nel rispetto dei beni comuni.Il territorio è l’immagine di chi vi interagisce come la casa lo è di chi vi abita.
    Basta guardarsi intorno per capire chi siamo e di cosa abbiamo bisogno.
    Le competenze ci sono tutte è l’orientamento che manca.

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    1. Salve Cinzia, condivido il tuo pensiero in parte. Si, è un problema di orientamento sia formativo che culturale, ma anche di competenze. Non è un caso che le nazioni con il paesaggio urbano più bello e con il paesaggio rurale più valorizzato siano anche quelle che hanno una figura intermedia tra l’architetto e l’agronomo molto affermata. Comunque si, un orientamento deciso farebbe molto per le nostre città e per il nostro paesaggio.
      Francesco

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      1. Salve Cinzia, quando dici “Non servono protocolli d’intesa non servono nuovi corsi di laurea serve allevare i nostri figli nel rispetto dei beni comuni” stai dicendo una semplice, grande verità. Bisogna ricominciare dalle nuove generazioni, educarle al rispetto del bene comune, a privilegiare il merito, scegliendo sempre i professionisti meglio preparati. Parlare alla nostra generazione corrotta e male educata, serve a ben poco, possiamo farlo ma non possiamo attenderci risultati rilevanti. Dobbiamo invece investire sulla formazione, a partire dalla scuola primaria, se vogliamo avere, un domani, una classe dirigente che sappia operare le scelte giuste, in nome e per conto del bene comune.

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  4. Buongiorno a tutti, ho trovato per caso e solo adesso quasta pagina con questo interessante dibattito, che verte precisamente sulla questione che mi sta a cuore.
    Colgo quindi l’occasione per inviare un messaggio in bottiglia, sperando che qualcuno lo avvisti e lo raccolga, nonostante sia passato del tempo dall’ultimo post.
    Aspirerei a diventare paesaggista, ma sto purtroppo constatando che per l’appunto in Italia non ci sono corsi universitari specifici, i pochi che esistevano sono stati soppressi. in questo momento chi voglia intraprendere un percorso formativo orientato alla progettazione del verde e del paesaggio ha due altenative, il triennio in architettura o quello in agraria e la successiva specializzazione in pregettazione paesistica, almeno questa è la possibilità offerta nella città in cui risiedo, Torino.
    Tale è l’offerta formativa e a questa bisogna adattarsi, a meno che non si abbia la possibilità di andare a studiare all’estero.
    Mi rivolgo a voi, che a quanto ho letto conoscete bene il tema, per chiedere un consiglio in proposito. Quale dei due percorsi triennali, architettura o agraria, costituisce la formazione di base più adatta per poi prosegiure con la specialistica interfacoltà in progettazione del paesaggio? Mi sembrano due indirizzi completamente diversi e mi chiedo se effettivamente le competenze acquisite si equivalgano ai fini della formazione e della professione di pasaggista e progettista di giardini. Si tratta di una scelta importante perchè sto riprendendo gli studi dopo molti anni e vorrei quindi intraprendere il percorso più proficuo per il fine che mi prefiggo.
    Nessuno dei due centra esattamente quello che mi interssa, sto anche cercando una possibile alternativa, più pratica e meno accademica, dal momento che non avendo più esattamente un’età da studentessa, ho pensato potrebbe essere una soluzione, tuttavia all’orizzonte non vedo possibilità in questo senso.
    Ho cercato di farmi un’idea rivolgendomi anche all’AIAPP e ad altre persone, ma nessuno mi ha fornito una risposta chiarificatrice.
    Spero davvero che qualcuno sia così gentile e disponibile da aiutarmi nell’orientamento.
    Grazie fin d’ora
    Alessia Davì

