ARREDO INURBANO #2, di Monica Sgandurra – LA SOLITUDINE DELLA PANCHINA

di Monica Sgandurra per PAESAGGIOCRITICO

La panchina è quell’oggetto che possiamo classificare tra manufatto dedicato al tempo futile ed elemento che ci viene in aiuto quando siamo stanchi.
Panchina e luogo sono elementi e situazioni dell’ambiente urbano imprescindibili nella costruzione di un spazio fisico e metafisico.
Una panchina solitaria collocata in un parco o davanti ad una veduta, può regalare riflessioni, pensieri, calma e serenità, stati d’incanto o semplicemente quiete e riposo a chi riesce a guadagnare questa postazione.
Altre situazioni sono generate da tutte quelle panchine che raggruppate, contigue, vicine tra loro, assolvono il ruolo sociale di attrattori di piccole comunità umane, che, per motivi diversi, si trovano a frequentarle.
Le panchine che soffrono invece di solitudine fisica, sono quelle che troviamo spesso sui nostri marciapiedi, collocate senza criterio: spesso guardano vuoti o pieni aberranti, come parcheggi o muri, sono oggetti posti distrattamente, che rimangono tristemente senza uso, portati velocemente al degrado nell’abbandono.
In un quartiere le nuove panchine fanno spesso la loro miracolosa comparsa durante i periodi pre-elettorali oppure appaiono per enfatizzare un fatto compiuto, come l’”inaugurazione” dei rifacimenti di cordoli e manti stradali, quasi a sottolineare, con questo piccolo regalo alla comunità, dell’alto grado di attenzione riservato allo spazio pubblico.
E’ proprio in questo caso che la panchina vive una condizione di forte distonia con lo spazio. Non c’è municipio che non acquisti un po’ di questi arredi e che, come nel gioco dello shanghai, li collochi a “pioggia” sui marciapiedi, incrementando spesso il senso di disordine.
Mai mobilio pubblico ha comunque avuto più attenzioni, riflessioni, immagini (poetiche, cinematografiche, narrative) della panchina e, scusatemi il gioco di parole …. aspettative. Per lei, i cittadini sono capaci di sollevare protese incisive verso le amministrazioni locali colpevoli di rimozioni, assenze, ubicazione e non ultimo, foggia.
La panchina è diventata per lo spazio pubblico, un problema progettuale. Sempre più spesso è fatta la richiesta di scegliere nei progetti panchine nemiche dei senzatetto, panchine con braccioli, con la seduta stretta a tal punto da non permettere di sdraiarsi, perché si sa, i problemi sociali e di ordine pubblico si risolvono in questo modo.
Lo sfoglio dei quotidiani, nonché delle notizie online, è quasi entusiasmante circa l’antico rapporto cittadini-panchine. Il 18 ottobre scorso a Genova davanti a Palazzo Doria Tursi, sede del Comune, molti cittadini si sono riuniti per protestare per la mancanza di panchine in centro storico. E’ stato approntato un tavolino e una planimetria del centro sulla quale tutti potevano segnare, con un pennarello, dove avrebbero voluto inserire altre panchine. Per contro, nel 2008 a Vicenza, se non si era ultrasettantenni, con problemi motori, o donne in stato interessante, se ci si sedeva su una panchina, si poteva essere multati con sanzioni dai 25 ai 500 euro.
A Piazza Armerina, invece, c’è stata una vera e propria sparizione di panchine mentre a Como un gruppo di provocatori goliardici ha posizionato delle panchine auto fabbricate, ironiche e colorate, per protesta contro l’eliminazione di questi arredi da una piazza (anche qui un problema di ordine pubblico e, per inciso, gli autori delle panchine provocatorie sono stati multati). Ci sarebbero tante altre notizie di questo tipo, e come potete leggere, non si tratta di regionalismi, il problema è nazionale.
Qui a Roma, al Tuscolano, dopo tante richieste, i cittadini sono riusciti ad avere finalmente le loro panchine, il loro mezzo di socializzazione civile, come qualcuno le ha chiamate, oggetti collettivi, luoghi dell’attesa e dell’ozio, luoghi solitari o d’incontro, e felici, oggi le occupano.
Tutti i significati, le esperienze, le suggestioni le ha descritte magistralmente, “passeggiando da fermo”, Beppe Sebaste in “Panchine” (consigliato e recensito da Lucilla) per cui non mi dilungo su cosa può significare per noi e i nostri luoghi, questi arredi.
Sposto invece la mia personale attenzione fondamentalmente su due punti: il primo riguarda le produzioni, il secondo punto, le modalità di introduzione e inserimento nei luoghi.
Parto da questo secondo punto, perché diventa sempre più imbarazzante vedere come distrattamente, e con sciatteria, questi oggetti sono collocati nelle nostre città.
Il tema può sembrare apparentemente di poco conto, non ci vuole una laurea per collocare due panchine. Già.
Ma ci vuole attenzione al luogo, alle modalità di uso e vita e alle future possibilità di altre e diverse fruizione degli spazi. Le panchine sono più che luoghi di sosta, servono per guardare, osservare, supporto fisico per incontrare e parlare, socializzare in poche parole. E allora perché molto spesso le vediamo posizionate in modo tale che si danno le spalle, come del caso di quelle recentemente istallate su via Trionfale? Ogni volta che passo davanti a quella situazione mi sale una tristezza infinita per la brutta immagine. Persino gli studenti dell’attiguo Istituto Tecnico non le frequentano, stanno lì solitarie, separate da un povero alberello che aspetta un cane o un colpo di vento per raddrizzarsi. (a proposito, ma quanta ombra potrà mai fare questo povero Schinus mollis se crescerà stentato?)
O come quelle di Corso Trieste, posizionate lungo le circonferenze delle piazzette nell’area centrale spartitraffico, dove qualcuno le ha estirpate dal letto di betonelle e messe, in forma più conviviale, l’una davanti all’altra. Il posto è frequentato anche qui da ragazzi, studenti del Giulio Cesare, per cui spesso si vedono queste panchine accoppiate felicemente a due a due e ricoperte di borse, zainetti e masse umane.
Hanno decisamente più fortuna, circa la frequentazione, quelle dei quattro angoli di piazza Regina Margherita. Ma perché?

