Piazza Testaccio e piazza Bologna: stesso risultato “pauroso”

Roma è una città sempre più divertente. In nessun altro posto al mondo un processo dal basso generato dalla sinistra ed un processo dall’alto generato dall’amministrazione di destra avrebbero portato allo stesso risultato.
La spiegazione di questo fatto è semplice: l’agire, in entrambi i casi, è stato governato dalla paura. La cosa sembra assurda ed in effetti lo è. Una società matura e millenaria come la nostra che permette alla paura di gestire le proprie azioni. Ma è così.
E la paura è stata chiamata con un altro modo, una definizione di cui si è ormai perso il significato, che però sta bene su tutto, come il nero. La parola è “decoro”. A piazza Bologna l’amministrazione ha deciso che bisogna avere paura dei senza-tetto ( http://www.marcovisconti.com/?p=2165 ), perché sporcano e sono notoriamente “portatori di malattie”, come i piccioni, e quindi vanno cacciati dalla città. A piazza Testaccio la faccenda è ancora più assurda e contorta. Nel quartiere che probabilmente ha la più unita comunità di Roma, che ha una identità popolare sana indiscussa, in cui la solidarietà viene da tempi remoti, si forma un comitato dal nome “Testaccio in piazza” che decide di cambiare le carte in tavola e propone il nuovo progetto di piazza Testaccio, a larga partecipazione dei cittadini del quartiere. Sarebbe tutto bellissimo se non fosse che in quasi tutti i progetti generati dal comitato è presente una cancellata, la stessa cancellata che viene proposta per piazza Bologna! In questo caso sembra che gli abitanti di Testaccio abbiano talmente tanta paura di non divenire i veri padroni della piazza che sono disposti ad escludersi dalla piazza per pensarla di loro proprietà. Roba da matti!

Insomma, la paura camuffata da decoro si è impadronita delle menti di tutti i romani. Vade retro Satana! Esci da questi corpi innocenti!

Mi concentro nuovamente su Testaccio perché più ci penso più mi sembra irreale la situazione. La conferma che ci sia una comunità unita, indipendente e capace di prendere decisioni, è proprio data dal fatto che un comitato promotore fatto di soli cittadini ha preso l’iniziativa di proporre il progetto della nuova piazza. Un esempio di partecipazione lodevole e meraviglioso che però sembra abbia preso una piega sbagliata nella sua esecuzione. Come abbiamo già considerato nel documentario sulla progettazione partecipata, il processo partecipativo va affiancato da una figura che guidi ad un risultato soddisfacente. Un tecnico, esperto in progettazione di spazi pubblici e dotato di sufficiente sensibilità per comprendere le necessità della comunità locale, dovrebbe tradurre i desideri di quest’ultima in un progetto formale che eviti di generare una realizzazione inopportuna, viziata dall’inesperienza dei cittadini. In pratica, il popolo che decide è esempio di democrazia, ma a volte sbaglia, non perché non sia intelligente, ma perché chiunque faccia una cosa che non ha mai fatto, e cioè progettare, non ha l’esperienza necessaria per evitare errori.
Non sto qui a parlare male della progettazione partecipata, anzi voglio difenderla, ma vorrei evitare processi partecipativi non affiancati da una guida esperta. Qualcuno potrebbe obiettare che anche gli architetti combinano un sacco di casini (non parlo degli architetti del paesaggio, quelli non hanno mai sbagliato perché sino ad adesso non gli è mai stata data l’opportunità per farlo). E’ vero, progettano a modo loro e spesso sbagliano proprio quando la cittadinanza non viene inserita nella progettazione per evidenziare i propri bisogni. Un esempio è dato dal programma Centopiazze, avviato in una fase barbara della storia della capitale, in cui la partecipazione non si sapeva neanche cosa fosse. Nelle realizzazioni di Centopiazze, peraltro necessarie, si è raggiunto un buon risultato solo quando il progettista era persona sensibile, preparata ed intelligente, e soprattutto sapeva ascoltare.