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    1. Ciao Alessia,
      non so cosa consigliarti. In verità, come dici tu, la scelta migliore sarebbe quella di andare all’estero. Se non puoi, la triennale diventa uno scoglio importante da superare. Entrambi i corsi, quello in agraria e quello in architettura, sono validi per porre le basi ai fini dell’iscrizione alla specialistica in paesaggio, ma sono estremamente diversi. Come esperienza diretta posso dirti che al nostro corso di specialistica in architettura del paesaggio, quindi interno alla facoltà di Architettura, c’erano alcuni ragazzi che venivano da agraria, e a parte qualche problema di ambientamento dovuti al recupero di alcuni crediti legati a degli esami non riconosciuti, si sono riusciti ad ambientare bene. Noi siamo stati fortunati, ma solo in parte, perché abbiamo avuto la possibilità di frequentare i corsi di paesaggio interni alla facoltà di architettura anche per la triennale.
      Dal punto di vista della preparazione, il corso di architettura ti permetterebbe di avere cognizioni migliori riguardanti la progettazione e la composizione degli spazi, mentre in corso di agraria ti darebbe una conoscenza delle specie vegetali, dell’ecologia e dell’ambiente in generale molto più approfondita.
      Personalmente mi iscriverei ad architettura, ma ragionevolmente credo sia più indicato per te iscriverti ad agraria per tre motivi: il primo è che se poi tu non volessi più iscriverti alla specialistica, potresti comunque operare come paesaggista laureato in agraria (la legge è piuttosto vaga in Italia, si può essere paesaggisti sia se iscritti all’ordine degli architetti che a quello degli agronomi ecc…). Secondo, se tu continuassi, come sarebbe auspicabile, potresti acquisire le capacità progettuali e compositive che non riceveresti al corso in agraria, durante la specialistica in paesaggio. Terzo, la conoscenza delle specie vegetali, delle loro necessità ecologiche, della loro crescita ecc, che impareresti al corso di agraria non potresti recuperale in maniera adeguata dal biennio di specialistica in paesaggio.
      Insomma, se fossi in te mi iscriverei ad agraria e continuerei poi, con qualche piccolo sforzo in più nel biennio di paesaggio.
      Spero di esserti stato utile.

      Francesco

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      1. Grazie molte Francesco, è la prima risposta chiara e il primo vero consiglio che ricevo in mesi di ricerche e domande alle persone più disparate.
        Le tue considerazioni mi sono sicuramente utili e mi chiariscono alcuni aspetti su cui mi stavo interrogando. Penso, se ho capito bene, che ci siano da valutare da un lato le ragioni oggettive che hai elencato tu e che portano verso agraria e dall’altro la preferenza e attitudine personale…dovrò ancora riflettere credo, ma con qualche elemento in più…

        Alessia

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        1. Cara Alessia, ritengo che abbia letto i vari interventi, per cui non voglio ripetermi più di tanto. L’università per un paesaggista è la porta di accesso obbligata alla professione del paesaggista. Professione o professare richiedono condizioni minime, direi quasi inderogabili: parño naturalmente delle competenze. Trent’anni fa, se avessi potutuo scegliere tra una facoltà che mi prepara al meglio, e jna che mi da più competenze non avrei esitato a scegliere la prima. Ma avrei compiuto un gravissimo errore perché ora, come paesaggista sarei fortemente sottooccupato, invece come architetto che per un 10% dell’attività professionale fa il paesaggista, me la cavo ancora bene. Sicuramente sono partito da una base culturale e da una preparazione non ottimale. Ma, e questo è il punto, sono ancora sul campo, quando capitano, sono pronto a cogliere le occasioni professionali che mi capitano e conseguentemente riesco a crescere, sotto il profilo professionale. Con le competenze professionali decisamente limitate sarei praticamente disoccupato. A te la scelta.

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  5. Mi scusi, non mi sono spiegata bene. Volevo dire che uno spazio esterno progettato da un architetto si vede subito. E’ immediatamente riconoscibile dall’impostazione che ha, ma il giardino, anche il giardinetto in un angolino di una città qualsiasi, dovrebbe essere altro… non può essere “solo” uno spazio disegnato per inseguire quelli che dovrebbero essere i bisogni igienici della “gente”, come in un centro commerciale. Non se ne può più di “non luoghi”! Le dirò di più: quando qualcuno ci fa vedere il suo giardinetto nuovo di pacca, brutto e costoso, noi, appassionati di giardini, diciamo:”Che, te l’ha fatto l’architetto?”
    Ovviamente non voglio fare di ogni erba un fascio: conosco qualche architetto in grado di fare giardini meravigliosi. Anche una piazza con due alberi e due panchine (comode e magari all’ombra) può essere un giardino. Ieri era la giornata nazionale della poesia. Solo un giorno all’anno, purtroppo!

