Piazza San Silvestro – chi ha vinto e cosa si è perso

Per prima cosa ringraziamo Monica Sgandurra, perché senza di lei non avremmo messo in moto questa iniziativa, e poi ringraziamo tutti per il tempo dedicato alla consultazione, sia per quello dedicato dai proponenti per il confezionamento delle loro idee che per quello di chi ha guardato le proposte ed ha poi votato. Per noi è stato comunque un successo. Abbiamo ricevuto migliaia di visite e centinaia di voti, segno dell’interesse che ancora molti cittadini nutrono per la capitale.
E’ tempo di dichiarare un vincitore. Meglio forse dire i vincitori perché la proposta B di Ilaria Rossi Doria e Andrea Prosperi e la proposta C di associazione interazioniurbane, si sono battute in un testa a testa di preferenze in cui si sono superate più volte. Chiudendo ora la consultazione vincerebbe la proposta C, ma aspettando qualche ora forse verrebbe nuovamente superata dalla B (andate qui per i risultati aggiornati). Ora lo posso dire, io ho votato la proposta C, ma anche un altro paio erano sicuramente proposte interessanti ai miei occhi. Quella di associazione interazioniurbane mi sembra una idea fresca e divertente. Avrebbe forse potuto aggirare in parte l’enorme resistenza della soprintendenza ai beni archeologici, che tiene in ibernazione tutto il centro di Roma.
Ora, se queste proposte sono degli ottimi progetti o meno lo lasciamo giudicare a voi. Se sono migliori del progetto di Portoghesi lo lasciamo giudicare a voi. Quello che è sicuro è che nel brevissimo tempo che abbiamo messo a disposizione dei partecipanti era impossibile riuscire a presentare un progetto completo di una analisi puntuale del luogo, e di tutte le interazioni di cui il progetto avrebbe dovuto tenere conto.
Cosa abbiamo imparato dalla consultazione?
Se nel nostro piccolo siamo riusciti a muovere qualche migliaio di persone su di una questione non principale in questi tempi di enorme crisi economica del Comune di Roma, vuol dire che esiste una energia sommersa alla quale l’amministrazione comunale potrebbe attingere semplicemente chiedendo. Questa energia è composta dalla voglia di partecipare alle decisioni da prendere di qualunque cittadino, ma anche da un numero molto grande di agronomi, urbanisti, paesaggisti, architetti, storici, sociologi, a cui non viene chiesta consulenza e neanche una opinione.
L’amministrazione di Roma, nella sua cecità, sta perdendo l’occasione di utilizzare questa immensa risorsa di idee ed energie che, nel caso specifico della riqualificazione di piazza San Silvestro, si sono riversate contro il modo non trasparente e quasi dittatoriale del sindaco e dei suoi collaboratori. Questo perché in un primo momento è stato deciso di sopprimere un importantissimo capolinea del trasporto pubblico, senza specificare bene dove sarebbe stato trasferito, con la contemporanea presentazione di un progetto interno dell’amministrazione molto criticabile. Poi, visto che non era stato dimostrato abbastanza chiaramente che il sindaco può fare tutto quello che vuole in barba ai cittadini, Alemanno ha scelto uno dei meno adatti professionisti d’Italia per redigere un nuovo progetto “salva faccia”, con il risultato di ottenere una seconda ondata di polemiche.
