Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #20 – Abitare tra/su gli alberi. Il bosco e gli Arboricoli.

Era tanto che giravo attorno a quest’idea senza riuscire a buttarla giù. Mi era venuta rileggendo “Hans e Gretel” dei fratelli Grimm, dove i due terribili piccoli furbacchiotti, perdendosi nella foresta incantata, si ritrovano davanti alla kitchissima e dolcissima casetta di marzapane e, per far uno spuntino, cominciano a mangiarsela. La strega che la abita si arrabbia moltissimo. Li acchiappa e li mette in gabbia a rendere pan per focaccia, cioè aspettare che il marzapane faccia il suo effetto ingrassante e poi sorbirseli tutti due in brodino. Lei, in effetti, non è una strega cattivissima, ma una buona fatina arbicola che voleva semplicemente tutelare il bosco dai piccoli mangiatori di casette effimere e futuri distruttori di alberi per arricchirsi costruendo villaggi di casette a schiera in mattoni e cemento. Poi c’è la storia della mia amichetta di Torino (nickname Bianconiglio) che, presa da voglia irrefrenabile di un giardino, si è comperata uno straccetto minuscolo di bosco con radura su una collina davanti alla Mole Antonelliana. Il giardino lo può fare nella radura, ma non può costruire nemmeno una casettina per i suoi tre cagnoni e va bene così, solo che lei vorrebbe passarci una notte ogni tanto e non le va di farlo in tenda. Poi sono arrivati i miei ragazzi reduci da una bellissima passeggiata a piedi di 1000 Km. e mi annunciano tutti felici che hanno deciso di andare a vivere in campagna, nientemeno che a Radicofani, la shic periferia di Londra.
“Ma i soldi? Chi ve li dà i soldi per comperare una casupola in quel luogo?” – “C’è un pezzetto di bosco in vendita. Costa molto poco.” Ci credo! Se uno lo toccasse appena per costruirci una baracca, avrebbe immediatamente le mani mozze. Almeno spero. “Potreste solo tenerlo pulito, quel bosco.” – “E noi lo puliremo.”
Tanto i soldi non ci sono neanche per il boschetto.
Poi domenica 16 ottobre, sulla Repubblica trovo la notizia che al Macro Testaccio di Roma c’è il festival della fotografia diretta da Marco Delogu dedicata al rapporto tra la fotografia e il territorio.

“MOTHERLAND” – Decima edizione del Festival Internazionale della Fotografia.
Macro Testaccio di Roma, in Piazza Giustiniani, fino al 23 ottobre.
E’ una mostra, secondo me importante, dove sono esposte le migliori fotografie sull’argomento. I fotografi sono molto noti e altri emergenti. Chiaramente una bella fetta è dedicata all’Italia 150 anni (per via dei finanziamenti) con foto molto interessanti su Roma, Firenze, ma anche una bella panoramica sulle abitazioni di fortuna etc.
La parte che interessa tutto il discorso farneticante che ho fatto prima, riguarda le fotografie di David Spero, raggruppate sotto il titolo di “Settlements”. Spero illustra la storia di piccole comunità di ecologisti che in Inghilterra, nel Devon, sono andate ad abitare in un bosco per preservare la vita dei suoi alberi secolari minacciati di morte dall’imminente costruzione di un’autostrada. L’hanno vinta loro, non solo, ma in quel bosco si sono trovati così bene che hanno deciso di abitarvi per sempre, anche senza acqua, senza elettricità.
Le foto ritraggono queste casine fatte di tronchi, di rami, con tetti di paglia o d’erba … meravigliosi… Tutto così delizioso da attirare l’attenzione delle immobiliari, ma loro, che ci credono veramente, sono tosti.
La mostra ha un catalogo.
Motherland 2011 Pesaro Quodilbet ed.
Motherland. Fotografia. Festival internazionale di Roma. X edizione