Da uno scambio di battute con i gestori del sito Testaccio in piazza, ci è stato confermato che sono stati i cittadini a volere fermamente la cancellata nelle proposte. Se avessero avuto un professionista accanto, questi avrebbe potuto spiegare che la cancellata tutta intorno alla nuova piazza limita enormemente la fruizione estetica e fisica dello spazio non risolvendo comunque i problemi del decoro, come avvenuto a piazza Dante, dove la cancellata addirittura protegge chi vi pernotta.
Il progettista professionista avrebbe poi potuto accennare agli svantaggi del quadrato periferico di alberi, che potete vedere dai disegni sotto nella galleria. Quegli alberi non solo levano luce a chi abita nei piani bassi degli edifici che si affacciano sulla piazza, ma escludono anche lo sguardo verso il cuore del futuro, si spera, spazio aggregativo del quartiere, rendendo quindi necessaria la cancellata perché nessuno potrebbe verificare cosa vi avviene all’interno e quindi allertare chi di dovere in caso di azioni impertinenti.
A poche centinaia di metri da piazza Testaccio c’è piazza Santa Maria Liberatrice che non ha nessuna cancellata ed a me sembra che funzioni benissimo senza nessun problema di decoro non risolvibile con un po’ di pulizia ordinaria.
Gli abitanti di piazza Testaccio dovrebbero capire che non c’è modo di tenere uno spazio decoroso se non attraverso l’impegno della comunità. I cittadini sono gli occhi che controllano ed il cuore che permette allo spazio di rimanere integro e pulito. L’identità del quartiere è nelle loro mani.

La faccenda degli spazi pubblici a Roma.
I romani hanno un rapporto peculiare con gli spazi pubblici: sanno che sono pubblici, ma non li sentono loro. La motivazione ha radici storiche. La città è sempre stata dei papi e dei nobili che erano proprietari delle terre, dei palazzi e dei giardini. Come ci ha raccontato il professore Franco Panzini in questa bellissima conferenza sull’evoluzione storica del giardino pubblico, Roma è stata la prima città al mondo ad essere “dotata” di giardini aperti al pubblico, per il semplice fatto che i nobili proprietari delle grandi ville della città hanno iniziato a permettere ai poveri popolani di usufruire dei giardini delle loro ville, per affrancarsi un po’ dall’aria malsana delle strette vie di origine medievale senza fognature ed acqua corrente. Ma quei giardini restavano di proprietà privata e rimanevano protetti da alti e possenti muri che facevano sì che il comune cittadino non sentisse suo quello spazio, anche se gli era permesso di entrarci. Credo che nella cultura romana questa sensazione sia rimasta, in forma labile ma sufficiente a non unire i romani sulla base di una appartenenza reciproca con la città. I romani sono un unico popolo solo grazie ad una compartecipazione culturale prettamente legata al linguaggio ed alle tradizioni popolari, come la cucina.
Quindi, abbiamo impiegato più di duecento anni per liberarci dei muri di cinta di quei giardini, che ora sono proprietà del comune di Roma, ed ora proponiamo nuovi cancelli per i nostri spazi pubblici. Secondo me è una pazzia.

Nonostante tutto stanno apparendo cancellate ovunque a Roma. In quartieri storici, senza la presenza di comunità locali, limitare l’utilizzo pubblico di uno spazio può sicuramente essere utile al decoro, ma in un quartiere come Testaccio, o come quello di piazza Bologna, le comunità dovrebbero farsi carico di vigilare per evitare che giovani ed irresponsabili compiano atti inopportuni per la buona convivenza sociale. Oppure i romani hanno dimenticato di essere tra la “brava gente” d’Italia?

Ieri ci è arrivato l’invito per un incontro dal nome “Decoro Day” (pensa che italiani coloro che non riescono ad usare neanche “il giorno del decoro” al posto di un termine anglosassone) organizzato dall’assessore all’ambiente Marco Visconti e dal sindaco “sei uno di noi” Alemanno per il prossimo 17 novembre. Crediamo di sapere di cosa parleranno. Forse di cancellate e viabilità? Oppure il sindaco ci presenterà la trasparente e decorosa azione intrapresa per piazza San Silvestro?
Alemanno dovrebbe circondarsi di professionisti intelligenti e preparati, invece di proporre soluzioni urbane disgiunte e poco credibili che secondo lui fanno del bene alla capitale.