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    1. Mi scuso, ho risposto al Suo ultimo commento nel “posto sbagliato”, per cui lo ripubblico ora:
      Ha perfettamente ragione, il fatto è che la complessità del giardino in Italia si scontra con l’ignoranza della pubblica amministrazione. Basta fargli vedere una planimetria con una macchia verde e dice subito: che bello!!! senza interessarsi minimamente del progetto. Un grande architetto sud americano, che mi onora della sua amicizia, mi disse un giorno: un bel progetto è un omaggio e un riconoscimento del professionista alla cultura del committente. Qui la pubblica amministrazione se ha un problema chiama Portoghesi, o qualcun’altro che pianta Pinus Pinea su scarpate di 45° (Auditorium). L’unico modo per cambiare questa situazione è far lavorare professionisti capaci. In Italia ce ne sono, ma sappiamo come la meritocrazia non sia riconosciuta dal pubblico amministratore. Per questo penso, con un misto di rabbia e tenerezza, a tutti coloro che in questi ultimi sette anni hanno conseguito una laurea in Architettura del paesaggio. Con le loro competenze limitate e condivise hanno enormi difficoltà ad inserirsi nel mondo della professione. Non hanno alternative: o fanno i paesaggisti o fanno i …… paesaggisti. Mestiere meraviglioso, ma se poi sei costretto a fare il tranviere per campare, non sei pronto a cogliere le occasioni che, prima o poi la vita ti potrebbero offrire. Sotto questo punto di vista l’architetto, con tutti i suoi limiti è indubbiamente avvantaggiato. Lo so che la mia è una soluzione di compromesso, ma non mi va di essere ottimista se, rispetto alla tutela del paesaggio i segnali che vengono dal mondo della politica e delle professioni vanno in tutt’altra direzione. Chissà che Francesco Tonini, un giorno organizzi un incontro a più voci, magari in quella piazza con due alberi e due panchine (comode e magari all’ombra) alla quale Lei accennava. A volte scrivere nei forum è fuorviante e si rischia di essere fraintesi. Cordiali saluti

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  6. Già! All’estero non hanno questo problema, perchè il paesaggista è il “paesaggista”, che è un giardiniere, agronomo, filosofo, botanico, geografo, architetto e tanto altro ed è una figura assolutamente riconosciuta. In Italia, no e si vede, eccome se si vede!
    Non parlo ovviamente di Lei, che non ho il piacere di conoscere e di non aver mai visto l’opera.

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    1. Ha perfettamente ragione, il fatto è che la complessità del giardino in Italia si scontra con l’ignoranza della pubblica amministrazione. Basta fargli vedere una planimetria con una macchia verde e dice subito: che bello!!! senza interessarsi minimamente del progetto. Un grande architetto sud americano, che mi onora della sua amicizia, mi disse un giorno: un bel progetto è un omaggio e un riconoscimento del professionista alla cultura del committente. Qui la pubblica amministrazione se ha un problema chiama Portoghesi, o qualcun’altro che pianta Pinus Pinea su scarpate di 45° (Auditorium). L’unico modo per cambiare questa situazione è far lavorare professionisti capaci. In Italia ce ne sono, ma sappiamo come la meritocrazia non sia riconosciuta dal pubblico amministratore. Per questo penso, con un misto di rabbia e tenerezza, a tutti coloro che in questi ultimi sette anni hanno conseguito una laurea in Architettura del paesaggio. Con le loro competenze limitate e condivise hanno enormi difficoltà ad inserirsi nel mondo della professione. Non hanno alternative: o fanno i paesaggisti o fanno i …… paesaggisti. Mestiere meraviglioso, ma se poi sei costretto a fare il tranviere per campare, non sei pronto a cogliere le occasioni che, prima o poi la vita ti potrebbero offrire. Sotto questo punto di vista l’architetto, con tutti i suoi limiti è indubbiamente avvantaggiato. Lo so che la mia è una soluzione di compromesso, ma non mi va di essere ottimista se, rispetto alla tutela del paesaggio i segnali che vengono dal mondo della politica e delle professioni vanno in tutt’altra direzione. Chissà che Francesco Tonini, un giorno organizzi un incontro a più voci, magari in quella piazza con due alberi e due panchine (comode e magari all’ombra) alla quale Lei accennava. A volte scrivere nei forum è fuorviante e si rischia di essere fraintesi. Cordiali saluti

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  7. Per quanto possa apprezzare la Sua visione del giardino, non posso non pensare che l’architettura del paesaggio, il mestiere del paesaggista, siano costituiti da una complessità di aspetti che non sempre e non necessariamente possono essere ricondotte alla filosofia.