Cosa doveva fare il sindaco? Una cosa semplicissima: indire un concorso di idee aperto a tutti per sapere cosa avrebbero voluto le associazioni di quartiere e tutti i cittadini che utilizzano la piazza, e poi indire un concorso trasparente per la progettazione della piazza. Si sarebbe perso un po’ di tempo e qualche euro prima, per ottenere una maggiore condivisione del progetto, una migliore credibilità di questa amministrazione, un ritorno dell’investimento fatto perché il concorso avrebbe anche portato ad ottimizzare le risorse messe in gioco. Roma ne avrebbe guadagnato in qualità di vita per i propri cittadini, un bene sempre sottovalutato dalle amministrazioni della capitale.
Quello che più mi rattrista è il non utilizzo di migliaia di professionisti che stanno ad aspettare fiduciosi che qualcosa cambi. Ci sono migliaia di architetti che non fanno più gli architetti, altre migliaia che si sono definitivamente rassegnati alla decorazione di interni, centinaia di urbanisti che non sanno neanche più se il loro lavoro sarà considerato una professione nei tempi a venire (grazie a uno strumento introdotto da poco – come dice Insolera – quello della compensazione urbanistica con cui l’amministrazione comunale riconosce ai proprietari un “diritto edificatorio” che se non esercitato in quello viene spostato in un altro luogo con un enorme incremento, in pratica si è stabilita l’intangibilità della rendita fondiaria), migliaia di agronomi che potrebbero dare consulenze su cosa piantare, come farlo e su come trattare il verde in ambito urbano, ed infine centinaia di giovani neo paesaggisti a cui non è mai stata data la possibilità di far vedere se valgono qualcosa.
Non sappiamo se queste figure professionali possono fare bene a Roma, ma se non gli viene data l’opportunità mai lo sapremo. Di certo sono tutte figure professionali formate al fine di lavorare in contesto urbano e che se messe in condizione di lavorare fianco a fianco e di apportare rispettivamente le proprie competenze in gruppi ben assortiti, potrebbero fare meglio di cento Portoghesi.
E’ un sapere che si sta perdendo, forse con la stessa complicità dell’amministrazione che probabilmente vuole ignoranza diffusa per non avere contestazioni nell’attuazione dei propri disegni di svendita del territorio. Un sapere millenario tramandato di generazione in generazione che presto sarà perso per sempre. Basta studiare gli ultimi cinquanta anni dell’evoluzione di Roma, per comprendere le conseguenze del mancato utilizzo della risorsa “sapere”. Interi quartieri senza qualità sono cresciuti intorno ad un piccolo centro storico, soffocato ed impotente, nel quale non si vuole mettere mano per paura di sbagliare, con il risultato che la nostra città invecchia male, tra atroci sofferenze causate da metastasi diffuse.
Sembra che l’ignoranza perversi oramai in qualsiasi azione intrapresa dall’amministrazione comunale, dalla semplice piantumazione e potatura degli alberi, alla realizzazione degli spazi pubblici e dei nuovi quartieri.
Chiudo con una notizia poco rassicurante. L’anno passato un faro nell’oscurità aveva guidato gli ultimi convinti assertori del sapere in ambito paesaggistico, cioè Open, il Corso di Perfezionamento in Progettazione dei Parchi e degli Spazi Pubblici dell’Università Roma Tre. Sembra che questo anno il corso non partirà a causa dell’insufficiente numero di adesioni. Ci sconvolge il fatto che perderemo una grande risorsa di sapere portata qui dall’estero e dalle altre università italiane attraverso interessanti seminari, workshops di alta qualità e bellissime conferenze. Ci sono giunte voci che forse si riuscirà comunque ad organizzare le conferenze con gli ospiti stranieri che portano la voce della disciplina paesaggistica dagli altri paesi. Potete consolarvi con le conferenze dello scorso anno a questo link.