Concludiamo.
E’ ora di svegliarsi….non si può delegare tutto all’amministrazione. Se i giardini del nord europa sono sempre puliti non è perché il servizio di pulizia passa più spesso che da noi. Il merito è dei cittadini e delle comunità che vigilano, controllano e riprendono determinati atti irresponsabili da parte dei giovani e non solo quelli. I romani non hanno mai sentito la città di loro proprietà. E’ necessario che inizino a considerarla tale, così smetteranno anche di chiedere cancellate intorno ai parchi e giardini, che sono spazi pubblici e per esserlo devono essere accessibili, sempre, da qualunque direzione!
Spazi pubblici della comunità, non del comune, ecco un motto romano!

Francesco Tonini

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9 pensieri riguardo “Piazza Testaccio e piazza Bologna: stesso risultato “pauroso”

  1. Ti ho pizzicato in fallo 🙂
    Ti lascio un paio di esempi (molto belli) di giardini londinesi recintati:

    Ladbroke Square Gardens W11
    P.S.
    Anch’io credo che si possa e si debba cercare una soluzione migliore di una recinzione per salvaguardare un giardino, ma penso anche che, soprattutto in un periodo di crisi e di completa mancanza di fondi per la manutenzione come l’attuale, bisogna essere pragmatici nelle proposte. Un saluto a te e a tutti i vostri lettori.

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    1. gentili,
      temo che ci sia un po’ di confusione al riguardo circa giardini recintati, o meglio, piazze-giardino nel caso specifico,o ancora meglio di squares ……

      qui ci viene incontro la storia della tipologia e la sua naturale evoluzione che da noi diventa involuzione …… visto che gli inglesi nelle piazze contemporanee le recinzioni non le mettono più.

      vi rimando ad una sintetica e modesta lettura sul significato delle cancellate negli squares e sul rapporto con gli abitanti-proprietari.

      http://www.arturbain.fr/arturbain/vocabulaire/francais/fiches/square_nouvelle_version/fiche_interactive/textit.htm

      una ulteriore modesta e personale riflessione.
      Per evitare che qualcuno entri nei nostri recinti sono sicura che non si dovrà installare una recinzione modello inglese, tipo cancelletto basso, che “suggerisce” un limite, ma una modello parco, alta non meno di 2 metri e sicuramente stile soprintendenza …….. e su ciò non sono proprio d’accordo.
      ms

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      1. comunque il problema non è la salvaguardia del giardino.
        basta non farlo, lasciare gli alberi e pavimentare. non mettere le panchine e il gioco è fatto.
        non si possono costruire piazze e giardini e poi chiuderle per evitare problemi di ordine pubblico.non fa parte della nostra storia.
        basta non costruirle, è più democratico.