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  8. Però la filosofia è alla base del concetto del giardino. La maggior parte dei testi sui giardini è scritta da filosofi o da letterati… Presupporre una cultura è carino, ma non sempre è così

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  9. …………ma soprattutto mai pensare di fare a meno della musica, un bravo paesaggista dovrebbe avere un grande bagaglio musicale, e magari saper suonare almeno uno strumento. Come non associare il paesaggio alla musica? La meravigliosa ballata n° 1 di Chopin cos’altro è se non lo scorrere di un fiume impetuoso di montagna in cerca della sua pace nella calma della pianura?

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    1. Filosofia, psicologia e sociologia devono far parte del bagaglio culturale del paesaggista, e non solo di questo professionista. Non come materie del corso di studi, altrimenti gli esami sarebbero troppi …. ma mai pensare di poterne fare a meno.

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  10. P.S. Rileggendo la miriade di materie “suggerite” da Masullo per un corso di laurea in Architettira del paesaggio, vedo che si parla sia di “progettazione” che di “composizione”. Sono proprio curioso di sapere che differenza c’è tra le due materie.

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  11. Gentile Roberta, evito di ripetermi poiché ho già argomentato le mie convinzioni in questo forum, per cui preferisco riassumere per punti il mio pensiero:

    1 – Se è vero che l’unico modo per diventare un bravo paesaggista è quello dei conseguire la laurea specifica, vuol dire che in Italia non esistono bravi paesaggisti, visto che i laureati in architettura del paesaggio oltre ad essere pochi si sono affacciati da pochissimi anni nel mondo della professione.
    E invece nel nostro paese ci sono centinaia di ottimi professionisti del paesaggio, molti di loro iscritti ad AIAPP, e sono architetti o agronomi con due o tre anni di specializzazione post laurea. E’ a conoscenza di brutti giardini progettati da loro, o forse questi pessimi lavori sono stati realizzati da professionisti incaricati dagli amici degli amici, senza alcun criterio meritocratico? Propendo per la seconda ipotesi.

    2 -I corsi di laurea in architettura del paesaggio stanno via via diminuendo. Ormai si è capito che dando competenze limitate e condivise con centinaia di migliaia di altri professionisti (architetti, ingegneri, agronomi), questi corsi di laurea offrono scarse possibilità di inserimento professionale. E visto che oltre al corso di laurea, è fondamentale acquisire esperienze professionali, se non si hanno occasioni di lavoro, è ben difficile sviluppare la professionalità che questi laureati possiedono, come diceva Zevi, “in nuce”.

    3 – Il livello della classe docente di questi corsi di laurea è stato tutt’altro che soddisfacente, visti i ben noti criteri in base ai quali si selezionano le classi docenti nel nostro paese (se parla con qualche studente che ha frequentato il corso di laurea in architettura del paesaggio troverà conferma di ciò).

    4 – Le facoltà di architettura e agraria, istituendo al loro interno dipartimenti di architettura del paesaggio, permetterebbero agli studenti interessati di conseguire una laurea “orientata”, pur mantenendo le competenze più ampie. In questo modo l’inserimento nel mondo del lavoro sarebbe più semplice.

    Non è la soluzione ideale, ma per come è la situazione in Italia, adesso e per i prossimi anni, è la soluzione più concreta ed attuabile (i dipartimenti all’interno delle facoltà c’erano già, prima della sciagurata riforma universitaria, basterebbe re-istituirli).

    Cordiali saluti

    Franco Pirone
    architetto – architetto del paesaggio

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    1. Caro Dott. Pirone,
      noto dai commenti che ha scambiato con la Signora Zanazzi, che per quanto non possa sembrare, bene o male sull’argomento “paesaggio in Italia” la pensiamo allo stesso modo.

      Le sue convinzioni sono assolutamente oneste e condivisibili, ma se permette, da laureata in paesaggio, non posso rassegnarmi ad accettare la sua “soluzione non ideale”.

      1- Per diventare un bravo paesaggista non è sempre necessario conseguire una laurea specifica, ma se vogliamo riconoscere ufficialmente una professione e inseriamo i suoi professionisti in un albo professionale (per tutti i motivi per cui sosteniamo sia necessario avere degli albi professionali), allora una formazione specifica direi che è necessaria. Perché allora tanto vale dire che il paesaggista in Italia non esiste e non ci è necessario.
      “E invece nel nostro paese ci sono centinaia di ottimi professionisti del paesaggio, molti di loro iscritti ad AIAPP” (!)
      Non sto qui a dare giudizi sulla professionalità altrui, sono solo opinioni personali. Faccio solo un’osservazione, siamo d’accordo che il paesaggista non è solo colui che pensa a disegnare, belli o brutti che siano, giardini?!