Francesco Tonini

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12 pensieri riguardo “Piazza San Silvestro – chi ha vinto e cosa si è perso

  1. Comunque, visto che Francesco ha reso pubblico il voto, allora vorrei farlo anche io……. si la proposta di interazioni urbane mi piaceva molto quando è pervenuta, l’abbiamo commentata positivamente a quattr’occhi, ma in verità ho votato quella di Mario Spada, ossia quella delle isole verdi galleggiati. Mi sembrava una risposta flessibile, che può essere densificata o, al contrario, rarefatta, una situazione che può generare molte possibilità.

    grazie agli autori delle proposte, che ribadisco, non vogliono essere progetti, ma solo visioni estemporanee, come estemporanea e provocatoria è stata la proposta di fare una consultazione.

    a chi non ha partecipato, dico, mannaggia ……. le idee le avete …….

    vi aspettiamo per la prossima volta.
    monica s.

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  2. Pur condividendo in pieno quanto scritto da Francesco Tonini, mi permetto di dire che la soluzione a questi problemi, di fatto non esiste. AIAPP Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, fondata nel 1950 da Pietro Porcinai sta tentando da decenni di trovare una soluzione che permetta di valorizzare le professionalità (e sono tante) dei paesaggisti italiani. Tanne rarissime eccezioni che altro non fanno che confermare la regola (piazza San Silvestro docet), queste professionalità di fatto sono inespresse. E’ prima di tutto una questione politica che cercherò di semplificare: Chi ha le competenze ex lege per progettare aree verdi? Architetti, Agronomi Ingegneri e geometri. Stiamo parlando di circa 500.000 professionisti (cifra non esatta ma vicino alla realtà), che rappresentano un bacino elettorale molto allettante per la nostra classe politica. Quanti sono i professionisti esperti di architettura del paesaggio in Italia? Circa 2000 (Di cui 600 iscritti all’AIAPP). Ora, sarebbe auspicabile che la competenza nella progettazione delle opere a verde, ora condivisa tra i 500.000 professionisti che ho elencato, diventasse UNA COMPETENZA RISERVATA ai 2000 succitati professionisti. Vi pare a voi che un politico, per favorire in primis l’architettura del paesaggio (e i famosi 2000 professionisti) vada a togliere delle competenze ai 500.000? Nessun politico lo farebbe mai. Per questo siamo destinati a una vita grama. Agli inizi del 2000, l’istituzione di esami di stato in architettura del paesaggio, in conservazione e in pianificazione aveva fatto sperare che avessimo imboccato questa strada delle lauree specialistiche (e delle rispettive competenze). SIRICA, l’allora presidente di CNA uccise la speranza nella culla, affermando che a prescindere delle specializzazioni, rimaneva centrale la figura della laurea in architettura tout court. E cosi, purtroppo, è stato. Le lauree specialistiche sono state un fallimento, mentre la laurea generica di architetto ha assunto ancora più valore. E, mi duole dirlo, non saranno mille convegni su Porcinai, o sui più grandi paesaggisti moderni (cioè quello che AIAPP fa da 50 anni) a risolvere il problema. Resto in attesa di una piacevole smentita.

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    1. Franco, i tuoi calcoli sono giusti. In Italia ci sono molti architetti e pochi di questi posseggono le conoscenze necessarie per mettere mano al paesaggio. Ma il problema è anche un altro: i progetti di paesaggio, quelli da scala media a grande, sono generalmente finanziati da Regioni, Province e Comuni. In particolare il Comune di Roma è da circa dieci anni che non indice più concorsi per piazze, parchi e giardini, tranne rare eccezioni. Quei pochi costruttori privati che si vedono costretti a spendere due soldi per “sistemare” gli spazi pubblici e le aree circostanti i nuovi quartieri, non consultano mai dei professionisti preparati, perché li ritengono un costo superfluo. La mancanza di lavoro è data dalla combinazione di tante figure professionali che legalmente possono firmare progetti e pochissimi cantieri, specialmente da Firenze in giù. Se ci fosse la possibilità di lavorare, i professionisti più bravi potrebbero emergere e scongiurare così in futuro il ricorso ad archistar incompetenti in materia.
      Francesco

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      1. Caro Francesco, quando dici: “il problema è anche un altro: i progetti di paesaggio, quelli da scala media a grande, sono generalmente finanziati da Regioni, Provincie e Comuni”, mi spiace ribadire che il problema è sempre lo stesso. E’ un problema politico, poiché questi incarichi hanno matrici politiche. Bisognerebbe sensibilizzare i nostri cari amministratori della cosa pubblica, ma non fai in tempo a farlo che cambiano ruoli, e devi ricominciare da capo. Per mia esperienza, l’unico politico che aveva mostrato interesse e aveva compreso le ragioni della nostra professione è stato Esposito (verdi, ma è solo un caso). Quando autorizzò (per le sue competenze) gli scavi archeologici su via dei fori imperiali, che hanno avuto il magistrale risultato di sottrarre un’area verde all’area archeologica, si rese conto dell’errore e si rese conto anche che la figura professionale che meglio era in grado di valutare l’opportunità di fare determinate scelte era proprio quella del paesaggista. Ma di questo se ne rese conto ex post. Lo sconforto è che quando parlo con questi personaggi, e gli dico che sono un paesaggista, mi chiedono: dipingi quadri? E questo me lo chiedevano nel 1985, e continuano a chiedermelo oggi. Non è cambiato niente, anzi direi che a occhio e croce la situazione è senz’altro peggiorata.

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  3. Non ho votato soltanto perché non ho avuto modo di leggere del concorso. Questa mattina ho letto un po’ il disastroso commentario su facebook, e mi dispiace che una così bella iniziativa sia stata rovinata. Sono davvero colpito dall’operazione. Al di là della qualità dei 10-100-1.000 Portoghesi, il quale “poverino” è stato messo in mezzo all’ultimo momento per i motivi che già avete menzionato altrove qui e su AmateL’Architettura… Mi sembra veramente un bel segnale!
    Un saluto, Emmanuele

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