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  2. Lo so che io intervengo sempre di pancia, con la spada sguainata da pseudo giustiziera, però perso che i problemi non si risolvano concellandoli e cancellandoci. Mettendo il recinto a uno spazio presunto nostro per evitarci la visione del disordine, non è una soluzione, ma solo lo spostamento del problema. Vuol dire che quel disordine andrà da un’altra parte, a volte si sposterà solo di pochi metri. Per esempio il problema della movida a Piazza Bologna. Con i cancelli al giardinetto, i nostri figli, fratelli, nipoti, non bivaccheranno più sotto gli alberi, ma si trasferiranno sui marciapiedi intorno o si trasferiranno sulla piazza adiacente. Cosa fare allora? Eliminare la movida con il coprifuoco, chiudendo tutti i bar e i locali alle 11 di sera, vietare la vendita di alcolici nei negozi e nei supermercati adiacenti, etc. Ma vi sembra una proposta seria? Forse non sarebbe meglio creare tutta una rete di proposte culturali in giro per la città e un luogo idoneo dove tutti i ragazzi e no possano ritrovarsi a una certa ora senza rompere troppo?
    Il problema dei barboni lo conosco, abitando a poche centinaia di metri dalla Stazione Tiburtina. Conosco i loro profumi, li ho visti tranquillamente lavarsi il sedere al nasone, li ho visti litigare tra di loro, le loro montagnole di stracci ammucchiati come la Venere di Pistoletto, le graziose montagnole di bottiglie, le file di lettini di cartone con sopra fatiscenti sacchi a pelo… una volta ho anche visto una barbona nana (pare che fosse una vecchia prostituta che batteva dalle parti di via Alessandria) che si era composta una casettina di cartone tutta linda e su una cassetta da frutta aveva un centrino di pizzo e tutti i giorni cambiava i fiori che teneva in una bottiglia. Li andava a raccogliere lungo le rotaie della ferrovia. Troppo poetico, vero? La mia barbona nana m’era parsa un haiku. Poi è arrivata la polizia e via tutti. Ci sono ancora, ma nascosti da qualche parte, li ritrovi alla mattina a lavarsi il sedere alle fontanelle…
    Comunque questi litigavano tra di loro, anche violentemente, ma quasi mai hanno mai dato fastidio ai civili locali, almeno non fisicamente. Certo che il decoro va a farsi friggere. Certo che non è un bel vedere e ti incutono anche paura, soprattutto se sono stranieri. Ma che fammo? Li ammazziamo tutti (già che ci siamo anche gli zingari che quelli sono ancora più fetenti e rubbano)? Oppure cerchiamo una soluzione decente per loro? Lasciamo sempre alla Caritas il problema? Coabitiamo, come le generazioni precedenti hanno sempre fatto?
    Questo mi piacerebbe sentire in una riunione per un progetto “partecipato” e non “Cancelli!!!”
    Forse parlare di queste cose è un tabù e come tale si rimuovono… cancellandoli.

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  3. Caro Tonini, io abito in centro. Davanti a casa mia c’è il ponte della ferrovia vaticana e fino allo scorso inverno hanno bivaccato davanti al mio portone, sotto i diversi archi del ponte, diversi senza tetto. Un inverno ne ho contati 13, il massimo.
    Nei loro confronti, che accumulano masserizie, defecano, dormono, urlano ubriachi di notte (ma non sono mai stati violenti contro alcuno, semmai tra loro) la gente del quartiere è sempre stata civile: ha chiesto alle istituzioni (impotenti per lo più) di risolvere un problema (igienico soprattutto), ma contemporaneamente alla bisogna, li ha anche aiutati.
    Se io volessi mandare mia figlia di 8 anni a comprare il latte sotto casa non potrei farlo. E’ anche difficile spiegarle perché qui a Roma se ne vedono tanti per strada e nella sua città Natale (Saigon) non se ne vedono.
    Certe volte, l’estate si sta con le finestre chiuse per la puzza di escrementi e orina che ci arriva dentro casa.
    E siamo in centro.
    Allora che si fa? Ci si mette un parlamentare per ogni condominio in modo da imporre la sorveglianza della polizia e la rimozione-di-qualsiasi-cosa-nel-raggio-di-300-metri?
    Questo era un municipio di sinistra e la gente ha votato a destra per disperazione.
    L’unica cosa che ha saputo fare la destra (comunque più della sinistra che ha vigliaccamente ignorato il problema) è stata quella di inviare la forza pubblica ogni tot mesi, salvo il ritorno dei senza tetto dopo pochi giorni.
    Allora, riprendo il tuo post: “In pratica, il popolo che decide è esempio di democrazia, ma a volte sbaglia, non perché non sia intelligente, ma perché chiunque faccia una cosa che non ha mai fatto, e cioè progettare, non ha l’esperienza necessaria per evitare errori”. Ci risiamo, il popolo va ascoltato finché dice cose che il tecnico condivide, altrimenti il tecnico, un essere superiore che non dorme nello stesso quartiere, deve essere libero di infondere la sua scienza in queste menti plebee e deve fare ciò che ritiene opportuno e basta!.
    Caro Tonini, noi architetti dobbiamo imparare ad essere più umili, ad accettare anche cose che non ci piacciono, che non sono così “correct” ma che permettono alla gente di vivere meglio.
    Del resto nella civile Londra non ci sono giardini recintati nelle piazze?
    Un saluto.
    P.S.
    Per fugare eventuali cattivi pensieri in te o in altri lettori del blog vorrei specificare che non sono un simpatizzante del centro-destra. Sono solo uno che non ama mascherarsi dietro ipocrisia e ideologismi.
    Riguardo a quest’ultima affermazione non mi riferisco a te né al tuo post (ammiro il tuo lavoro), sia ben chiaro!