      2- I corsi di laurea in architettura del paesaggio stanno diminuendo perché i ragazzi non sono incetivati ad iscriversi. Da quando questi corsi sono stati istituiti circola voce che sia meglio fare il corso di architettura “normale” e poi “se vuoi disegnare giardini ti fai un corso post laurea”. Insisto: così non diventi paesaggista! Chissà perché circolano certe voci….

      3- Il discorso sul basso livello della classe docente per questi corsi di laurea è ascrivibile per tutte le facoltà italiane, i metodi di selezione sono gli stessi per tutti. Personalmente ho avuto la fortuna di frequentare più di un ateneo e posso dire che di docenti capaci e preparati in Italia ce ne sono parecchi, ma è più facile trovarli in facoltà di minor prestigio, naturalmente. Fregiarsi di essere docente alla facoltà di …. del politecnico di…. è più appetibile che essere docente di Scienze naturali…(!) Il problema principale che ho notato io invece è che se il tuo corso di laurea rischia di chiudere da un momento all’altro per mancanza di iscrizioni, allora diminuisce l’impegno ce ci metti nel tuo lavoro.
      Comunque non posso giudicare i docenti dei corsi di Architettura del paesaggio, in quanto io non ne ho frequentati. La mia formazione è avvenuta all’interno dei dipartimenti di “Paesaggio” delle facoltà di Architettura, Agraria e Scienze naturali e purtroppo, riferendomi al suo proposito al punto 4, le devo dire che l’inserimento nel mondo del lavoro non è più semplice.
      Semplicemente in Italia il Paesaggista non esiste, perché non conviene che esista, e io che non sono architetto, non sono agronomo e non sono naturalista, per quante conoscenze, competenze e “voglia di fare” abbia, semplicemente non esisto.
      Non mi resta che risparmiarmi i soldi per esami di stato ed iscrizioni ad albi vari per andare all’estero.

      Cordiali saluti.

      Roberta Bariani

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      1. Gentile Roberta,
        è vero, tutti e due abbiamo a cuore l’affermazione della professione del paesaggista nel nostro paese. Personalmente mi sono impegnato in questa direzione fin dal 1981. Probabilmente la differenza di opinioni su quale sia il percorso più efficace deriva da questo “sfasamento temporale”. Trent’anni fa avevo il suo stesso ottimismo; una analisi di quello che è accaduto in questi trent’anni mi fa essere, più che pessimista, direi realista.
        1. Parto dal presupposto che, come per le altre professioni (ingegnere, architetto, medico, avvocato) il mestiere del paesaggista richieda necessariamente una laurea. Naturalmente l’ideale sarebbe una laurea in architettura del paesaggio. E siamo d’accordo che la professione del paesaggista abbia uno spettro di azione molto più ampio e articolato rispetto alla creazione di giardini (senza sminuire assolutamente questa nobilissima arte).
        2. I corsi di laurea in AdP stanno diminuendo non perché “circolano certe voci”, bensì per il conclamato fallimento a 360° di una riforma universitaria che istituiva lauree specialistiche senza prevedere la conseguente abolizione della laurea generalista (sto parlando dei corsi di laurea in architettura). Una università che DEVE formare i futuri professionisti in modo tale da favorirne l’inserimento nel mondo del lavoro, di fronte alle resistenze di Sirica (CNA) che sanciva l’intangibilità della laurea generalista, avrebbe dovuto adeguarsi, non istituendo corsi di laurea specialistica; ma era troppo allettante avere un bel po’ di cattedre da distribuire ad amici e parenti. In questi dieci anni si sono laureati studenti che, grazie al corso di laurea quinquennale UE hanno competenze (non conoscenze) in tutti i campi dell’architettura, mentre le lauree specialistiche hanno dato ai rispettivi laureati pochissimi strumenti per inserirsi nel mondo del lavoro. E’ un bene che siano “circolate certe voci”, ed è un male (imperdonabile) che le facoltà di architettura non si siano mai poste il problema degli sbocchi professionali dei loro laureati.
        3. E’ vero che il livello generale del corpo docente sia basso. Ma nel momento in cui si istituisce un NUOVO corso di laurea come architettura del paesaggio, questo problema si ingigantisce; tranne poche eccezioni è molto più facile immaginare docenti di buon livello che provengono del mondo della professione. E invece le cattedre andrebbero a ricercatori che sanno molto poco della professione del paesaggista.
        “Non mi resta che risparmiarmi i soldi per esami di stato ed iscrizioni ad albi vari per andare all’estero”. Sulla base degli scarsi risultati ottenuti suo malgrado da AIAPP, le confesso che tornando indietro avrei fatto esattamente questo. In trent’anni è cambiato poco o niente, se non la consapevolezza che l’Italia non è un paese per paesaggisti. Come cambiare questa mentalità? Dando opportunità di realizzare buoni progetti, ma per come stanno le cose queste opportunità le possono cogliere molto più facilmente i professionisti che hanno alla base la laurea generalista. Se tra dieci o vent’anni la situazione cambierà, allora se ne potrà discutere. Per ora sento parlare di paesaggio da parte di (cito letteralmente) “designer specializzata in giardini e paesaggi”: che vor dì?
        Cordiali saluti
        Franco Pirone