Analizziamo il luogo.
La piazza, in realtà non è una piazza, è un incrocio tra viale Regina Margherita e via Alessandria, incrocio regolato da semafori, con i quattro angoli ritagliati da triangoli che funzionano da spartitraffico. A punteggiare questi angoli, sono stati collocati, al centro, quattro alberi circondati a loro volta, da una seduta circolare realizzata in quattro archi di cerchio in granito scuro. Sorvolo sull’esecuzione, che lascia a desiderare e mostra impietosamente la modestia, o del bugdet, o della capacità delle modalità di posa del rivestimento, frantumato in tante ridicole doghe verticali che fanno tanto battiscopa di un corpo scala di periferia, e sulla natura del materiale, decisamente freddo e poco invitante in inverno. Le dimensioni e la forma di queste sedute sono graditissime agli avventori che possono quietamente guardare tutto il via vai del traffico dai quattro punti cardinali. L’immagine è conviviale, la frequentazione assidua e varia, perché? Perché ci si può sedere e assumere posizioni libere, si può stare vicini ai nostri amici e parlare, come si può stare seduti in modo tale da vedere gli altri avventori o esattamente al contrario, vedere il traffico. Insomma, offrono possibilità di movimento alla postura. Non sono comode, questo è vero, ma sono duttili e sicuramente sono adatte per brevi stazionamenti. Ciò che serve a questo luogo.
Ogni luogo ha la panchina idonea, questo sarebbe bene capirlo.
E allora perché si fanno errori grossolani, come nel caso di Piazza San Silvestro, dove alle proteste delle sedute-bara si è data la risposta: “Ma come? sono le stesse progettate da Mies van der Rohe!”. Peccato che, si è vero, Mies aveva progettato queste panche senza schienale, larghe e in cemento, ma non le aveva collocate nello spazio vuoto intorno a quel gioiello che è la Neue Nationalgalerie di Berlino, ma nell’attiguo e splendido giardino segreto, sotto l’ombra degli alberi e intorno ad una vasca d’acqua in modo da potersi anche sdraiare immersi nel verde.
La stessa situazione di poca sensibilità al luogo si è riprodotta con la risposta delle panche michelangiolesche – portoghesiane.
Ogni luogo ha le sue prerogative e gli arredi urbani non sono oggetti autistici, ma devono vivere e accompagnare lo spazio e l’ambiente a cui vengono destinati.
L’altra considerazione riguarda la produzione. E’ possibile che, con l’enorme varietà di produzione e di design contemporaneo, ritroviamo sempre e solo le solite panchine con le sponde in ghisa o di acciaio verniciato e doghe in legno. Queste sono quelle che alcuni anni fa hanno rimpiazzato le antenate con medesima foggia, tutte realizzate in metallo e che avevano, rispetto alle contemporanee, una vita certamente più lunga. Spesso è detto che sono più opportune perché, in caso di manutenzione, le doghe possono essere più facilmente sostituite. Ma ciò è sempre un caso per queste panchine in quanto sono portate spesso alla distruzione senza passare per interventi di manutenzione. Possibile che l’alternativa a questo modello, sia la panchina in pietra con modanature e zampette da leone? O, in periferia, quelle meravigliose panchine in cemento bianco o rosa che, giustamente, sono ricoperte da meravigliosi graffiti colorati?
Insomma, possibile che si passa dalla brutta copia dell’antico, al brutto design del contemporaneo?
E in mezzo c’è, solitaria, la “panchina degli appalti”.

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