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    1. Ciao Giulio Paolo,
      capisco il tuo punto di vista ed è evidente che la situazione è meno facile da risolvere di quanto si possa pensare. Personalmente confermo che secondo me le cancellate non sono una soluzione “degna” per la capitale. Siamo stati da sempre una nazione accogliente ed assistenzialista e confido che continueremo ad esserlo.
      Purtroppo non abbiamo mai neanche avuto una vera politica di Welfare che aiuti chi è in difficoltà “seria”. I cittadini, del resto, non possono risolvere determinati problemi senza l’assistenza della forza pubblica che dovrebbe prendere decisioni per risolvere situazioni delicate come quelle che si vivono nel tuo quartiere.
      Mi chiedo se si voglia davvero risolvere la situazione difficile di queste persone “invisibili”, tranne per chi deve sopportare le conseguenze del loro bivaccare. Il fenomeno senza tetto sta crescendo, ma ripeto, sono sicuro che non si possa risolvere con le cancellate, a meno che non si perimetrino tutti i parchi e giardini del territorio comunale. Ti sembra uno scenario possibile?
      Hai citato l’Inghilterra. Le cancellate vengono usate solitamente solo per i grandi parchi, perché sarebbe troppo complicato e dispendioso monitorarli completamente. Non ricordo spazi pubblici di media e piccola dimensione recintati, a meno che non si tratti di situazioni di ordine pubblico e decoro relativa a luoghi storici e di rappresentanza. O ricordo male?
      Ciao e grazie della tua testimonianza.
      Francesco

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      1. Guardare i brutti render di piazza Testaccio non può non far ricordare Londra. Lì quasi tutte le piazze con giardini sono recintate …Soho square, tavistock square, russel square, brunswick sq., e potrei continuare all’infinito, sono praticamente tutte così!

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  4. Basta con sta partecipazione! E’ quella che ci ha regalato i due ventenni più “esilaranti” della nostra storia, i suoi modelli si basano su una cultura di pessima televisione, di supermercati, di centri commerciali, di autlet (come cacchio si scrive), sul dividi e impera, sulla cultura della paura così si governa meglio, sul ritorno dell’analfabetismo. Quando il Bernini e gli altri disegnavano le piazze, mica c’era la “partecipazione”. E’ anche una brutta parola, suona male, è falsa come giuda. Gli hai detto che la città è sua? che è per i suoi bisogni? e lui il popolo (ma quale popolo?) ha detto:”Bene. Allora, se la piazza è mia, recintammola e inchiavardamola, che dentro ci va solo quello che vojo io!” Il ragionamento non fa una grinza.
    Ma pensa te! Io ho vissuto per un periodo il Testaccio e ho sempre pensato che il suo mercato all’aperto fosse la sua caratteristica più bella, più raffinata, quella che lo connotava da tutti gli altri quartieri, quella per cui la gente si muoveva da Montesacro (un quartiere a caso) per andare a comprare le erbe, il pesce, ma anche le scarpe, per andare a magnare, per andare a teatro nella tenda di via Galvani, alla scuola di musica e altro.
    Roma finita! Sterilizzata, igienizzata (Ma dove? mai così sporca!).
    E’ diventata la città dei piccoli borghesini, quelli più retrivi, incolti…
    Peccato! Aveva tutti i numeri per restare la città più bella del mondo!
    Scusatemi, ma sono reduce da una di queste robe “partecipate” e sono ancora sconvolta.

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