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  12. Equiparare un “architetto con qualche corso post laurea” ad un paesaggista è alquanto ridicolo. Queste cose succedono solo in Italia e il risultato è ben visibile nello stato del nostro paesaggio.

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  13. Potrei dire in poche parole a cosa servirebbe l’istituzione di una Facoltà di Paesaggistica: produrrebbe dei professionisti formati e pronti ad affrontare la difficile professione del paesaggista, questo si, ma per onestà intellettuale bisogna dire che questi professionisti causa l’inesistenza di competenze esclusive, avrebbero enormi difficoltà di di competere sul mercato italiano, e nel 70/80% dei casi andrebbero a ingrossare la fila dei disoccupati. Purtroppo ad oggi le uniche lauree che danno possibilità di occupazione sono quelle di architetto, agronomo o ingegnere. E’ triste dirlo, ma è la realtà, e mettere la testa nella sabbia, sognando e prefigurando un mondo che non c’è, può produrre danni incalcolabili nei confronti dei giovani, futuri professionisti che devono scegliere il modo migliore e più efficace per collocarsi nel mondo del lavoro.

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  14. Leggo e prendo atto del commento di Franco Pirone; il mio ‘pensiero ad alta voce’, che è stato gentilmente ospitato dai curatori di questo pregevole sito, penso soddisfi l’intento del sito stesso di porsi come occasione per uno scambio costruttivo sulla disciplina e sulla professione.
    Questa prima parte, relativa alla formazione, potrebbe giustamente apparire incompleta ma è strettamente collegata alla seconda parte, che è relativa alla professione; in questi ultimi anni la realtà è profondamente cambiata e, al fine di permettere una concreta mobilità dei professionisti all’interno dell’Unione Europea, anche l’Italia dovrà necessariamente adeguarsi, perchè non può porsi più come quell’ “isola felice che non c’è” di cui parla Pirone.
    Il percorso richiede senza dubbio una seria consapevolezza della situazione internazionale, che non può più essere disattesa; è ormai giunto il momento di importare anche in Italia quella chiarezza che da decenni caratterizza nelle società civili la formazione, la professione e le competenze professionali dell’architetto del paesaggio. L’Italia ha rivestito un grande ruolo nei secoli scorsi e, a mio avviso, può contribuire in modo significativo nell’arricchimento dei percorsi formativi ed essere d’esempio per altre Nazioni a patto che il “sano bagno”, di cui parla Pirone, venga fatto nell’ottimismo.
    Per ciò che riguarda infine le parole direttamente rivoltemi da Pirone reputo inopportuna questa sede per scambi di tipo “personale” e che poco interesse potrebbero suscitare nei visitatori del sito; è corretto infatti approfondire una conoscenza della persona prima di definirne scelte e motivazioni di vita.
    Un sentito grazie ai curatori del sito per il prezioso contributo che offrono quotidianamente con passione, competenza e grande investimento di tempo ed energie.

    Mauro Masullo

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    1. La risposta che ho postato “di getto” al testo di Masullo è motivata dalla profonda convinzione che quelli posti da Mauro, indipendentemente dalla sua volontà, sono falsi problemi:

      Cito:
      “Il percorso richiede senza dubbio una seria consapevolezza della situazione internazionale, che non può più essere disattesa”.
      Ammesso e non concesso che ci sia in Europa una situazione chiara. Ma stando a chi ha il chiaro quadro della situazione, come il Vice presidente Efla con delega alla Professione, la situazione in Europa è tutt’altro che omogenea. Quindi è quantomento prematuro, se non inutile (secondo me realisticamente impossibile), che l’Italia faccia qualcosa per uniformarsi ad una situazione che è uniforme non è.

