Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #21 – Un giardino mediterraneo

fonte http://www.aldobrandini.it

Mi ero ripromessa di parlare ancora di alberi, di boschi, di erbacce, di luoghi incolti e della sottile guerriglia della natura contro l’invasione dell’uomo, invece sono caduta ancora una volta nella trappola del giardino. Ma non ne ho potuto fare a meno, perché si tratta della Landriana, un giardino italiano molto conosciuto.
E’ uscita per i tipi della Pendragon la ristampa del libro che Lavinia Taverna pubblicò nel 1982 nella mitica collana dell’”Ornitorinco”, diretta da Ippolito Pizzetti, libro da tempo introvabile in libreria.
Questo libro è molto interessante perché fu il primo in Italia (Pizzetti a parte) a raccontare di giardinaggio in modo molto diverso, non come un manuale tecnico, in cui la piantagione della rosa era descritta con lo stesso spirito idraulico dell’aggiustamento di un rubinetto, bensì come un’esperienza interiore, un accadimento, un percorso da seguire, un insegnamento. E anche quelle che sono comunemente dette schede botaniche, sono in effetti le descrizioni di esseri viventi, con la loro storia, con il rapporto che hanno avuto con la terra, con il clima del litorale romano e con lei. Certe pagine possono sembrare ormai datate, come quelle in cui descrive le bordure monocrome, ma non ha importanza, perché poi, quella che serve a noi è la sua esperienza, la sua capacità di fantasticare, il suo amore e anche la sua lieve crudeltà. Leggendo il libro si scoprirà che quel giardino non è nato per dare degna cornice aristocratica alla sua nobile magione, in quel posto, che di nobiltà ne ha avuto sempre molto poca. E’ straordinario che uno dei più importanti giardini italiani sia nato in uno dei posti più degradati, popolosi e popolari dell’entroterra romano. Quello delle casupole a schiera, degli autless, delle spiagge mordi e fuggi e, con lei forse, dei vivai. Dunque un giardino nato quasi per caso, per amore, solo per amore.
Lavinia Taverna (1924 – 1997) era una nobildonna romana provvista di notevole intelligenza, cultura, denaro e amici che, come lei, amavano la natura e i giardini. Donato Sanminiatelli, ideatore del giardino di San Liberato a Bracciano (a lui è dedicato questo libro), Ippolito Pizzetti e Russell Page, sono tra quelli che più hanno influito alla creazione del suo giardino. Anche la vicinanza al vivaio di Mario Margheriti, sorto nel suo terreno (ecco come lei manteneva il suo costoso hobby) e soprattutto il sodalizio con Corrado Natalini, in quel tempo giovane direttore commerciale del vivaio, hanno dato un grosso contributo alla scelta delle piante da sperimentare e da ambientare. Mi sono sempre divertita a immaginare le seratine di lei e Corrado, quando lui non andava a morosa o non stava scrivendo poesie, passate a cospirare sommersi da volumi di botanica e fax con elenchi di nuove piante, giunti da tutto il mondo.
Come spesso succede a me, l’informazione che devo trasmettere, passa per un canale che è legato ai ricordi, alle emozioni e all’affettività e in questo caso più che mai, perché lei, la Divina Marchesa, come la chiamavo io senza alcun riferimento a De Sade, è stata mia amica e me ne vanto.
Quando vidi il film “The Queen”, pensai che Helen Mirren, l’attrice protagonista, avesse preso a modello la mia Lavinia Taverna, piuttosto che l’Elisabetta, proprio per come si muoveva e per il modo di parlare. Le assomigliava anche fisicamente, così alta e imponente, mentre la regina, quella inglese, è una piccoletta.
Questo libro l’ho comperato nel 1983 e mi ero entusiasmata all’idea che un giardino così importante e diverso fosse proprio nei pressi di Roma. Mi aveva entusiasmata l’idea che un’italiana scrivesse e trattasse di un giardino come una inglese. Come la Vita Sackville-West. Fra l’altro, a mio parere, questo stile di scrittura è proprio il punto debole del libro, almeno per me, perché lo trovo un tantino mieloso. Anche le fotografie erano molto brutte e non invogliavano particolarmente alla visita, ma mi sembrava comunque un giardino interessante, soprattutto in un panorama italico così vuoto di nuove proposte.