A. Cobbers – O.Jahn Prefab Houses 2010 Taschen (versione trilingue: ital. spagn. Port.)
Prefab houses. Ediz. italiana, spagnola e portoghese (Varia)
Le case prefabbricate le ho sempre trovate brutte e tristi, ce ne sono addirittura in cemento e costituiscono un buon materiale da abuso edilizio. In questo libro la storia è diversa, fa sognare. Queste sono tutte casette concepite come chiocciole, cioè da portarsi dietro da veri nomadi. Cioè, te le porti in un posto, le tiri su, le abiti per il tempo che serve, poi le smonti e le rimetti in macchina o in camion o…. in elicottero. Chissà cosa direbbe il vostro collega Lorenzo Romito! Direbbe che non essendo noi degli zingari, potremmo permettercele anche di legno che nessuno ce le brucerebbe. Scusate, ma quando si affronta questo argomento, il mio pensiero va sempre agli zingari. Aperto e chiuso questo argomento, anche se sarebbe bello che, un giorno, anche i paesaggisti li affrontassero. Ecco, forse ho scritto un ossimoro o forse no.
Comunque, ce ne sono di tutti i tipi, anche per chi volesse occupare abusivamente un bosco per un periodo molto limitato, senza fare buchi per terra, senza inquinare, senza distruggere l’habitat, senza rovinare il paesaggio.
Allora,‘ste casette hanno tutte le fogge, sono fatte di tutti i materiali: bambù, vetro, legno, acciaio, plastica. Sono tutte asportabili, spesso disegnate da grandi architetti, funzionali, pulite, etc.
Quella che mi piace di più, avendo molti soldi, è una che arriva dal cielo, in elicottero. E’ un vero disco volante, o un uovo volante, con tanti oblò uno dietro l’altro lungo tutta la circonferenza, con un portellone d’accesso munito di scala che si apre fino a terra nella parte inferiore. Tutta bianca, con scritto FUTURO in cima. Io me la immagino in mezzo alla radura rotonda di un fitto bosco e mi immagino anche la faccia del cacciatore di frodo che se la trova davanti durante le sue scorribande nefaste. Potrebbe venirgli un coccolone.
Nel libro c’è tutta la storia delle case prefabbricate. Pare che le prime siano state costruite nel 1833 in Inghilterra per i primi coloni dell’Australia. Se le portavano là sulla nave con un kit di montaggio e poi, una volta giunti a destinazione, le assemblavano in un solo giorno di lavoro.
Ovviamente questo discorso vale per chi le vede come una versione contemporanea della botte di Diogene.

R. Macfarlane Luoghi selvaggi 2011 Torino Einaudi
Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Frontiere Einaudi)
Robert Macfarlane è un giovane insegnante di critica letteraria presso l’Università di Cambridge, un alpinista appassionato, ma soprattutto è un camminatore convinto.
Ecco, questo libro mi ha appassionata perché parla finalmente di paesaggio naturale, non di quello costruito dall’uomo con le sue case, le sue strade, la sua agricoltura, le industrie, la sua cultura insomma, cosa che l’autore non nega, ma ne contesta l’assolutezza. Robert si mette in viaggio a piedi e percorre tutta l’Inghilterra e l’Irlanda per cercare quei luoghi rimasti incontaminati per disegnarne la mappa. Viaggiando a piedi, come i nostri piccoli walkers Serena e Lucio, va in cerca di un incontro immediato con gli elementi primari – vento, acqua, sole, buio, pioggia e anche neve- che plasmano le più diverse forme del regno minerale, vegetale e animale, si sente costretto a farsi più umile e rientrare nel ruolo di comparsa in un mondo in cui l’uomo ha sempre pensato di essere l’assoluto protagonista. Descrive le sensazioni che prova davanti a ogni paesaggio con le parole di chi lo ha preceduto in questo viaggio, tra i quali: Walter Scott, W. Blake, G. Orwell,, I. Calvino.
Ma la parte forse più interessante, almeno per me, è quella in cui descrive il paesaggio selvaggio che si fa strada vicino a noi lungo i bordi delle autostrade, nelle periferie delle città, tra gli orrendi capannoni industriali: il “Terzo Paesaggio” di Gilles Clément, insomma. Parla di cosa sia riuscita fare la natura nelle zone recintate dopo il disastro di Cernobyl: foreste di pini, di salici, di betulle, branchi di lupi, pesci enormi…
Insomma è lei, la natura, ad avere il ruolo di protagonista, nonostante tutto quello che noi umani facciamo per vincerla, umiliarla, distruggerla. E questo mi rende immensamente felice e mi dà l’idea di quanto siamo effimeri noi, invece.

Avrei voluto parlarvi ancora del magico mondo dei boschi e delle erbacce, ma credo che questo argomento meriti un capitolo a parte. Invece vi consiglierò di leggere favole, ma quelle vere, quelle scritte, o meglio tramandate, da grandissimi narratori come Calvino, Andersen, Peraud, Afanas’ev, Fratelli Grimm, De Amicis, Tolstoy, le favole irlandesi, quelle rumene…
Sono bellissime e terrificanti, non come le brutte copie edulcorate mandate in onda nei film di Disney o nei libri colorati per bambini. Hanno dei finali sconvolgenti, spesso crudelissimi. Vi faranno capire come culturalmente hanno percepito la natura le diverse popolazioni dell’Europa. Si possono leggere anche come trattati di sociologia e dell’antica saggezza contadina.
Io le ho lette tutte ai miei bambini, quando erano piccoli. Pensavo che si spaventassero per le atrocità che vi erano descritte, invece loro, più truculenza c’era, più si divertivano. Karl Popper dice che così uccidono le loro paure.

H. C. Andersen Fiabe Einaudi
Fiabe (Einaudi tascabili. Classici)
I. Calvino Tutte le fiabe italiane 2 vol Einaudi
Le fiabe italiane. Raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni
C. Perault Fiabe Einaudi
Le fiabe di Perrault
F.lli Grimm Fiabe Einaudi
Fiabe (Einaudi tascabili. Classici)
A. N. Afanasjev Fiabe Einaudi
Antiche fiabe russe

Mercoledì 12 ottobre Andrea Zanzotto ci ha lasciato.

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