      “è ormai giunto il momento di importare anche in Italia quella chiarezza che da decenni caratterizza nelle società civili la formazione, la professione e le competenze professionali dell’architetto del paesaggio”
      Confermo che è sbagliato, profondamente sbagliato, ignorare che la professione del Paesaggista in Italia, è parte integrante di altre professioni. Questo suo porsi in stretta relazione con il mondo del resto delle professioni che operano nel campo della paesaggistica fa si che qualsiasi intervento limitato alla professione dell’architetto del paesaggio deve necessariamente coinvolgere anche le altre professioni correlate. E non è escluso che il risultato sia “omogeneo” alla situazione della professione in Francia, Inghilterra o Germania (peraltro non omogenee tra loro. Faccio un esempio: la comunità europea da dcirca dieci anni ha di fatto equiparato la professione dell’ingegnere edile e dell’architetto. Nonostante ciò l’Italia ha deciso che precise competenze dell’architetto sono e restano esclusive di questa professione.

      Ribadisco che “sic rebur stantibus” il percorso formativo più sensato sia quello di prendere la laurea in architettura (quinquennale UE), con piani di studio scelti in modo da coinvolgere il più possibile materie attinenti alla paesaggistica. Dopo la laurea si può completare la formazione con corsi di specializzazione post laurea, possibilmente all’estero.

      In questo momento l’università sta attraversando una crisi molto grave, ed è facile prevedere che la situazione non migliorerà a breve-medio termine. L’obbiettivo di un nuovo corso di laurea in paesaggistica è pura utopia, oltre che inutile.

      “in questi ultimi anni la realtà è profondamente cambiata e, al fine di permettere una concreta mobilità dei professionisti all’interno dell’Unione Europea, anche l’Italia dovrà necessariamente adeguarsi”. Non ce n’è bisogno: pur ammettendo (e non è detto) che un architetto tout court non possa farlo, basta dare l’esame di stato che da il titolo di Paesaggista e un professionista italiano può lavorare all’estero senza problemi. Senza bisogno di prefigurarsi un obbiettivo così lontano dalla realtà come quello della Facoltà di architettura del paesaggio.

      Franco Pirone
      Architetto – Architetto del paesaggio

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  15. Buonasera a tutti,
    sono un laureando in Architettura del paesaggio (classe 3/s) alla facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Apprezzo gli sforzi del Sig. Masullo però concordo con il Sig. Pirone. Bisogna guardare in faccia la realtà e capire che bisogna trovare una soluzione a breve termine e concreta perché altrimenti le speranze per un Paesaggista di poter trovare lavoro in questo campo si riducono all’arrangiarsi a fare qualcosa inerente al “verde”.

    Secondo me l’unica soluzione è rivedere la normativa italiana e soprattutto il dpr 328. Bisogna adeguare i nuovi paesaggisti a quelli europei in modo che possano essere riconosciuti anche dall’EFLA cambiando le leggi. Infine va abolito questo accavallamento di competenze con architetti, ingegneri, agronomi ecc…
    Come dall’oggi al domani gli architetti sono diventati anche paesaggisti, conservatori e pianificatori non vedo perché i paesaggisti da qui a breve non dovrebbero acquisire ciò che gli spetta di diritto.

    Non so come poter fare a cambiare questa situazione però di sicuro non ho studiato 5 anni per una laurea che alla fine dei conti non vale nulla.

    Saluti
    Andrea

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    1. Caro Andrea, premesso che un paesaggista che lavora da Bologna in su ha qualche probabilità di svolgere la professione, vuoi una soluzione alla tua situazione? Se fossi in te, cercherei di capire in base al tuo piano di studi, quanti crediti ti mancano per prendere la laurea in architettura UE o equivalente. Insieme ad altre migliaia di ragazzi fai parte di una generazione raggirata da un mondo universitario che nella smania di farsi cattedrificio ha creato corsi di laurea di tutti i tipi, senza curarsi (e questa è una colpa imperdonabile) degli sbocchi professionali dei corsi di laurea istituiti. E nello specifico, colpevolmente incuranti che una laurea in paesaggistica 3+2 da un quinto delle competenze di una laurea in architettura presa negli STESSI cinque anni. Scandaloso vero? E’ evidente che in questa situazione un architetto UE, pur avendo competenze “generiche”, può affrontare il mondo del lavoro con strumenti molto più efficaci rispetto a chi ha una laurea specialistica (paesaggio, pianificazione, conservazione) a causa delle limitate competenze.