Dunque letto il libro e passati cinque anni, mi trovai a trascorrere qualche giorno nel litorale romano a pascolare il pupo, non lontano da Tor San Lorenzo. Per scongiurare la noia, un pomeriggio presi la bicicletta e percorsi qualche chilometro per andare a vedere almeno dove si trovasse questo giardino. Nel 1988, Via Campo di Carne era molto diversa da com’è ora, era un filare di pini, campagna romana coltivata e niente altro. Ad un certo punto, sulla sinistra, in mezzo a tutto quel piattume senza interesse, mi trovai dinanzi questo lungo muro che conteneva una vegetazione straripante. Non me lo aspettavo. Trovai subito il signoril cancello e sfacciatamente suonai. No, la Marchesa non c’era, era a Roma e sarebbe rientrata in serata. Tornata alla base, telefonai subito a Pizzetti per farmi dare il numero di telefono. Dopo cena la chiamai, le spiegai che volevo vedere il giardino, che ero amica di Ippolito e lei mi invitò a pranzo per il giorno dopo. Per quasi nove anni, un giovedì al mese lo passai a tavola con lei, con i miei e i suoi amici. Spesso portavo con me Ippolito e lei ne era felice come una ragazzina.
Ho avuto modo di vedere gli interventi di Russell Page, ho visto scomparire molti degli interventi di Russel Page, non perché lei volesse cancellare la mano del grande giardiniere, ma perché il giardino è vivo, gli alberi crescono, le proporzioni sballano, il luogo soleggiato può diventare ombroso.
Quando sono arrivata nel 1988, c’era ancora la bordura grigia, ma era diventata brutta, perché i piccoli pini che Federico Gallarati-Scotti, suo marito, aveva piantato, erano diventati degli alberi adulti e facevano ombra e facevano cadere aghi. Mesi dopo la bordura bianca fece spazio a una bordura d’ombra in cui lei via via sperimentava geranium, ellebori, hoste e altro. Ironia della sorte, qualche anno dopo una tromba d’aria fece volare via tutti i pini e l’aiuola della bordura ritornò in pieno sole. C’era ancora il grande glicine in mezzo al prato, lasciato crescere a fontana. C’era ancora il viale degli agapanti… Lo spazio destinato da Page per le rose da taglio era già diventato il giardino degli aranci a palla. C’era già la valle delle rose, il grande lago con i taxodium e gli enormi agnocasti provenienti da piccole talee che Pizzetti aveva raccolto sulle rive di un fosso in Grecia. Poi quella meraviglia del giardino degli ulivi composto da Russel Page e mantenuto a lungo così come lui l’aveva concepito, con i suoi argenti, i suoi ori, le sue ametiste e i suoi topazi. L’ho sempre amato particolarmente, quel pezzetto di giardino, per anni ho seguito l’evoluzione delle sue piante, l’ho ammirato nelle quattro stagioni. Ora è diventato un po’ una poltiglia. La sughera che è al suo ingresso l’ha voluta il Marchese ed è arrivata lì tutta piccina su un camion. Ho visto il filmino che loro le hanno fatto per celebrare l’evento. Page non la voleva, ma Lavinia si impuntò e lui successivamente la ringraziò perché lei, la quercia, fu l’elemento che diede carattere a tutta la composizione. C’era anche il filmino di lui, il bel giardiniere inglese, con un cappellaccio in testa, il grembiulino con le tasche piene di attrezzi per il giardinaggio, che falcava il passo per il giardino con le sue lunghe gambe. Quante cose!
Il discorso che qui si potrebbe innestare è quella del mantenimento di questo tipo di giardini, una volta scomparso il suo creatore. Credo che sia molto complesso e sinceramente non so come facciano in Inghilterra. Se si mantiene uguale, diventa una mummia e anche in questo caso le proporzioni e l’armonia sballano. Lei era molto attenta ai volumi, quando una pianta diventava troppo grande la spostava e la sostituiva. Con quelle piante scalzate creava nuove stanze, nuovi giardini. Aveva quasi un’ossessione per i tappezzanti copri-suolo: ne aveva sperimentati centinaia. Ora? Non so. Forse un giardino vive solo il tempo del suo creatore e dopo o muore o diventa il giardino del suo curatore. Anche solamente la scelta di una pianta diversa a tappare un buco o da sostituire in un luogo non più idoneo, può cambiare tutto. I denari che gli eredi sono disposti a sborsare è un’altra questione. Mi si dice che l’importante è proseguire con lo spirito di chi l’ha creato, ma gli spiriti dopo un certo numero di anni di permanenza si stufano e se ne vanno in altri paradisi. Ciao Marchesa.

L. Taverna Un giardino mediterraneo 1982 – 2011 Bologna Pendragon ed.
Un giardino mediterraneo (Pendragon garden)

Storia dei giardini della Landriana sul sito ufficiale

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