      Cito
      “Secondo me l’unica soluzione è rivedere la normativa italiana e soprattutto il dpr 328. Bisogna adeguare i nuovi paesaggisti a quelli europei in modo che possano essere riconosciuti anche dall’EFLA cambiando le leggi”.
      Non c’è bisogno di cambiare le leggi: Ti puoi iscrivere di diritto all’AIAPP ed essere quindi riconosciuto in ambito EFLA/IFLA.

      “Infine va abolito questo accavallamento di competenze con architetti, ingegneri, agronomi ecc…” Caro Andrea, questa purtroppo è pura utopia. E’ un problema politico: se per favorire poche centinaia di laureati in paesaggistica si propone di togliere competenze in paesaggistica agli architetti, ingegneri, agronomi, si farebbe un dispetto a circa 500.000 professionisti. Una maggioranza politica capace di formulare una proposta del genere non esiste. Anche perchè questo ragionamento andrebbe fatto anche per le professioni di pianificatore e conservatore. Si arriverebbe a uno svuotamento di fatto delle competenze dell’architetto e dell’ingegnere. Impossibile. Semplicemente impossibile caro Andrea (e caro Mauro)

      cordiali saluti e……
      In bocca al lupo

      Franco Pirone
      Architetto – Architetto del paesaggio

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  16. Scusate ma queste cose sono arcinote, non c’è niente di nuovo. Ma un sano bagno di realtà quando lo facciamo? E’ ora di chiudere il libro dei sogni, peraltro incompleto (nell’elenco delle materie, sulla quale ci sarebbe molto da discutere, manca una solida base di matematica e statica, altrimenti come posso studiare ingegneria ambientale?, e come faccio a chiamarlo architetto del paesaggio se non provengo da “quella” formazione?).

    Con la situazione complessa delle figure dei dottori di ricerca e ricercatori, figuriamoci se i docenti di una molto ipotetica facoltà di Architettura del paesaggio si potrebbero pescare tra soci (laureati) ordinari di AIAPP.

    L’assioma di nazione in crisi-assenza di cultura del paesaggio è quantomeno semplicistica, soprattutto in questo gravissimo momento di crisi economico-finanziaria. Capisco Mauro che nella sua trentennale teoria che in Italia non esiste una formazione completa della figura dell’Architetto paesaggista, prefigura contenuti didattici da quadro idilliaco. Ma qui c’è e resta il problema delle competenze non riservate del paesaggista che rimane un nodo irrisolto. Amo l’architettura del paesaggio e avrei voluto indirizzare la mia professione in quell’unica direzione. Ma in trent’anni mi sono reso conto dell’enorme difficoltà e dell’handicap che tale figura professionale ha nei confronti di altre professioni (architetto e, ahimè ingegnere) che a parte alcune competenze riservate all’agronomo, possono fare tutto quello che fa il paesaggista, più un’altra serie di competenze vastissime (urbanista, restauratore, architetto) tali da rendere la sua figura professionale competitiva e vincente nel mercato. Bisogna guardare in faccia la realtà: tra il 2000 e il 2010, grazie al dpr 328 abbiamo visto accendersi enormi speranze riguardo al destino della professione del paesaggista. Ma nel momento in cui gli Ordini professionali, (quello degli architetti in primis) ha affermato il primato dell’architetto come figura “completa” che disegna il mondo, dal cucchiaio alla città, la sconfitta della nostra battaglia era già segnata e i nostri sogni infranti (mi riferisco alla famigerata lettera di Sirica). La conseguente mancata abolizione del corso di laurea in architettura UE, volto alla formazione di questo professionista “non specializzato” ha definitivamente chiuso ogni discorso: in questo momento anche se esistesse questa facoltà di paesaggistica, sarebbe da sconsiderati non capire che per quella che è la situazione italiana, passata, presente e purtroppo futura, questa facoltà sfornerebbe una considerevole quantità di potenziali disoccupati. Cui prodest?

    Caro Mauro, questa posizione Komeinista, che ti ha portato a decidere di non laurearti perché nessuna facoltà ti soddisfaceva, non porta da nessuna parte. Qualsiasi facoltà è criticabilissima, figuriamoci. Ma questo vale a 360°: medici, avvocati, architetti, agronomi diranno sempre peste e corna riguardo alle storture e alle carenze delle rispettive facoltà. Ma queste sono lotte che vanno portate da dentro, non stando alla finestra, sognando un isola felice che non c’è.

    Saluti

    Franco Pirone
    Architetto – Architetto del paesaggio

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